FERNIROSSO webBLOCK

(ap)punti dall'arte

Month: luglio, 2009

lascerò le cose

così come stanno

sotto la polvere e gli odori

dentro la faccia vuota di questa casa

nei cassetti le carte e i ricordi nell’ ordine che manca

in questa stratificata versione della vita

così  prima e dopo resteranno

insieme  rintanati  dietro il muro e l’indifferenza

oltre la porta chiusa, l’abbraccio mai

mai abbastanza maturo

tenero mai abbastanza

dato e ricevuto

lascerò i vasi e le piante sul terrazzo

passerà  il sole  o il vento prima o poi

quando sarà il tempo.

Ora c’è questo

lasciare le cose

le cose della casa

e la casa in disordine

il mio lasciare tutto

così come sta.

vorrei avere

parole di legno

da bruciare  d’inverno

da mettere in acqua d’estate e notte tempo

andarmene a pescare

là dove nessuno guarda il sole tuffarsi

tra le squame  delle alici

azzurre tra  riva e  penombra

parole  vere  nascite del mare.

Vorrei avere il ramo di un lago del come

si vive senza desiderio

per attorcigliarlo

alla caviglia e abituarmi alla liquidità della vita

così sempre diversa e disattesa

così imprevedibile e agile

tra le fatture e le fratture di tutte le fatturazioni

che ci imponiamo per morire

anzi tempo credendoci risorti.

Vorrei un legno

da locomozione a portata di mano

per quando incespico abbandonata

al ciglio delle strade non si sa mai

cosa si trova di là dal feretro di ogni parola.

Vorrei una parola circolare

per andarmene più in fretta oltre il mondo dell’usuale

usura e   senza copertura   ciclica vorrei    la mente evadere

per trovare una migrazione di pensieri neri

sulla soglia di ogni casa e una sola parola da cantare

prima che    di nuovo  venga  sera.

Pensierino de la tarde

SISTEMA DI CREAZIONE DEL DEBITO: matematica illusionistica

effimero

m.n.zemplinski

la carezza

nel vento breve di una porta che si apre

e già sta per chiudersi uno sguardo

la mano che scivola

sulla maniglia dove altre

mani l’hanno toccata

l’occhio lungo della fessura

su righe rosse di colore

vertiginose rughe rapprese nei vuoti

lasciate dal pennello

luogo di un percorso sconosciuto

l’azzardo di due viti sulla cornice

le lega alla parete

e il cielo

entra e riflette di tutto

lo spazio non ancora esposto

sotto la sua circo(i)scrizione. Documentazioni dell’effimero

soffio del vento.

P O E M A R I O.

Magritte – pomme

Un pomo alla volta

uno nell’altro in un perfetto

incastro accampato

nel ventrecreato

della prima matrioska eva

nutrice  fantasticata  nuda ava

cruda quanto una mela  in un fruttato

frutteto paradiso da mangiare

con rispetto di distanze e re-impianti

un seme dopo il primo

nel marchingegnoso meccanismo

riproduttore di tutti

i  figli di caino e di quel dio

che per amore mal riposto

per un figlio tra i tanti di(s)sè(n)nato

scardinò le porte di quel luogo siderale

senza pari il  primigenio  baby

garden party della storia.

Un’espansione ancorata ad un seme

e un    r a t e o      in movimento

da quei verdi (il)lustri tomi

caduti senza parola come gravi

dubbi che pare

abbiano in- scritto in noi la storia

storybord di circo- stanza che con-don(n)a ca(n)none e figli

non acquisisce mai un padre definitivo

e-man-ci-pat(h)o(s)

dalla sua spessa superbia nato

con l’arroganza di ogni figlio

frutto di una innata voglia

strappata da un tronco     foglia

di un tenero ramo   poemario di fuoco

e lingua  del  fico.

un giro per uno e poi dopo un altro

perchè la voglia non finisca e ciò che siamo non si mostri

in una sola volta. Un giro di giostra e ci si tocca fin dentro le ossa

la stessa indiscussa paura che si gioca per forza in un giro di pista

e poi

poi basta ché l’uomo non ha altro da mostrare

e la donna ancora tutto da sognare.

Si cambia compagno ma non si cambia pista e

la sostanza della pasta,quella di cui ci troviamo formati, ci accontenta solo

per una breve sosta.

corre corre corre

Timelapse vs. Lisa Gerrard (Elysium)

questo tempo

che è la vita

ed evita di fermarsi per scrivere

il nostro nome sulla pietra della sua friabilità

corre corre corre

e non si volta a specchiarsi

in nessuno di noi nè in se stesso

ricurva la sua dolente freccia.

