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(ap)punti dall'arte

Month: maggio, 2009

il mare dentro la bocca e nel bicchiere- In intro cussa bucca b’est su mare e in sa tassa

“Su mari è altu e contene muntagne e abissi e nubi ca la terra nun tiene
Su mari è mannu doppu nu mari altro mari e altro mari appari
Su mari cagna culuri pote essere nigro come sangue rapprisu o trasparente come il cielo, su mari cagna umori pote ridere o minacciare, su mari cagna palabras e soni, pote parlari co murmuriu amicu o con sciacca de ninna nenna, chiano chiano o con gridu barrosu irosu zrasos zalatta monstrum pelagos che calma e inquieta, che culla e schianta
Su mari è matre, su mari è bestia manna, su mari è padroni.” – Stefano Benni, La storia di Odisseo Simbad perduto in mare.

E dentro quella bocca c’è il mare e nel bicchiere

la stiva delle  ere

dentro il rosso

il vino è il sangue delle nuvole

tutti i cieli  antecedenti la storia

di ogni parola la brocca fiorita della notte

sul labbro l’orlo della  sera      vita barricata

dentro il chiaro della luna, a difesa del tempo.

Tempo senza tempo e tempo delle mani

severe  sollevate in alto a tagliare

separare ciò che serve da ciò che pesa inutilmente.

Dentro la terra

tra i colli e la pianura

c’è ancora un antico maremoto

un sole precipitato

fragore voce de(ll)a madre: brace  calcare trachite e torba

porfidi  legni e pesci che guizzano

nelle scaglie       lucenti       cento bicchieri di diamanti

e tra le labbra nel cratere  spento

vivo del vento

ogni verde, ogni impresso fermento.

f.f.

*

In intro cussa bucca b’est su mare e in sa tassa

s’isticcu de sos tempos

intro su ruju

su binu est sambene de sas nùes

tottus sos chelos dinnantis a s’istoria

de cada paragula sa conzedda frorìa de sa notte

in sa labra s’orulu ‘e su sero bida custodìa

intro sa luche ‘e selene, a cuberrare su tempus.

tempus chene tempus e tempus de sas manos

asserìadas antzìadas in artu e truncare

irjunghere cussu chi serbit dae cussu chi gravat chene mèdiu.

Intr’a sa terra

in mesu a montes e pranos

b’est galu un’antica mòghia ‘e mare

unu sole roddulau

chimentu boche de sa mama; brasia, predas ‘e montes e torba

predas allinnadas luchentes chentu tassas de diamante

e intro ‘e sas labras de sa nurra morta

so’ bida de bentu,

cada birde, cada sintzu moghende.

.

Ri-versata da Antonia Piredda-Api

I sensi dell’abito

mi vestono  spogliandomi

del peso di oggi  di quello di ieri e ancora prima

prima di ogni prima che ci mette   i n  p a r i

retrocedendomi

in me stesso fino a te

che mi guardi e credi che io sia nudo.

Su due sole corde

nella voce      t e s s o    e    sfibro    parole

mi termino    e m e t t  o         a mo r (t) e      il d’io

che dentro le s/traccia  le tocca con  la  bocca   sf(i)atata.

Abito rosso  il rosso della gola

che cento e mille ancora in(g)anni infiora

con la parola a cuore

amore senza freccia solo un (c)artiglio che si oppone al rosso

di una lingua morta.

Abito il mio nudo

svesto la possente traccia della storia

m’inveno per prendere vento

pospongo il dire al canto e strappo

ogni parola cava dai miei verbari.

Solo il verde cresco nei sensi dell’abito.


Piango per vedere

se ancora lo so fare

per levarmi dal viso questo sfacelo

piango per togliermi di dosso questo pensiero

cresciutomi dentro senza vederne il  corpo

e dentro la mia casa ovunque perso.

Voglio piangere senza far finta di recitare

una tristezza che mi inchioda il cuore

dentro le mani mi resta il vuoto

di tutti questi anni trascorsi a fare i conti

con voi e con me stessa

chiusa dietro una cassa che mi consuma i soli e i sogni.

Piango per vedere se ancora ci riesco

piango perchè mi muore dentro il mondo

e non ho più parole che mi cantano la festa.

Piango voglio levarmi di dosso i pensieri

di prima e di adesso

voglio piangere e dipingere con quell’acqua e

i miei colori

un mondo nuovo dentro il sangue che mi scorre

ancora e ancora dopo secoli di uomini e menzogne

dopo canti e preghiere

dopo milioni di stelle cadute a ferragosto

dopo le ferie e le canzoni

disegno un  natale fuori stagione

faccio primavera  con i semi del mio pianto.

