che ho scritto fino ad oggi
in un fascio d’erbe
raccolto tutte le mie morti e le guardieavanti e indietro dove il tempo scriveva
la notte sulle loro forme sulla sua strada che sempre percorrevo atardanotte per raggiungervi
voi che siete tutti i miei nascosti volti inlenzuola biancheavvolti
lentamente praticate le vie dei miei rovinosi silenzi
è là che i vostri corpisi muovono contando tuti igiorni perduti
smontando e rimontando tutti insieme igranelli della mia sabbia
mentre i venti vi trascinavanolontano
oltre l’orizzonte in bianchi serbatoi d’onde da cui tornate
schiantandovi sulla riva per cancellare di attimo in attimo tutti i passi
senza che io possa per sempre seppellirvi nel corpo di un silenzio grande e attoniti
come stelle là bruciaste.
guardano il tuo corpo
entrarmi e uscirmi il fianco
umido silente un lago in un bacino bianco
e d’osso la tua parola mi riprende
incide dal tuo al mio piede
un parlamento di luoghi dove vive
da un tempo sconosciuto solo bellezza
e con il dito segna tocca nodo per nodo la mia schiena
governa i miei capelli come alvei di fiumi
selve in antiche foreste
Dentro la testa solo rumore d’acqua
e là si posa
tutta la stanchezza
morbido fluente
un corpo fino ad ora occulto
è un seno caldo a cui mi allatto
poi scendi lungo il mio ventre
e senza sperdere una sillaba dall’alto
piovono stelle braci
non baci come nettare sui prati
così che senza lacrime in basso dentro il tuo corpo
terra mia anch’io mi faccio oscura
senza labbra schiusa nell’attimo di un fiato
d’infinite nascite
mentre di nuovo le cose
di tutto incominciano a discorrere.
del cuore
anche se incendia la mente
anche se le stelle s’inceneriscono
camminando il tuo piede all’indietro.
Tu dici che si deve
credere perché amare è l’impossibile
perché persino lei la morte
ama la vita e sempre le sta accanto
ogni attimo
ogni attimo cedendo al suo richiamo
si alzano da un letto di stelle e
l’alba spiuma i sogni
sconvolge la mia terra un piccolo fremito
una candela accesa
al centro del petto un battere profondo
un canto che dice alla morte
aspetta ancora non è
il momento del passaggio
e piano adagio dietro la finestra
vedo strade di uomini
che rimestano i lieviti del mondo
e non pane preparano ma strazio
e guerra dispensano con feroce crudeltà
là dove sta il giorno
tutto si spegne
lo specchio fonde la figura immobile
di un uomo soltanto
che dopo molto tempo ancora
sogna di non essere fragile un minuscolo frammento
polverizzato nel tempo
e segna ovunque disegna nello specchio
le illusioni
e le assenze che in cuore lo disperdono
e si fà buio l’occhio
e sopra il letto un tetto si abbassa
sicuro dorme l’uomo mentre più scuro
il cosmo gli scrive sulla bocca l’ora improrogabile
mentre di nuovo le ore discendono
indossano le stelle e poesie fioriscono
notturne fino allo spiumare del sogno
che mai si conclude
e riconosco il corpo del mondo
questa bestia senza coda con un lungo lascito
di stelle e oceani di sogni
di segni sulle rocce e crateri
larghi e furiosi come sanno essere gli uomini
che si ammazzano per non ricordarsi d’essere
per natura fratelli da un solo seme nati
da un corpo che ha così tanta storia
che abbiamo dimenticato come sia iniziata
un giorno
in un nodo di universi.
*
dormono le cose
le case tacciono
fa caldo questa notte e pesa
ci depositiamo in fondo
distesi in un lungo viaggio sommersi
nel sonno della nostra babele
stanchi senza più occhi per guardare
senza sapere che cosa siamo
senza più un cuore da dire o da ascoltare
solo pani di logica in formati uguali
solo emozioni senza passione senza una traccia
di pena tutto è partorito altrove in una fabbrica
ai confini di questa terra senza lune senza fiori
senza vecchi senza neonati
che spostino gli orizzonti.
*
stavano a guardarsi
uno davanti all’altro e
non si rivolgevano parola
stavano seduti uno sopra la casa dell’altro
e non sentivano i passi uguali dei loro percorsi
stavano senza stare da nessuna parte
infissi sulla pagina del tempo finché un giorno
uno dopo l’altro
non ebbero più niente di entrambi
anche una pagina bianca
avrà una voce netta
sarà la traccia chiara della tua presenza
l’essere tu libera
da ogni cosa e
aperta
*
cantavano
gli alberi
senza mostrare le voci che avevano in corpo
senza riprendere fiato cantavano
inviando a tutti il loro messaggio
un fitto vocabolario di suoni
senza traduzione
aprivano del tempo il paesaggio
luogo facevano in un quadrato di cielo
tutto lo spazio
*
La parola sta là
non corre più
non trama
tra me e te
un groviglio di sbagli
sbadigli e la mancata voglia
di raggiungerci.
