Archivia per Maggio, 2008

una colombaia senza volo

Pubblicato su poesia con i tag, , il Maggio 26, 2008 da fernirosso

Marcin Jakubowski

i miei pensieri fatti di terra e umori selvatici.

Intrise di benzina e beni i(m)mo-biliari le mie mani

hanno perso le p i ù m e

non sanno stare

lassù sospese            a quei fili di ragno

in trasperenze d’aria.

Rea

la mia volontà d’essere fedele in un dis(d)egno di cui io stessa sono

una

traccia disegnata

da qualcuno che non so chi sia

tanto è lontano

tanto mi sono persa          l’inizio della storia.

nom(AD)e

Pubblicato su e-vado libera-mente, poesia con i tag il Maggio 23, 2008 da fernirosso

Juul Kraijer

per lanciarti la battuta
ho consumato la pelle di migliaia di tamburi
il polpastrello è raso
consumato e-ro(s)so pulsare delle stelle stanche
di sfilare dentro l’occhio di ogni tua paura.
E migro tra una riva e l’altra come un sole
fattosi di giorno in giorno
tra le piaghe del mio sognare il male.

indigesto nutrimento

Pubblicato su poesia con i tag, , , , il Maggio 22, 2008 da fernirosso

juul kraijer


il pane amaro di questa
vita che ti pre/tende da dentro
inoculandoti la morte
dentro ogni cavillosa emozione
baricentrica nella fossa
dentro l’asse buio su cui ruotiamo
muti
sempre mutando l’equazione
spuria e
resta ancora
una fila dietro noi
più dentro inscindibile dalla precedente
pro/cessione.

Non si spezza

la costruzione è arroccata dentro l’osso
in un corpo che non si placa,

non si distende nel consueto

si arrovella nel fuoco della significazione

persino nel sen(s)o di un vocabolo con cui cibarsi

veleno dentro il veleno della conoscenza.

no-made a tri-bordo

Pubblicato su poesia il Maggio 21, 2008 da fernirosso

* Juul Kraijer *

ho preso un foglio di giornale
l’ho piegato e ripiegato secondo le linee
di mio padre,
assecondo una memoria di bambini,
c’era la neve in riva al mare là
dove c’è la chiglia della mia barchetta
eppure ha retto l’acqua di un secchio
senza sfaldare nient’altro che una parola
nera nera nera
scritta con l’inchiostro di un tipografo antichissimo
c’era la morte, giusto a tribordo di quel foglio.

e il fatto che tu sia altrove

Pubblicato su poesia con i tag, , , il Maggio 18, 2008 da fernirosso

rafal olbinski

significa solo che sono rimaste incomprese le nostre solitudini

io qui con il cane che cova la sua rabbia sulla porta
e sbrana l’ombra dei rumori

tu là cerato: un’ombra che si fa più scura e densa.

Il tempo ha deposto corone di alloro
palline di vetro e oro è diventato ogni attimo
quando non ti penso, quando non m’infilo
nella precisione di una feritoia troppo stretta ormai per cercare lì
i giorni della mia felicità inaudita  per questi altri
giorni nell’ulna
l’ o s s o     che suona ancora dentro la sua tana.

Qui e ora

Pubblicato su poesia il Maggio 18, 2008 da fernirosso

* jacek yerka *

significano luogo e tempo.

Qui è il temp(i)o. Qui in questo tempo di carne e di terra.

Ora è il luogo. Ora in questo luogo di me nel luogo che mi m a n tiene

donandomi nuova a me stessa.

Sempre in ricerca e operante.

Quando io me ne vado

tutto quel che è su di me

se ne va con me. Se si trascina via

l’uomo su cui è costruito

il mondo scompare. Ma

se       f o s s e       sul nulla

dentro l’uomo (af)fondassero l’aderenza

a una storia c o n c r e t a

nel nulla

rimarrebbero immobili nel loro oltre

il cielo e la terra capovolti in un dio

immagine dell’uomo

originaria appar(ten)enza di un comandamento che scompare.

Ogni volta che l’uomo se ne va

se ne va dio.

* * *

MEISTER HECKHART- Sermoni tedeschi- Modicum et iam non videbitis me.

E ancora leggo e rilego in me le note di quel maestro dell’anima che ha aperto una via che ancora non accenna a richiudersi.

Ieri

Pubblicato su poesia con i tag, , il Maggio 18, 2008 da fernirosso

jacek yerka

sognai

l’Africa l’Asia l’America l’Australia l’Austria

l’Afghanistan l’Armenia l’Argentina

ero appena all’inizio del vocabolario

soltanto alla A avevo percorso miglia e miglia di storia

tra le due e le cinque di notte.

