Colombe e polvere – Antonia Piredda

Benjamin Lacombe

e si aprano, pure
con garbo le colombe
della festa!
religioso silenzio
di minuti…sessanta!
pagano passaggio
da tragedia a rinascita.

si dimentichino
bombe d’inchiostro
e immagini continue
sulle lacrime
e sulla polvere
che ancora non si ferma,
non si posa, pietosa,
sul dolore.

radici sradicate.
la natura si sveglia
e con caparbia
menzogna
osiamo definire
insulto o inevitabile
i nostri inconsulti
spregevoli atti
di uomini.

le stesse radici,
pesanti su coscienze
non ancora in festa,
intrecciano,
intrappolano,
addossate ai massi
di polvere disseccata,
privata di pianto
e di pubbliche vetrine,
treni in viaggio
senza occhiate sul mondo,
in fuga,
fantasmi disconosciuti
fagottini di pensiero
sepolti,
corpi sogni
diversità
che annega nel mare.

oppure,
implacabile scelta
di soffocare nella
polvere.
nubi di polvere,
vento di dimenticanza.
andiamo pure,
adesso,
masticando ombreggiature
sulla dolcezza
della nostra fame
di pace
ci si ringrazi,
a vicenda,
delle ciglia apostrofo
su occhi chiusi,
dissolte vite
ci assolvono:
non sono mai esistite.

.

api, undici aprile 2009.

5 Risposte a “Colombe e polvere – Antonia Piredda”

  1. Una poesia tragica che è anche denuncia
    e motivo di riflessione. Grazie, api.

  2. buttata di prima mattina, quando ancora si dormiva.
    non riesco a non pensarci…c’è qualcosa che non va ? tante, troppe, mi chiedo sempre le cose, per quanto dolorose siano,api.

  3. certamente, mi chiedo…oltre i funerali di uno stato assente se non per tragedie, quanti altri, ancora, sotto macerie e polvere, son sepolti?
    nessuno ne parla, o troppo pochi.
    clandestini nella vita e nella morte.non erano italiani, non lo sono neanche io.
    api.

  4. La terra tutta è fatta di corpi, di tutti i tempi, st(r)ato per stato, un potere dietro l’altro,dimenticando che non possediamo nulla e questo nostro è solo uno STATO IN LUOGO assolutamente PROVVISORIO. Ciao Api, grazie della tua accorta e accorata presenza.ferni

  5. franco Dice:

    la polvere è destino ineludibile e comune; naufraghiamo tutti in quel grigio fatto d’oblio.

    Però c’è anche la desolazione di un morire come questo, che non testimonia neppure se stesso.
    Urla sconosciute che non trovano eco se non nel pianto di chi prova a prestar loro una voce, un canto funebre, il sale di una lacrima, un’ mmaginaria ultima carezza a chiudere le palpebre, su uno sguardo
    perso nel ricordo di una vita e di una casa, ormai irrimediabilmente lontana, per sempre.

    Risorgeranno e ritroveranno ciò che non han mai cessato di essere, templi del sacro.

    f

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