Piango piango e vedo che  ancora lo so  fare

piango di gioia e faccio festa

per ogni goccia delle mie lacrime    un cristallo

mi brilla    intera  una notte in terra.

la vide una volta

e voleva buttarcisi

per farla finita

una notte che durasse intera

dentro la cava

una casa fitta di anime senza più cielo

solo buio dentro e intorno

senza più frecce

senza più canti

senza
terra e terra ovunque

persino dentro i pensieri

dentro la scrittura

terra trafitta

terra senza più confine.

Voleva finire

quella terra di calce

attraversare la mancanza

per imprimerle un corpo     il suo

una volta per tutte voleva rendere lei

(im)mortale.

TRAGICO (T)E(R)RO(R)E

S-piegami      ti dicevo
piegami     dentro  le tue vertebre calami
in terra      scucimi     di dosso     l’anatema  le polveri    il caos
sottile  riferisci
la pelle    fiorisci      il corpo     la mandorla
l’ora l’orlo l’oro.
Eccomi       abbattimi        sopra di me     i n a r c a   la tua potenza
scatta la balestra
da una mano all’altra    le mie anche
taurine      memorie bianche        nel bianco calcinato dell’osso
solleva     la terra     dei tuoi occhi      bacili e    fosse

della comune mortalità

creane basalti     in tutte le figure   questo
corpo    nudo      d è c a d e       tributo
imputato    il tempo     nel cuneo della gola
voce        a-fonia di ogni gesto      perpetrato
di corpo in corpo       nella nascita e
nella fin(i)ta     morte  che tu   non pratichi          mai
la mia mano     alzata       fino a sfiorarti

ancora non mi tocca.

VERGOGNOSO E INDECENTE

che ancora oggi, a pochissimo tempo dagli esami, e dopo molti mesi dal giorno in cui avrebbero dovuto essere stati fatti gli stanziamenti per le scuole, non siano pervenuti a nessuna scuola i finanziamenti previsti a seguito dei bilanci presentati.

Vengono richiesti i servizi ma non viene predisposto il denaro per il funzionamento delle scuole stesse. Forse si pensa che le scuole continuino a funzionare attraverso falsi in bilancio, attraverso bancarotte fraudolente o attraverso un indebitamento continuato, per amore dei, per che cosa ancora? Chi paga le bollette? Chi paga i materiali per il funzionamento dei laboratori? Chi paga i supplenti? Chi paga la scuola perchè paghi i medici fiscali che chiedono alla scuola il pagamento per l’uscita dell’addetto preposto a verificare la mallattia, perchè il ministero o la usl non la paga? Bravissimi davvero quelli che dovrebbero farsi carico di questi oneri, no? Si crea un obbligo ma non si risolve il pagamento!Ci sono scuole già indebitate e chi invece riesce ancora a stare a galla, ma per poco, il bilancio è già a zero.

Tutte le scuole si sono mobilitate affinchè la cultura e quanto di prezioso è stato costruito in tantissimi anni non vada perduto, ma davanti a questo sfacelo, a questa incuria senza pari  cosa si può ancora fare?

Una linea anima(t)ta

La Linea è di Osvaldo Cavandoli, la musica di Mozart è eseguita al pianoforte da Claudio Balzaretti, le parole sono  di G.L. Tannamori.
Il video fu realizzato come promozione (formato per iPod) dell’audiolibro e videolibro “animulae – le toscane profumano di limoni”, romanzo di G.L. Tannamori, con la voce narrante di Ludovica Modugno, in copertina disegno di  Osvaldo Cavandoli.

Sito ufficiale http://www.animulae.it

Per scaricare gratuitamente  l’audiolibro e il videolibro basta visitare iTunes:
http://phobos.apple.com/WebObjects/MZ…

da strade dif-ferenti

Alireza Sadreddini- These old letters.

siamo giunti a questo nodo

noi disa(r)mati e a volte ostili

alla vita sbandierata fuori dalla finestra

la stessa dove sti(vi)amo silenziosi ogni cosa

dove restiamo        a guardare

le colline delle nuvole      le tracce dei conigli a due teste

le rive di oceani incontenibili.

Intanto sbandiamo perdiamo le cose (f)utili di oggi

poiché ci è chiaro più del giorno

quando il giorno è fatto

che altra è la luce che abbiamo cercato.

E la macchi(n)a si rimette in moto

si apre si dirama e ci ripara

in fondo, di tutte le peripezie e le paure che noi stessi

costruiamo cammin facendo perdendo

qualche sasso troppo pesante che ci feriva le tempie

che dava punta di freccia alla selce di un dolore

mai dimenticato

che non si sfalda

che non disa(r)ma il mondo.

