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(ap)punti dall'arte

Month: agosto, 2009

Scalare l’impossibile

da uno spunto di sorgente

o una voce di sasso

e restare in silenzio      ad ascoltare

ciò che poco oltre    nella misura della bocca

si spegne     cede     si fa  ago

equilibro di una menzogna.

La carcassa di una bestia là dove appoggio il piede

in salita       è una lunga catena d’ossa

la spina che  sorvegliava l’ora

a d e s s o       sospende una vita ad un segno ed è

altare  tra le erbe

si calcina   e   splende

la paura    la morte     il mistero.

Resto

in silenzio.

Ascolto.

So che qui non c’è delirio e questo è

il mondo.

Se anche la storia spegne ogni cosa

la verità sta qui:   dentro la gola.

Se anche il giorno si ostina a dipingere di nero

la cronaca degli uomini e trafigge di pena      la vita

uccide la limpidezza della nostra carne  il cuore

rosso    nel corpo     spezza i ciocchi della genesi     vive

nei fuochi del sangue l’ultimo istante

come voi, i n v e r t e b r a t o,  resta

parola      pronuncia     il lessico sapiente

in un coro di discese

l’altalena dei nodi   del cirmolo  la bianca polpa del larice    la vena

l’eccitata parola dell’abete

o r a c o l a n t e    in tutte le case dei poveri

nelle facciate dei fienili e sulle antenne del bosco scheggia

il cielo con le sue punte acuminate    svelte

senza sbagliare una sola scrittura

una nota un vocabolo.

Ecco, il mondo è questa caduta

questo perdersi in terra graffiando a viva forza il cielo

questo fare festa cantando ai quattro venti

sotto il nubifragio questa famiglia di erbe

selvatiche       bestie che ruminano il cielo

per ogni filo d’erba scritto nei cunei del prato

zolla per zolla raggio per raggio sotto un sole che brucia

oltre    ogni freccia scaglia    il gelo dal  pensiero.

Sto invecchiando

me lo dice ogni giorno la misura del passo

la pesantezza  la salita

e mi tradisce il cuore

mentre  fatica a nascondere l’affanno la bugia

in un altro desiderio.

Misura la freccia     la voglia     e incespica tra un piede e l’altro

mentre salendo s’industria a nascondere ancora

l’ansia la tristezza di non farcela

la perdita di quanto un tempo

era meno di nulla e oggi ha lunghezza e peso

da togliere il fiato.

In una sola stanza in un legno.In un segno che avevo scordato.

Auronzo - Clouds da farsergio.

…e sono felice

felice che non sia vero.

Non ti sentivo più. Ti credevo morta.

Finalmente la tua voce

la mia non  serve    per raggiungerti

basta che ti cammini     basta che ti respiri

che il vento vivo   viva anche la mia bocca.

Nelle narici   in me  tocchi ciò che stava dormendo

apri odori    suoni  luci   di terra di bosco di pietra

di corpi lontanissimi      segreti che ora stanno qui

nel folto della tua anima.  Finalmente sentirti

nell’orecchio e dentro dovunque  anima

Un unico posto.

Il tuo, da sempre. E non m’immagino

un corpo o un mondo

non ne ho necessità

tu che te ne eri andata     sei qui

tu anima mia  perduta

in una nuvola di polvere

tra città e cose inutili

che cauterizzano la vita

in paure ricorrenti

in comode viltà

e silenzi cementati da cose amorfe e porte chiuse

che pure hanno

anch’esse   un silenzio

una traccia del tuo antico volto.

Finalmente l’acqua

la tua parola  tuono

senza che sia guerra ogni esplosione

senza che sia paura il tuo venirmi a prendere

per portarmi ovunque    in una sola stanza

in un legno. In un segno che avevo scordato.

Dopo diciassette anni, quella strada

di poco cambiata nel tracciato

ha le stesse case ai bordi dello sguardo

mentre cerco     ancora ai piedi

del monte la salita i verdi che s’incastrano perfetti

negli odori       nei tagli di luce del bosco.

Finalmente niente carte

penso

nemmeno il rumore di un foglio

penso   ancora per poco  e

sento che si allontana

si allontana come un filo

nero di fumo.

Finalmente mettere a terra il corpo

è l’unica urgenza che avverto

nitida chiarissima

lasciarmi toccare da loro

quei corpi radicati in una fermezza che noi

tutti noi nemmeno ci sognamo    oggi.

Qui tra questi pendii rovescio la mente

la svuoto di tutto ciò che non serve per vivere

…respiro…

finalmente respiro

e sento

che m’invade

qualcosa che non  abitava in me da molto

molto moltissimo tempo.

Ho ancora posto      sento

in quell’immutato spazio e dentro me

il lusso dei sensi.

