GIARDINI D’INCANTO – N.7 Inganni


-Ci sono donne che conoscono l’autunno al  primo manifestarsi: l’aria fresca, foglie che volano in planate tenui al terreno…abitini da acquistare all’ultimo momento perché, si sa, le vecchie stoffe  non rigenerano l’anima seccata al sole estivo.
La stessa dei miei giorni contrari. Colore che rende misteriosi i loro abituali nascondigli all’occhio di desideranti aspettative…atteggiamenti, posture, curve da seguire con le dita della mente, non importa se  da altri decise. Quello che importa è colmarne la vista, gratuitamente, sentendosene appagate. A volte, vien voglia di vedere queste donne ricoperte di foglie, le stesse che cadono dando pensieri malinconici a chi le calpesta indifferente. Spoglie di tutto, queste donne, nelle loro tonalità spente, cercando una luce che magari non sia di lanterna notturna ma luccichio silenzioso, feroce ed intestardito nell’animo, senza urlo. All’inizio di ottobre, urlare non è permesso: così ci raccontano le stagioni. Ci sono stagioni che mentono, altre disorientano. Altre ancora fanno male, con i loro monti bruciati ed azzurrognoli, le loro pietre immobili a delimitare cieli e nuvole ed ancora, violenti rumori di temporale su mare cinereo, rabbioso, eterno. Perchè non sono come queste donne? Perché mi sento foglia secca, falena bruciata da luce d’inganno, nocciolo denso, nodo non sciolto…nemmeno da mani sapienti e braccia d’alberi che ora rinfrescano questo corpo!

- E’ il tutto che pensa, Anna, ora che cammina nella stradina che come lingua  si srotola dall’edificio al bosco. Parla a voce alta, Anna, attorcigliandosi addosso il maglione che le ho appena  dato. Tremava tutta, dopo essere corsa via dall’ospedale: non avevamo neanche finito il solito incontro mensile che l’ho vista volar via dalla sedia ed andare, spalancando porte e scivolando leggera sui gradini, verso il parco. -

-Un odore strano, diverso da quello particolare e pregnante degli altri reparti: aggressivo, rumoroso, in quell’andito largo! Perché oggi mi ha voluta incontrare qui?
Mi viene vicina una bambina di tredici, forse quattordici anni, sembra straniera. Assente, totale assenza sul viso, solo gli occhi fissi che mi guardano, grandi, belli. Le stringo la mano e le faccio una carezza. Niente. Non mi fa passare.
Arriva un ragazzo un po’ più grande, al contrario è lui a tendermi le mani, mi dice ciao.
La dottoressa mi chiama – “dai, andiamo, stai tranquilla”.- Io sono tranquilla, ma è lui che non vuole lasciarmi la mano. Entriamo in una stanza, chiude a chiave. Anche prima, quando guardavo negli occhi quella bimba, ho sentito il rumore della serratura. Porta chiusa. Siamo in psichiatria.
Chiacchiero, chiacchiero molto, accentuo il mio solito gesticolare. So che lei lo nota ed infatti ce lo diciamo, sorridendo. Schizofrenica… ecco come mi sento, ma non è quello.
Solo nervosa, non ho mangiato niente tutto il giorno. Stanca, sudata,  piena di lividi, fuori e dentro. E’ un periodo in cui l’altalena non sale, rimane ancorata al terreno come filo a piombo, come panico che mi blocca: non mi fa respirare, mi ritrovo sola, immobile nell’angoscia.
Non riesco a far nulla, quando sono così. Non varco neanche la soglia della camera, non so spostare un cuscino da un lato all’altro del divano. Ma cosa sto facendo? Parlo da sola! No, lei è davanti a me, sento le sue parole, quasi mi accarezza con la voce..
-Troppi carichi sulle spalle, cara mia, troppi. Stai pasticciando  anche coi farmaci!
Devi darmi ascolto, devi fare quello che dico io.-
Ora, qui, sto tremando. Nell’andito grande no, perché non mi ha lasciata star lì?
Avrei potuto coccolarmi la bimba, in attesa che mi dicesse una parola, che smuovesse un filino del suo viso, le avrei fatto la treccia sui capelli raccolti in malo modo, l’avrei fatta ancora più bella!
Ed il ragazzo…alto, chiaro che mi stringeva la mano senza lasciarla.
Sarei scappata ? Avrei rotto la serratura, questo si, ma non so se stando dentro o fuori…

-  Ora la seguo e ne ascolto il gomitolo di parole che le sfugge, tra un passo e l’altro, lungo il sentiero…Lo so, ho sbagliato a farla venire qui, me ne rendo conto solo ora: stupidamente mi sono dimenticata di quanto Anna sia carta assorbente ma…sottile, trasparente e ruvida. Riuscirò a rimediare al mio sbaglio? Riuscirà a perdonarmi, questa donna dalle ginocchia sbucciate, dai graffi nell’animo? -
La sento dietro di me, mi segue tranquilla, ho il suo sguardo inchiodato al corpo. Avrà capito, ora, che voglio aria che mi scompigli pensieri e non altri muri  intorno?  Avrà sentito l’odore di animale braccato che mi porto addosso e dentro la borsa, a proteggere bottigliette conservate in anni di luce accecante ed accecata? Mi fermo, ad occhi chiusi, sento il calpestare ritmato dei passi…percepisco la sua incerta voglia di abbracciarmi. Ho bisogno di abbracci.
Mi fermo, si, l’aspetto.

3 Risposte a “GIARDINI D’INCANTO – N.7 Inganni”

  1. elina Dice:

    “Perché mi sento foglia secca, falena bruciata da luce d’inganno, nocciolo denso, nodo non sciolto…nemmeno da mani sapienti e braccia d’alberi che ora rinfrescano questo corpo!”

    un attraversare il giardino con animo profondo e pulito
    mi è piaciuto molto

    Elina

  2. un racconto labirintico, in cui sembra che manchi l’aria o il respiro si inceppi senza la possibilità di mettere fiato nei polmoni. E’ un percorso tra alte siepi di memorie, fitte, spesse, stratificate vegetazioni di paure e segni, segni di una mancata volontà di sognare, persino il respiro, prima ancora di respirare.
    E non se ne esce, da quei cunicoli che fermandosi, come finalmente accade all’ultima riga, aspettandosi. Aspettando che l’altra, ma certamente l’altra se stessa arrivi e ci apra sulla soglia di un’intesa, l’abbraccio con ciò che è oltre.
    Grazie all’autore/autrice. ferni

  3. Giacomo Alexandros Dice:

    Anche questo racconto mi è piaciuto, sembra un lieve delirio in cui però ci si può perdere, ci si dovrebbe perdere un po’ tutti noi, per trovare un condensato fuori scatola della vita. Giacomo A.

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