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(ap)punti dall'arte

Month: febbraio, 2009

quando schizza note come un cello

e lo si lascia evadere

dalle mani

dai piedi e dalla testa

fino alle vie più lontane dei nostri paesi

là dove si declina la sera

nell’acqua dei sogni

è del cuore che si ascolta la parola

una babele di tuoni

Rafal Olbinski

calsurr1.jpg


tutte le parole se ne vanno
scalze e nude
inviperite frecce degli dei
si scagliano tra la notte
e la profondità di questo
buio terrestre
mentre le arp(i)e della memoria
tessono i fili sfibrati in un nodo

con le parole ci gioco da sola

al magnus

27c.jpg


in grande silenzio

sistemo la scenografia

decimali del cielo riflettono

* Juul Kraijer *


il testo in immagini anfibie.

Traiettorie di effigi

soffiate tra fogli e neuroni.

sento che in me cede

il piede e la terra sotto il suo peso

si fa meno di un lino

sento       dentro di me        una sostanza chiara

e un lieve      piccolissimo seme     di vertigine

mi innalza     sopra la voragine che sono     e vedo

in un altrove che da sempre mi partecipa

un corpo che non sapevo mio

magnifico  silenzio       ancora   mi svolge.

alla fine le stagioni

wleslaw walkuski


riscrivono la storia

seme per seme pioggia dopo pioggia

lo stesso sole  le stesse stelle

selle di cavalcatura per restare

in queste pianure, strette nella gola di parole ser(r)e

eretta l’impalcatura senza fondata questione e la ragione

tutta sociale di trovare una verità.

Nessuna vera realtà se non quella dei tracciati del cuore

battenti che si aprono un giorno e girano su cardini

fino al sottile ultimo pensiero

es-tinto di nero, l’inesauribile presenza.

solo per fartene dono

s.kenny

s.kenny

andrò nei cieli di giove

giù fino alle tenebre

raccogliendo dell’universo

la polvere dispersa e nuovi

planetari d’amore

metterò ai tuoi piedi

come fossero solo una nuvola

leggera.


pensieri nell’acqua

Henri Cartier Bresson.


potessero sciogliersi

i pensieri nell’acqua come il citrato

e potessimo berli per digerirci

come un alkaseltzer

Nella neve e nelle impronte del mattino

Agostino Arrivabene- Vanitas con lepidotteri

resta
la sera consumata
assieme a qualche parola
aria leggera nell’aria
parole come petali
e una pena diffusa
la vita addormentata      sprecata
a chiedersi cose che nessuno hai mai visto
dentro i tuoi occhi
dentro il pane secco
di altre parole come fuochi
una ruggine giallastra attorno al ferro
che non apre più la porta
e poi il silenzio
questo spazio dell’anima dove sta accorta la neve.
Non un segno un indizio un’orma trascurata
non una stella un fiocco addossato al corpo
della sera per tutte le sere che ancora cadrà
fitta come i silenzi
la cenere sui fuochi spenti
l’erba fradicia e pesante
quasi come le altre
dissipate parole appese al soffitto
in questa stanza di confini
carezze mai sprecate
alter(n)ati sogni sospesi alle gole ammutolite
fondi di caffè e vasellame antico
innocenza e caducità
acque del nulla
omissioni e segni di preghiera
lasciata altrove sul cordolo che cementa la grazia
mai più usata
la solitudine della bocca svuotata dei sorrisi
la brace di un bacio
l’abitato paese dell’amicizia
dove la neve non copre ma aspetta
aspetta ciò che ritorna
persino di un fiato d’erba di un calore di fiore
scioltosi sotto il bianco.
Capita
certi giorni
che il tempo sfugga alla sua stessa mano
e scorra un dito sopre le nuvole facendone merletti
esploda suoni
abbagli d’ombra le finestre cresciute nella luce.
Si china il tempo in cerca
di un segno di quel rigo nel bianco
che conduce all’accordo
un arco che si spezza
nella freccia di uno sguardo lanciato
alle prime gocce dell’alba
il battere di un metronomo sovrano
un’acqua fatta di milioni di respiri
su sfondi di ceramica fresca.
Restano le mille api nel brusio del coccio
un parlottio di steli che dirottano il vento
le nuvole lasciano a nudo nella voce
ancora altre parole di velo e di cera
verdi d’albero con la bocca che sfavilla
tutto il creato e vorrebbero
passare oltrepassare la mia mano
i pensieri i desideri
vorrebbero da me quel che è perduto
la luce degli occhi il rosso del labbro
il buio dentro il segreto delle mie tante veglie.
Ostinazione il voler ritornare
il voler trovare un fuoco che brucia
dove accendere il sogno di un sempre
di un ancora come traccia persa in un tempo senza data
che ora dentro il suo sonno in una scia
la neve adagia lenta
sopra il tetto e oltre la mia porta.

