FERNIROSSO webBLOCK

(ap)punti dall'arte

Month: maggio, 2009

il vero assassino è l’o d i o.

Se tu

dal fondo del campo    aspetti       che la palla ruzzoli

fino a te    in mezzo ai piedi       dove riesci a vederla

finché  stai    a (p) peso in questo   canestro

di milioni di stelle

bombe      innescate prima

che tu   avessi una forma    una qualsiasi

configurazione di atomi

non solo un nome

tu che manifesti  e sentenzi con giudizi universali

sbattendo contro le sponde dell’azzurro buio

e in questa piana di terra

battuta da così tanti piedi

bombe nel bocciodromo della vita di chi è

un altro te stesso      dovresti   fare    i conti

con la misura della sfera

con l’asse  e la  rotazione con cui pro-cede i giorni

e le notti per sfilare i sogni dalla tasca del tuo corpo

in una sfida che non sai consumare

tu     uomo specie   speciale

dovresti smettere di parlare

dovresti smettere di tenere in mano una mazza senza peso

dovresti guardare dentro i cimiteri del mondo

e guardare come eri e sei

un morto che sta nello stesso cielo e vorrebbe disegnare

comete

mentre il silenzio ti sta portando in groppa come un cane una pulce

insieme a tutto il resto     senza peso     senza sfacelo      senza dire

nemmeno una parola

sfacendo dei      e teorie  esplodendo nel suo ventre

il mostro nero impressionato dai semi   della sua stessa luce.

Qui l’unico esplosivo è l’uomo

e il vero

assassino dell’umanità è l’odio

innescato contro ciò che solo

è inerte

un uovo che ha detto di chiamarsi

uomo.

ora

Davide Valecchi- Golden Path Of Reminiscence

lì qui da     remote      m i n i e r e

abito oro

cucito a filo doppio

con frange di nuvole e suoni

profondissimi nella terra

no, non aveva l’odore del tuo corpo

aldona  mickiewicz



non aveva il colore dei tuoi occhi
non è durata pagine e pagine
la passione. Nemmeno il tempo di sfiorarti i capelli

di consumare il desiderio   un bacio
un gesto qualsiasi.
Non resta niente
altro che nero tagliato
contro la fronte azzurra dello spazio, senza finestre senza pensieri
su cui spalancare i sensi.
Blu che balza dentro la mia frontiera e incalza
di pesci e meduse
le tante scariche
elettriche, tensioni che rinchiudono follia
nuvole, un cielo appena inscritto dentro.
Bianco affollato da parole mai dette
mai sentite mai nate
nemmeno il silenzio in cui potremmo resistere
senza conoscerci
compreso il giorno il sole di quel giorno e la riga di mare
che ci condusse
uno sulle orme dell’altro e

nessuno di noi che lo abbia mai scoperto.

Serena Ryder – “Racing In The Street” – Hangin’ Out On E Street

Ho solo verde e fosfori

tadeusz boruta

mi dispensano dal margine       da ogni visione

Turbina la parola nata vertigine

Ha slacciato dai suoi basti

la soma e l’io         non cerca più la sua divinità

Spersi nel campo

densità la terra semina in noi

ogni suo greve umore si fa pane e fame

le stelle non bastano al giudizio di un universo rinsecchito

nel  ventre di poche botteghe

di una sola desolazione.

Malnate    parole     ruggini    di storia

grezzo pennino intinge nell’inchiostro un passato malconcio

e il fondale di questi assurdi fasti

ombra di ciò che non abbiamo mai toccato

un pen(s)oso chiacchiericcio furibondo

l’avarizia del dio   (s) peso       tra questi pendii di carta.

è bastato un profumo dalla siepe

forte  ha premuto in me   prevaricando oggi l’ora

e distante

oltre tutte le pareti della storia

agli esordi della vita dentro quel frutto    intatto

giusto sulle punte di primavera e sui miei piedi

sgambettando come un passero

tra lì e qui sotto

le gonne di mia madre sempre intorno

nella miniatura     senza peso

m’innamoro adesso

con tutta la sapienza di allora

di una non defraudata ricchissima ignoranza

amo    sulla bocca     l’anima che canta

libera di me e di ogni altro peso imposto a lei

segregata tra le sbarre delle vertebre

nella  clausura di infelici  vocaboli.

