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(ap)punti dall'arte

se conto le parole

melissa murillo

melissa murillo-Tisiphone

.

che ho scritto fino ad oggi
in un fascio d’erbe
raccolto tutte le mie morti
e le  guardie avanti e indietro dove il tempo scriveva
la notte sulle loro forme

sulla sua strada che sempre percorrevo a tarda notte
per raggiungervi
voi che siete tutti i miei nascosti volti
in lenzuola bianche
avvolti

lentamente praticate le vie dei miei rovinosi silenzi

è là che i vostri corpi si muovono
contando tuti i giorni perduti
smontando e rimontando tutti insieme

i granelli della mia sabbia
mentre i venti vi trascinavano lontano

oltre l’orizzonte in bianchi serbatoi d’onde da cui tornate
schiantandovi sulla riva per cancellare di attimo in attimo tutti i passi
senza che io possa per sempre seppellirvi

nel corpo di un silenzio grande e attoniti
come stelle là bruciaste.

tacciono le cose

jennifer sullins

Jennifer Sullins

guardano il tuo corpo
entrarmi e uscirmi il fianco
umido silente un lago in un bacino bianco
e d’osso la tua parola mi riprende
incide dal tuo al mio piede
un parlamento di luoghi dove vive
da un tempo sconosciuto solo bellezza
e con il dito segna tocca nodo per nodo la mia schiena
governa i miei capelli come alvei di fiumi
selve in antiche foreste

Dentro la testa solo rumore d’acqua

e là si posa
tutta la stanchezza
morbido fluente
un corpo fino ad ora occulto
è un seno caldo a cui mi allatto

poi scendi lungo il mio ventre
e senza sperdere una sillaba dall’alto
piovono stelle     braci
non baci   come nettare sui prati
così che senza  lacrime in basso dentro il tuo corpo
terra mia  anch’io  mi faccio oscura
senza labbra schiusa nell’attimo di un fiato
d’infinite nascite
mentre di nuovo le cose
di tutto incominciano a discorrere.

fermati mi hai detto

aneta ivanova

Aneta Ivanova

.

sei tu la mia casa

sei tu la mia morte

non corrermi distante

fatta d’istanti è la mia mano
e il mio polso un libro
in cui fatico a leggerti

e se la tua bocca tace
riconosco in me la tua parola

luogo che mi accade
e ad ogni ora seguo la tua impronta

miracolo che mi sprigiona

e lontana in te mi ricongiunge
al filo di un’origine
il dove  in cui tutto si rianima.

 


Fidarsi

magdalena kapinos

magdalena kapinos3

.

del cuore
anche se incendia la mente
anche se le stelle s’inceneriscono
camminando il tuo piede all’indietro.
Tu dici che si deve
credere perché amare è l’impossibile
perché persino lei la morte
ama la vita e sempre le sta accanto
ogni attimo
ogni attimo cedendo al suo richiamo

 

Da Sono solo frammenti

Le ore

brad kunkle

Brad Kunkle

 

si alzano da un letto di stelle e
l’alba spiuma i sogni
sconvolge la mia terra un piccolo fremito
una candela accesa
al centro del petto un battere profondo
un canto che dice alla morte
aspetta ancora non è
il momento del passaggio

e piano adagio dietro la finestra
vedo  strade di uomini
che rimestano i lieviti del mondo
e non pane preparano ma strazio
e guerra dispensano con feroce crudeltà

là dove sta il giorno
tutto si spegne
lo specchio fonde la figura immobile
di un uomo soltanto
che dopo molto tempo ancora
sogna di non essere fragile un minuscolo frammento
polverizzato nel tempo
e segna ovunque disegna nello specchio
le illusioni
e le assenze che in cuore lo disperdono

e si fà buio l’occhio
e sopra il letto un tetto si abbassa
sicuro dorme l’uomo mentre più scuro

il cosmo gli scrive sulla bocca l’ora improrogabile
mentre di nuovo le ore discendono
indossano le stelle e poesie fioriscono
notturne fino allo spiumare del sogno
che mai si conclude

f.f.