*
ciò che conta ormai è la messa in scena
serve una orchestrata sequenza
cose che danzino sugli spalti degli occhi
in fila poi verranno i treni della carovana
nel sangue le emozioni inglobate a forza.
.
.
ho rotto tutte le parole
di salvo nemmeno il fiato
e nella carta l’inchiostro
s’è polverizzato
nulla
nemmeno il nome
chi le ha scritte
s’era già perduto
una sera scura come il resto
dimenticato
*
perché non serve altro
non c’è niente da inventare
tutto è
già scritto
e vigila in attesa
che qualcuno ascolti
che qualcuno veda
.*
di nuovo loro
gli alberi
che mi fermo ad ascoltare
ognuno una voce diversa
una stessa parola tracciata
nell’aria (s)covata da terra
i tigli per esempio
m’invadono la testa
e i pioppi mi raccontano il mare
di neve un fiume di pollini
cantilenano il sole il drappello delle stelle
e i pesci che affogano l’azzurro
dentro il loro ventre e i grandi ippocastani
che alzano contro la gravità le loro pannocchie bianche
piovono anch’essi neve odorosa
poi il carpino nero ossuto ed onesto che ospita dei voli i traguardi
nel mio occhio scomposto
perché ne avevo uno in casa tempo fa
lo piantò mio padre come un segno
ora che non ho più quella casa
e nemmeno mio padre è con me
lui si avvicina e mi manda un segno
un’acqua immobile in cui ancora mi immergo.
*
giù, in basso
la voce schiacciata contro vento
la sabbia sul terrazzo
mentre l’odore converte tutte le memorie in tempo
l’atrocità di una sola specie
che abbatte le distanze virtualmente
e non sa toccare l’altro
che gli è uguale nella quiete delle stanze.
*
annuso ancora l’aria e
calda violenta
mi riporta l’africa
da cui nasco
le traverse vie del buio sotto i miei piedi tutte le tracce che ho cavalcato il quieto destino del prato dove inginocchiato hai partorito il mio occhio nella pietra serena di tutti i gradini della casa dove ardeva senza pace la mia notte e l’alba mai si costruiva dove la cima si faceva discesa dove la pena nella scrittura tracimava e l’anima sbiadiva persino la voce certa la morte accovacciata tra le ginocchia di mia madre e le braccia di un narciso lasciato dentro una culla e celeste sprofondato dentro il mio polso impugnato dalle cellule del sangue la parola viva che vìola la cometa
condurre tra rami di sole oggetti segreti
attraversando il silenzio raggiungere
un luogo in un tempo che è fuori da ogni misura
in un dialogo mai interrotto
toccando a fatica l’invisibile sponda
dove parlano tra loro i linguaggi e noi siamo
i fragili costruttori che gettano archi
su ponteggi di memoria
e fondazioni barcollanti di vita vissuta
sempre con la parola a fianco
compagna sospesa che soppesa il nostro passo
il passaggio fuori registro tra
il quotidiano scorrere
di cose pensieri e sogni tra il pieno e il niente
tramando segni e cancellazioni di disegni
sulla sommità del paradosso
setacciando al buio l’osso la vertebra da cui tutto si dipana
in questo mondo affamato di verità
e vivo d’ombra
Sul fuoco
perché l’ho acceso c’è lo sento
quell’io brucia la parola ustiona e viva
in gola traccia luce incerta
una figura d’ombra che vola
e svelta un’ esperienza falsa innesca
dentro il corpo disegna mistero
qualcosa che sta giù in basso profondo in me come negli altri
luce di una eternità che si coniuga continua
in forme all’apparenza differenti.
Nelle cose nella contiguità di tutte le cose
interra i suoni ne fa semi con vocali e sillaba
vuote parole che diciamo siano questo o quello
cose annunciate
pronunciate dalla falsa coscienza dei vivi
mentre è alla morte che si rivolta la veste
e stupiti dal fitto crepitare delle ossa
si resta fiamme noi stessi un fuoco
vivo di insetti voraci batteri coi loro pungiglioni di veleno.
Scoppiano in bocca gli antichi prematuri
i vaticini di una pizia che è sempre lo stesso occhio e nell’orecchio
misura assenza una continua impermanenza
dove ogni cosa dètta la resa.
Bruciare quei nomi dovremmo
sfitti disabitati vuoti
e in vece loro una brace attizzare nel cavo della gola
nel polso che il male trae dal profondo e pungola
nell’innesto della vertebra che canta
in mezzo al petto tutto ciò che manca
dal primo all’ultimo giorno in cui restiamo
cruna noi dell’invisibile che tutti ci assottiglia.
Eppure con previdenza la natura ha sparso braci nel nostro occhio
e semi di follia ha rilasciato al vento nei nostri respiri
inseminandoci di passione
mentre la ragione chiusa nella sua trincea
l’ha ancorata ai suoi ciocchi per non lasicarla
evadere oltre i suoi labili confini
posti alle spalle e di guardia confusa
mette i suoi piccoli ratti a sentinella.