Intera e piena     lei        era      è

me       finché da qui a lì     in tutto mi ritesse ancora

effe dentro la sua effe

fuori    formato

ancora la pioggia

sulla pioggia di tanti altri giorni

un firmamento di parole

liquide come lacrime come tutte le gocce

un brivido che corre da un capo all’altro

della terra in fermento

nata ora, da un’ora all’altra, dall’ultima ondata di un fiume

che si riversa in queste

strade sfatte  di gente che corre verso un sole

fatuo  fabbricato di microcircuiti   a bassissimo voltaggio.

Il sole resta

acceso  e solo

nel desiderio: un creato di fosforescenze

specchio di silenzi

la casa ha suoni e odori risvegliati dalla fornace

zaelia bishop

una brace che ustiona la memoria

ne preme dalle muffole accese  le scorze della materia

organica suona la mente ogni loro storia

ne modella i giorni secondo inclinazioni e rotazioni del tornio

il piede sul pedale che ruota

intorno ad un unico asse

tu

che ancora non sai chi ti abita.

Sali e scendi della notte le scale           del profondo

un blu oltremare    nel nero del corpo

un’apotema che non triangola il sapere

e la regola capovolge la vita

sull’ultima traccia

un segno rosso sfuggito

dalla tua alla mia mano.

.

A mio padre- nella traccia

Rischio la lingua

Salvatore Romano- farfalla in bocca

la sto     ripulendo.

Ogni volta che raschio

rischio la vita.

Nessuno testimonia

questa impresa

solo un garofano

imprudente

mi è fiorito a lato del  labbro

sotto un segno  di insetto    credo

che rapido mi ha morso

l’ago dell’ i-dea

soffio sulle parole

tolgo loro le catene

che brillino

di mille mine al sole

e non marciscano in righe d’inchiostro rilasciate dai pensieri

tinti di qualcosa per cui battersi e morire.

E fanno im-pressione. E fanno popolo

qualcosa che sta sopra la polvere

finché s’ immagina di vivere.

come sweet death

perchè sei

paradossale  evento   del cammino

l’abito

che ci spoglia di un abitato respiro

mezzo     pareggiabile solo alla vita

attraverso cui toccare ciò che sfugge

persino in noi      umanamente persi

l’uno nell’altro.

.

f.f.

cose dentro una città oscura

L a s c i a in terra

la mia vita

ordinaria     sale      qualche aereo

(un) pensiero poi (un) altro

figli  e fogli       trascinati dentro me stessa fino a oggi

fino a qui un luogo che non so che cosa sia

senza mai una destinazione precisa

senza confini tra oriente e occidente

ma ferite, un passato dietro l’altro e sempre così prossimo e

c o r p o r e o.

Qualche amore traghetto versato nell’altro

la magnifica storia feroce e dura

l’amore che fa la cresta dentro la vita

mia quanto il sole di una o mille pozzanghere.

Storia di storie di tante altre vite, una storia di ragazzi che farneticano

il futuro un domani senza porte

sprovveduto di chiavi

una vecchia storia di guerre

messe a tacere nel braciere della stufa.

Una storia che brucia l’amore

imperfetto fin dentro le ossa

vero e grande che ti cava il respiro

ti strappa la lingua e ti ritorce i pensieri

per sfibrarne il midollo

farne polpa da poesia dentro, dove tutto duole

dove tu e tu solo  trovi finalmente il bianco

la mandorla di luce che risana tutto il vuoto tutto il detto

senza scrittura e voce.

Una storia risarcita nella placenta preistorica

una sola

grande guerra: il dove

il luogo in cui la vita procrea versando in sé la morte e

l’ama l’ abbraccia come un guscio la sorte

si sostanzia del suo albume un corpo privo di forme.

Fresca di tenebra solitudine la cerchia

la luce intima alla voce di tacere

di spiare l’involucro l’involuto suo diaframma

di frantumare l’attimo della corda toccata

l’accorato accordo e il tumulto

ancorato lì

in quel ventre messo a nudo

sfregiato dai passi di quei figli amati prima ancora di essere figli

cose dentro una città oscura     artigli

nel sangue di un corpo gemma che ancora non nasce

che ancora vuole primavera e non sa che sarà l’inverno e i suoi tanti tagli

a dilaniarli. Lei l’oltraggiosa ferita inferta al fianco della grande vecchia.