Corriere di una storia di cui portiamo in noi disseminate lettere

non può che correre

correo d’altre storie

letture di cui non porta memoria

Oggi ho preso le forbici

Dennis Sibeijn

http://fernirosso.files.wordpress.com/2009/07/49_dennis_2bsibein_149105.jpg?w=329&h=329

p.c. - O anima! Non sono poesia le lettere che pianto come chiodi,

ma il bianco che rimane sulla carta.

f. – Ho iniziato oggi, a tagliare dal basso.

p.c. - O anima! Non sono poesia le lettere che pianto come chiodi,

ma il bianco che rimane sulla carta.

f. – Ho iniziato potando il piede come una radice guasta.

p.c - O anima! Non sono poesia le lettere che pianto come chiodi,

ma il bianco che rimane sulla carta.

f. – Ho percorso le vene . Ho annusato la linfa che dentro mi scorreva avara.

p.c. – O anima! Non sono poesia le lettere che pianto come chiodi,

ma il bianco che rimane sulla carta.

f. – Oggi,  ho preso le forbici, più e più volte ho tagliato, fatto a pezzi, senza cercarmi,  fino a che sono crollata, in terra.

p.c – O anima! Non sono poesia le lettere che pianto come chiodi,

ma il bianco che rimane sulla carta.

f. – Ora, sì , ora. Ora finalmente. Resto.

AVVISO AI BAGNANTI!

http://www.walter.bz/blog/wp-images/uploads/2007/07/sardegna07.jpg

E’ in corso la raccolta firme per una petizione popolare atta a chiedere la revoca della delibera regionale n° 24/24 del 19/05/09. Tale delibera, il cui documento e riportato in allegato, consente nuove e più corpose concessioni demaniali della spiagge sarde, senza tenere conto di alcuna valutazione di pregio e d’impatto ambientale. Per una discutibile finalità di “Valorizzazione turistica”, vengono sottratti alla fruizione pubblica e consegnati all’interesse privato, fino al cinquanta per cento dell’estensione degli arenili, lunghi almeno 250 metri. I sardi, sempre più estranei ed emarginati sul proprio territorio, dovranno cercare di trovare accesso, in modo sempre più difficoltoso, negli spazi rimasti liberi da questa orrenda e lesiva lottizzazione. Occorre che la gente sappia ciò che sta accadendo, diffondendo e ramificando, quando più è possibile, un informazione che oggi sembra avvolta da una cortina di silenzio mediatico. Chi ha a cuore le sorti di quest’incantevole isola, ha il dovere di difenderla con ogni mezzo e deve poter esprimere il suo democratico dissenso perchè esso sia di contributo al peso esercitato dalla volontà popolare.

SITO DI RIFERIMENTO DELLE PETIZIONI

http://www.firmiamo.it/

TESTO DELLA RICHIESTA:

http://www.firmiamo.it/perladifesadellapubblicitadellespiaggeinsardegna

questo è per la firma:

http://www.firmiamo.it/sign/petition/perladifesadellapubblicitadellespiaggeinsardegna#sign

per la difesa della pubblicità delle spiagge in sardegna per diffondere una notizia che è sconosciuta ai più…la terra è di tutti, come il mare e le spiagge! dall’isoletta un accorato invito a firmare la petizione!!!! GRAZIE ATUTTI.

http://www.myluxury.it/img/costa-smeralda.jpg

nel terzo capitolo della notte

Zaelia Bishop

prima che l’ora trafughi      l’ombra

e i suoi sigilli  spezzi  ancora   una volta

nella mia bocca          dell’alba

spargi    gli odorosi    aromi      la parola nuova

vera       una vita intera

salva     nelle armoniche  note      una notte

fitta di lumi     nel buio che sta presso il  dolore  di perderti        e

dal mare    tessuto tra le onde    un  profumo

che sia inchiostro    d’amore

una spuma      di memorie      spalanca      la porta

che ancora il mistero    dentro     viva     in questo battito

continuo verde   nel verde degli zoccoli del cuore e    nei deserti

luoghi     dove la gioia anima la distanza    che a te mi riconduce

innalza dalle sponde

i suoi ponti mirabili

sulle labbra di chi ama

senza     avere       un dove

senza sentire i suoni     senza vedere le orme né

accogliere   i passi nella casa

senza sentire del sangue che fluisce il desiderio

perchè nulla   è più vicino di chi è amato       a chi lo ama.

