FERNIROSSO webBLOCK

(ap)punti dall'arte

Month: giugno, 2009

A Pina Bausch- Noi, ci hai visti?Così con-posti con-punti in-visibili

siamo le figurine dell’album

panini da mangiare al pic-nic

con nic e con pol

con zac  con tac e

con tic. Tanti tanti…     tantic

e qualche tif.

Uno come il due o  il tre

atti da teatro     ambulanti    tanti

nessuno senza occhi e

polife(r)mi  che si     r i v i n c o l a n o

all’oro della loro    stessa     a n o m a l i a.

Ma nessuno ha fatto caso a questa…traccia?

Forse è un segnale, uno di quelli che un tempo veniva indicato come lapsus froidiano. Si tratta di una delle tracce , TIPOLOGIA  C-  TEMA DI ARGOMENTO STORICO , tra i  temi della maturità di quest’anno. Breve, brevissima formulazione per una sostanziale e calamitante, oltre che tragica, soluzione di descrizione  forme di governo che si sono viste e vissute sotto il cielo e ancora (?) grav(it)ano su di noi.

DaWikipedia

Per regime si intende un sistema di controllo sociale, ovvero, più specificamente, una forma di governo, specialmente quando è strettamente correlata ed identificata con una personalità politica che vi assume un ruolo dominante (ad esempio, “il regime di Saddam Hussein” o “il regime di Franco“), oppure ad una determinata ideologia politica (ad esempio il regime fascista o il regime comunista) oppure ad una dittatura militare.

Almeno in teoria, l’attribuzione di questo termine ad un certo particolare governo esistente non implica un giudizio di qualche tipo su di esso, ed infatti la maggior parte dei commentatori politici lo usa in modo neutro. In pratica tuttavia, soprattutto a livello colloquiale ed informale, viene riferito spesso a governi con una fama di essere repressivi, non democratici o illegittimi, tanto che, in questi contesti, la parola implica un significato di disapprovazione morale o di opposizione politica. A riprova di ciò basta osservare come sia raro sentir parlare di un “regime democratico”.

http://it.wikipedia.org/wiki/Regime

.

italiano_traccia_

.

Querer
Dentro del corazon
Sin pudor, sin razon
Con el fuego de la pasion

Querer
Sin mirar hacia atrás
A traves de los ojos
Siempre y todavia mas

Amar
Para poder luchar
Contra el viento y volar
Descubrir la belleza del mar

Querer
Y poder compartir
Nuestra sed de vivir
El regalo que nos da el amor
Es la vida

Querer
Entre cielo y mar
Sin fuerza de gravedad
Sentimiento de libertad

Querer
Sin jamas esperar
Dar solo para dar
Siempre y todavia mas

Amar
Para poder luchar
Contra el viento y volar
Descubir la belleza del mar

Querer
Y poder compartir
Nuestra sed de vivir
El regalo que nos da el amor
Es la vida

Querer
Dentro del corazon
Sin pudor, sin razon
Con el fuego de la pasion
Y volar

Perché i fili della tela diventino un abito

© Zaelia Bishop

porto  alcune voci, un luogo ospitante, che nasce in radio, ad ogni incontro con persone che si dedicano all’arte in forme diverse, non solo poetiche. Musica, architettura, fotografia, editoria, poesia, letteratura in generale, ma anche

e c o(l)loquialità: una nuova eco-tomìa del porsi nella eco di molte voci e del porsi all’altro e in sè, che una cara amica, Daniela Terrile,  e tutti i collaboratori in studio, oltre ad un’anima grande  che ha nome Anna Maria Farabbi, che questa tessitura ha tramato e ordito, curano con speciale passione.

Vi lascio un link, un modo per condividere insieme un incontro e il piacere di filare la parola.

Nella stessa occasione d’incontro altri due poeti:

Alberto Toni, che ha presentato Mare di dentro. Una poesia colloquio, intimo e pacato, con l’interlocutore segreto incentrato sulla macro metafora del mare: una entità geografica priva di direzione, o meglio, dove è possibile ogni direzionalità senza direzione.

Marco Milone che dice:  «non è possibile vivere all’infuori del tempo puro. Nessuno si è mosso, nessuno è fuggito durante la bufera. Le sorgenti si sono riscaldate nuovamente, solo per un istante».