Triste si costruisce la fossa il pensiero
quando non si lascia toccare
e mortalmente corrotta la ragione
vorrebbe imprimere in conati di falsa saggezza i suoi ultimatum
vacuità di fuochi fatui bruciano sugli argini il cuore
muscolo senza fiamma imbratta di rosso la cenere
sul fondo di ogni paese e nella memoria di noi stessi
spersi nelle tante notti senza pace guida i nostri passi
tra miraggi oltre questa falsità della luce
mentre con paura dell’alba ci dobbiamo vegliare.
Sul fuoco abbiamo gettato la vecchia veste
non c’è corpo che sia casa e soglia
che sia strada sotto il piede che si disfa.
.
Per tutti coloro che a Taksim/Gezi Park stanno cercando di svegliare le coscienze
mi ricordo
come te lo gridavo da un posto piccolo
perso in fondo a me stessa fino a dove stavi tu
che non sapevo mai dove stavi
tu eri mia madre ed eri lontana oltre i confini della mia terra
così cantavo mi cantavo tutto quello che solo io potevo vedere
stavo aperta come un libro dentro la mia testa e aveva un sole
a tutte le ore dentro la mia voglia
anche quando dicevano che avevo troppa fantasia
e che non sarei mai stata abbastanza accondiscendente
che non avrei ceduto facilmente anche se volevano
spaccarmi la luce dentro regole che non erano niente
io cantavo
mi cantavo senza pensare che non portasse a niente
che inutilmente avrei girovagato attorno ai confini che sentivo
sempre più labili dentro un corpo che mi abitava e
non era solo le mie gambe le mani o il cervello era
una specie di canzone che mi teneva in vita e ancora
continua a farlo quando ti perdo
e non sento che quel ricordo venirmi incontro.
mi porta via da qui
da queste poche cose che credevo salve
che pensavo non potessero distruggermi
che credevo non potessero sbriciolarsi
dentro questa figura che credevo me stessa
quella lei che credevo ormai dura un guscio o una pietra
e pensavo non avrebbe potuto più potuto sentire il piede del male
che ora spero porti via i suoi passi
che sgomberi le sue macerie che mi pesano dentro
che sento dentro la testa e mi premono le ossa
e che possa cedere spero per farsi friabile farsi sabbia
per tornare a casa finalmente lungo una riva illuminata
dovessi camminare anche dentro il fango
o farmi sasso lanciato dentro il mio vuoto
per sentire che ciò che più di tutto conta
non è nella mia testa
non è l’intelligenza ma qualcosa che ha che fare
con il calore della braccia
soprattutto quando è buio e non vedi a un palmo di distanza
e non c’è vento che ti possa guidare né sole che ti sfiora
non c’è preghiera da recitare
se non starsene in ginocchio nel silenzio della terra
ascoltando il proprio passo rompersi in quel precipizio
dove il tuo occhio si è nascosto
per non mostrati la paura che covi ancora dentro più in fondo
dove è difficile raggiungerlo
fino all’ultimo istante di attesa
fino all’ultimo minuto di respiro
per un filo che hai teso tra qui e l’impensabile
tra te e l’universo in cui sta tutto quello che hai perso e ora
da qualche parte e in qualche modo ti sostiene
ti fa sentire che appartieni a questo luogo
che la pietra e il vento sono il tuo corpo
e casa tua è un impulso così violento
che potresti perderti per sempre
o volare ovunque senza più peso
senza discernimento.
mentre percorrevo il sentiero
mi sei venuto alla mente
lungo l’argine non c’era nessuno
e per caso ho visto qualcosa galleggiare
eri tu dentro la mia mente
mentre tua madre mi gridava il suo vuoto
non vedendoti tornare
non trovando più le tue impronte
intorno le mura di casa gridava gridava
ma tu eri lì sotto a pochi passi e non poteva vederti
perchè era già morta anche lei
la sua mente chiusa non vedeva e non sentiva
che il tuo silenzio fattosi profondo
eri tu freddo dentro quell’acqua livida che ormai la gelava
e ti sentivo respirare come fa l’acqua che scivola
senza poter affiorare
sotto lo specchio del ghiaccio
sotto la pietra del tempo
che adesso era tornato aprendomi di nuovo
il tuo vuoto dentro
a lato il letto stava fermo
in periferie di trifoglio che
mi coprivano il corpo e come acqua
in tutto mi sfacevo fino
fino alla fine del sogno dentro quel profumo
io ero un piccolo coniglio bianco
il fiore e il fiato lo consumo scendo in te segreto nei luoghi del buio depongo le mie luci
pianto i tuoi piedi come croci sconfino il mio rosso la gola del tempo incido dentro ogni parola scavo
nell’acqua delle maniimprovvisi i miei confini e specchi
senza immagine gli occhi affilo
nella misura dei luoghi la grafia delle emozioni
salite a perpendicolo
tra occhio e orecchio
nel centro del pensiero scaravento
e lungo la dorsale d’altre vertebre annodo
le corde verticali in cui m’inerpico lontano
sempre più da me stesso.