Da Sono solo frammenti- Fernanda Ferraresso

annuso l’aria

e riconosco il corpo del mondo
questa bestia senza coda con un lungo lascito
di stelle e oceani di sogni
di segni sulle rocce e crateri

larghi e furiosi come sanno essere gli uomini
che si ammazzano per non ricordarsi d’essere
per natura fratelli da un solo seme nati
da un corpo che ha così tanta storia
che abbiamo dimenticato come sia iniziata
un giorno
in un nodo di universi.

*

dormono le cose
le case tacciono
fa caldo questa notte e pesa

ci depositiamo in fondo
distesi in un lungo viaggio sommersi
nel sonno della nostra babele

stanchi senza più occhi per guardare
senza sapere che cosa  siamo
senza più un cuore da dire o da ascoltare

solo pani di logica in formati uguali
solo emozioni senza passione senza una traccia
di pena tutto è partorito altrove in una fabbrica

ai confini di questa terra senza lune senza fiori
senza vecchi senza neonati
che spostino gli orizzonti.

*

stavano a guardarsi
uno davanti all’altro e
non si rivolgevano parola

stavano seduti uno sopra la casa dell’altro
e non sentivano i passi uguali dei loro percorsi
stavano senza stare da nessuna parte

infissi sulla pagina del tempo finché un giorno
uno dopo l’altro
non ebbero più niente di entrambi

persero lo specchio come riferimento

mandami un segno

.

anche una pagina bianca
avrà una voce netta
sarà la traccia chiara della tua presenza
l’essere tu libera
da ogni cosa e
aperta

*

cantavano
gli alberi
senza mostrare le voci che avevano in corpo
senza riprendere fiato cantavano
inviando a tutti il loro messaggio
un fitto vocabolario di suoni
senza traduzione
aprivano del tempo il paesaggio
luogo facevano in un quadrato di cielo
tutto lo spazio

*

La parola sta là
non corre più
non trama
tra me e te
un groviglio di sbagli
sbadigli e la  mancata voglia
di raggiungerci.
*

ciò che conta ormai è la messa in scena
serve una orchestrata sequenza
cose che danzino sugli spalti degli occhi
in fila poi verranno i treni della carovana
nel sangue le emozioni inglobate a forza.

.

.

ho rotto tutte le parole
di salvo nemmeno il fiato
e nella carta l’inchiostro
s’è polverizzato
nulla
nemmeno il nome
chi le ha scritte
s’era già perduto
una sera scura come il resto
dimenticato

*

perché non serve altro
non c’è niente da inventare
tutto è
già scritto
e vigila  in attesa
che qualcuno ascolti
che qualcuno veda

.*

di nuovo loro
gli alberi
che mi fermo ad ascoltare
ognuno una voce diversa
una stessa parola tracciata
nell’aria (s)covata da terra
i tigli per esempio
m’invadono la testa
e i pioppi mi raccontano il mare
di neve un fiume di pollini
cantilenano il sole il drappello delle stelle
e i pesci che affogano l’azzurro
dentro il loro ventre e i grandi ippocastani
che alzano contro la gravità le loro pannocchie bianche
piovono anch’essi neve odorosa
poi il carpino  nero ossuto ed onesto che ospita  dei voli i traguardi
nel mio occhio scomposto
perché ne avevo uno in casa tempo fa
lo piantò mio padre come un segno
ora che non ho più quella casa
e nemmeno mio padre  è con me
lui si avvicina e mi manda un segno
un’acqua immobile in cui ancora mi immergo.

*

giù, in basso
la voce schiacciata contro vento
la sabbia sul terrazzo
mentre l’odore converte tutte le memorie in tempo
l’atrocità di una sola specie
che abbatte le distanze virtualmente
e non sa toccare l’altro
che gli è uguale  nella quiete delle stanze.

*

annuso ancora l’aria e
calda violenta
mi riporta l’africa
da cui nasco

.

i cerchi dei pollini

TS Abe

TS Abe (32)

 

le traverse vie del buio
sotto i miei piedi  tutte le tracce che ho cavalcato
il quieto destino del prato dove inginocchiato
hai partorito il mio occhio
nella pietra serena di tutti i gradini della casa
dove ardeva senza pace la mia notte e l’alba mai
si costruiva dove la cima si faceva  discesa
dove la pena nella scrittura tracimava
e l’anima sbiadiva persino la  voce certa
la morte accovacciata tra le ginocchia di mia madre
e le braccia di un narciso 
lasciato dentro una culla e celeste
sprofondato dentro il mio polso
impugnato dalle cellule del sangue
la parola viva che vìola la  cometa

tradurre è la stanza vuota

Karen Knorr

Karen Knorr- The-Witness-Humayuns-Tomb-Delhi-

.