Un racconto per regalo- di S.M.

Ho ricevuto in regalo un racconto di Anais Nin, lo porto qui, nel blog,

perché c’è un suggerimento sotto, sotto, forse nemmeno tanto sotto. S’intitola Strade.

- Parigi. Cammino per le strade. Tormento Henry che mi riempie la testa di strade, di nomi di strade. Gli dico: “Invece di un pensiero, adesso mi porto dietro il nome di una strada nuova. Penso alle strade, le guardo dall’autobus. Non ho più idee, mi limito ad osservare, a guardare, ad ascoltare. Rue de Faubourg du Temple, Piazza Montholon. Cosa si ha quando si ha il nome di una strada?”.

“Niente”, risponde Henry.

La mia testa ora è vuota, è piena di strade.

Può darsi che uno non abbia niente quando ha il nome di una strada, ma uno possiede una strada al posto di un pensiero; e lentamente la terra, la strada, i fiumi guadagnano terreno, riempiono la testa di rumore, odori, immagini e la vita interna recede, si ritira.

Questo avanzare della vita, questo ritirarsi della meditazione fu la mia salvezza. Ogni strada rimpiazzava un sospiro inutile, un rancore, un rammarico, un rodersi interno. Square Montholon trionfa sulle lunghe ore spese nel costruire una comunione immaginaria, ideale, con mio padre. Profumi, clacson e il turbine del traffico disperde i fantasmi. Mi lascio vivere, mangio in tutti i ristoranti di Parigi. Vado a tutti i teatri, voglio conoscere tanta gente, possedere una mappa della realtà come Henry possiede la mappa di Parigi o di Brooklyn……. Venite Piazza Montholon, Boulevard Jean Jaurès, Rue Saint Martin, come dadi allegri a danzare nella mia testa vuota.

Anais Nin, I Diari, vol. I (1931 – 1934)

Per tutti gli amici e per fare festa anche nella distanza-2 maggio 2009

That’s What Friends Are For

E’ Per Questo Che Ci Sono Gli Amici

Non ho mai pensato di potermi sentire così
fintanto che non è capitato a me
Sono felice di avere la possibilità di dire
che credo di volervi bene

e se  per caso dovrete  andare via
bhe allora chiudete gli occhi e provate
a sentire come siamo oggi
e poi se riuscite ricordate

Continuate a sorridere, continuate a splendere
Sapendo che potete sempre contare su di me, è sicuro
è’ per questo che ci sono gli amici
Per i bei tempi e per i brutti tempi
Sarò al vostro fianco per sempre
E` per questo che ci sono gli amici

Bhe siete arrivati dandomi amore
e ora vedo che c’è molto di più
e per questo vi ringrazio

Oh per i tempi in cui saremo separati
Bhe chiudete gli occhi e ascoltate
le parole che arrivano dal mio cuore
e se ci riuscite… ricordate.

A mia madre- Migratorie…

“Le peuple migrateur” – Finding beauty – music by  Craig Amrstrong

.

Migratorie, non sono le vie degli uccelli,  sono paesi che ci abitano e ci tessono filo per filo, da un luogo all’altro,  un pianeta senza fine.

Poiché il testo, da cui ho ripreso il titolo, fa parte di una raccolta in uscita, oggi, giorno del mio compleanno,  per i tipi della casa editrice Il Ponte del Sale, dedico  queste righe, le uniche che ho il coraggio di definire poesia, a mia madre che, fin da piccolissima, quando ancora non sapevo leggere, mi ripeteva fino alla consumazione, le poesie che volevo mandare a memoria per poi dirle io a lei, così come le sentivo crescere e viaggiare in me. Non potendole fare dono di fiori come un tempo, le dedico queste poche erbe di scrittura, so che in lei migreranno e saranno essenze, ancora una volta, fiorite .

Un grande grazie a tutti coloro che, con me e in me, hanno reso vive quelle righe, le hanno rese migranti.

f.f.

.

da MIGRATORIE NON SONO LE VIE DEGLI UCCELLI- Il Ponte del Sale 2009

.

Io non so come

guardandoti mi vedi allo specchio

mentre mi lavo dai pensieri della tua notte.

Io non so quando sei arrivata

stendendo i tuoi se(g)ni tra le mie guance e là

bocca ti fai del muto tuo venire me in me.

Io non so

non ti so proprio e sono te in me.

.

A mia madre – 1985

.

2 maggio 2009

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