FERNIROSSO webBLOCK

(ap)punti dall'arte

Month: aprile, 2009

nuova la notte cala le sue luci

gennine-acquerello

il silenzio tra le case e nel fitto dei boschi

fin sulle rive degli oceani

raccoglie le note

preludio di domani

un altro prima della notte

riscriverli nella materia

gennine- acquerello

nel corpo di una pagina di memoria

questo sarebbe da fare

un corpo di righe schierate tra i (po)poli

e l’ indice  antipolare lettura

la lettera colta  la raccolta parola cha canta

senza fine

senza fine

senza fine

le storie le storie che storie

gennine- acquerello

che disordine le storie

ti inchiodano nel sangue

le immagini del mondo

ti creano geometrie senza  goniometro

misurano elaborano gestiscono equazioni

alti livelli di azotemia trigliceridi dissennati.

Le storie le storie senza partito

si tuffano nella partitura del cuore e truffano la mente

sbandano ai dislivelli  degli enzimi

arredano  alternative  rotte ai sensi

acrobate nel volo si lanciano in picchiate senza rete.

Le storie, le storie ci entrano nel corpo

percorrono ogni nostro vicolo e strettoia

alloggiano nel sottotetto nel letto dei pensieri

ma

da dove e quando

escono da quelle nostre  stanze

senza saldare il debito dell’ospitalità?

In una tazza il mare

gennine

nell’altra il cielo

il vuoto necessario per trattenerli

uniti in una mano

mentre nell’aria

l’anima    un sole

remoto

e tutto

tutto il resto altrove.

le finestre aperte e nella stanza

Gennine

qualcosa

che non dice parola e mi sostanzia.

Inizia così – penso

quell’ultima volta?

E’ questo il corpo che in festa

l’infinito manifesta?

L’uovo o l’origine o…

tra le api una si era posata

gennine- tea party

tea-party

sulla tavola preparata a festa

alla finestra aperta

un dì che precedeva Pasqua e

con tutto il suo cantare mentre ronzava lieta

altri chiamò al banchetto della primavera.

S’incendiò di sapori il mattino

e la sera, per un’ ora,

dimenticò persino che era il suo turno di lavoro

e non rabbuiò la gioia che in tutto fioriva.

.

uno..ad..uno nell’(in) canto

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QUESTO IL MIO AUGURIO A TUTTI PER UNA BUONA PASQUA

che sia il passaggio verso un linguaggio che sia la lingua di tutti. ferni

gennine

c’è uno stato dentro la mia rabbia

ink-water-video-Tanner Production

The music is ‘Phat Planet’ by Leftfield and, in the dreamy bit, ‘Neptune’ by Gustav Holst (from The Planets).

confina con l’inferno ed    e v a d e     il purgatorio

di una crescita che designa

con la morte      l’apice        del cammino.

C’è uno strato       di veleno      sopra

la circoscrizione della barbarie

che       vivo

dentro le passioni       mi agita e

avanti a me      nell’oltre

è  il precipizio

dello sguardo in cui mi annego.