Lei l’assedio e  la paura di perdere ogni gravida stoccata  del tempo

la misura del  cammino intimo viaggio nella libera materna paternità

in cerca di una triade feconda

lei  ancora travaglio favola e miracolo di pietra

mentre ancora resta in terra    azzurro

il seme della sua minuscola memoria.

ogni goccia è il seme del mare, ogni goccia ha tutta la sua memoria

quell’io in te che mi viene in contro

un tempo avevano altri nomi… ora si chiamano ombre e sono la memoria di quei milioni di migranti partiti da casa nostra

e riconosco dall’odore

del mare e del sale

ventre della distanza tu migri         vieni

dall’ africa e dai paesi della terra in rotta

contro la guerra tu sei

i miei ricordi di vittoria

sconfitto vieni verso di me

che da sempre ti aspetto

come un moribondo in questa zolla d’Europa

che migra dalla tua piastra verso altre

piantagioni di uomini

abbandonando deserti desideri

verso le rive di altri porti

terre fino a quel mare malato

di contiguità tra me e te mediani

tra le vite di nessuno attorno ad un’ isola sola

che lampeggia il sud di altre

isole sempre più lontane e caparbie

terre di antica poesia sepolta e di erranza

di radici sradicate da fulmini in piena e da fiumi

di disperazione e sfruttamento

altari dei padroni. Stupore e minaccia

inenarrabile parola tu tra tutte le storie

campeggi l’oro di una ripetuta morte

nell’orlo di mare rappresosi

intorno ad una barca che pesa ancora una volta tanto

così tanto di vita spesa in spietate geografie umane

fisica di un incantamento che non ha cominciamento.

Migri dentro la mia bocca salivi ogni mia parola

nel verbo fatichi la coniugazione di un respiro trattenuto da secoli.

Tu che mi servi e mi sollevi dentro la comune

prigione del vivere impotenti

aumenti il segno del regno nel sogno dei poveri

tu che acquisti il posto dell’ultimo

facendoti silenzio tu il non greco tu il nero

della massacrata speranza

crudele contagio e moderna malattia per cui battersi

ancora in punta di penna e tacendo ogni altra minima pena

sei l’universo in salita

verso il per-dono mai guadagnato

tu capace di dire e dare a noi il senso e la sostanza

di una lingua umana persa dentro leghe di basso valore

l’errore di manipolare e scrivere trattati

invece di vivere la vita e il suo ministero

tu ministro e mistero sovrano

tra i sovrani tu cristo rinato nella cisti di questa cancrena

fa-vela nello scarico del gorgo più lurido

ripristina una fede in questa immensa sistina di errori e

rimanda l’esodo all’esordio là

dove nemmeno un dio ti appunta la sua voce contro.

E forse è arrivata l’ora di chiudere

di fare scuro il passaggio

dentro l’nchiostro    fino a farne solo un’assenza.

Buio

fare buio

chiudere le finestre

azzitire le voci.

Finito.Il viaggio è finito.

Oggi si chiude.

Dietro: il vuoto.

Dietro:

quel muro di parole messe in chiave

perchè nessuno potesse vedere

potesse avvicinarsi troppo.

Segno per segno e filo per filo

sono state riposte le cose

nell’anima e  le emozioni,

bestie impazzite nutrite di passioni,

scaraventate in un gorgo del cranio

non mai abbastanza scaltro da lasciarsi incalzare

da una parola svelta rapida e corsiva.

E’ così che abbiamo perso la traccia

l’impronta l’orma l’aroma   del corpo

la sua magnifica tragica liturgia.

a oriente nascono suoni

nascono dal ventre della notte

si diramano corda per corda dentro le antiche radici

le natiche del mondo  le candide navate nevicano  gigli

misurano i tendini sulle bianchissime pietre delle ossa.

Brillano le remotissime  memorie

in noi da sempre

dall’inizio incorrotto

dall’oltre la barbarie

prima di caino e la sua progenie

noi origine in discesa

riposta risposta  oltre la porta noi labirinto e scioglilingua

della voce dismessa là nella grotta che canta

la vita che scocca

la morte nell’arco di ogni nuova era

noi scordata storia di echi.

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