condurre tra rami di sole   oggetti segreti
attraversando il silenzio  raggiungere
un luogo in un tempo che è fuori da ogni misura
in un dialogo mai interrotto
toccando a fatica l’invisibile sponda
dove parlano tra loro i linguaggi e noi siamo
i fragili costruttori che gettano  archi
su ponteggi di memoria
e fondazioni barcollanti di vita vissuta
sempre con la parola a fianco
compagna sospesa che soppesa il nostro passo
il passaggio fuori registro tra
il quotidiano scorrere
di cose pensieri e sogni tra il pieno e il niente
tramando segni e cancellazioni di disegni
sulla sommità del paradosso
setacciando al buio l’osso la vertebra da cui tutto si dipana
in questo mondo affamato di verità
e vivo d’ombra

Sabine Danzé

Sabine Danzé..

Sul fuoco
perché l’ho acceso c’è lo sento
quell’io brucia   la parola ustiona e viva
in gola traccia  luce incerta
una figura d’ombra che vola
e svelta un’ esperienza falsa innesca
dentro il corpo  disegna  mistero
qualcosa che sta giù in basso profondo in me come negli altri
luce di una eternità che si coniuga continua
in forme all’apparenza differenti.
Nelle cose    nella contiguità di tutte le cose
interra i suoni ne fa semi con vocali e  sillaba
vuote parole che diciamo siano questo o quello
cose annunciate
pronunciate dalla falsa coscienza dei vivi
mentre è alla morte che si rivolta la veste
e stupiti dal fitto crepitare delle ossa
si resta fiamme  noi stessi  un fuoco
vivo di insetti  voraci batteri coi loro pungiglioni di veleno.
Scoppiano in bocca gli antichi prematuri
i vaticini di una pizia che è sempre lo stesso occhio e nell’orecchio
misura assenza una continua impermanenza
dove ogni cosa dètta la resa.
Bruciare  quei nomi dovremmo
sfitti disabitati vuoti
e in vece loro una brace attizzare nel cavo della gola
nel polso che il male trae dal profondo e  pungola
nell’innesto della vertebra che canta
in mezzo al petto tutto ciò che manca
dal primo all’ultimo giorno in cui restiamo
cruna noi dell’invisibile che tutti ci assottiglia.
Eppure con previdenza la natura ha sparso braci nel nostro occhio
e semi di follia ha rilasciato al vento nei nostri respiri
inseminandoci di passione
mentre  la ragione chiusa nella sua trincea
l’ha ancorata ai suoi ciocchi per non lasicarla
evadere  oltre i suoi  labili confini
posti alle  spalle e di guardia confusa
mette i suoi piccoli ratti a sentinella.
Triste si costruisce la fossa il pensiero
quando non si lascia toccare
e mortalmente corrotta  la ragione
vorrebbe imprimere in conati di falsa saggezza i suoi ultimatum
vacuità di  fuochi fatui  bruciano sugli argini il cuore
muscolo senza fiamma imbratta di rosso la cenere
sul fondo di ogni paese e nella memoria di noi stessi
spersi nelle tante notti senza pace guida i nostri passi
tra  miraggi oltre questa falsità della luce
mentre con paura dell’alba  ci dobbiamo vegliare.
Sul fuoco abbiamo gettato la vecchia veste
non c’è corpo che  sia casa e soglia
che sia strada sotto il piede che si disfa.

.

Per tutti coloro che a Taksim/Gezi Park stanno cercando di svegliare le coscienze

e mi ricordo

.