experimental in type in motion-bigpat626


N.14 INVENTIAMO UN FA-VOLARIO-C’era una volta il mare- Mario Bressan

C’era una volta il mare. C’è anche adesso, ma c’era anche una volta, molti millenni fa, quando, un giorno, si è reso conto di essere il mare. Allora ha cominciato a capire come era fatto, i suoi colori e le sue dimensioni. Non lo sapeva neanche quanto era bello: aveva solo voglia di sentirsi bene e di esprimersi attraverso i suoi colori. Non sapeva nemmeno come si chiamassero le sue meravigliose sfumature di tono, dal trasparente messaggio vicino alle abbacinanti spiagge bianche di sabbia corallina, al graduale intensificarsi del tono verde chiaro dell’approfondirsi del fondo, al più verde macerato di azzurro dei fondali più profondi, all’azzurro “cielo di sera” più in là, fino a perdersi nel blu dell’estrema laguna, per saltare, attraverso la luminosa striscia bianca dei frangenti sul rif, nel blu foncè dell’oceano aperto. Le palme sulle sue spiagge rabbrividivano ogni ora ai suoi cambiamenti ed il sole ne approfittava per trarne i riflessi più avvolgenti, i bagliori della bellezza più totale.
Questo era il mare, e si può dire che era felice di esserlo. Anche perché, ogni sera, quando il sole si inabissava dietro i fulgenti vapori dell’orizzonte, lui si imbeveva di tutti i toni possibili del rosso, dell’arancione, del viola che lo invadevano per brevi minuti, a rendere più sereno il provvisorio distacco dalla luce solare. E qualche volta, inaspettatamente, succedeva una cosa meravigliosa: sull’orizzonte correva, come un profondo brivido. un lampo di luce verde, una sottile linea di smeraldo fluido adagiata sull’estremo confine fra il mare ed il cielo, a dirgli che cominciava la notte.
Ed il cielo, dopo i bagliori del tramonto, trascolorava velocemente, attraverso il cobalto luminoso del tardo crepuscolo, fino ad un fondo totalmente scuro su cui, via via, si accendevano miliardi di stelle, ognuna con la sua luce, col suo splendore particolare.
E c’era quasi sempre la luna, la pallida amante del sole, a fargli compagnia, a trarre dalle piccole increspature della sua superficie nuovi riflessi o a risvegliare, dalle sue profondità, diafane iridescenze opaline, nate forse dalle miriadi di piccoli esseri che vivevano nei suoi abissi.
E c’era, soprattutto, il silenzio. Il silenzio nel cielo e sulle rive, rotto soltanto, delicatamente, dalla lieve risacca del sonno della natura. Gli esseri umani dormivano nelle loro capanne lungo la spiaggia e sognavano. Gli uomini sognavano una ricca pesca per il domani, le donne sognavano di entrare nel mare per accogliere le barche dei loro uomini che tornavano colme di pesce, ed i bambini sognavano le loro cose di bambini che giocano in riva al mare. Si sentiva soltanto il loro respiro leggero di esseri felici.
Fu proprio in una notte così che successe la cosa grande, la cosa che cambiò il mare per sempre. Lui, come tutte le notti, stava respirando le luci delle troppe stelle che affollavano il cielo quando, quasi timidamente, una nuova luce si affacciò tra le altre e rimase lì, estatica, ad ammirare il mare, che era la prima volta che lo vedeva. Ed il mare sentì questa profonda nuova presenza negli abissi del cielo e spalancò i grandi occhi dei suoi abissi ad assaporarla.
Fu un lungo attimo di attesa, di sensazioni sospese e silenti nel cielo, di desideri sorgenti ed abbandoni infiniti. Fu un attimo di cui nessuno si accorse, ma dalla piccola stella appena nata giunse al mare il messaggio chiaro: “Mare, ti amo”.
E fu come se l’universo intero si fermasse all’istante a rendersi conto della cosa. Il vento non soffiava più, le palme erano immobili, la superficie del mare aveva perso anche le più piccole increspature, anche il moto
delle stelle, per quell’ attimo, si fermò, come si fermarono i sogni degli uomini.
Poi il mare, di impulso, si sentì totalmente felice, ché non aveva più niente da desiderare. E la vita ricominciò a scorrere normalmente e serenamente, come non fosse successo nulla. Ma l’universo sapeva. Tutti gli esseri e le cose sapevano e non dicevano niente, perché era una cosa troppo bella quella da tenere dentro di sé, come un segreto grande e dolcissimo.
Dopo quella notte incantata, per tutte le notti del tempo, il mare aspettava che il cielo si oscurasse e che le stelle, ad una ad una. si accendessero. Lui le contava tutte, in attesa della piccola stella lontana e stava ad ascoltare le mille voci portate dal vanto, ma quella luce, quella voce, non tornarono più.
Allora si può capire perché il mare, qualche notte, sia triste. Io che lo conosco porto allora una sedia sulla riva, proprio là. sulla battigia e mi siedo vicino a lui, a fargli compagnia. E sento che le ultime, piccole onde della risacca che vengono a farsi assorbire dalla sabbia hanno un leggero sentore di lacrime e so che il mare dolcemente piange di tenera nostalgia per la piccola stella perduta.
E gli parlo un poco, perché siamo amici, o magari gli canto una canzone serena, piena di voglie di albe e di tramonto infiniti.