MUS(IC)A PER SCRIVERE PER VIVERE

Ci sono contatti         ci sono mondi che vivono dentro

quei contatti che chiamiamo: allucinazioni.    Non vogliamo

renderci conto che è così    che è

attraverso la luce    le sue spore che

continuamente   restiamo in

semi

nati da quei microbatteri. Vengono

ad abitare in noi senza

che noi lo sappiamo       e .

ci trasformano  un poco      alla volta

fino a dissolverci.

In questo modo riescono a travasarsi qui   sul nostro

pianeta  giungendo non da una

cellula     come sempre abbiamo creduto ma

da una follia: un’onda di luce

genera una marea di esseri        viventi        non scienti.

Ho praticato un foro

l’ho inglobato alla    p a r e t e

ogni giorno vi guardo

non vedo altro

che una crepa.

Ah! Dimenticavo:

invertendo l’ordine dei fa(ttor)i

l’esi(s)to non produce varianti.

GIARDINI D’INCANTO- N.11 Il tuffo

http://www.invectis.co.uk/leonardslee/au28.jpg

Sentì sotto le suole il terreno leggermente in discesa e da questo comprese che stava arrivando. Rallentò il passo: non aveva fretta, anzi gli pareva di doversi un momento rallentato, di riflessione, di concentrazione, tutto dedicato a se stesso.
Lungo il sentiero le foglie dei rami gli sfioravano il viso e gli occhi, la bocca erano colmi della loro fragranza. Ma ciò che di più lo colpiva era l’ odore della terra, un che di originale, puro, avvolgente,  come un forte sentore di umori vitali. Era un odore cui non si dovrebbe rinunciare mai, nella vita, dovunque la vita conduca.

La vita l’ aveva portato per strade diverse, sulle vie delle città dove aveva speso i suoi giorni, cercando, sempre cercando, affannosamente cercando di realizzarsi, per accorgersi poi, che quello che aveva ottenuto non era proprio quello che voleva. In ultimo gli sarebbe bastato un respiro più ampio, un occhio più sereno per sentirsi realizzato. Ma li aveva persi nelle lunghe notti lontano da casa, nelle frenetiche giornate di lavoro, nelle ricorrenze dimenticate, nei sorrisi non goduti, nella corsa continua tesa a migliorare il suo stato d’ uomo arrivato.

“ Lei potrà vivere a lungo ancora, ma dovrà avere molta cura di sé. Dovrà rispettarsi….”

Si era sentito di colpo vecchio e fragile. E non era da lui. Aveva spesso pensato, nel passare degli anni, alla fine fisica, al decadimento e aveva rigettato il pensiero. Lui no. A lui non sarebbe capitato. Lui sarebbe crollato d’ un colpo, una sola potente mazzata  avrebbe abbattuto l’ immagine che s’ era costruito. Doveva essere così. Perché la sua forza non poteva tradirlo, fiaccandogli le energie, indebolendogli pian piano il battito del polso, rallentandogli il cuore poco alla volta.

Adesso camminava sui ciottoli, i sassetti del greto che limitava il piccolo lago e sentiva fra il verde la voce della cascatella che lo chiamava. Era per lei che si trovava lì, alla fine.
“Sono qui” le rispose.
Un tempo i ragazzi passavano le estati a salire fino dove la cascata scaturiva per poi lanciarsi nel lago sottostante fra gli spruzzi schioccanti dell’ acqua. Che i genitori li sgridassero, li punissero, che a volte le guardie forestali li minacciassero caricandoli in auto e riportandoli di peso a casa, non aveva mai loro impedito di tornare lì, qualche giorno, una settimana dopo. Era pericoloso. Lo sapevano. E quel “pericoloso” faceva la differenza. Li attirava come la luce attira la farfalla notturna.

Ragazzi. Solo ragazzi. Che si mettevano alla prova. E rischiavano l’ osso del collo. Nessuno era annegato, nessuno s’ era fatto male, sul serio, almeno. Qualche botta, sbucciatura, graffio, un braccio rotto, una caviglia slogata e a casa raccontavano d’ esser caduti dalla bici, d’ aver fatto un capitombolo mentre scendevano dall’ albero, cose così.