© Zaelia Bishop


ASCOLTA

Sito di riferimento:

http://radioalma.blogspot.com/2009/06/la-tela-sonora-del-26-giugno-

2009.html

*

http://latelasonora.blogspot.com/

© Zaelia Bishop

Home

Nota: c’è una contraddizione in quanto scritto poi, di seguito alla nota, poichè la richiesta dei promotori di farlo girare è possibile solo vedendolo in youtube, l’incorporamento da parte di altri che volessero farlo girare nei blog è stato disattivato. Per vederlo comunque da qui basta cliccare sulla scritta in basso a destra dove appare il logo di youtube. Grazie.f.

.

We are living in exceptional times. Scientists tell us that we have 10 years to change the way we live, avert the depletion of natural resources and the catastrophic evolution of the Earth’s climate.

The stakes are high for us and our children. Everyone should take part in the effort, and HOME has been conceived to take a message of mobilization out to every human being.

For this purpose, HOME needs to be free. A patron, the PPR Group, made this possible. EuropaCorp, the distributor, also pledged not to make any profit because Home is a non-profit film.

HOME has been made for you : share it! And act for the planet.

Yann Arthus-Bertrand

Noi stiamo vivendo dei tempi  insoliti. Gli scienziati ci dicono che  abbiamo 10 anni per cambiare il modo in cui viviamo, per modificare la tendenza di distruggere le  risorse naturali e l’evoluzione catastrofica del clima della Terra.

La posta è alta per noi ed i nostri bambini. Ognuno dovrebbe prendere parte allo sforzo, Home, La casa, è stata concepito per portare una comunicazione di mobilitazione ad ogni essere umano.

Per questo scopo, Home, ha bisogno di essere libero. Il gruppo patrocinante, il Gruppo di PPR,ha reso questo possibile.  EuropaCorp, il distributore del film, si è impegnato a non trarre guadagno perché Home è un film senza scopo di lucro.

La casa, Home,   è stata creata per tutti : la si con-divida! Si agirà  per il pianeta.

Yann Arthus-Bertrand

sito di riferimento:

http://www.home-2009.com/us/index.html

GIARDINI D’INCANTO N.3- Nella memoria

A volte accade che il cielo conservi segreti impressi sul suo volto.

Quella mattina calda e afosa ero uscita ben presto per recarmi a Villa Carolina, un piccolo spazio verde, riparato dal sole e dal rumore cittadino.

Mi sentivo stanca, il mio passo lo era, sembrava che ogni gesto, per piccolo che fosse, avesse un peso enorme.

Arrivai lentamente alla panchina all’ombra di un albero con poco fogliame.

Mi lasciai scivolare su quel ferro caldo e cominciai a perdere i miei pensieri, legandoli come funi ai bianchi contorni delle nuvole, fumanti il mio avvenire.

Ad un tratto mi accorsi della presenza che mi stava accanto.

Emersi di colpo dai miei voli, una signora mi stava chiedendo qualcosa.

Indossava una camicetta a fiori ed una gonna arancione, aveva modi gentili ed un aspetto curato.

Si presentò e allegra mi mostrò una borsa di stoffa, di sua completa creazione.

Era una cosa talmente piccola da non poter contenere neppure un portamonete, aveva all’interno una breve cerniera da cui estrasse cinque diversi bottoni.

Erano bottoni preziosi, riconobbi il materiale di cui erano fatti e anche il loro elevato costo.

Risplendevano colorati come gioielli preziosi e di vetro, avevano diverse dimensioni.

-Mi chiamo Maria e questo è il mio hobby o meglio uno dei tanti  esordì sorridendo.

Seguì la mia breve presentazione, dissi subito che ero in convalescenza, mi parve d’essermi liberata di un primo peso. Poi aggiunsi che quel clima di pianura, troppo umido, non giovava al mio stato,mi fiaccava le gambe e anche lo spirito. Maria annuiva e mi accorgevo che era dispiaciuta, non si perse d’animo però anzi mi propose di lavorare con lei, così il tempo sarebbe passato alla svelta e forse avrei deposto per un attimo quel pesante libro che sembrava poi non interessarmi.

Il giorno seguente ci ritrovammo sedute alla stessa panchina. Maria svelta estrasse dalla sua sacca pezzi di seta, lino, cotone, scampoli di tessuti di vario peso e colore e me li consegnò, dicendo di inventare qualcosa.

-Su due piedi non mi viene proprio niente le risposi seccata, incrociando il suo sguardo incuriosito.