N.13 INVENTIAMO UN FA-VOLARIO- Dolcefiaba e il principe rospo-di Franco Fantinelli

sergio toppi

C’era una volta, la principessa Dolcefiaba.Figlia unica, cresciuta nell’adorazione dei sovrani e dell’intera corte, in virtù della sua incredibile bellezza, fu affidata, come da usanza, alle amorevoli cure di una balia, affabulatrice straordinaria e fantasiosa. Così s’era nutrita di un incredibile numero di fiabe e favole, che costei le narrava instancabilmente, ogni giorno ed ogni sera, fino a quando lei stessa, crescendo, non fu in grado di leggersele da sola.Da quel momento non si dedicò ad altro. Precorrendo la follia d’un don Chisciotte, ne divorava intere biblioteche, facendo tradurre anche quelle dei più lontani ed esotici paesi e costringendo i poeti e gli scrittori del regno, a comporne di sempre nuove ed originali.Una passione inestinguibile per quell’universo di maghi, fattucchiere, draghi, incantesimi e soprattutto principesse, belle, piene di sogni e di fantasia, come era lei, Dolcefiaba. Giunta all’età in cui era d’uopo che le principesse si sposassero, fu, come consuetudine, emanato un bando per tutto il vasto regno e persino oltre i remoti confini.  La fama della bellezza di Dolcefiaba, era tale che i pretendenti si presentarono numerosi ed ognuno di loro, ricco di virtù e nobiltà, come solo poteva esserlo chi ambiva a tanto onore. Ma Dolcefiaba era inquieta, nessuno dei pretendenti si avvicinava minimamente all’ideale principe azzurro che da sempre regnava sconosciuto nel suo cuore e nei suoi sogni di fanciulla, alimentati dalla suggestione letteraria. Così, uno dopo l’altro i pretendenti furono tutti scartati e ripartirono delusi. Fu allora che Dolcefiaba maturò la più assurda e disperata delle idee; diede cioè ordine che fossero catturati tutti i rospi del regno, che si frugasse in ogni stagno, in ogni pantano, ma che fossero portati tutti, nessuno escluso, alla sua augusta presenza e senza far loro alcun male. Ci fu una processione di gente con canestri, pignatte, sacchi di juta, e quanto potesse essere utile al trasporto delle povere bestiole frastornate e terrorizzate. Furono organizzati sia l’afflusso che il deflusso e ciascun rospo sarebbe stato presentato a Dolcefiaba una sola volta, poi lo si sarebbe riportato nel luogo in cui era stato catturato.

Di fronte allo stupore e allo sconcerto generale, si svolse quindi il più incredibile dei riti: la principessa, priva di ogni sentimento di repulsione, cominciò a baciare ogni rospo, infaticabilmente, con ritmica continuità, ripetendo il gesto innumerevoli volte nell’arco di intere giornate ed esaurendo in breve tutti gli esemplari che le venivano presentati, tutti, nessuno escluso, tutti, fino all’ultimo.
E fu proprio mentre baciò l’ultimo, che il miracolo avvenne.
Ci fu un bagliore improvviso, una fumata azzurrina, un risuonare come d’un pesante gong di bronzo e quando tutto cessò, ecco, finalmente Dolcefiaba aveva trovato il compagno sognato da sempre, finalmente la sua fede nelle fiabe l’aveva premiata;
ora lei era una splendida rospetta innamorata e felice, per cui, saltellando accanto al suo principe rospo, si avviò verso il laghetto del giardino reale.
Dove vissero da allora, gracidanti, felici e contenti, come solo i rospi sanno essere.