Alba De Cespedes- Dal diario inedito

Pubblicato su racconti il Maggio 18, 2008 da fernirosso

jacek Yerka

“Venne il mio sesto compleanno e, come sempre, ebbi molti regali (…). Mi piaceva, invece, giocare coi miei pensieri seduta a un balconcino nell’ora della siesta quando tutti dormivano lasciandomi alla mia diletta libertà. Inebriata dai miei pensieri volevo trattenerli, fermandoli in parole, ma non mi riusciva mai perché essi si susseguivano, si moltiplicavano in me incessantemente, come le colombe nella tuba del prestigiatore, e la mia scrittura ancora lenta e incerta non riusciva a imprigionarli. Allora, presa da una febbrile esaltazione, cercavo di racchiuderli in certi segni tracciati furiosamente col temperino sulle lucide foglie delle piante che ornavano il balcone oppure su foglietti che strappavo coraggiosamente dai quaderni e poi, appallottolati, nascondevo nel fondo di un cassetto. Quei fogli, pieni di segni, per me chiari e per altri inintelligibili, erano il mio diario segreto; e, quando ero sola, andavo a ricercarli”.

“Andavo dal libraio: pareti alte tutte coperte di libri. Nomi noti, ignoti, nomi di amici, anche il mio nome. Vedendo quel mio nome al quale io tengo tanto così soffocato,sommerso tra molti più grandi, più illustri ho sofferto di scoraggiamento: le mie prigionie, la mia pena, il mio amore, sono nulla tra la vita che le stringe. Poi qualcuno ha chiesto il mio libro: “è l’ultimo di dodici in pochi giorni”. E’ partito l’esemplare dalla vetrina. Io stavo a due passi voltata, tremando, nessuno sapeva che ero l’autrice. Poi ho avuto il coraggio di volgermi. Un grosso uomo con due lenti enormi teneva il mio libro, un piccolo libro nelle mani. Poveri prigionie tra mani ignote. Nessuno le guarda con i miei occhi d’amore.”
(Forte dei Marmi, settembre 1936)

“Bisogna viverla o scriverla la vita. Mi sembra che ormai per me la scelta sia inderogabile. Scriverla. Scriverla.”
( 16 marzo 1940)

Nota: Il diario di Alba De Cespedes, tuttoggi inedito, è conservato insieme a tutto l’archivio personale della scrittrice e alla sua immensa biblioteca, all’Unione Femminile Nazionale, preso gli Archivi Riuniite delle Donne di Milano, in Corso di Porta Nuova 32.

Volere volare velare

Pubblicato su racconti il Maggio 18, 2008 da fernirosso

* jacek yerka *

Nasce lontano questa storia. Nasce vicinissimo alla nostra .Una sommessa nostalgia di tutte quelle terre raggiunte dentro sé, tra mari vasti più di ogni oceano e montagne altissime, fitte di alberi e nidi di voli.

Volere volare è qualcosa che si impara da bambini, appena si nasce si vola, poi lo si dimentica, per velare la nostalgia della perdita del mare da cui ci si è mossi in volo per non tornare che un giorno, lontanissimo, senza tempo e senza nome.L’inizio, ancora una volta. Loro sapevano che, chiudendo il libro che stavano leggendo,si sarebbe chiusa anche la porta sull’abisso e tutto sarebbe ripreso, come ogni giorno senza bassi né bassissimi o alti: una linea quasi retta e, a parte la noia, nessun cavallo avrebbe fatto viaggiare dentro il vortice della fantasia. Così decisero che mai avrebbero richiuso il libro e il tempo avrebbe lasciato aperto un varco, tra la legatura delle pagine e la spirale dei giorni. La via maestra non è una via stretta e buia ma una via fatta d’aria in aria.

La porta dei sogni si stava chiudendo e bisognava decidere dove stare. Lei scelse di non rientrare nella sua stanza in città, ma di restare lassù, oltre le tegole, sui tetti, insieme ai gatti e alle tante antenne. E fu così che, di tanto in tanto, si sapeva che c’era ancora. Avete presente quelle righe di distrubo della tv? E’ lei che va a passeggio sui cornicioni e le terrazze di copertura. Ogni tanto fa il bucato e stende i panni tra le antenne. Spesso volano via e sembrano solo nuvole, che si sfilacciano in lontananza, con il vento.

A volte la si vede, attorno ad uno strano albero, insieme a pochi altri. Raccoglie i libri maturati. Fateci caso, se avete voglia e non mi credete, basta guardare in controluce, in direzione della sera.

Dagli angoli nascosti le scarpe

Pubblicato su poesia il Maggio 18, 2008 da fernirosso

* jacek yerka *

sorvegliano che nessuno rubi loro i passi.

Negli scantinati

stalattiti sciolte nelle condutture si fanno

stillicidio di gocciolii un’ora

poi l’altra e ancora l’altra ancora

giorno dopo giorno.

Le case, le grandi case abbandonate

hanno raccolto fondali di pioggia

rami radici hanno edificato inesplorate cattedrali di voci.

Gocciano nei capillari delle tubature la trama di passaggi

un’ignoranza fittissima

primordiale catena tra i vivi e i dipersi

rovina della falsa memoria.