Eccola. Argentea, spruzzi ridenti. Il tempo non era passato, per lei. Il primo amore.
Prese il sentiero stretto e ripido che portava immediatamente sopra la cascatella. Ci arrivò ansimante. Non lo ricordava così lungo, così faticoso.
Era in cima ora, sull’ orlo. E lì la terra, inumidita, profumava come mai l’ aveva sentita profumare. Terra e acqua insieme: il principio di tutte le cose. Una miscela di frammenti imputriditi e di germogli sfolgoranti, di erbe e di foglie, tutto finiva, tutto ricominciava.
Si tolse con calma le scarpe. La giacca, la camicia. Tutto. E rimase nudo nella sua vecchia pelle di uomo che s’ era fatto da sé.
Guardò in giù, un istante solo. Si curvò e si lanciò. Fu un volo di un breve attimo poi

l’ acqua si aprì ad accoglierlo fra le sue braccia, e lui si lasciò prendere e cullare e trattenne il fiato andando giù, verso il fondo, come un peso di piombo. Come avesse una macina legata al collo.

Sott’ acqua fantasmi di alghe si attorcigliarono ai ricordi, alle voci, ai pensieri, alle grida di sua madre, alle sfuriate di suo padre, alle parole dimenticate nella borsa del tempo, al ruggire della fiamma, allo sciogliersi del gelo a primavera, alle ore, le ore impazzite che lo portavano sempre più lontano, come una corrente impetuosa.

Si diede una spinta, d’ istinto, e rilasciò un poco d’ aria, incominciando a risalire, piano, senza fretta. Si lasciò andare a galleggiare sulla superficie, il volto girato al cielo. Il suo cuore malato gli stava parlando. Adesso lui lo sentiva e potevano riprendere il filo del discorso interrotto non ricordava quando né come, per cercare di spiegarsi i perché lasciati irrisolti sulla soglia di casa, sui davanzali fra i vasi di fiori, lungo i parapetti dei ponti, i fossati ai bordi delle strade.

Il suo vecchio cuore malato gli raccontò storie brevi come secondi o lunghe come ere del passato, lo prese per mano, lo incantò con il suo battito prezioso finché lui comprese che quell’ ultimo tuffo era stato ciò cui per tutta la vita aveva teso. Voluto con tutte le sue forze.
E alla fine, proprio sul limite dello sgretolarsi in sabbia fine di ogni sassetto, l’ aveva ottenuto: inarcarsi nell’ aria, precipitare nell’ acqua, verde del verde del prato, delle foglie, dell’ erba, un attimo di meraviglioso.

GIARDINI D’INCANTO- N.10 BOCCACCE

Ricordo ancora le giornate interminabili. Lungo il fiume arrivavamo al mare, per un lungo periodo di vacanza e tu, ci aspettavi, nel porto del paese.

Non riesco a ricordare il nome di quella piccola curva, un’ansa in cui il mare raggiungeva l’acqua dolce mescolando flora e fauna. Ricordo che era un nome breve, che aveva quasi un sapore in bocca, mentre lo pronunciavo mordendomi sempre le labbra, per la paura di sbagliare.

Anche noi ci mescolavamo a voi. Noi di città e stranieri,  voi, gente modesta di un piccolo paese lungo la costa dell’Italia. Ricordo che mio padre ci faceva sperare fin dall’inverno quelle vacanze. Ogni anno aggiungeva qualche spettacolare richiamo, per invogliarci a continuare le vacanze in sua compagnia.

Per me non serviva. C’eri già tu.  Ti sognavo tutto l’anno. Mi ero decisamente innamorato, fin dalla prima volta, soprattutto perchè non ti avevo detto niente e potevo continuare a sperare che, un giorno, magari mi considerassi. Ero così piccolo e tu, meravigliosamente bella e grande. Grande, quindici anni più di me.

Mi facevi le boccacce, per farmi ridere. Ti nascondevi dietro uno degli alberi del parco e poi sbucavi fuori all’improvviso. Avevi ogni volta una faccia incredibile, irresistibile. Ti sarei saltato addosso. Non so se era perchè non avevo più mia madre o perchè mi ero innamorato. A volte le cose non sono separabili con un taglio preciso.