N.12 INVENTIAMO UN FA-VOLARIO: Voce di albero- Elina Miticocchio

Ben Goossens

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Fa freddo. Anna ha voglia di aprire la finestra.
Guardare bene davanti, lentamente, come se fosse la prima volta.
Ascoltare la voce segreta dell’albero, la risata invisibile di foglia.
E’ silenzio di vento attorno.

“Chi sei?” parlò l’albero sbigottito
“perché ti meravigli osservandomi?”

“Mi chiamo Anna ed ho un compito difficile da svolgere. Devo scrivere una poesia”.

“Una poesia? Mi prendi forse in giro?”

“sono seria come non mai, caro albero”

Seguì una leggera pausa, poi la bambina riprese il filo del discorso.
“secondo te come posso fare?”

L’albero con la risposta pronta disse
“fammi pensare un attimo. Ecco, dovrai per prima cosa respirare aria tra la notte e il giorno”

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La piccola sorpresa esclamò “a cosa mi servirà?”

“Ti servirà a udire un lieve tintinnio che diventerà poi tepore. Sarà quello l’inizio della frase”
Rispose signor albero.

Anna rimase senza parole né pensieri.
Decise però di ascoltare la voce che le aveva parlato. Le sue ultime parole erano state ri-cor-da.

Così rimase alla finestra per respirare lentamente tutta l’aria fino a notte fonda.
Il mattino seguente Anna aveva un bel febbrone e non andò a scuola.

Ad un tratto cominciò a sentire piccole voci provenire da fuori.
Si recò alla finestra e incredula vide sulla punta di ogni foglia risplendere pezzetti di brina.
Le parvero campanelli colorati.
Si avvolse nella coperta e iniziò a scrivere.

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immagini ben goossens

N.11 INVENTIAMO UN FA-VOLARIO:Il messaggero- Rose Bazzoli

Vladimir Gvozdariki

C’era una volta un angelo, così vecchio e stanco da non riuscire più a svolgere il suo incarico di messaggero, volando da un luogo all’altro. In effetti, le ali ormai gli pesavano al punto da lasciarle appese alla spalliera della sedia la maggior parte delle volte e, spesso, si toglieva persino l’aureola.

Ma gli angeli non vanno in pensione, allora escogitò un sistema per continuare a recapitare i messaggi che gli venivano affidati: li metteva per iscritto nelle pagine di un grosso quaderno, poi strappava con attenzione il foglio, ne faceva un piccolo aeroplano di carta e … lo lanciava.

Anche questa operazione prendeva tempo, tant’è che non riusciva a star dietro a tutte le notizie. Le scriveva, strappava il foglio e lo metteva, piegato, in una delle tante tasche della sua veste, In questo modo però, molte notizie diventavano vecchie e, anche quando partivano, spesso non giungevano al destinatario, perché, si sa, gli aeroplani di carta non vanno lontani.

Eppure, l’angelo veniva tollerato benevolmente da tutti e i suoi superiori non gli facevano osservazioni. Girava la voce che in passato fosse stato uno degli angeli più celeri e zelanti e che avesse partecipato ad avvenimenti storici.

Laura Barella

Un giorno, negli ‘alti luoghi’ venne presa una decisione e il vecchio angelo fu aggiunto al corpo insegnante della scuola celeste dove si addestravano i giovani a svolgere i loro compiti. Egli accettò di buon grado il nuovo incarico, perché era molto umile e ubbidiente.

Alla prima lezione, durò fatica a portare il silenzio fra tutti quegli angioletti vivaci. Poi, decise di giocare la sua carta vincente e disse: “Sapete qual è il compito più importante che mi sia stato affidato?” La classe si quietò subito e tutti pendevano dalle sue labbra.

