GIARDINI D’INCANTO – N.4 All’improvviso
Capitò all’ improvviso.
Fissava il muro della casa di fronte, con tutte le sue finestre illuminate nel buio, il muro sporco, graffiato dal tempo che da sempre gli chiudeva ogni possibilità di orizzonte, mentre, in sottofondo la voce di lei continuava monotona a elencare le cose che non andavano, quelle che si erano guastate e non funzionavano più, quando accadde.
D’ improvviso il muro scomparve e al suo posto apparvero cime di alberi lievemente oscillanti nell’ aria della sera.. Guardò in giù, nella strada e la strada trafficata e impestata dai gas di scarico, era anch’ essa scomparsa: al suo posto gli alberi, pini e larici, affondavano le radici in un prato amplissimo.
Sentiva il profumo della resina arrivare fino a lui. Se ne riempì la bocca, la gola, i polmoni.
I rami frusciavano, uno era abbastanza lungo da arrivare al balcone dove lui stava in piedi, appoggiato al parapetto, fra le scope, gli spazzoni, gli stracci che lei usava per pulire le scale della casa. Portiere tuttofare lui, donna delle pulizie lei. Una vita da niente. Con sempre quel muro davanti. E, da un po’, anche fra loro. Ogni giorno, ogni ora, ogni attimo.
Ma adesso non aveva importanza. La voce di lei si era zittita o, in ogni caso, lui non sentiva più niente.
I rimproveri erano come caduti in uno sprofondo lontano. Le lamentele rimbalzavano mute, senza colpirlo, non più.
Un gufo fece il suo verso e fu come il segnale che fece aprire una finestra nel fondo lontano, dove il cielo scuro ebbe un sussulto e incominciò a cantare, melodie di un’ orchestra invisibile, di corpi celesti in giri armonici di danza.
Non era vero, lo sapeva e non era vero perché non poteva essere vero. Chiuse gli occhi, li riaprì, sbatté le palpebre, non servì a niente. Quello che aveva finito per pensare come un fondale, non mutò.
Guardò in giù, di nuovo.
Era tutto tanto tranquillo, tanto bello, da togliere il fiato. Desiderò di non muoversi più da lì. Restarci per il resto della vita che restava. Pensava che quando avesse fatto giorno avrebbe potuto distinguere ogni particolare del giardino incantato, pensò che, se solo ci fosse stata una capanna, tronchi sconnessi messi assieme alla peggio, sarebbe sceso, in qualche modo, di ramo in ramo fino al prato e si sarebbe sistemato lì: lui, i capelli come erbe intrecciate, le braccia corteccia profumata, confuso nel verde.
Ci fu un tuono lontano, un brontolio, un lampo improvviso illuminò a giorno il giardino.
Vide per un attimo fino al limite estremo, scoprì la linea dell’ orizzonte, infinita, oltre la quale c’ era tutto. Tutto. Il passato, il presente, il futuro, l’ amaro della vita, le delusioni, gli errori, i rimpianti per ciò che, non fatto, mai sarebbe stato fatto, le speranze,, i non sogni sognati, i sogni non sognati, i desideri, la rabbia e il pianto e poi ogni singolo minimo momento in cui aveva sentito la vita gonfiarsi nella vena.
Ed allora si girò, dando le spalle al giardino, verso l’ interno della stanza. Lei era ancora lì e stirava. Era notte e lei stirava. Era notte e lui sognava.
Pian piano entrò, chiuse i vetri della portafinestra e vide che fuori, il muro scrostato era di nuovo al suo posto, come se mai si fosse mosso.
Sorrise. Fece scendere la tapparella. Chiudendo la notte fuori.

5 Luglio 2009 a 19:21
come tutto può cambiare se sappiamo attraversare quel muro
il muro che ci separa, che si frappone tra noi e l’altro, tra una monotona e dolorosa esistenza e una incantevole e breve visione
si può restare in casa ed evadere, viaggiare con gli occhi pregni di colori,
capita all’improvviso
un racconto che vola e fa volare per un attimo e ti lascia poi un sorriso
un grazie all’autore, Elina
5 Luglio 2009 a 19:52
oggi, non riuscivo a stare in me e contemporaneamente non riuscivo a starmene ferma a guardare il giardino che mi sta davanti. Capita, a volte, che ci sia necessità di altri varchi. Questo è uno di quelli, in cui la chiave sei tu, e ti aiuta a diminuirti, a moderare il peso che ti compone o forse meglio ti scompone. Grazie anche da parte mia all’autore o autrice.ferni
5 Luglio 2009 a 23:02
molti sono i muri che ci circoscrivono e precludono, abbatterli o, come scrive Ferni, aprire un varco, è a volte un’ esigenza cui la mente risponde d’ istinto e “all’ improvviso”. Anche da me grazie all’ autore-trice.
dmk
6 Luglio 2009 a 17:11
ho commentato questo bel racconto in altro sito.
6 Luglio 2009 a 17:12
quel verde è stella…..non ho idea di cosa ho combinato.
6 Luglio 2009 a 20:28
tranquilla ti ho riconosciuto lo stesso. Ciao Stella.f
8 Luglio 2009 a 18:13
grazie per questo racconto.
8 Luglio 2009 a 18:17
sto aspettando anche il tuo! Cosa manca ancora? Un suono o…uno strumento? Mandacelo dai! ferni
l’indirizzo è:
cartesensibili@live.it
10 Luglio 2009 a 18:47
Bello, mi piacerebbe mi capitasse spesso un evento così. So che i piedi, troppo spesso conficcati per terra non aiutano in questo tipo di esercizio. Grazie per la traccia,però. Bisogna esercitarsi. Giacomo A.
12 Luglio 2009 a 18:53
anche a me è piaciuto questo racconto, sembra togliere il peso alle cose che ci gravitano intorno o ci opprimono nella quotidianità delle esperienze. Indica un mezzo per superare le barriere che ci costruiamo da soli. Bello, sì, da leggere di nuovo. nicolò