Intanto Maria continuava a cucire la borsetta del giorno prima che aveva chiamato Pilù. Allora presi due pezzetti di lino e ne feci una nuvola, feci una pozza fresca d’acqua d’estate con la seta azzurra, poi ritagliai un sole di cotone e un tramonto di jeans. Potevano essere delle applicazioni per borse più grandi, magari quelle un po’ sformate dal peso della spesa. Quella giocosa attività durò un mese, poi ripresi il mio lavoro d’ufficio.

In quei giorni, per sempre candidi nella memoria, mi smarrii ogni giorno ad inseguire nuove nuvole e altri cieli, intanto le dita si facevano più svelte, di nuovo sicure tenevano i fili ricuciti della mia vita. La mia terra era un giardino che io fiorivo, cucivo, trasformavo appassionata. I silenzi erano parole che cercavano radici profonde, appigli concreti alla tanta voglia di vivere.

Fili visibili ora scivolavano precisi tra le nuvole del mio Essere.

mi è capitato

di vedere uomini

trasformarsi in topi

e mi è capitato di vederli

banchettare tra loro

con la carne della loro specie

solo perché erano cavie

di altri animali ingordi

avidi e tenaci rapaci della peggior specie

ammalati di febbri antichissime

Nessuno era riuscito a estirpare quel vorace morbo

che ancora infetta la razza

e la lascia in preda alla sua sete

alla sua fame e alla sua svuotata presenza.

Sintomo di questa alienazione è la  vitalità nel pretendere di porsi alla luce

in vista sotto i riflettori è il porgere il corpo perché

le ombre lo adattino alla cecità degli altri

di tutti quelli che lo guardano. E’ così che si propaga il contagio.

Ozio e noia

davanti ai mediatici culti

ai riti cui si sottopongono e le droghe

dalle più lievi alle più forti tra cui la detenzione di uno stupefacente

potere con cui erigersi sopra ogni altro fallo.

Parlamentare con questa specie non è possibile

e non è possibile cercare un luogo che non ne sia infetto.

Solo in sé chiusi in se stessi e in silenzio

senza rispondere ai loro continui richiami

forse il primato

decadrà

finirà il banchetto delle svendite globali.

GIARDINI D’INCANTO- N.2 La scelta


Così aveva deciso di partire, da un giorno all’altro. Aveva preparato la sacca mettendoci solo lo stretto indispensabile. Aveva chiuso la masseria ed era partito. Non aveva avvisato nessuno. Sembrava che avesse fretta, una fretta senza mezze misure. D’altra parte non lasciava indietro niente. Suo padre era morto da molti anni  e sua madre lo aveva seguito da lì a poco, come se il loro contratto di matrimonio e fatica non avesse potuto interrompersi con la morte. Il matrimonio, il suo matrimonio, era andato a carte e quarantotto e non aveva voglia di tornarci sopra. Ci aveva riprovato con qualche altra donna, ma non aveva trovato niente che facesse al caso suo. Sempre che sapesse quale fosse il caso suo. Era sabato quando partì, un sabato mattina presto, anzi prestissimo. La nebbia premeva e attraversava i cancelli di ferro cigolanti e malconci, mentre li chiudeva con una catena girata tre volte attorno ai ferri della battuta. Un lucchetto sufficientemente grosso per tenere gli anelli pesanti e poi via, senza girarsi indietro. Era partito verso la stazione di Ceglie. Il Salento era una terra meravigliosa ma la miseria della sua vita non gli piaceva. Aveva bisogno d’aria e  aveva bisogno di mettere terra, altra terra tra i suoi piedi e i suoi pensieri, aveva bisogno di vedere altre facce, altre voci, altri odori.

- La terra è grande-  diceva spesso, ormai solo a se stesso – perché uno deve stare chiuso a chiave sempre con lo stesso giorno? -

