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(ap)punti dall'arte

Month: marzo, 2009

forme

Tomasz Setowski

img012_tajemnice_reinkarnacji.jpg
for/me
perimetri del de-siderio
traiettorie di percorsi
aerei che s’incuneano come pietre
scalano il cielo

gli uomini le loro abitazioni
i segni del loro stare qui
raccolti di/messi
mesi nella stagione della vita

un fiume di esche
zattere d’acqua sui corsi dell’era
favole e favi
si schiudono
chiedendo una voce
una testimonianza davanti a ciò che scivola
via

grovigli di case
nodi
miagolii dei nuovi nati
oltre il muro di qualcosa che resta
r i v e l a t o


UN’IDEA da vivere insieme: INVENTIAMO UN FA-VOLARIO

Le opere che ho portato questa volta appartengono a Vladimir Gvozdariki, un artista russo. Non chiedetemi troppo su di lui perché i siti che lo presentano son scritti in cirillico e dunque sono un rebus,un labirinto da percorrere a vista. Ricca, ricchissima di immagini, la sua produzione spazia tra ambiti diversi: dai meccanismi alle bambole, al disegno, alla pittura…

Queste qui sotto sono alcune immagini che mi sembrano particolarmente adatte per provare a scrivere fiabe, come dice Rose, o favole, come invece sostengo personamente. Sarebbe bello poterle intrecciare, le immagini.Cinque bambine, o sorelle o…connettere le immagini alle vostre storie  sarà il vostro impegno, poi sarà indetta una lettura per la storia che più ci ha appassionato, coinvolto e, magari, la si può trasformare in raccolta…trovate voi le motivazioni. Che ne dite?Fatemi sapere.

COME E DOVE INVIARE?

A cosimalago@hotmail.it

NOTA BENE: anche questo blog partecipa alla raccolta dei testi

http://www.dmksite.net/

Il link dell’artista di cui appaiono le immagini:

http://www.gvozdariki.ru/0001/gvozd.html

ACQUAMARINA- favola di ROSE BAZZOLI

Fra tutti i reami del mondo, ce n’era uno ricchissimo di acqua e governato da una dinastia di re benevoli e felici. C’erano fiumi, laghi e mari, pesci d’acqua dolce e salata, vegetazione ovunque, grazie al governo saggio e lungimirante dei re che si erano succeduti.

La popolazione si sentiva al sicuro e si dedicava alle varie attività: chi coltivava la terra, chi pescava, chi allevava il bestiame. C’erano poche industrie e quelle poche avevano attuato da tempo delle tecniche molto avanzate di riciclaggio che permetteva loro di non andare ad inquinare il prezioso patrimonio d’acqua, bene primario del regno.

L’ultimo re della felice dinastia era rimasto vedovo, ma riceveva grande consolazione dalla figlia che tutti chiamavano affettuosamente Acquamarina.
Una fanciulla così bella non s’era mai vista e i sudditi l’adoravano, al punto da passar sopra i capricci e le bizze che aveva iniziato a manifestare già nell’infanzia.
Una bimba così bella, rimasta senza mamma … come non esaudire ogni desiderio, pur di vedere tornare il sorriso su quelle deliziose labbra imbronciate?

Il nome le si addiceva particolarmente, infatti la sua passione era l’acqua. Si era fatta costruire un palazzo sfarzoso con fontane, piscine, acquari e giochi d’acqua ovunque. C’erano viali dove passeggiare, accompagnati da zampilli d’acqua che, attraverso meccanismi ingegnosi, producevano melodie rilassanti. In altre zone del parco erano state create delle rapide tumultuose che sfociavano su abissi rocciosi, dando luogo a cascate multicolori, a causa degli arcobaleni che si producano nell’aria circostante.

Ma la passione più grande della principessa era bagnarsi nell’acqua. Faceva cinque bagni al giorno e dieci docce. Il Gran Ciambellano l’aveva messa in guardia dall’uso di tutti quei sali, schiume e prodotti di bellezza, ma lei aveva imposto che fossero versati addirittura nelle sorgenti, in modo da sgorgare già perfettamente miscelati dai rubinetti d’oro.