Le narici aperte spalancano il mondo

dentro

il mio sangue accresce il corpo

cresce    si fa maestoso    possente    e tocco

finalmente

un filo d’erba.

in un sogno

giungemmo fino a qui

diventammo tutte le forme

soli in un globo di terra e acqua

fummo la foce e la voce del cielo

sbocciammo a milioni in un unico embrione di tempo

ci disperdemmo

e rifacemmo il computo dei giorni dei mesi degli anni

costruimmo un tempio

in ogni dove decidemmo i nomi che separavano le cose

per tenerle distanti per vedere il varco per capire

anche noi che ormai non avevamo più traccia

quella prima orma di noi stessi

distanti ormai come quell’unico sole

che non riuscivamo a raggiungere

senza perderci ancora, di più, altrove  qui.

mi alzai dalla sedia e mi stesi per terra

………………………………………alla radice della lingua…………….

per guardarci meglio

e

vidi una riga di formiche

che correvano su e giù

su una lingua di radici

suonando una musica

di voci umane. Tanta e tale la sorpresa

che quasi persi l’intelletto.

Fu allora che, tra le righe di quelle corsie d’insetto,

scoprii i miei sensi formicolanti e spenti.

Mi accesi per un botto: un pizzico potente all’altezza del ginocchio.

Quell’acido di formica schizzatomi nel sangue

dava un sapore diverso

alle parole da tenere in bocca o da riporre nell’orecchio.

Ne masticavo a bizzeffe

in quel letto di larici

sull’orlo del trifoglio.

Rotonde e senza spigoli le narici

acute srotolavano stagioni e storie

come un soffio un respiro un vento che si sfila voce per voce.

Assaggiavo quelle rime sillabate

dolci salate

amare e piane concave conclavi

passaggi sotto il noce di una voce antica e nuova

porola odorosa spumiglia giocosa

con un tocco di amarena giusto sul timbro

là dove la lingua batte e il cuore non duole.

E più la masticavo più cresceva la radice del vocabolario

una specie di ovario

di fiore di rosa di giacinto e pure di bignè

sì perché me le mangiavo

anzi no, le bevevo quelle parole in fila

come una collana di pasta frollata

affollata di pensieri  e voli semiseri.

Stavano in quell’impianto, le voci, la liquidità della terra

senza codice o cifrario

solo un binario

di andata e ritorno sulla riva di un giorno

tra un qui e un là.

E. Jabes- II foglio come luogo della sovversione e del bianco

http://farm3.static.flickr.com/2024/2345117637_6f180d1013.jpg

Sovversivo è il foglio su cui la parola crede d’accamparsi; sovversiva è la parola attorno alla quale il foglio dispiega il suo bianco.

Un passo nella neve è sufficiente a scuotere la montagna.

La neve ignora la sabbia. Eppure in tutte e due è il deserto.

Glaciale il bianco alle sue vette.

Nero il sole della parola.

Il patto tra la carta e il vocabolo – tra il bianco e il nero — è l’accoppiamento di due sovversioni rivolte l’una contro l’altra, nel cuore stesso della loro unione: lo scrittore ne fa le spese.

S’accorda nell’apparenza soprattutto ciò che nell’interiorità si lacera. L’occhio coglie solo ciò che emerge.

L’evidenza è il terreno ideale su cui opera la sovversione.

Scrivi. E ignori tutti i conflitti che la penna solleva al suo passaggio: il libro è la posta in gioco di quei conflitti.

Forse sovversivo è quel libro che denuncia, dentro la scia d’un pensiero aggredito, la sovversione della parola nei confronti della pagina e della pagina nei confronti della parola, e l’una con l’altra confonde.

In questo senso, fare un libro vuole dire offrire un sostegno alle forze sovversive che attraversano il linguaggio e il silenzio, un sostegno che segna il ritmo delle loro riprese.

La sovversione è l’arma preferita dall’inconsueto ma anche dall’ordinario.

“Il rapporto con Dio”, diceva, “è un rapporto indiretto con la sovversione”.

Ogni parola pronunciata è sovversiva in rapporto alla parola taciuta. Talvolta la sovversione passa attraverso la scelta, attraverso l’arbitrarietà d’una scelta, la quale si presenta forse come una necessità ancora oscura.

Dio è sovversivo: e come ha potuto pensare che l’uomo non lo sarebbe diventato di fronte a Lui?

Dio ha creato l’uomo a immagine della Sua sovversione.

E se la sovversione fosse solo lo scarto tra la cosa creata e la cosa scritta?

Uno stesso abisso separerebbe, allora, l’uomo dall’uomo e il libro dal libro.

(“Divino o umano che sia”, diceva, “‘Io’ è il teatro di ogni sovversione”.

