
S P I R A L I .
Lettura da un canto dell’Inferno dantesco. Inferno- Canto ottavo-Quinto cerchio: iracondi e accidiosi.
” Io dico, seguitando, ch’assai prima
che noi fossimo al piè de l’alta torre,
li occhi nostri n’andar suso a la cima “
(D.A.-canto IIX)
IO DICO: voce del VERBO dire, prima persona, singolare, né maschile né femminile
oppure entrambe
tempo presente, oppure presente storico il che equivale
ad un’assenza del tempo, o un tempo senza scadenze di giorni anni secoli
modo indicativo, ma cosa sta ad indicare? La voce, il verbo? Ma non sono
tutte e due presenze assenti nella forma? Meglio: sono presenti in forma, contenuto ma non contenitore se non il supporto che le rende per ATTRITO recepibili.
Il VERBO si fa voce e …dice. Dice dal primo giorno della creazione ma
non ha pubblico e non è pubblico. E’ anche lui Un: articolo senza mercato,
indefinito, indefinibile.
SEGUITANDO: seguire, gerundio. Non c’è persona che si assuma l’azione oppure
Tutte le persone possono assumerla,prima Dio poi…
Ma Dio è ancora Un, ha bisogno di altro UN. Se continua ad essere UNO è
certamente comprensivo di tutto ma…Che se ne fa?
Allora crea UN PIEN DI FANGO, della sua stessa immagine e dietro a
quello tutti gli altri si aut-o-creano seguendo la modalità precedente: a sua
immagine e somiglianza.
Ecco, forse è eco, c’è la condizione per dire: IO DICO, SEGUITANDO, credendoci la prima persona agente mentre siamo una schiera infinita di UN, il primo senza essere, gli altri tutti pieni di fango e come tante eco.
Una Babele, alta torre che vuol a Dio torre il primato di dominare cielo e terra, governare e possedere. Ma i DICO sono troppi, poco identificabili e INCERTI d’ogni opera intrapresa.
Hanno tutti un difetto di vista: gli occhi precedono l’azione, proprio come accadde al primo fattore che non si avvide del tradi-mento.CONOSCERSI e RICONOSCERSI
Lo stesso problema alla radice, che seguita da quel primo giorno. Ed errori: di valutazione, di pre-visione.
DUE FIAMMETTE rincorrevano gli occhi: luce, luci dei miei occhi, occhi che si estendono fuori di me, facendo luce sull’intorno, verso la cima di una torre altissima, quella del comando il cui comandante non ho mai visto, solo pre-visto in allucinazioni visioni nel deserto, deserto della sua concreta presenza. LUI è un pre, un prima di me, senza essere me e senza farsi vedere come vedo me. Ma IO mi vedo?
Se mi guardo attorno non vedo che possibilità di me stesso, tutte le modalità in cui mi posso coniugare in ogni tempo e persona come figurazione di me stesso: CONFIGURAZIONI. Forse sono queste figure, dentro me, che mi stanno aspettando, che mi stanno guardando, da sempre, che forse sono esistite come figure prima che io fossi , esisteranno dopo che sarò fossa.
Guardo DENTRO, dentro me stesso, chiudendomi al buio e anche lì si accende una fiammetta, impercettibile, che i miei occhi serrati si ostinano a fissare per farsi, farmi luce, o forse per ricostituirsi o costruire me: FARSI-FARMI.
Da qui non è facile così mi volgo al mare di tutto il mio senno che è la storia e la voce di tutto il volgo (sono tutti UN, senza più nome, famiglia, casta, casato dominio, potere) Dov’è il potere del SENNO? Del SENNO DI POI SONO PIENE LE FOSSE. Eppure dopo tanti giorni, tanta storia, la storia è sempre la stessa e non mi trovo a dire, o meglio non faccio che DIRE: infinito transitivo, senza persona che eserciti l’azione anche se prima di me c’è un esercito e un esercizio del dire, il fare è stato un FARE e DISFARE.
Quindi IO DISSI è la migliore coniugazione del VERBO perché è sempre lui anche se lo denomino, senza potere con una maiuscola : L U I, l’innominabile, l’esteso il mio eterno presente,passato, futuro. SONO nel FANGO delle mie parole, dei miei suoi verbi e non so che cosa dice, sempre
QUESTO CHE DICE? E CHE RISPONDE QUELL’ALTRO FOCO? Si perché anch’io mi sento un fuoco dentro quel fango e mi sento luce oppure ho bisogno di una luce perché non so il perché e non so CHI SON QUEI CHE FENNO: chi ha deciso queste teorie del dire, del pensare, dell’essere, del fare?
IN questo buIO IO sono anche UN, ALTRO che è TUTTI GLI, altri pre-cedenti, che hanno ceduto il passo-passaggio-passato a me. C’è qualcuno?
ED ELLI A ME. Ecco sono l’altro, sono egli, terza persona singolare, ma c’è distacco in questa forma dell’essere. NON TU, pari a quell’io con cui mi nomino, amichevole, con cui io stesso mi parlo per essermi guida. No. ELLI : forse quELLI, tutti si sono sintetizzati in un verbo, in una voce PRO-NOME che li rievoca insieme.