Che bellezza, starsene sotto il getto di quell’acqua piacevolmente profumata che creava una deliziosa schiuma su tutto il suo corpo!

In effetti, il consumo d’acqua e l’inquinamento della stessa cominciavano a farsi sentire. Il Gran Ciambellano si era rivolto al re:
“Sua Maestà, vorrei farle presente che la Principessa sta dando fondo alle nostre riserve naturali d’acqua. Diversi fiumi si sono disseccati, a causa anche dell’ultimo periodo di siccità che avrebbe dovuto suggerire un consumo più moderato. Sui fondi dei laghi si stanno accumulando sostanze chimiche che uccidono la flora e la fauna acquatiche.”

Ma il re amava troppo la figlia e non si sentiva in cuore di negarle il suo divertimento preferito.
“Compreremo l’acqua dai regni vicini!” disse al Gran Ciambellano.
E così fu. L’acqua cominciò ad essere importata a prezzi esorbitanti, ma non era sufficiente per l’agricoltura e per abbeverare il bestiame, quindi, ben presto queste attività furono abbandonate e molti abitanti del regno dovettero emigrare lontano, alla ricerca di un lavoro che consentisse loro di continuare a vivere.

Il re invecchiava. La sua unica gioia ormai era osservare la figlia mentre si lavava i denti e faceva il bagno o la doccia. I rubinetti erano sempre completamente aperti, come aveva preteso fin da piccola … perché era così bello vedere l’acqua sgorgare e sgorgare … le dava un senso di appagamento.

Il Gran Ciambellano una volta si permise di dirle:
“Sua Altezza, ci sono luoghi dove la gente chiude il rubinetto, mentre si spazzola i denti, tanto l’acqua è preziosa e altri dove addirittura le persone devono percorrere ogni giorno diversi chilometri, per andare a raccogliere secchi d’acqua sporca e melmosa!”
“Ma non mi venga a raccontare queste orribili storie di paesi incivili!” aveva esclamato la Principessa, gettandosi sullo scivolo del nuovo acquapark che si era fatta costruire.

Ma un giorno, anche le riserve auree del regno si esaurirono. Il re si indebitò coi paesi vicini e non passò molto tempo, perché questi capissero che non sarebbero più stati pagati. Così, uno alla volta … chiusero i rubinetti.
Ci volle una settimana, perché tutte le cisterne si svuotassero. Nessuno osava avvicinare la Principessa che giocava allegramente nell’acqua tra schiuma e zampilli profumati.

Poi, un giorno, Acquamarina fu svegliata da un insolito silenzio.
Si affacciò al balcone: il viale dei giochi d’acqua era muto.
Fontane e piscine si erano svuotate del tutto durante la notte.
Andò nel suo bagno: la vasca era vuota, per la prima volta nella sua vita.
Guardò scandalizzata la cameriera che stava lì ad occhi bassi con aria mesta e colpevole.
Si precipitò ai rubinetti … non li aveva mai visti … così!
Senz’altro sarebbe bastato aprirli …
Chi era quello sciocco che li aveva chiusi!
Li girò freneticamente da una parte e dall’altra … nulla!
Si voltò terrorizzata; il vecchio padre la guardava dalla soglia con un’espressione abbattuta e stanca:
“E’ finita, figliola. L’acqua è finita.”

un petalo o un’intera corolla

nella mente di chi ascolta

un sasso

lanciato nello stagno.

