quando schizza note come un cello
e lo si lascia evadere
dalle mani
dai piedi e dalla testa
fino alle vie più lontane dei nostri paesi
là dove si declina la sera
nell’acqua dei sogni
è del cuore che si ascolta la parola
e lo si lascia evadere
dalle mani
dai piedi e dalla testa
fino alle vie più lontane dei nostri paesi
là dove si declina la sera
nell’acqua dei sogni
è del cuore che si ascolta la parola
* Juul Kraijer *

il testo in immagini anfibie.
Traiettorie di effigi
soffiate tra fogli e neuroni.
il piede e la terra sotto il suo peso
si fa meno di un lino
sento dentro di me una sostanza chiara
e un lieve piccolissimo seme di vertigine
mi innalza sopra la voragine che sono e vedo
in un altrove che da sempre mi partecipa
un corpo che non sapevo mio
magnifico silenzio ancora mi svolge.
wleslaw walkuski
riscrivono la storia
seme per seme pioggia dopo pioggia
lo stesso sole le stesse stelle
selle di cavalcatura per restare
in queste pianure, strette nella gola di parole ser(r)e
eretta l’impalcatura senza fondata questione e la ragione
tutta sociale di trovare una verità.
Nessuna vera realtà se non quella dei tracciati del cuore
battenti che si aprono un giorno e girano su cardini
fino al sottile ultimo pensiero
es-tinto di nero, l’inesauribile presenza.
Agostino Arrivabene- Vanitas con lepidotteri
resta
la sera consumata
assieme a qualche parola
aria leggera nell’aria
parole come petali
e una pena diffusa
la vita addormentata sprecata
a chiedersi cose che nessuno hai mai visto
dentro i tuoi occhi
dentro il pane secco
di altre parole come fuochi
una ruggine giallastra attorno al ferro
che non apre più la porta
e poi il silenzio
questo spazio dell’anima dove sta accorta la neve.
Non un segno un indizio un’orma trascurata
non una stella un fiocco addossato al corpo
della sera per tutte le sere che ancora cadrà
fitta come i silenzi
la cenere sui fuochi spenti
l’erba fradicia e pesante
quasi come le altre
dissipate parole appese al soffitto
in questa stanza di confini
carezze mai sprecate
alter(n)ati sogni sospesi alle gole ammutolite
fondi di caffè e vasellame antico
innocenza e caducità
acque del nulla
omissioni e segni di preghiera
lasciata altrove sul cordolo che cementa la grazia
mai più usata
la solitudine della bocca svuotata dei sorrisi
la brace di un bacio
l’abitato paese dell’amicizia
dove la neve non copre ma aspetta
aspetta ciò che ritorna
persino di un fiato d’erba di un calore di fiore
scioltosi sotto il bianco.
Capita
certi giorni
che il tempo sfugga alla sua stessa mano
e scorra un dito sopre le nuvole facendone merletti
esploda suoni
abbagli d’ombra le finestre cresciute nella luce.
Si china il tempo in cerca
di un segno di quel rigo nel bianco
che conduce all’accordo
un arco che si spezza
nella freccia di uno sguardo lanciato
alle prime gocce dell’alba
il battere di un metronomo sovrano
un’acqua fatta di milioni di respiri
su sfondi di ceramica fresca.
Restano le mille api nel brusio del coccio
un parlottio di steli che dirottano il vento
le nuvole lasciano a nudo nella voce
ancora altre parole di velo e di cera
verdi d’albero con la bocca che sfavilla
tutto il creato e vorrebbero
passare oltrepassare la mia mano
i pensieri i desideri
vorrebbero da me quel che è perduto
la luce degli occhi il rosso del labbro
il buio dentro il segreto delle mie tante veglie.
Ostinazione il voler ritornare
il voler trovare un fuoco che brucia
dove accendere il sogno di un sempre
di un ancora come traccia persa in un tempo senza data
che ora dentro il suo sonno in una scia
la neve adagia lenta
sopra il tetto e oltre la mia porta.
Componevi i segreti dell’anima
non è cosa comune alla tua età.
Straziante è il segno che ti apre
vi fioriscono inverni di ciliegio
bianchissime stagioni nella soglia dell’adolescenza
leggera quanto un petalo solo
nel ventre dell’aria a primavera
nella serpe della mutazione
nel timbro lasciato da un’orma
il varco invisibile di una moltitudine
piccole ferite profumate
il paese dei suoni.
z.Beksinski
e oggi continuo
le strappo le spello una ad una le sillabe dal corpo
che le parole intere hanno difficoltà ad essere acciuffate.
Le strappo come si fa con l’erba o i fili del rammendo dall’addome
e sto attenta che non vi siano aghi nidi di vespa
sotto la pelle ci sono corpi senza ombre di rigetto.
Sottocute sotto il colletto dei denti
ispessite parole erotico verde ortica sotto le unghie e
viola nelle pieghe della bocca: vado a stanarle
come si fa con gli insetti e le blatte.
Mi guardo e vedo le vedo
sgusciarsi da me farsi chiaro
respirano qualcosa che non è mio non è mai stato mio lume
non questo corpo che cade e cede decade e vuole invecchiare
e in fretta dentro la parola più in fretta dentro la parola si dice
sfiata decrepita la sentenza
decreta una fine prossima già in me e allora tolgo
estirpo queste tracce memoria sulla nuca
innestata dentro cippata nelle ossa scivolata lungo la schiena
a ridosso delle creste ilio possente di un possedimento antico
l’imene compiacente
il prontuario dei segni di me in me che li traduco a vita in vita
e l’ho confusa l’ho confusa l’ho confusa
per un messale un messaggio d’amore.