il paese dei suoni

Componevi i segreti dell’anima

non è cosa comune alla tua età.

Straziante è il segno che ti  apre

vi fioriscono  inverni di ciliegio

bianchissime stagioni nella soglia dell’adolescenza

leggera quanto un petalo solo

nel ventre dell’aria a primavera

nella serpe della mutazione

nel timbro lasciato da un’orma

il varco invisibile di una moltitudine

piccole  ferite profumate

il paese dei suoni.

G i à d a ieri

z.Beksinski

beksinski-obraz10

e oggi continuo
le strappo le spello una ad una le sillabe dal corpo
che le parole intere hanno difficoltà ad essere acciuffate.
Le strappo    come si fa con l’erba   o i fili del rammendo     dall’addome
e     sto attenta      che non vi siano aghi       nidi di vespa
sotto la pelle ci sono corpi senza ombre di rigetto.
Sottocute       sotto il colletto dei denti
ispessite parole        erotico verde ortica sotto le unghie e
viola nelle pieghe della bocca: vado a stanarle
come si fa con gli insetti e le blatte.
Mi guardo e vedo       le vedo
sgusciarsi     da me       farsi chiaro
respirano qualcosa che non è mio non è mai stato mio     lume
non questo       corpo che cade     e cede    decade e vuole invecchiare
e in fretta       dentro la parola       più in fretta dentro la parola    si dice
sfiata        decrepita       la sentenza
decreta una fine prossima già in me e allora tolgo
estirpo queste tracce      memoria sulla nuca
innestata dentro        cippata nelle ossa        scivolata lungo la schiena
a ridosso delle creste       ilio possente        di un possedimento antico
l’imene      compiacente
il prontuario dei segni di me         in me che li traduco a vita      in vita
e l’ho confusa     l’ho confusa       l’ho confusa
per un messale      un messaggio      d’amore.
Incastrata       mi eri rimasta incastrata      confusa nella mente     ingravidata
tu     parola        acuminata no     non stai
chiusa nel cervello tu stai sotto       più in basso       dove governa
il rosso maestro    il contatto     l’ignoto    il passo    il sospeso baratto del tempo.

E avevo deciso di andarmene    andarmene da me                                     abbandonarmi per una volta
ma
non mi è possibile
non è possibile che io
lasci         la cucina imbrattata       insudiciata del mio sangue
me     rappresa      coagulata attorno ai mobili della dispensa.
E i figli?
I figli, gli amati figli.  Non avrebbero    certo non avrebbero più

la madia

dove  sventrare le paure
dove dirigere le prue delle loro candide stravaganze.
Io la vela gliela cucio con la bocca e
con l’amo la rivolgo ai venti    che mi turbinano il petto
qui    dove nasce una primavera di neve bianca
fiori di mela e di ciliegio    il mio quaderno delle date inoltrate
un giubileo      una transazione tra la fine e questo oggi
ancora pieno di incisioni e formelle

nel legno secco     del mio ventre vuoto.

Resisto: sono qui, bianco tra la neve che cade.

“Tutti gli addii ho compiuto. Tante
partenze
mi hanno formato fino dall’infanzia.
Ma torno ancora, ricomincio,
nel mio ritorno si libera lo sguardo.

Mi resta solo da colmarlo,
e quella gioia impenitente
d’avere amato cose somiglianti
a quelle assenze che ci fanno agire.