le voglio mettere

un fuoco dentro
una brace

che bruci la gola e la lingua s’interri
in un eterno di parole friabili

legni della terra radici di cielo
rami bracci  fiumi consacrati del dio mai conosciuto

linfa dello stesso mutevole corpo pane
che parla e che ride linfa che scrive

multiple parole senza classifica non merci
ordine o lignaggio   linguaggio catena

parola nata per donarsi  o bolo
incenerito nella soglia di un bacio

vicinanza domestica del dio che si fa lievito e crepita
divino  esce dalla fronte

nasce dalla fonte nel battere del cuore
labirinto di innocenza e di destrezza grande

pronto a ferirsi  morirsi     e duro e durevole
quanto la pietra di una parola dura

o d i o

dio della guerra e della miseria
della sepoltura e della distanza

dio dell’oblio e della maschera
dell’oro delle fauci della bestia

scannata parola osannata e messa
a catenaccio nell’uscio di ogni casa

spersa là dove resto in ginocchio
esposta ai mille lumi di una sola sapienza

terra intorno all’asse disposta in quel fitto
campidoglio del cielo

dove la luce è sparsa.

*

“sta come il pesce
che ignora l’oceano
l’uomo nel tempo”-
Kobayashi Issa

Da qualche parte

ho raccolto i semi
da qualche parte in me e nel ruvido
della mano  nella distanza da me stessa
nella pietra  di ciò che cade  senza morire
ha messo radici   l’albero delle piume
il mio bene  il mio piccolo mandorlo fiorente
in un inverno del cuore  una primavera i desideri     senza turbine.
Tanto   tempo  tanto tantissimo  tempo fa
una eternità dopo l’altra
hanno rallentato i cicli del vento in me la corsa
della pioggia ha rotto gli argini
del fiume ha disegnato altrove la riva delle nuvole
che mi premevano l’anima  ha relegato in altre spiagge  le maree
dei ricordi   non hanno un volto  le voci che mi naufragano
i miei pensieri  si sono capovolti
stanno sommersi nelle strette ferite della terra
nella gola della selce che non canta le sue storie dentro il battito
del cuore    nel buio la sua antracite cova      solo
l’uovo della perdita.
Eppure lo so  lo sento
nitido lo riconosco    quel soffio     quel lieve
mutevolissimo respiro   il bianco incorrotto   il guscio
la mandorla bianca di amore
apertasi nell’orlo nell’oro  di una mano in festa
nell’ansa di una bocca  conosciuta nei miei mille anni sulla terra
la leggera pressione di una breve parola
mai consumatasi dopo
essere stata cantata detta e dettata
milioni e milioni di volte in milioni e milioni di note
di storie e di poesia
dentro     nella mente e nella carne      così inevitabilmente
prossima  come la neve in estate o la vecchiaia  nell’infanzia
incauta come l’erba che rispunta dimentica del passo che la calpesta
della falce che la muore e viene       senza pensiero viene
profumando il creato e stabilendo una vittoria su ciò che è duro e
si spacca
sulle scisti  dell’odio sulla sete di bellezza
sul male che preme il minimo spessore del petto
viene nello spazio sapiente del corpo nella terra lavorata dal mistero
nell’estasi e nel rischio nell’urgenza di un riparo
nel disastro viene      incorrotta voce chiara.  E in ogni cataclisma sa
che la terra ha in serbo una memoria vasta
ampia quanto tutto l’universo dei soli
ha sementi di sapienza e dalle radici
mette in cielo i rami dell’intero
un bosco dove tutto è al posto giusto ed è respiro.
Pianta gli odori    i suoni e semina di sé tutti gli animali.
E’ nel suo corpo che noi siamo ancora
nell’inevaso tempo    le sue ferite perfette.

