Non ci sono più ponti
sotto cui s o s t a r e
tutto mi corre sopra a grande velocità
va verso un disegno di specchi e di echi vuoti
tutto è vetro che si rompe.
Sto ancora qui
per terra dentro il pozzo
prosciugata
e nemmeno il suono del vento
può fingere per me un sorso d’acqua.
Sono secoli che qui dorme l’altra.
Ancora non è morta ancora nelle sue veglie viene a ferirmi
coi suoi vecchi pungoli e gli attrezzi arrugginiti
avvelena me: la sua fame senza fine.
Ha odore di guasto questa terra
malata di assenza ferita di arroganza.
Ha sapore di sangue questa vena che s’interra
e si disperde dove vorrei seguirla
dove vorrei spar(t)ire
in un verde le mie ultime spine.

5 luglio 2009 a 14:55
di nuovo una visione desolante e senza speranza che la parola in versi rende toccante e vivida.
Dal quadro di una generale disfatta (tutto è vetro che si rompe), al posizionarsi (per terra dentro il pozzo) in una situazione di irrimediabile rovina, fino all’ “altra” (Ancora non è morta ancora nelle sue veglie viene a ferirmi), per arrivare alla terra in odore di marciume e all’ acqua fatta sangue, che sprofonda a smarrirsi in meandri sotterranei: lì il porto d’ arrivo (dove vorrei spar(t)ire/in un verde le mie ultime spine).
Un ragionare per sé dentro di sé, quasi a cercare non una via di svolta, ma un luogo che offra un senso a tutto il percorso o, forse, solo un approdo.
Molto molto piaciuta.
5 luglio 2009 a 21:37
ci sono anche i neri…profondità da cui serve molto tempo per tornare.Grazie daniela.f