Il gioco /giogo

 

mi riferisco all’uso delle parole secondo una violenza accettata tacita-mente. La parola argina la paura tanto quanto la scienza e i suoi tanti rimedi mettono il freno alla stessa paura del passato, mantenendo la gestione del potere su chi non ha la capacità di percepire la trasformazione, attraverso uno stato d’ansia permanente.

LE PAROLE GIOCANO un ruolo primario nella gestione della violenza, nella scansione dell’ansia che porta ad una paura inarrestabile che veicola la gente là dove si vuole che arrivi. Non mi riferisco all’apertura di chissà quali mondi, a meno che non si bombardi la parola, non la si lobo(a)tomizzi, le si apra la pancia e si traggano da lì altri luoghi, altre percorenze e anarchie linguistiche e contenuti che, insomma, non si consegni ad altri la propria testa, la propria vita.

Ecco, per me, la parola è un isola-rio di not(t)te.

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