 

mi ricordo
come te lo gridavo    da un posto piccolo
perso    in fondo a me stessa    fino a dove stavi tu
che non sapevo mai dove stavi
tu eri mia madre     ed eri lontana      oltre i confini    della mia terra
così cantavo   mi cantavo tutto quello che solo io    potevo vedere
stavo aperta   come un libro dentro la mia testa     e aveva un sole
a tutte le ore dentro la mia voglia
anche quando dicevano che avevo troppa fantasia
e che non sarei mai stata abbastanza accondiscendente
che non avrei ceduto facilmente anche se volevano
spaccarmi la luce dentro regole che non erano niente
io cantavo
mi cantavo senza pensare che non portasse a niente
che inutilmente avrei girovagato attorno ai confini che sentivo
sempre più labili dentro un corpo che mi abitava e
non era solo le mie gambe le mani o il cervello era
una specie di canzone che mi teneva in vita e ancora
continua a farlo quando ti perdo
e non sento che quel ricordo venirmi incontro.

gira così oggi il vento

bluevelvet

fiore di ciliegio.

mi porta via da qui
da queste poche cose che credevo salve
che pensavo non potessero distruggermi
che credevo non potessero sbriciolarsi
dentro questa figura che credevo  me stessa
quella lei che  credevo ormai dura  un guscio o una pietra
e pensavo non avrebbe potuto più potuto sentire il piede del male
che ora  spero porti via i suoi  passi
che sgomberi le sue macerie che mi pesano dentro
che sento dentro la testa e mi premono le ossa
e che possa cedere spero per farsi friabile farsi sabbia
per  tornare a casa finalmente lungo una riva illuminata
dovessi camminare  anche dentro il fango
o farmi  sasso lanciato  dentro il mio vuoto
per sentire che ciò che più di tutto conta
non è nella mia testa
non è l’intelligenza ma qualcosa che ha che fare
con il calore della braccia
soprattutto quando è buio e non vedi a un palmo di distanza
e non c’è vento che ti possa guidare né sole che ti sfiora
non c’è preghiera da recitare

se non starsene in ginocchio nel silenzio della terra
ascoltando il proprio passo
rompersi in quel precipizio
dove il tuo occhio si è nascosto
per non mostrati la paura che covi ancora dentro più in fondo
dove è difficile raggiungerlo
fino all’ultimo istante di attesa
fino all’ultimo minuto di respiro
per un filo che hai teso tra qui e l’impensabile
tra te e l’universo in cui sta tutto quello che hai perso e ora
da qualche parte e in qualche modo ti sostiene
ti fa sentire che appartieni a questo luogo
che la pietra e il vento sono il tuo corpo
e casa tua è un impulso così violento
che potresti perderti per sempre
o volare ovunque senza più peso
senza discernimento.

 

oggi mi sei tornato a trovare

.

mentre percorrevo il sentiero
mi sei venuto alla mente
lungo l’argine non c’era nessuno
e per caso ho visto qualcosa galleggiare
eri tu dentro la mia mente
mentre tua madre mi gridava il suo vuoto
non vedendoti tornare
non trovando più le tue impronte
intorno le mura di casa gridava  gridava
ma tu eri lì sotto a pochi passi e non poteva vederti
perchè era già morta anche lei
la sua mente chiusa non vedeva e non sentiva
che il tuo silenzio fattosi profondo
eri tu freddo dentro quell’acqua livida che ormai la gelava
e ti sentivo respirare come fa l’acqua che scivola
senza poter affiorare
sotto lo specchio del ghiaccio
sotto la pietra del tempo
che adesso era tornato aprendomi di nuovo
il tuo vuoto dentro

.

ad A. perché dall’altrove  sei tornato a trovarmi

avevo un glicine

vladimir pajevic

vladimir pajevic

 

a lato il letto   stava fermo
in periferie di trifoglio che
mi coprivano il corpo e come acqua
in tutto mi sfacevo fino
fino alla fine del sogno dentro quel profumo
io ero un piccolo coniglio bianco

ai piedi del giorno

vengo a rubarti dalla bocca

daniela tieni

.

il fiore e il fiato lo consumo
scendo in te     segreto
nei luoghi del buio depongo le mie luci
pianto i tuoi piedi come croci
sconfino il mio rosso
la gola del tempo incido dentro ogni parola scavo
nell’acqua delle mani improvvisi i miei confini e specchi
senza immagine gli occhi  affilo
nella misura dei luoghi  la grafia delle emozioni
salite a perpendicolo
tra occhio e orecchio
nel centro del pensiero scaravento
e lungo la dorsale  d’altre vertebre annodo
le corde verticali in cui m’inerpico lontano
sempre più da me stesso.

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