Tu mi riempivi di baci in ogni caso. Tutti quelli che nessuno aveva dato a te, tu li davi a me, per la felicità di non essere più sola, in quella grande casa che custodivi tutto l’anno e in cui non entrava mai nessuno. Mio padre non aveva tempo e noi andavamo in collegio. Ci era impossibile venire d’inverno. E poi anche la neve non era un ostacolo da poco, i valichi erano chiusi, allora. Allora era così.  Eppure! Non ho nella mente ricordi più luminosi di quelli. Di quelle mie estati senza fine, in bicicletta per chilometri e giorni, con soste ora da un amico di mio padre, ora da uno di mia sorella. Da quando abbiamo venduto la casa, dopo la morte di mio padre, questa è la prima volta che mi torni in mente così violentemente. Come se volessi spingermi fino a quell’ansa, davanti a quel pontile. Ci sono venuto, quest’anno ed è stata grande la sorpresa di vederti. O meglio di vedere una ragazza che ti somigliava come una goccia di quell’acqua, rimasta uguale nel tempo, come se non fosse mai scorsa via dai miei ricordi e da quelle rive. Ho voluto arrivare in barca, anche questa volta. Anche se sono partito dal mare, a ritroso, verso il porto lungo il fiume. Tu eri là. Seduta sul legno della scaletta d’attracco e sistemavi le reti con un uomo, un vecchio che non conoscevo.

Ci hai salutato come se ci conoscessi e hai detto il tuo nome. Mi si è capovolto il cuore su quella voce e non ho saputo più dire niente.  Sono rimasto muto io, come lo era tua madre. Una sola cosa sono riuscito ad abbozzare, inconsapevolmente ti ho fatto le  sue boccacce, perchè anche tu, così grande e seria, ridessi di me, delle mie facce sbalordite.


GIARDINI D’INCANTO- N.9 SUONI

Lo avevo percorso con te durante la fine dell’inverno. Quel viale  portava solamente a casa. Eppure, ogni volta, portava anche dentro una barriera. Dentro me, quel luogo di me che avevo lasciato dentro una fessura, nel corpo del muro di cinta, insieme ad un dente da latte e un biglietto, chiusi in una scatola di latta. Forse ormai non aveva più parole, il biglietto.  Forse non c’erano più, né la scatola, né il dente, né tanto meno  il biglietto. Un dente! Come fosse stato una zanna! Non c’era forse nemmeno la fessura! Il mattone! Quel mattone che si poteva togliere a piacere. Echi, erano echi, che ancora non ero certo di volere incontrare, e speravo fossero loro a venire da me. Come se le cose avessero le gambe! Forse le hanno, le gambe! E i piedi, calpestando il suolo battuto in noi milioni di echi, uno lo sollevano: quello che ci fa paura. Forse l’unica paura che vorremmo evitare, la paura di perdersi, o forse proprio quel  perdersi, nel trovare quale sia la paura che ancora coviamo, senza nemmeno saperla, vederla, conoscerla, toccarla, ci spinge in una direzione che non ha passi in quella terra.

Tornare a casa: significava  toccare? Toccare con mano qualcosa che aveva un corpo abbastanza durevole, aveva fedeltà e aderenza alla vita,  a quella di ciascuno di noi, oltre a quelli che intorno a noi si trovavano a stare, sostare per qualche tempo, agire? Non mi sembra nemmeno da porre sotto rilevanza il fatto che i nostri genitori fossero l’unità fatta persona. Una sola persona. E ora, si adesso che siamo tornati qui, lungo questo muro che è cresciuto dentro la divisione dei giardini, la mia, la sua casa e quella di altri, servirebbe una nuova randellata sulle ferite accettate e accertate  allora come una mannaia?

Eravamo così abituati, io e mio fratello, al fatto che l’uno prendesse il posto dell’altro che, quando per motivi che non  ritengo il caso sottolineare ancora a me stesso, i nostri genitori si lasciarono e non vollero rivedersi mai più, lui ed io non riuscivamo più a distinguere il dolore suo dal mio. Erano un solo enorme cumulo di macerie, indistinte.  Anche noi, ci lasciammo allora. Quella fusione dolorosa non ci lasciava vivere. Forse c’è necessità di distanza. Nostra madre aveva detto, proprio quel giorno, quando ancora era in piena salute, che non lo avrebbe voluto nemmeno al suo funerale, né tanto meno al suo letto di morte. Non voleva averlo come ultima visione.