*

Somewhere – traduzione di Rose Bazzoli

I have picked the seeds
somewhere inside me and in the roughness
of my hand in the distance from myself
in the stone of what falls without dying
the feathers’ tree has taken root
my good my little blooming almond tree
during a winter of the heart a spring of wishes with no whirl.
A long very long time ago
ages after ages
have slowed down the wind cycles within me the race
of the rain has broken the river’s banks
drawing elsewhere the clouds’ shore
urging my soul has banished to other beaches the memories’
tides the voices wrecking me have no face
my thoughts are upside-down
and keep in narrow deep wounds of the ground
in the flint’s throat that doesn’t sing its stories inside
the heart-beat in the dark of its anthracite broods only
on the egg of the loss.
Yet I know I clearly feel
I recognize that sigh light
inconstant breath the incorrupt white the shell
the white almond of love
open on the edge of a golden joyful hand
in a mouth’s cove known during my thousand years’ life on earth
the light pressure of a brief word
never worn out not even
after being sung said and dictated
millions of times and millions of notes
stories and poems
inside my mind and my flesh so inevitably
close like snow in summer or old age in childhood
incautious as the grass coming out again no matter the step over it
the sickle killing it and it comes without a thought
perfuming the creation and gaining a victory over what’s hard and
cleaves
on the schists of hate the thirst of beauty
the bad pressing slightly on the heart
it comes in the wise space of the body the ground worked by mystery
the ecstasy and the risk in the urgency of a shelter
in the disaster it comes a clear incorrupt voice. And in each cataclysm it knows
that the earth keeps aside a large memory
wide as the entire universe of stars
it has seeds of wisdom and from the roots
spreads into the sky the branches of the whole
a forest where everything’s in the right place and is breath.
It plants the smells the sounds and sows all animals of itself.
It’s in its body that we remain
in the undispatched time its perfect wounds.

Senza peso

Biagio Cepollaro, Lirica breve-1,2009
Dipinto su tavola, cm 32 x 30
Tecnica mista

Biagio Cepollaro, Lirica breve-1,2009

vorrei che la parola crollasse
dal basso delle sue sillabe sprofondasse
un asse transitorio permanente
un ago senza bilancia e pesi
un lago di liquido vetro trasparente
e lì
nascere     toccare
la parola elìsa      arcaica    parola d’osso

una bocca senza  vento.

Comincerò da sola

Smoking Permitted

senza scalfire un filo d’ombra

comincerò da sopra
grattando il soffitto
e poi con la polvere seminerò
in giardino il fico e la mandorla
spaccandomi l’orlo
dell’occhio aprirò la madia e
la vista sarà un estuario di colori

Comincerò ancora una volta.

Dalla cava della vena       dal rosso
seminerò i papaveri del sangue
la cedevole calendula delle ossa
graffierò l’argento del midollo
per farne suoni e pioggia che canta
un filo d’erba alla volta
per tingere il verde nello sguardo
e ancora
spogliandomi dei pensieri
trovare la rotonda eternità della caduta.

PAOLO BORGHI- CAVITA’ RISONANTI

Cavità segrete e risonanti, l’immobilità del tempo, la mutevolezza delle sembianze in forme durevoli e incontaminabili di bellezza.

Nella mostra a  Malnate di lui si trova scritto, nella presentazione delle opere:

(…) Quando l’arte contemporanea si guarda nell’arte antica sa di contemplarsi in uno specchio infranto. Se così non fosse l’arte cadrebbe nella gelida palude dei calchi antiquari e dello sterile citazionismo. Per Borghi come per gli artisti contemporanei che hanno scelto l’Antico e le litografie classiche a stella polare del loro percorso espositivo (penso a Igor Mitoraj ma anche a Savinio e De Chirico) la contemplazione dello specchio infranto è possibile solo a patto di utilizzare le chiavi interpretative che ha messo a disposizione la Modernità. Esse sono due, tutte e due necessarie: il Simbolismo e il Surrealismo. (…) Accade così che le sculture di Borghi diventino enigmi, sciarade filosofiche, allusioni ad un “altrove” che abita la nostra anima e attraversa i nostri sogni prima di manifestarsi nel mondo visibile (..)

