GIARDINI D’INCANTO- N.2 La scelta

by fernirosso


Così aveva deciso di partire, da un giorno all’altro. Aveva preparato la sacca mettendoci solo lo stretto indispensabile. Aveva chiuso la masseria ed era partito. Non aveva avvisato nessuno. Sembrava che avesse fretta, una fretta senza mezze misure. D’altra parte non lasciava indietro niente. Suo padre era morto da molti anni  e sua madre lo aveva seguito da lì a poco, come se il loro contratto di matrimonio e fatica non avesse potuto interrompersi con la morte. Il matrimonio, il suo matrimonio, era andato a carte e quarantotto e non aveva voglia di tornarci sopra. Ci aveva riprovato con qualche altra donna, ma non aveva trovato niente che facesse al caso suo. Sempre che sapesse quale fosse il caso suo. Era sabato quando partì, un sabato mattina presto, anzi prestissimo. La nebbia premeva e attraversava i cancelli di ferro cigolanti e malconci, mentre li chiudeva con una catena girata tre volte attorno ai ferri della battuta. Un lucchetto sufficientemente grosso per tenere gli anelli pesanti e poi via, senza girarsi indietro. Era partito verso la stazione di Ceglie. Il Salento era una terra meravigliosa ma la miseria della sua vita non gli piaceva. Aveva bisogno d’aria e  aveva bisogno di mettere terra, altra terra tra i suoi piedi e i suoi pensieri, aveva bisogno di vedere altre facce, altre voci, altri odori.

- La terra è grande-  diceva spesso, ormai solo a se stesso – perché uno deve stare chiuso a chiave sempre con lo stesso giorno? -

Si sentiva così: in galera,  in quella masseria. Il frantoio, le capre, il formaggio e qualche bastardo che ogni tanto veniva a rubargli il raccolto di olive, prima di farne olio. Lui si ubriacava e non si rendeva conto di chi fossero le ombre che camminavano sui muri del magazzino. Ma non era quello che lo turbava, anzi, a dire il vero avrebbe voluto che gli rubassero tutto, da sotto il sedere e dalle  mani, così si sarebbe deciso ad andarsene. Si sarebbe deciso una volta per tutte a mettere il naso fuori da quel pane dell’infanzia, che poi era diventata un’altra età. Di colpo un’altra, senza di fatto essere cambiata mai. La moglie era quasi una bambina e si erano sposati perché avevano avuto un figlio. Capita, quando non si sa bene cosa si sta facendo e loro credevano di stare a fare l’amore, senza dover pagare pegno prima o poi. I pegni invece restano al banco, per un po’, ma poi chiedono la riscossione. La loro fu un figlio che, per fortuna o per ulteriore disperazione, morì dentro un pozzo, appena qualche anno dopo la nascita. Lui aveva cominciato a bere, lei a prendersele da lui. Con la cinghia la picchiava a sangue perché diceva che era colpa sua, che era una poco di buono e , a lei, a lei andava bene d’essere trattata così. Era un modo di pagare il suo pegno, per non avere visto il figlio allontanarsi mentre mungeva le bestie. Bestie, tra le bestie e niente altro, niente amore, niente pietà. Niente di niente, solo giorni, uno dopo l’altro fino a che anche lei ci si buttò. Dentro lo stesso pozzo. Un pozzo di dolore troppo profondo per riuscire a resistere lì, vicino a quell’anello di memorie, una vera da pozzo a strangolo intorno alla vita. A volte, quando non aveva bevuto, si chiedeva come fosse stato possibile. Si domandava chi e come lo avesse sottoposto a una fattura di quella specie e gli prendeva la smania di scappare. Di punto in bianco scappare per non finirci dentro anche lui, in quel pozzo senza fondo. In stazione non trovò nessuno a fermarlo, nemmeno un saluto. Niente. Solo qualche vecchio, sordo e mezzo cieco che cercava di non farsi vedere a sua volta. Ceglie –Carbonara, una stazione di poche anime e, a quell’ora, nessuna pareva dare segni di vita. Il treno arrivò. Salì e iniziò quel lungo viaggio fino a qui, all’altro stato della conoscenza. Questo era infatti il percorso che , alla bella età di novant’anni, sentiva di avere fatto. Non aveva lasciato nulla laggiù. Tutto si era messo in viaggio con lui. La casa, la masseria e il cane e la sete l’orto le capre, i rumori del cancello, la pazzia della moglie, la morte della sua volontà e le pietre dei suoi affetti. Una follia in cui tutto era tangibile e  lo toccava, lo tornava a prendere da dentro. Ad ogni riga di scrittura, da quelle sillabe ripescate da un pozzo profondo e da quel bellissimo terrazzo aperto su un giardino stupendo, in quella bellissima casa,  in cui era ospite di una vita diversa, sua e mai praticata come propria, riusciva a comprendere come la sorte non sia ciò che capita, ma ciò che vicendevolmente ci e si costruisce, e cresce a seconda dei desideri, delle rinunce, dei cambi di strada o delle visioni che ci colgono, spesso all’improvviso. Di punto in bianco: la vita ci sceglie e non possiamo tirarci indietro, dobbiamo a nostra volta scegliere. Lui aveva scelto. Aveva ripescato dal pozzo della sua cecità tutta una vita, perché non andasse perso ciò che lo aveva mosso, ciò che lo aveva salvato da se stesso.