Si sentiva così: in galera,  in quella masseria. Il frantoio, le capre, il formaggio e qualche bastardo che ogni tanto veniva a rubargli il raccolto di olive, prima di farne olio. Lui si ubriacava e non si rendeva conto di chi fossero le ombre che camminavano sui muri del magazzino. Ma non era quello che lo turbava, anzi, a dire il vero avrebbe voluto che gli rubassero tutto, da sotto il sedere e dalle  mani, così si sarebbe deciso ad andarsene. Si sarebbe deciso una volta per tutte a mettere il naso fuori da quel pane dell’infanzia, che poi era diventata un’altra età. Di colpo un’altra, senza di fatto essere cambiata mai. La moglie era quasi una bambina e si erano sposati perché avevano avuto un figlio. Capita, quando non si sa bene cosa si sta facendo e loro credevano di stare a fare l’amore, senza dover pagare pegno prima o poi. I pegni invece restano al banco, per un po’, ma poi chiedono la riscossione. La loro fu un figlio che, per fortuna o per ulteriore disperazione, morì dentro un pozzo, appena qualche anno dopo la nascita. Lui aveva cominciato a bere, lei a prendersele da lui. Con la cinghia la picchiava a sangue perché diceva che era colpa sua, che era una poco di buono e , a lei, a lei andava bene d’essere trattata così. Era un modo di pagare il suo pegno, per non avere visto il figlio allontanarsi mentre mungeva le bestie. Bestie, tra le bestie e niente altro, niente amore, niente pietà. Niente di niente, solo giorni, uno dopo l’altro fino a che anche lei ci si buttò. Dentro lo stesso pozzo. Un pozzo di dolore troppo profondo per riuscire a resistere lì, vicino a quell’anello di memorie, una vera da pozzo a strangolo intorno alla vita. A volte, quando non aveva bevuto, si chiedeva come fosse stato possibile. Si domandava chi e come lo avesse sottoposto a una fattura di quella specie e gli prendeva la smania di scappare. Di punto in bianco scappare per non finirci dentro anche lui, in quel pozzo senza fondo. In stazione non trovò nessuno a fermarlo, nemmeno un saluto. Niente. Solo qualche vecchio, sordo e mezzo cieco che cercava di non farsi vedere a sua volta. Ceglie –Carbonara, una stazione di poche anime e, a quell’ora, nessuna pareva dare segni di vita. Il treno arrivò. Salì e iniziò quel lungo viaggio fino a qui, all’altro stato della conoscenza. Questo era infatti il percorso che , alla bella età di novant’anni, sentiva di avere fatto. Non aveva lasciato nulla laggiù. Tutto si era messo in viaggio con lui. La casa, la masseria e il cane e la sete l’orto le capre, i rumori del cancello, la pazzia della moglie, la morte della sua volontà e le pietre dei suoi affetti. Una follia in cui tutto era tangibile e  lo toccava, lo tornava a prendere da dentro. Ad ogni riga di scrittura, da quelle sillabe ripescate da un pozzo profondo e da quel bellissimo terrazzo aperto su un giardino stupendo, in quella bellissima casa,  in cui era ospite di una vita diversa, sua e mai praticata come propria, riusciva a comprendere come la sorte non sia ciò che capita, ma ciò che vicendevolmente ci e si costruisce, e cresce a seconda dei desideri, delle rinunce, dei cambi di strada o delle visioni che ci colgono, spesso all’improvviso. Di punto in bianco: la vita ci sceglie e non possiamo tirarci indietro, dobbiamo a nostra volta scegliere. Lui aveva scelto. Aveva ripescato dal pozzo della sua cecità tutta una vita, perché non andasse perso ciò che lo aveva mosso, ciò che lo aveva salvato da se stesso.

D I L A T O

e sempre dalla stessa parte

mi dilato prendo spazio

mentre il tempo fluisce nelle scene ad arte

scivola sulle tele

ne fa pareti di creature diverse

fedeli a quell’attimo da cui sono state strappate

e abbandonate lì

in quei segni nella capovolta

dimensione di una intenzione.

Sgusciano a tratti in difficili acrobazie dello sguardo

attento a non esporle oltre

il limite irascibile della memoria

che le vuole solo in un modo

un mondo già praticato e conservato tra i vuoti

a rendere piana la vita

così dissoluta e priva   di senso.

Tra le stanze nella casa


“una esplosione di sogni e desideri che non trovano sfogo nella vita quotidiana, un destino, una vocazione o una condanna.”

Tre stanze stipate di parole e pioggia vento

rinchiuse in carte e date

cartoline dalla frontiera

vecchie cartelle di disegni.

Io vivo qui

da tempo  mi abito   mi vesto di me stessa

tesso una casa intorno un soffitto di clessidre

pesci nell’acquaio in mezzo ai piatti da portata.

Peschiere e  chiatte da carico

animati banchi del mare

per sbarcare le lune

nel branco della fame. Quel lunario senza fascino

fatto di suoni che strusciano per terra i passi

consumano la casa  il  suolo dei sogni

e svuotano la madia

dei perchè mai più pronunciati.