Antonio Paolucci, 1999

Sul filo della metamorfosi

Malinconia segreta

L’ora senz’ombra

Passaggio frettoloso

Il cantico dei cantici-

“Il mio amore è sceso nel suo giardino, nelle sue aiuole di spezie,per pascersi nei giardini, per raccogliere gigli. Io sono del mio amore e il mio amore è mio, egli che si pasce fra i gigli!” Lui:” Sei bella, amica mia, come Tirza, bella come Gerusalemme, terribile come cose strabilianti!” (6,2-4)


eco

Sulla scogliera

Il luogo del sogno

Equilibrio temporale

Torso inglese

Fine dell’adolescenza

Torso blu

La scogliera di Saffo

Il nodo sospeso

La valle dell’Eden

La metrica di Saffo

Il grande arco

Figure in an Unstable Landscape

Madre e figlio

Sopra il paesaggio

Paesaggio matrilineo

Notizie biografiche

Nasce a Como nel 1942, segue i corsi di pittura, disegno e architettura al Castello Sforzesco e all’Accademia di Brera. Nella bottega del padre Stanislao, cesellatore di fama, impara tutte le tecniche del trattamento dei metalli. Arricchito da questa esperienza, scopre la necessità di dedicarsi alla scultura. Acquista famigliarità con la grande dimensione che lo porta ad eseguire in bronzo lavori di grande impegno per committenti italiani e stranieri; negli anni 1965-70 realizza opere per la cattedrale di Esmeraldas in Ecuador, per la parrocchia di Rovellasca, oltre al Monumento ai Caduti di Fino Mornasco. Seguirà la scultura in legno, marmo e terracotta. Nel 1972 tiene una mostra personale presentato da Mario De Micheli. Nel 1980 gli viene dedicata una ampia mostra al Museo di Milano a cura di Franco Solmi. Nel 1984, i Musei Civici di Varese, presentano una sua antologica.
Nel 1986 è invitato alla Biennale internazionale di Venezia; nel 1989 e nel 1993 alla Biennale Nazionale d’arte città di Milano. Espone a l’Aja nel 1987. Nel 1990 è presente a Dallas, Wolfsburg, Amburgo. Nel 1991 espone a Tokyo e Wuppertal. Partecipa a rassegne a Parigi nel 1996, 1997, 2000. Sue opere pubbliche sono collocate a Malnate, Agrigento, Los Angeles, Roma, Poggioreale, Trieste, Alcamo, Gorla Maggiore.
Ha realizzato monete per il Vaticano e la medaglia ufficiale per il Giubileo 2000. Ottiene altre importanti commissioni nell’ambito ecclesiastico, tra cui il portale della cattedrale di San Francesco di Paola e il nuovo presbiterio di Duomo di Terni. Da tempo collabora con importanti architetti tra cui Paolo Portoghesi. Nel 2005 ha realizzato la tomba del vescovo martire Oscar Romero nella cattedrale di San Salvador.

Vive e lavora a Malnate, via Via Cacciatori delle Alpi 11 – 0332 425365
F. Gualdoni, Sculture 1998-2001, Mazzotta, Milano 2001
AA.VV., Paolo Borghi. Erosioni, catalogo della mostra, Palazzo del Ridotto, Galleria Comunale, Cesena, 1999
AA. VV., Paolo Borghi sculture 1984-1997, catalogo della mostra, Museo delle Arti Palazzo Bandera, Busto Arsizio, 1997

sito di riferimento:

http://www.artevarese.com/av/view/artisti.php?sys_tab=300c4&sys_docid=37

concerto di uccelli

me lo dedico e lo dedico a chiunque abbia, come me, necessità di voci pulite e scevre da qualunque forma di interesse.

L’unico dispiacere è che, comunque, anche in questa oasi, si sente chiaro il “rumore” del mondo, di quello affollato di molestie di ogni tipo, inquinato e inquinante da e con  ogni genere di barbarie.

qui, invece, due luoghi in cui, prima che l’uomo si svegli e nel farsi della luce, regna l’incanto

ciò che mi ricordano è che ovunque, da nord a est , sud e ovest, come tutti gli altri animali, parlano UNA SOLA LINGUA.