“Molti secoli fa, fui inviato in un’antica provincia romana, da alcune donne che si erano recate a spalmare aromi sul corpo di un congiunto morto. Erano molto tristi e, nel camminare, si stavano chiedendo chi le avrebbe aiutate a rotolare la pietra che chiudeva la tomba. Ma quando vi giunsero, videro che la pietra era già stata tolta e il luogo era aperto. Entrarono, piene di apprensione: il corpo non c’era più, e videro un giovane il cui aspetto esteriore era come il lampo e il vestito bianco come la neve. Questi disse loro: – Non abbiate timore. L’uomo che cercate, Gesù il nazareno, non è più qui. Era morto, ma è stato destato, proprio come aveva promesso. E’ risorto! Andate ad annunciarlo ai vostri compagni .-

Il viso dell’angelo, durante il racconto, si era trasfigurato e per un attimo, tutta l’aula si era riempita di una luce celestiale, mentre gli angioletti ascoltavano in silenzio, gli occhi sgranati per la meraviglia.

N.10 INVENTIAMO UN FA-VOLARIO: Una richiesta particolare- Elina MIticocchio

C’era una volta un commerciante che aveva tre figlie, le maggiori brutte e senza mai un sorriso, la terza delicata e giudiziosa dal nome Margherita.
Un giorno decise di cercare fortuna in un paese lontano. Prima di partire le figlie più grandi lo riempirono di richieste d’abiti lussuosi e gioielli. La piccola, invece, gli chiese soltanto una raccolta di favole.
Un giorno una tempesta si abbatté sul bastimento dove l’anziano padre si era imbarcato, affondò tutta la ricchezza, cosi i gioielli e le vesti sontuose furono inghiottiti nelle vaste acque.

Naufrago si ritrovò in un bosco, cercò dimora in un castello deserto dove trovò una tavola ben apparecchiata, dopo aver mangiato si addormentò esausto.
Il giorno dopo prese a vagare per le stanze e si imbattè in un’immensa libreria. Cominciò a cercare tra i libri quello delle favole ed ecco uno tutto colorato saltar fuori come per magia.
Lo aprì felice ma non ebbe il tempo di richiuderlo. Un mostro minaccioso si materializzò e fissandolo gli intimava di portargli una delle figlie.
Il povero padre fece ritorno a casa, trovò Margherita vestita di stracci che radunava la legna per il camino.
La piccola nell’udire l’accaduto volle salvare la vita al genitore accettando di sacrificarsi al mostro.
Giunti al castello lo trovarono pronto a trattenere per sempre la fanciulla.
Col passare dei giorni però quello sconosciuto si dimostrava gentile con Margherita, spesso le chiedeva di sposarlo.
Una sera acconsentì alla richiesta della ragazza di tornare a casa, prima però le fece indossare un anello con cinque pietre preziose, raccomandandosi di non darlo a nessuno.
Tornata dal padre le sorelle invidiose le rubarono l’anello misterioso.

Da quel momento la ragazza perse la memoria e dimenticò il mostro. Questi allora si sentì abbandonato, urlò e si disperò.
Una notte Margherita fu svegliata da un sogno atroce, si alzò dal letto e senza avvertire nessuno tornò di corsa al castello.
Appena giunta trovò lo sventurato sul punto di rinchiudersi per sempre nelle pagine del libro.
Lo supplicò di non farlo poiché lo amava e voleva diventare sua moglie.
In quel momento lo vide trasformarsi in un bellissimo principe .
Presto furono celebrate le nozze in paese. I due vissero felici e contenti sotto lo sguardo torvo delle sorelle che stanno ancora alla finestra e aspettano uno scampolo di marito.

N.9 INVENTIAMO UN FA-VOLARIO: Vera- Rose bazzoli

Benjamin Lacombe

Vera si era svegliata presto, quel giorno. Sentiva una specie di friccicorio al naso. L’aria era fresca e piacevole. Sì, decise che era venuto il momento. Andò al suo armadio. Non aveva molti abiti e doveva tenerli da conto.

Quello che indossava, per esempio, avrebbe avuto bisogno di rammendi e altre riparazioni, prima di essere riposto. Forse sarebbe stato necessario sottoporlo ad un trattamento anti-tarme, perché non si sciupasse durante il lungo periodo estivo. Ci avrebbe pensato.