GIARDINI D’INCANTO- N.1 Il ritorno

Ritornava sui suoi passi, lentamente. Rivedeva le orme lasciate all’ andata. Piccole impronte, senza importanza. Minuscoli segni sull’ erba tiepida di sole. Era stata una giornata calda e umida ed ora, verso il tramonto, il respiro dell’ aria rinfrescava la pelle. Non ricordava a che ora o perché fosse andata al giardino. Era uscita e ci si era ritrovata dentro, all’ improvviso, ne era stata lontana così tanto tempo che ormai non pensava più neanche alla sua esistenza. Se ne era andata da lì una intera vita prima. Aveva sentito sotto i piedi il sentiero e l’ aveva seguito fra due sponde fiorite. Il giardino era immutato. I colori, i profumi, l’ aria. Grondava luce e poi la filtrava fra i rami creando pozze luminose sul prato. Lei camminava, un poco frastornata, la testa leggera leggera, come fosse svuotata dei pensieri, belli o brutti che fossero.

Perché anche i pensieri belli hanno un loro peso e una loro responsabilità.

Camminava e non pensava. Registrava solo ogni minimo cambio di luce, di colore, di odore, in modo istintivo. Cercava. Non sapeva bene che cosa, ma, se era lì, doveva esserci per qualcosa.All’ improvviso giunse allo specchio d’ acqua, l’ ansa del fiume. Lo ricordava. Ci aveva passato ore su quella riva, un libro fra le mani, la mente svagata, estati di una ragazza in attesa del futuro.Le giunsero voci note, piovevano dall’ alto, si confondevano l’ una con l’ altra, erano echi limpidi che dicevano il suo nome. Non la chiamavano. Dicevano solo il suo nome. In coro. Felicemente.

Si fermò sulla riva e respirò a fondo. Chiuse gli occhi un attimo e, nel buio, focalizzò un punto, il punto che le doleva in mezzo al petto, le doleva da così tanto che ormai non ci si faceva più caso, il punto dove riponeva ogni schifa emozione, ogni fallimento, il frastuono della mente, il caos del sentire.L’ erba, i cespugli erano animati da ronzii, suoni brevi e scattanti, prolungati e persistenti, ma tutti fatti d’ oro. Vita di natura. Così semplice. Così intatta. Così piena.Riaprì gli occhi e alzò lo sguardo a un volo improvviso. Ali che battevano tagliando la gola del cielo.Aveva preso tanto le distanze dal mondo di fuori, si era tanto ritrovata, compiutamente, in ogni rumore, in ogni stormire di fronda, in ogni profumo di fiore, nella voce dell’ acqua, che aveva dimenticato tutto il resto di sé, tutto il tempo trascorso da quando era partita dal luogo che con forza, ora, la riconduceva a sé, nel profondo gorgo di un’ innocenza smarrita.

Era stato il tempo in cui credeva che vivere sarebbe stata un’ avventura da cavalcare con impeto, a cui darsi completamente, superando ogni ostacolo, costruendo una strada, ciottolo dopo ciottolo, mattone su mattone, lasciando dietro di sé segnali a chi, dopo di lei, l’ avrebbe percorsa. Tracce che nessuno aveva visto e che la pioggia e la tempesta avevano limato, confuso, infine cancellato.La pioggia era caduta sul suo capo e aveva inondato le sue stanze, trascinando via dalla finestra la dolcezza.

La tempesta aveva infranto il tetto, si era infilata nella cappa del camino urlando e l’ aveva sballottata qui e là, annullando la sua forza. Devastando l’ amore.

Dentro le era rimasto solo come un nocciolo, duro e spigoloso, ma dal sapore ancora zuccherino, che, ogni tanto, emanava una sua vibrazione tremula e quel nocciolo, lo sapeva, era lei.