Mi domandavo adesso, mentre camminavo al tuo fianco, dicendo di amarti come allora, ora che dicevo a me stesso  di amare,  la donna che avevo sposato e dalla quale avevo avuto dei figli, le solite cose che ci diciamo tutti per dare una consistenza all’amore e volevo, più di ogni altra cosa, quella crepa nel muro. Volevo d’istinto trovare quella cosa, l’unico mattone dietro cui si trovava l’unico corpo,  capace di scrivere in me la parola definitiva. Tu sei .

Chi ero? Chi ero diventato? Chi sono?

Non me lo chiedevo mai. Solo quando tornavo. Quando tornavo a posare il piede in quel viale. Una pietra dopo l’altra, un albero dietro all’altro, in quella foresta che nulla aveva della casualità, in cui ogni regno conviveva con l’altro e circondava un’isola del tempo, là e solamente là, riuscivo a sentire quelle domande. Sembravano nascere dalla terra? Mi chiedeva chi ero, chi fossi per posare il piede lì.Non riconosceva la mia impronta? Eppure avrebbe dovuto? Lei sì, avrebbe potuto salvarmi, sciogliermi. Avrebbe potuto dirmi. Invece i passi erano muti di risposte. Crescevano solo domande, interrogazioni che se ne andavno, con la stessa consistenza del vento tra le foglie, i legni che si spezzano e cadono per terra.

Voci. Suoni sparsi in un coro di cui ancora non avevo trovato i singoli domini, la frequenza di trasmissione.

Camminavo lungo il viale, lento.  Mi ricordai dove era, dove era esattamente il luogo. Lo vidi, mentre si apriva nella memoria o forse era la memoria stessa ad aprirsi. Era quella breccia,  ed era lei il muro. Era lì dentro che avevo eretto gli alti  torrioni di ferro. La logica, il disappunto e la ragione di un battaglione di ragioni mutilati da ciò che invece era il corpo vivo.  Ferree ragioni per starmi lontano, per stare lontano da quel tempo e starmi addosso. Farmi fuori.

Ancora prima di sollevare la pietra lessi. Vedevo chiaro ciò che stava dietro.

E’ un testo nato per piccole brecce, schegge di brace

molto dopo il rosso e

si è divelto

nelle  mie parole

l’azzurro del cielo

si è fatto denso

da mangiare        gli alberi

più verde

mi hanno infisso       nelle loro spore

i polmoni.

Dopo, dopo di te  non cerco più

nella casa

nella forma dei ricordi

fermo dopo di te      nulla

mi resta  distante e non     rimpiango

di averti perso né le attese

da cui tornavi

restando sempre assente.

No       dopo di te

l’inferno si è placato

il mio sguardo si è slabbrato e il  mondo

vi deposita

il suo    l o g o  r i o     il dissenso che in ogni cosa

canta e ride

di me     tutto ciò che crede       d’essere qualcosa

diverso

una piccola finestra  il dove

l’uso

che mettiamo a deposito  dei nomi

nel nome  di un vuoto   le nostre congetture

la congiuntura degli scavi dentro le paure che

non portiamo mai a galla.

L’ albero è rimasto albero e il mare su di lui si riversa

liberando gli azzurri in fulmini di luce e silenzi

irremovibili.

Dopo di te il mondo.

Dopo di te ha iniziato a bruciare.

Era finalmente il corpo

e mia madre  mi rinasceva. O

ero io,che infine  morivo.

GIARDINI D’INCANTO- N.8 Dove vive ancora Amleto

- Il mondo mi aspettava, ora lo so. Ci aspetta tutti. Uno ad uno. E prepara tutto in modo preciso. Preciso. Le parole, le semina per terra, perchè dai piedi salgano la via maestra e fioriscano in noi  il nostro albero di piume.  Alla stagione giusta. Non una foglia o un frutto prima dell’ora segnata. Non un anello prima che il tempo  suoni il suo preciso tempo. Preciso perchè la linfa scatti, all’anello seguente. -

Aveva iniziato a spiegare  questa prima visione del dramma e sentivo qualcosa maturare imprevista, in me. C’era una voce che mi soffiava in petto un peso e diceva, diceva, senza che potessi fermarla.

