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(ap)punti dall'arte

Month: marzo, 2009

Perché REAltà è l’unica maya

Octavio Ocampo

Ben Goossens

Jacek Yerka

una covata di bacche

Juul Kraijer
Museum Overholland- 2001.

bocche          sgranate             che sgusciano

sole               in bacheche       mietiture di logiche

raccolti         quaderni             di terra

roghi             elementali

linfe              voci                   milioni di esseri

in volo         fermenti             scintille

mettono       in fuga               l’orizzonte

nel sangue   la nenia             del rosso

migrazioni  dentro la gola    travalicano

la mitralica l’ aorta               sorgendo come un’acqua

vi(v)a nella favola

in una parola                       di porpora.

Se ti dedicassi, amore…

Se tu fossi     un seme      nella terra ti seminerei
palmo a palmo    le mani
le zolle dei piedi

infinito sarei.

Fino al segno        nel cuore del tuo legno
io    ti raccoglierei
tu sei       tutte le stagioni     nel quotidiano di ogni stanza.
Anche di carta ti camminerei e      ad agio   un andante
giorno dopo giorno nella grafia delle tue orme
pioggia     sulla pietra dei miei silenzi       ti riceverei.
Se tu    in un fascio       di essenza       una barca      mi apparissi
nella vela del tuo essere    aria e corpo      dentro il corpo
nell’immenso     ti veleggerei      fino alla riva di ogni tua sillabazione     naufraga
onda dopo onda    a cercarti ritornerei    e       di navigarti ancora e ancora sognerei.
Ma se   sfasciandosi     quel legno      tra i marosi      altro si facesse e
fiume           di passione diventasse
oltre il tempo     oltre qualunque storia      a nuotarti verrei
fino a che il corpo    mio  tuo        acqua
nell’ acqua più profonda e inarrivabile del sempre       si perdesse.
Se tu fossi       casa       perché casa è l’essere
ampio    come un  giorno      quando la notte lo dissolve        a distesa
dentro i miei pensieri       più limpido     e dentro la furia dei tuoi sogni
come un segno preciso ti vivrei
del tuo corpo le mie stanze farei     il prima  il poi
ogni mio minuto le tue ere      in lettere      invertirei
della vita    il senso     degli astri     il movimento.
Se fossi poeta     come so che sei     da un tempo antecedente al nostro
conierei un intero   e       imparerei
dentro il mio nodo ad arrivare al tuo dono     mondo e modo
unico    trovarti      rintracciarti

fiato per fiato lingua per lingua al mio respiro e al mio silenzio ti legherei

senza toccarti      senza sfiorire  i tuoi  nitidi tracciati.
Credo che        se la creazione è nascere
allora noi nasciamo insieme      sempre
ogni volta che ci lasciamo

io terra tu seme tu fiore io legno io acqua tu vaso

perché abbiamo un abito e una  sostanza in te(r)ra
corpo di un intatto presidio di amore.

Se       amare è vivere
allora mille e mille volte io già ti amo
senza vederti ti respiro senza saperti ti percorro
senza sfiorarti   ti fiorisco

in me ogni tuo tempo.

Tu mi primaveri un corpo che è l’unica stagione del mio
tempo d’ essere precisa e oscura
canzone che sorveglia la tristezza e verde
mi richiami da ogni filo d’erba della tua scrittura
fresca e acuta       un mattino che si sveglia      e punge la notte
come la spina di ogni dolore       ma è rosa
di bellezza piena e calendario di colore
luce alla mia immobile cecità.
E     ricordo
ricordi?
quando ho avuto fame
tu mi hai mangiato
hai mangiato quella fame per saziarmi
e
quando ero buio e l’oscurità erano i miei passi
mi hai camminato dentro      in tutte le forme della luce
quando sono stata un libro che voleva chiudersi hai letto
le mie pagine più scure e ti sei fatto      notturno       senza tingerti di nero.
Se ti dedicassi, amore
il seme di una terra fatta d’incendi
verrei a percorrerti dentro l’aria di tutti i miei respiri e
d’acqua planerei sui tuoi crinali
fino al legno nel tuo cuore acceso
per farne stagioni in ogni mia distanza
ti camminerei adagio giorno per giorno e
giorno dopo giorno
pioggia dopo pioggia amandoti ti scorrerei
nuovo vivendoti come la prima volta
quando
leggero
piovesti   in me      leggendomi lontano.