Fu così che accadde

Modern_Chinese_Ink_Animation

.
per uno scricchiolio profondo

all’interno dell’anca un gocciolio
di essenze    linfe     nei vasi
separarono       uno dopo l’altro
i fasci tendinei
muscoli     fossili e     cre(s)te
cattedrali sanguinavano
parole consumate sdrucite
strusciate contro la rabbia
cresciuta nei fossi
a ridosso del midollo      lucente
addomesticato nel lampo del ring
la bocca sdentata del cosmo
senza più tempo senza più un attimo di pace.
Cercai l’uscita    senza nemmeno rendermi conto
e
nacqui
in questo sogno  teso  dentro una notte inesauribile.

da quel giorno

una continua caduta una corsa
nella testa della vite nel taglio della memoria
mi accerchia ogni passo io
mentre non sono più l’intero mentre avanzo
altrove sempre traguardandomi. Gesto: segnare una soglia
senza sapere mai. Una terra sospesa
il disegno affollato di odori suoni
abbandonati ovunque ricordi appesi
ai balconi cresciuti nel fianco di gerani sulla corda degli astri dietro
il vetro di specchi immersi nell’acqua nel sogno
liquido inizio di ciò che è nel sangue vivo
ancora quel giorno.

*

an everlasting falling a race
in the head of the screw in the cut of memory
surrounds me every step me
while I am the whole no more while I move forward
otherwhere always looking at me through. Gesture: marking a threshold
without knowing, never. A suspended land
the pattern crowded with smells sounds
everywhere forlorn recollections hanging
from the balconies blooming in the side of geranium on the starry rope behind
the glass of mirrors sunk in the water in the dream
fluidly beginning of what’ s in the blood alive
still that very day.

.

translation by dmk.

I n s e g n i

io        non grido
non    mi affanno
in cerchietti di parole usurate     io      sono già      morto
da vivo mi sono fatto      cerchio a me stesso
e tronco     in me         la voglia di raggiungere
ciò che in voi di me     si (r)a g g i r a    la faccia
tra i capelli smorta     nell’ombra
mi cova lontana     da se stessa    una sera
senza lume e senza suono
e sono     quello di altre grida
lontano
le identità precluse ad ogni sguardo

All’orlo

quale è il peso
di cento passi?
Nella storia dell’uomo quale è il peso del suo?
Cento mille
milioni di uomini
passati
in una linea
la so(m)ma è
ieri
c o n c a v a     d i s e g n i

TUTTO IL CIELO A PRECIPIZIO

infinità dentro la misura che sfugge
ancorata all’orlo del giorno e della notte
là dove il globulo occhio nel cosmo è solo
un pianetino tra i tanti
innumerevoli
soli.

Un corpo da (s)ballo o da imballo! Parola!

M a l e detta parola
mon(a)ca     p o e s i a      fatta di fiato
parola amministrata dentro un cart(ell)one di disegni
parola somma senza calco e calcolo astenuta estenuata parlamentare parola
impiastricciata gitante parola gigante
malgovernata tabulata infuriata parola che s’inturbina si staglia s’impenna
si strimpella dentro le orecchie bacheche
di chicchesia provo letta
allettata parola bis-bis-bigliata bi- lingua parola (s)bocc(iat)a
sfoderata ai quattro sensi nel palatino
del cucca e magna et imperat.
Parola inzaccherata truffata truffatrice camuffata da fattrice
intruppata e letta parola
in palchi falcoscenici dell’io
avviluppato in spira(to) dire e ire
nutrire ciò che nessuno vede: la fabbrica continua di una lurida guerra.
P(a)role di parole
parola per parola incanalata incancrenita parola
nella gola di una smania senza giusta giustizia
giustiziata parola da commercio
tetta culo fica e retto monumento
aggiustato da un p i c c o n e ll’ a u d i t e l ‘ uffizio santo e sacrificale
del legare in un solo visibile l’ incrocio laterale in-patto
l’ori-fizio arti-colato artefice di un orto papabile nelle gonadi di un cuore artificiale
cuore senza più cure né spessore o suono
spesso rateizzato cuore dell’inganno
tableaux del culto di ciò che sta dietro
il dietro di ogni uomo.

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