Rainer Maria Rilke

ANNE SIEMS

Mi avevi chiesto di aspettare
Mi avevi detto che sareste tornati
mi avevi detto che aspettassi fino all’inverno
ed io l’ho fatto con tutte le mie forze.
Ho aspettato che l’inverno passasse
ho respirato adagio la primavera
fino alla seguente
e ho scagliato lontano il sole di ogni estate
perché non avevo visto nessuno di ritorno.
Ho colorato le giornate che venivano a trovarmi
dentro la mia stanza con tutta la forza chiusa
nelle dita dei miei pochi anni e dentro
la tristezza di un’ adolescenza mai fiorita per intero.
Chiusa tra le pareti ripide dei mie folli inaspettati pensieri
scorrevo il tempo di carta, pagina dopo pagina e segno dopo segno
scrittura mai mandata a memoria e viva dentro il battito e nel sangue.
Avevi detto di aspettare
anche se ci fosse stato il gelo
e la neve ha tormentato la furia e la mia voglia
per tutte le vie dei miei accordati ricordi
in tutti i ponti gettati tra la città che non mi conosceva
e le terre dell’infanzia.
Mi avevi ripetuto e scritto da lontano
di aspettare, aspettare che la strada si accorciasse
e mi sono accorta che si stava accorciando la mia e la vostra vita
senza che vi avessi conosciuto
senza che voi mi aveste vista per intero almeno una volta.

Noi aspettavamo un ricordo
nutrito nel sogno di uno stare insieme     dentro
la casa di un tempo perduto
Aspettavamo luoghi lontani
racchiusi nelle  vostre lettere perdute e sulle mie spalle.
Aspettavo qualcuno che avesse un nome comune
di persona lontana che tornava cara  nella parola pronunciata
sottovoce e dentro me rinchiusa a forza.
Avevi detto che sareste tornati
e ricordavi a memoria i miei dieci primi anni di storia
mentre io già imparavo a scordare
il primo tempo di un atto da moltiplicare.
Avevo aspettato ascoltando quella voce
qualcosa che  bruciava ancora
un fuoco che mi cresceva radici aeree oltre la memoria.
Aspettami, mi avevi detto. Aspettami e non far correre nella fretta
la tua veglia. Aspettaci perché sarà presto il tempo del ritorno.
Io che aspettavo avevo imparato a spegnere la lampada
l’olio non scorreva dentro la  casa abbandonata
e so che è stata una fortuna avere imparato quella cura che risana.
Ho aspettato, ho aspettato che si facesse vicina la vostra voce in me
e solo allora ho imparato a non aspettarvi più.



Sopra e sotto un testo.Un testo sottosopra

Rumori. Tonnellate di rumori. Scavi, nella roccia. Possente area d’aria, bianca, calca-rea. Una montagna, una  catena. Lastre, aste di strisci, di congetture graffiate, graffiti di bocche. U U U U mani che strisciano.

I n s e t t i intrappolati nelle voci. Cubi che si arrotano per farsi sfere da corsia, in corsa tra le architetture della  vertigine, la ghiaia di pensieri insormontabili. Cassetti,tutte le memorie  che la mente archivia. Strade impercorribili, senza luce,senza accesso. Vuoti, salti, precipizi, baratri e gallerie.Buio e battute rigetatte dagli inchiostri. Rumori.Rumori  in successione. Sequenze senza senso, che pure vanno da un capo all’altro, da un prima a un dopo e si fanno disfacendosi nell’aria. Leggi il seguito di questo post »

i nomi passano

anne siems

da una stagione all’altra         me

l’immobile corsa della freccia.

All’inizio tutto è    presente

poi tutto si fa    perdita

sin dal giorno in cui decidiamo di allontanarci

da noi stessi

la sovrabbondanza non è più intero.

Leggi il seguito di questo post »

Nell’aria

Music: Satie – Gymnopédies 1 and 2 (orch. Debussy)

sono vento tutte le preghiere

fruste     nell’aria      le parole

spezzano il vuoto      fianco di  un uomo

abbandonato al suo destino.

Bianco conficcato

nel mattino della carne

sposa di quest’anima svestita  e impudica

che senza posa va di mondo in mondo

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