Intanto, tirò fuori l’abito che le sarebbe servito e gli diede una scrollata. Decise di appenderlo per fargli prendere un po’ d’aria, mentre andava a fare un giro di ‘ricognizione’.

Benjamin Lacombe

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Ah! Il terreno non era più gelato, proprio come sperava e la brina era dolce, un velo di rugiada. L’aria era limpida e così tersa che consentiva di vedere le montagne in lontananza. Era un bellissimo mattino di marzo.

Vera decise di attendere fino al pomeriggio, quando ci sarebbe stato più tepore e, nel frattempo, si divertì ad osservare gli uccelli e ad ascoltarne il chiacchiericcio festoso.

Rafal Olbinski

Sì, era giunto il momento. Andò a recuperare l’abito che, all’aria aperta, aveva preso un colore più brillante e profumava di fresco. Lo indossò. Che bellezza! dei suoi quattro abiti, era quello che preferiva.

Rafal Olbinski

Fu più forte di lei, con quell’abito non riusciva a stare ferma. Cominciò a danzare, a danzare e la grande gonna a balze si allargava, coprendo i prati e diffondendo semi e germogli. Dal terreno spuntarono i primi crochi e le pratoline e gli alberi si coprirono di gemme.

Gli uccelli sfrecciavano qua e là, rincorrendosi festosi e c’era tutto un rumoreggiare gioioso nel bosco: – C’è Vera, c’è Vera …-

Il vento portava lontano queste voci che iniziarono a svegliare gli abitanti del villaggio. il primo che si affacciò alla finestra sorrise e capì subito: eh sì, era arrivata finalmente PrimaVera.

sempre nel tuo viso le mie eliche

ken wong

trovavano  acqua e aria
sostegno al viaggio
un cielo di volta in volta capovolto
per risanare il mio o(re)cchio spento.
Ho attraversato il ghiaccio dei tuoi assoluti silenzi
alla deriva ho toccato i fior(d)i della tua benevolenza.
Spingevano la rotta senza vento alle radici del volo
alle antiche uova del pesce

isole che guizzavano nella tua bocca
ed era il giorno la mia festa
là dove un tempo i tuoi nodi versavano
nella giuntura  passione e vita
incolume ancora alla tristezza .
Avevano corde lunghissime le mie navi e vele
fino a raggiungerti da ogni dove in ogni tuo porto.
Avevo forbici e coltelli per tagliare la noia
canali di verde ogni mia ora era sorgente
da frutti e regioni di alghe da ogni erba di amore.

Ora tra le pietre cerco
gli odori di quella festa fatta di vuoti ed erbari dispersi
i delfini  sul filo del cielo dove si annega l’oceano alla mia vista.
Eppure ancora come una magia
scivola sapiente sulla terra il cielo
e vi coltiva coralli nei poemi e nella voce degli amanti
lasciando alle maree il tumulto delle serpi
finché rincorrono l’onda
ogni destino a riva.

.
f.f


always on your face my propellers

would find water and air
support to my voyage
a sky from time to time upside-down
to heal my deaf ear and dull eye.
I crossed the ice-field of your absolute silences
drifting away I touched your favour’s fiords (flowers).
They steered without wind towards the flight’s roots
the ancient eggs of the fish

islands flashing into your mouth
it was the day my party
right where once your knots were pouring
into the joint passion and life
still unhurt by sadness.
My boats and sails had very long ropes
to reach you in every harbour from anywhere.
I had scissors and knives to shorten the boredom
green canals each hour of mine was a source
of fruits and regions of seaweeds from every grass of love.

In the midst of rocks I now look for
the smells of that party made of emptiness and lost herbariums
dolphins at the horizon where the ocean drowns at my sight.
And still by magic
the wise sky glides over the earth
and it grows corals in the lovers’ poems and voices
leaving the tumult of serpents to the tides
until they chase the wave
each fate to its shore.

.

Translation by Rose Bazzoli


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