Incastrata mi eri rimasta incastrata confusa nella mente ingravidata
tu parola acuminata no non stai
chiusa nel cervello tu stai sotto più in basso dove governa
il rosso maestro il contatto l’ignoto il passo il sospeso baratto del tempo.
E avevo deciso di andarmene andarmene da me abbandonarmi per una volta
ma
non mi è possibile
non è possibile che io
lasci la cucina imbrattata insudiciata del mio sangue
me rappresa coagulata attorno ai mobili della dispensa.
E i figli?
I figli, gli amati figli. Non avrebbero certo non avrebbero più
la madia
dove sventrare le paure
dove dirigere le prue delle loro candide stravaganze.
Io la vela gliela cucio con la bocca e
con l’amo la rivolgo ai venti che mi turbinano il petto
qui dove nasce una primavera di neve bianca
fiori di mela e di ciliegio il mio quaderno delle date inoltrate
un giubileo una transazione tra la fine e questo oggi
ancora pieno di incisioni e formelle
nel legno secco del mio ventre vuoto.
“Tutti gli addii ho compiuto. Tante
partenze
mi hanno formato fino dall’infanzia.
Ma torno ancora, ricomincio,
nel mio ritorno si libera lo sguardo.
Mi resta solo da colmarlo,
e quella gioia impenitente
d’avere amato cose somiglianti
a quelle assenze che ci fanno agire.“
Rainer Maria Rilke
ANNE SIEMS
Mi avevi chiesto di aspettare
Mi avevi detto che sareste tornati
mi avevi detto che aspettassi fino all’inverno
ed io l’ho fatto con tutte le mie forze.
Ho aspettato che l’inverno passasse
ho respirato adagio la primavera
fino alla seguente
e ho scagliato lontano il sole di ogni estate
perché non avevo visto nessuno di ritorno.
Ho colorato le giornate che venivano a trovarmi
dentro la mia stanza con tutta la forza chiusa
nelle dita dei miei pochi anni e dentro
la tristezza di un’ adolescenza mai fiorita per intero.
Chiusa tra le pareti ripide dei mie folli inaspettati pensieri
scorrevo il tempo di carta, pagina dopo pagina e segno dopo segno
scrittura mai mandata a memoria e viva dentro il battito e nel sangue.
Avevi detto di aspettare
anche se ci fosse stato il gelo
e la neve ha tormentato la furia e la mia voglia
per tutte le vie dei miei accordati ricordi
in tutti i ponti gettati tra la città che non mi conosceva
e le terre dell’infanzia.
Mi avevi ripetuto e scritto da lontano
di aspettare, aspettare che la strada si accorciasse
e mi sono accorta che si stava accorciando la mia e la vostra vita
senza che vi avessi conosciuto
senza che voi mi aveste vista per intero almeno una volta.
Noi aspettavamo un ricordo
nutrito nel sogno di uno stare insieme dentro
la casa di un tempo perduto
Aspettavamo luoghi lontani
racchiusi nelle vostre lettere perdute e sulle mie spalle.
Aspettavo qualcuno che avesse un nome comune
di persona lontana che tornava cara nella parola pronunciata
sottovoce e dentro me rinchiusa a forza.
Avevi detto che sareste tornati
e ricordavi a memoria i miei dieci primi anni di storia
mentre io già imparavo a scordare
il primo tempo di un atto da moltiplicare.
Avevo aspettato ascoltando quella voce
qualcosa che bruciava ancora
un fuoco che mi cresceva radici aeree oltre la memoria.
Aspettami, mi avevi detto. Aspettami e non far correre nella fretta
la tua veglia. Aspettaci perché sarà presto il tempo del ritorno.
Io che aspettavo avevo imparato a spegnere la lampada
l’olio non scorreva dentro la casa abbandonata
e so che è stata una fortuna avere imparato quella cura che risana.
Ho aspettato, ho aspettato che si facesse vicina la vostra voce in me
e solo allora ho imparato a non aspettarvi più.
Rumori. Tonnellate di rumori. Scavi, nella roccia. Possente area d’aria, bianca, calca-rea. Una montagna, una catena. Lastre, aste di strisci, di congetture graffiate, graffiti di bocche. U U U U mani che strisciano.
I n s e t t i intrappolati nelle voci. Cubi che si arrotano per farsi sfere da corsia, in corsa tra le architetture della vertigine, la ghiaia di pensieri insormontabili. Cassetti,tutte le memorie che la mente archivia. Strade impercorribili, senza luce,senza accesso. Vuoti, salti, precipizi, baratri e gallerie.Buio e battute rigetatte dagli inchiostri. Rumori.Rumori in successione. Sequenze senza senso, che pure vanno da un capo all’altro, da un prima a un dopo e si fanno disfacendosi nell’aria. Leggi il seguito di questo post »
anne siems
da una stagione all’altra me
l’immobile corsa della freccia.
All’inizio tutto è presente
poi tutto si fa perdita
sin dal giorno in cui decidiamo di allontanarci
da noi stessi
la sovrabbondanza non è più intero.
Music: Satie – Gymnopédies 1 and 2 (orch. Debussy)
sono vento tutte le preghiere
fruste nell’aria le parole
spezzano il vuoto fianco di un uomo
abbandonato al suo destino.
Bianco conficcato
nel mattino della carne
sposa di quest’anima svestita e impudica
che senza posa va di mondo in mondo