Per questo era tornata al giardino: per lasciarlo lì, in quel posto del passato, divenuto ora il presente perfetto, per seminarlo lì, che mettesse radici e crescesse a far ombra, un’ ombra immensa, e diventasse la casa canora degli uccelli, che suonasse con i rami il canto dell’ armonia. Lì dove tutto era incominciato. Dove tutto stava per finire.E dove tutto avrebbe potuto ricominciare.Vide la vecchia panchina, solitaria nel tramonto. Si sedette. E bevve ogni istante, ogni restante attimo di luce.Poi il sole calò e fu la notte piena di stelle, all’ infinito.

quando le parole scappano


dai fili dei dis-corsi  dai tasti che li battono

quando non vogliono farsi testi

non vogliono decapitare i sogni e la vita di nessuno

quando si vede con chiarezza che è ora di dire basta

che c’è solo un modo per ritrovare la perduta parentela

con sé e con gli altri

tutti quelli che non hanno più parola

non hanno più peso

non hanno più un luogo

non hanno più nome

né storie per il futuro

quando non c’è dove

e quando non c’è altro perchè se non una legge qualsiasi

allora è meglio brillarle come riso in aria

e spargere i semi al vento

in attesa che fioriscano un tempo nuovo.

un tempo

i ladri rubavano biciclette

bestiame dal cortile o dalla stalla

oggi si ruba la vita direttamente dalla vita

che si tiene in corpo come un barile e che si svende

pagando caro il viaggio

da un inferno all’ altro

patendo purghe e supplizi che non hanno

contrappasso e non sono     l i b e r a t o r i.

Nessuno vede

d’essere schiavo

come una volta

di colonie     di parassiti

mossi da una sola indicibile calamita

messa sull’altare della fame d’oro

senza accorgersi che anche le loro

ore     a d a g i o

appassiscono e non lasciano traccia

nella terra calpestata

res(t)a spoglia

la salma accoltellata dell’a/vita

che balla e che canta

in mezzo a tutti quelli che le corrono incontro

in file di nuovi piccoli morti

accesi solo per un’olio

scivolato dalla grande lampada     a  d’odio

..

in un castello

Roger Johnston- fractals

d’acqua      una  f(r)onte       di ragioni

una muraglia            chiusa  del pensiero

nell’interminabile fronte del vuoto

dicono che      viva

una verità     si acce(r)chi.

Fuori dai picchetti      l’  in-fedele

intento  cor-eo-grafa

filosofie        a modello

il vivente despota

disposto lungo il limite s’intana

là dove  l’essere

umano  nella sua interrata paura

esplora il luogo       r e o

scorrere  nelle viscere

siero che si fa sangue

nel pe(n)satoio  roccolo di caccia.

Il  suo arco è l’arciere  e la muta

il sangue.

Grave ogni parola non mai matura abbastanza

non mai pres(t)a e solida abbastanza

sfreccia per  navigare l’ oscura densità

ri(s)posta altrove o in altro

siero di un atto  che non può che essere

impuro

comp(i)uto nell’uomo

legittimato nell’ essenza della vita

che scorre nascosta

in quel suo oscuro

mistero che  rinasce ancora.

Roger Johnston


TRA TERRA E CIELO

nel castello

mille volte cantata

da voci lontane

perdute nei segni

predate da tante  memorie

lei antica

impronta e sconosciuta       ora

dello stesso istante     mille e mille volte     fattosi

giorno     e notte     e uomo    e donna    e pianto    e buio    e

cieco  il cielo

cerchio tra la terra e ciò che non ha limite

visibile          solo

un orizzonte di ragioni.

IVAN DELLA MEA canta l’Internazionale di Franco Fortini.

Noi siamo gli ultimi del mondo.
Ma questo mondo non ci avrà.
Noi lo distruggeremo a fondo.
Spezzeremo la società.
Nelle fabbriche il capitale
come macchine ci usò.
Nelle scuole la morale
di chi comanda ci insegnò.

Questo pugno che sale
questo canto che va
è l’Internazionale
un’altra umanità.
Questa lotta che uguale
l’uomo all’uomo farà,
è l’Internazionale.
Fu vinta e vincerà.

Noi siamo gli ultimi di un tempo
che nel suo male sparirà.
Qui l’avvenire è già presente
chi ha compagni non morirà.
Al profitto e al suo volere
tutto l’uomo si tradì,
ma la Comune avrà il potere.
Dov’era il no faremo il sì.

Questo pugno che sale…

E tra di noi divideremo
lavoro, amore, libertà.
E insieme ci riprenderemo
la parola e la verità.
Guarda in viso, tienili a memoria
chi ci uccise, chi mentì.
Compagni, porta la tua storia
alla certezza che ci unì.

Questo pugno che sale…

Noi non vogliam sperare niente.
il nostro sogno è la realtà.
Da continente a continente
questa terra ci basterà.
Classi e secoli ci han straziato
fra chi sfruttava e chi servì:
compagno, esci dal passato
verso il compagno che ne uscì.

Questo pugno che sale…

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 54 other followers