- Sono disperse, le parole, e solo a noi, ciascuno le proprie , si renderanno visibili, leggibili. E  servirà tempo, altro tempo per farle inturgidire , come seni da latte, perchè nutrano chi le ha succhiate da dentro, lontano, nella terra, dalla  madre, prima che noi, indifferenti a quel liquido, le inghiottissimo avidamente. -

Una specie di onda, o semplicemente un beccheggiare dell’animo. Sentivo, in quel varco del giardino, prima di salire la scala, che c’era qualcosa  e spingeva all’evoluzione della storia o della tragedia.  La mia, solo la mia. Una strenua  lotta che mi affascinava, che mi coinvolgeva fino a non potermi più isolare. Era il potere, quello che avevo cercato di dimenticare sempre, e mi riaffiorava alla mente Amleto, anzi, qualcosa certamente di minore ma anch’esso ” un amleto”, pronto ad uccidere la sua storia personale, se stesso dunque, e suo padre e tutta la famiglia, per impalmare lei, la parola, arrivata da lontano, ofelia pronta  a impazzire e l’altra, la madre, la parola antica, arcaica, già deflorata, che si lascia adescare dall’assassino.  Il racconto dei secoli, nei secoli del tempo  in una strategia di rinviati processi e silenzi.  Una storia che non ha sangue evidente che scorre, con  personaggi  incorniciati da funzioni ormai consuete: l’immaginario collettivo. Ma c’erano corde a forma di cappio e nodi scorsoi.

Hanno comportamenti strani, gli uomini, anzi gli amleto. Non sono eroi, non hanno cornice. Li si può riconoscere sotto l’aspetto di cui ciascuno, per sua fortuna, partecipa da quel se stesso, che nessun altro vede, a quel  sé dell’altro, facendo emergere quel nostro buio,  quello prematuramente esiliato, senza il quale la tragedia non può esistere.

- Raccontare  qualcosa che ci riguarda, riguarda noi, il tempo che stiamo vivendo, il nostro tempo. Fragilità e inganno, la debolezza di nasconderci, nascondere la paura in un calcolo impulsivo, che ci svela, ci denuda davanti agli altri, perchè più tentiamo di indossare l’abito di eroe e più si palesa la nostra estrema irrealtà… -

Continuava a parlare, a dire e dire senza darmi sosta.Quella voce era senz’altro la follia che si faceva strada, in un delirio di immagini e figure, che mi premevano il corpo, si addossavano all’arco della gola per uscire, farsi parola, storia.

- …L’estremità della sensibilità è la mano di  Amleto, che giura la sua idea e spergiura qualunque verità di cui si fa testimone attraverso un massacro. Compromette il  confine. Il suo conflitto è un acquitrino. La canna e il  vento, il veleno da iniettare, nel cuore degli affanni e là rinascere, qualcosa di sè che non trova, che non riesce a raggiungere, il vuoto, dell’illesa fedeltà alla vita, non corruttibile, nemmeno attraverso la freccia della morte. Dea, ogni idea,  e le aspirazioni la prima traccia, il segno di uno sperimentarne la corruttibilità. Tragedia di un luogo che è l’uomo, vecchio e nuovo, Amleto è l’usurpato usurpatore, che calpesta se stesso, la società e la vacuità delle forme, delle regole, delle irraggiungibili incoronazioni di un gesto che, sempre, altro non è che morte, di ciò che è ed appare, o si vorrebbe che fosse. Pensa , Amleto, e questa è la sua crisi, quel vedere le cose e i luoghi attraverso l’intelletto, perdendo tutto, ogni incessante rigenerazione del sentire, persino se stesso, da cui si allontana.  -

Mi indicava una casa, sul filo dell’acqua.

-  In quella pietra vive amleto, il nostro amleto, l’ amuleto dell’origine della distanza, nell’oro senza macchia di una fusione totale all’incapacità di stare là, insieme alla terra che nella nebbia vorrebbe nasconderlo a se stesso, il vecchio, l’ antico, preistorico amleto.  Amleto è l’albero. E’  tutta la foresta degli alberi che in sè cantano la voce di miriadi di uccelli,  la rugiada e la luna ma, non è se stesso. Zitta la casa di Amleto è la monotonia della terra, senza stagioni, una solitudine  senza amici in cui nulla può modificare una sola zolla. -

Scomparve così, dentro il suono dell’acqua. Qualcosa che tentava di non affogare, un legno o un animale che voleva raggiungere la riva mi svegliò da quella specie di vortice, o vertigine. Seppi più tardi che lì, dentro quelle spesse mura di pietra e in quei giardini d’incanto, Ofelia s’era rinchiusa, aspettando lui, l’altro, l’amato mai dimenticato, prima che Amleto concludesse la tragedia della sua disperazione.

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