 


Dove la sera spinge qui dentro me

Odd Nerdrum- Loving Couples

l’oscuro e  inquieta la  storia     la quiete   senza turbamento della morte

lancia   profonda  la freccia     il  veleno della vita

solo il silenzio erige un fondale

fonda i suoi tempi   ogni attimo in cui  mi esilio nell’atto di esigere

l’attitudine d’ essere    altro

altrove     io    l’alveo

che canta      me     incantato

incatenato alle  due corde

suo prima suo dopo  per  sempre  oltre      ciò che non so

nella bellezza  tutta     in me  specchiata e persa

nei tuoi occhi arsa  precipitando il cielo

nella voce

che sa    dire       solo cose oscure

nascoste a me  l’origine  la foce

il mattino il  giaciglio la sorgente

l’umido      l’ ultimo      lo sguardo

fiume     scuro

che vicino m’  insegue e sicuro oltre passa

la corda il  silenzio gira stretto

teso  nel sangue

afferra  il tuo cuore sbandierato come un giglio

e lì cova  la notte il   declino

l’ombra sfioccata dal tuo volto

il nero di un’appartenenza  al pianto    il suono infranto

la vita sulla corda di quell’arco

chiuso nel  tuo occhio

per sempre   chiuso nell’atto di uccidere ciò che è lì e ti traguarda

perdendoti  in ogni rincorsa verità

agognato segno e  follia del poter credere       d’essere

eterno.

Eppure in mezzo a tanto buio nella selva

m. kenna

un arbusto di insolita leggerissima bellezza
cresceva
restando distante dalla moltitudine dei tronchi. Aveva una voce
dentro ogni foglia
aveva una ferita sotto la vetrina
aveva una linea che gli camminava il dorso
una linea maestra gli solcava la veste.
E cantava cantava dalla gola di mille usignoli
dalla bocca delle rocce
dalle antenne delle formiche dalla tasca della veste dei mirtilli.
Cantava cantava da solo fino dentro la sera e di notte
sognava e sono certa segnasse
la profondità di tutti i regni i legni e la scorza delle stelle
la risata della neve perenne sulla cima delle illusioni
mentre gli scivola in gola lungo un sorso di morte
e lo addormenta, finalmente,
in un letto di salvia in una risata di alloro.
Per sempre per sempre
ora canta sotto terra che non ha fine la radice smossa

non ha fame la sua fame antica

e la vena d’acqua la rinforza e la spinge alla sorgente
l’innalza fino alla mia bocca che bevendola ne muore.
Tutto per amore solo un gioco d’amore
amore mai incontrato mai sfiorito
e mai mai
mai ancora spezzato.

*      *

And yet in the thick darkness of the wood
a young tree of unusual very light beauty
was growing
far from the multitude of trunks. It had a voice
inside each leaf
a wound under the glaze
a line across the back
a mainline furrowing its gown.
He’d sing and sing from a thousand nightingales’ throats
from the rocks’ mouths
the ants’ antennae and the bilberries’ pocket.
He’d sing and sing alone up to the very night
he’d dream and I’m sure he’d mark
the depth of all reigns woods and stars’ skin
the laughter of the perpetual snow on the illusions’ peaks
while it goes down its throat, along a death’s drop
and it puts it to sleep, finally,
in a bed of sage in a laurel’s laugh.
For ever and ever
it sings now under the ground
that the loose root is endless

and its ancient hunger is not hungry

and the stream of water strengthens it and guides it to the source
lifts it up to my mouth which dies by drinking it.
All this for the sake of love, just a love game
never met never faded
and never never
broken yet.

.

translation by Rose Bazzoli

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