Mi ricorda dove sono. SINGOLARE astuzia? SU PER LE SUDICE ONDE sono SUONO sonoro di me stesso dentro me, carne dal fango a causa di una storia sul verbo, il verbo essere, il VERBO DELL’ESSERE, ma il mio corpo è sangue escrementi, lacrime, emozioni, passione, buio e altro tanto altro che chiamo memoria ma è fumo, nebbia, pantano e volontà: di VEDERE. Non ho occhi se non quelli che vedo con il pensiero, quindi vedo con il pensiero, così veloce, istantaneo, tutti i tempi un istante, un piccola imbarcazione, l’arca di Noè, la terra una nave piccioletta,viene per l’acqua come in una salvazione, come in un ventre, terra nata dal ventre del VERBO, dall’utero di un suo pensiero, salvata dal caos del suo tutto con-fuso con il niente, dalle acque UN GALEOTO, come me dominato, a servizio anche se crede erroneamente di aver governo sulla barca, la terra?, su sé stesso e me, galeotto di me stesso e perso, con una guida inventata per salvare il salvabile di me, di noi, perché già ho iniziato a vedermi come schiera di tanti alla mercè di chi non ho mai visto in volto, che chiamo VERBO di cui sono una coniugazione nella persona prima, singolare! Già: singolare perché sono solo e perché devo vivere come se fossi il primo anche se mi sento un senza nome, per questo mi declino IO e mi guardo riflettendomi in EGO .
ANIMA FELLA. Ho delegato all’anima i miei errori di parola. E’ uno sdoppiamento per scaricarmi di qualche colpa di cui mi sento innocente. NON TI HO CHIESTO IO DI METTERMI AL MONDO PER FARMI SOFFRIRE COSI’. Ho detto a mia madre, che mi lasciava tanti anni fa, l’ha detto mio figlio e mia figlia a me quando dicevano che rompevo la famiglia. IO, LUI. La famiglia senza il padre, senza la madre solo i figli e i figli piangono, come i padri e le madri e tutti quelli prima. UN CHE PIANGE. Quando cè un fattore che si ripete si dovrebbe elevare a potenza. Quale? La potenza delle lacrime? Della fragilità? Dell’impotenza? IRA mi prende d’essere così picciola nave! Quanto peso porto dentro di me eppure mi sento morto, più morto che vivo. Invece sono vivo grazie a quel peso: di paura, paure della morte, dell’ignoto, di me stesso, ingovernabile, imprevedibile già pre-visto in tutti quelli prima. Li leggo i libri di storia e LA GRANDE STORIA. Nel libro dei libri ci sono morti, tanti, tribù e popoli, generazioni, genocidi, matricidi, suicidi, fratricidi. DIOOOOO QUANTO SANGUE e quanti altari con altro sangue fino all’ultimo agnello. L’ULTIMO?
BOSNIA, INDIA, CECENIA, ARGENTINA,..”No io non voglio vedere il sangue di Ignazio sparso sull’arena.” E HIROSHIMA, e la Spagna e gli ebrei e gli iraniani e gli iracheni e… CON-GIUNZIONI
PARODIARE me stesso, dirmi bravo quando dico bene e quando dico il male.
DIRE fa male. DIRE mi scaglia con ira contro UN, che non conosco, come me stesso e quindi lo conosco, RI-CONOSCO: me come un, un come me, io l’altro lo stesso: UNO. Quanti SI tengono or là su gran regi
Che qui staranno come porci in brago
IO animale raziocinante, IO mare di senno, IO DIO RE or, nemmeno un’ora nel tempo dell’infinito scorrere o solo delle ere già trascorse da sommare alle prossime.
QUANTI io, io di luce come i quanti. QUI, nello stesso luogo dove sono da vivi, ma sotto, sotto terra, terra tanto quanto i porci che di solito ci godono a stare nel fango.
E di sé lasciando il SE’, così poco lungi mirante, avranno orribile dispregio, come per tutti gli altri io e sé parimenti disprezzabili perché niente hanno lasciato di utile che ci salvi dal buio, dalla dimenticanza, dalla memoria fella quanto l’anima fallace amante.
La città di DITE. DITE : voi chi siete, siete stati non è corretto poiché vivete in me, DNA della mia genesi.
UN CHE PIANGE, come tra breve, un istante dopo che l’ho voluto morto una seconda volta, anzi una terza perché che vita è stata la sua? E la mia?
Filippo s’è preso la mia terra quando mi mandarono, mi mandai in esilio ( non ho accettato i loro compromessi), la mia piccola barca per vivere tra i giorni di poco raccolto e le grandi messi. L’avrei voluto morto per le mie idee.
Io UN che vuole morto UN io.
PIANGERE più di un lutto: il VOLERE, il PENSARE, il TEORIZZARE. Nessuno può chiudere niente fuori della porta di casa sua. La porta non è serrata: la follia del destino, della fortuna, del caso, del potere falso o presunto che sia è all’erta, è un’erta strada ma non c’è altro che ci possa aiutare se non ciò che già abbiamo usato sino ad ora, in questo permanente inferno alla ricerca del paradiso, di un padre, di una donna, dell’amore, di….
Lettura dall’Inferno dantesco.