G i à d a ieri

z.Beksinski

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e oggi continuo
le strappo le spello una ad una le sillabe dal corpo
che le parole intere hanno difficoltà ad essere acciuffate.
Le strappo    come si fa con l’erba   o i fili del rammendo     dall’addome
e     sto attenta      che non vi siano aghi       nidi di vespa
sotto la pelle ci sono corpi senza ombre di rigetto.
Sottocute       sotto il colletto dei denti
ispessite parole        erotico verde ortica sotto le unghie e
viola nelle pieghe della bocca: vado a stanarle
come si fa con gli insetti e le blatte.
Mi guardo e vedo       le vedo
sgusciarsi     da me       farsi chiaro
respirano qualcosa che non è mio non è mai stato mio     lume
non questo       corpo che cade     e cede    decade e vuole invecchiare
e in fretta       dentro la parola       più in fretta dentro la parola    si dice
sfiata        decrepita       la sentenza
decreta una fine prossima già in me e allora tolgo
estirpo queste tracce      memoria sulla nuca
innestata dentro        cippata nelle ossa        scivolata lungo la schiena
a ridosso delle creste       ilio possente        di un possedimento antico
l’imene      compiacente
il prontuario dei segni di me         in me che li traduco a vita      in vita
e l’ho confusa     l’ho confusa       l’ho confusa
per un messale      un messaggio      d’amore.
Incastrata       mi eri rimasta incastrata      confusa nella mente     ingravidata
tu     parola        acuminata no     non stai
chiusa nel cervello tu stai sotto       più in basso       dove governa
il rosso maestro    il contatto     l’ignoto    il passo    il sospeso baratto del tempo.

E avevo deciso di andarmene    andarmene da me                                     abbandonarmi per una volta
ma
non mi è possibile
non è possibile che io
lasci         la cucina imbrattata       insudiciata del mio sangue
me     rappresa      coagulata attorno ai mobili della dispensa.
E i figli?
I figli, gli amati figli.  Non avrebbero    certo non avrebbero più

la madia

dove  sventrare le paure
dove dirigere le prue delle loro candide stravaganze.
Io la vela gliela cucio con la bocca e
con l’amo la rivolgo ai venti    che mi turbinano il petto
qui    dove nasce una primavera di neve bianca
fiori di mela e di ciliegio    il mio quaderno delle date inoltrate
un giubileo      una transazione tra la fine e questo oggi
ancora pieno di incisioni e formelle

nel legno secco     del mio ventre vuoto.