
Ritornava sui suoi passi, lentamente. Rivedeva le orme lasciate all’ andata. Piccole impronte, senza importanza. Minuscoli segni sull’ erba tiepida di sole. Era stata una giornata calda e umida ed ora, verso il tramonto, il respiro dell’ aria rinfrescava la pelle. Non ricordava a che ora o perché fosse andata al giardino. Era uscita e ci si era ritrovata dentro, all’ improvviso, ne era stata lontana così tanto tempo che ormai non pensava più neanche alla sua esistenza. Se ne era andata da lì una intera vita prima. Aveva sentito sotto i piedi il sentiero e l’ aveva seguito fra due sponde fiorite. Il giardino era immutato. I colori, i profumi, l’ aria. Grondava luce e poi la filtrava fra i rami creando pozze luminose sul prato. Lei camminava, un poco frastornata, la testa leggera leggera, come fosse svuotata dei pensieri, belli o brutti che fossero.
Perché anche i pensieri belli hanno un loro peso e una loro responsabilità.
Camminava e non pensava. Registrava solo ogni minimo cambio di luce, di colore, di odore, in modo istintivo. Cercava. Non sapeva bene che cosa, ma, se era lì, doveva esserci per qualcosa.All’ improvviso giunse allo specchio d’ acqua, l’ ansa del fiume. Lo ricordava. Ci aveva passato ore su quella riva, un libro fra le mani, la mente svagata, estati di una ragazza in attesa del futuro.Le giunsero voci note, piovevano dall’ alto, si confondevano l’ una con l’ altra, erano echi limpidi che dicevano il suo nome. Non la chiamavano. Dicevano solo il suo nome. In coro. Felicemente.
Si fermò sulla riva e respirò a fondo. Chiuse gli occhi un attimo e, nel buio, focalizzò un punto, il punto che le doleva in mezzo al petto, le doleva da così tanto che ormai non ci si faceva più caso, il punto dove riponeva ogni schifa emozione, ogni fallimento, il frastuono della mente, il caos del sentire.L’ erba, i cespugli erano animati da ronzii, suoni brevi e scattanti, prolungati e persistenti, ma tutti fatti d’ oro. Vita di natura. Così semplice. Così intatta. Così piena.Riaprì gli occhi e alzò lo sguardo a un volo improvviso. Ali che battevano tagliando la gola del cielo.Aveva preso tanto le distanze dal mondo di fuori, si era tanto ritrovata, compiutamente, in ogni rumore, in ogni stormire di fronda, in ogni profumo di fiore, nella voce dell’ acqua, che aveva dimenticato tutto il resto di sé, tutto il tempo trascorso da quando era partita dal luogo che con forza, ora, la riconduceva a sé, nel profondo gorgo di un’ innocenza smarrita.
Era stato il tempo in cui credeva che vivere sarebbe stata un’ avventura da cavalcare con impeto, a cui darsi completamente, superando ogni ostacolo, costruendo una strada, ciottolo dopo ciottolo, mattone su mattone, lasciando dietro di sé segnali a chi, dopo di lei, l’ avrebbe percorsa. Tracce che nessuno aveva visto e che la pioggia e la tempesta avevano limato, confuso, infine cancellato.La pioggia era caduta sul suo capo e aveva inondato le sue stanze, trascinando via dalla finestra la dolcezza.
La tempesta aveva infranto il tetto, si era infilata nella cappa del camino urlando e l’ aveva sballottata qui e là, annullando la sua forza. Devastando l’ amore.
Dentro le era rimasto solo come un nocciolo, duro e spigoloso, ma dal sapore ancora zuccherino, che, ogni tanto, emanava una sua vibrazione tremula e quel nocciolo, lo sapeva, era lei.
Per questo era tornata al giardino: per lasciarlo lì, in quel posto del passato, divenuto ora il presente perfetto, per seminarlo lì, che mettesse radici e crescesse a far ombra, un’ ombra immensa, e diventasse la casa canora degli uccelli, che suonasse con i rami il canto dell’ armonia. Lì dove tutto era incominciato. Dove tutto stava per finire.E dove tutto avrebbe potuto ricominciare.Vide la vecchia panchina, solitaria nel tramonto. Si sedette. E bevve ogni istante, ogni restante attimo di luce.Poi il sole calò e fu la notte piena di stelle, all’ infinito.