“Un’arte di vivere”, diceva anche; “arte mossa dalla sovversione! Questo forse è il principio della sapienza. “)

da Il libro come luogo della sovversione e dei bianco – traduzione di Antonio Prete

Immagine dell’esilio

E se il muro fosse un foglio bianco? Muro di sostegno.

Scendiamo i gradini di una scala su cui poco prima, e non senza sforzo, ci eravamo inerpicati.

E se scrivere fosse questa discesa ancora impregnata, per noi, del ricordo della lenta salita che l’ha preceduta?

All’interno dell’edificio, non possiamo oltrepassare l’ultimo piano.

Una pagina di scrittura ha i suoi pianerottoli. I suoi margini sono all’esterno. Non sapremo riempire di parole il vuoto.

La mia dimora è distrutta; il mio libro, in cenere.

In queste ceneri, io traccio linee.

In queste linee, metto parole d’esilio.

Il muro è il silenzio più duro.

Negare il nulla.

*

riferimento:

http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/378-Edmond-Jabes-II-foglio-come-luogo-della-sovversione-e-del-bianco.html

e cadono ancora

http://antwrp.gsfc.nasa.gov/apod/image/0106/MandM_Magrath.jpg

le pietre dalla coda e le chiamiamo stelle

quelle piccole meteore che attraversano il campo

che l’occhio coltiva perlustrando il  nero delle zolle del cielo

nella sua oscura morbidissima sostanza di buio.

Io me ne sto a gurdare il latte che cola

da milioni di mammelle

sopra la mia testa

in quella via lattea cosi larga

che il carropiccolo sta di fianco a quello grande

ma ancora c’è posto per contenere le storie

di tutta la storia del mondo o, addirittura,

dell’universo che s’ insegna.

Guardando nei corpi di Valls

“Il compito attuale dell’arte è di introdurre caos nell’ordine”  Adorno.

Tutto ciò che è perso è perso ineluttabilmente

Ho varcato l’ordine delle arterie e tra  le vie d’aria

in ogni corpo ho trovato l’incudine di un sogno oltre la soglia dello sguardo

in lotta l’una con l’altra

cercano la giusta collocazione in quel caos

in quell’interiore disordine che ci assale come un mare

stupore

angoscia

meraviglia

sgomento

non ci sostiene

il peso di quelle immagini

perversamente c’inquieta.

fascino e repulsione sono il corpo

la metamorfosi mostruosa

il frutto nell’alveo notturno della paura.

I mostri che ci abitano,

risalgono la tela dalle profonde viscere dello smarrimento

vengono nella penombra dei nostri gesti.

Ipnotizzano lo sguardo accerchiano la mente

e ci perdiamo in viaggio

dentro l’oscuro di luoghi impensabili nell’atto di un rito

che sacrifica l’altro, ciò che noi non siamo se non

nello specchio dell’altro l’altra

che ci rinasce di nuovo    a fresco

dentro il ventre surreale di un mondo dentro

l’impossibile.

la mia cicala

la mia cicala ha cantato i suoi cieli d’estate e ha calato nel pozzo della vita quanto è prezioso e in-utile, ha aperto la madia,toccato la sostanza che mi nutre e preme dentro me, come sabbia di un deserto che si popola dei suoi meravigliosi occhi. Mille occhi, luci che guardano lontano e arrivano a toccarmi dove a nessuno è concesso di guardare, dove nessuno sa arrivare. Tu sai quanto è il bene? Quanto sia simile a quello che c’è anche qui, tra una pagina e l’altra, ed è una storia del deserto, di una infanzia andata deserta? Eppure sono certa che è ancora tra quelle polveri, tra quei grani, che riesco ad incontrare quella voce, la tua, e posso amarla come nuova e antica allo stesso tempo. Per questo riesco a sopportare la distanza, la lontananza , addirittura ad oltrepassarla e sentire che non c’è spazio vuoto se non quello che serve per sentire.

ignoto è

tornare sui  passi come un libro che ha inghiottito

i miei piedi, tornare sui passi che   ancora  non ho decifrato e

dico essere la mia via

ignoto è il volto introvabile e visto

già più di cento e altre cento  volte ospizio del mio sguardo

chiuso e perso in altre attese dietro la porta senza veglia

qui su questa terra che benedice i  giorni

dentro la distanza tra me e me

per fare posto e accogliere

un cammino dentro le terre mai percorse      dove le cose

tutte le cose accorrono per  farti festa e    trono

resta l’attesa

l’infinita distanza da tutto

dove  ogni cosa ha inizio in un unico silenzio.



e questi sono “parla-mentari”? De-PUTATI ai mi(ni)steri italiani!

http://www.youdem.tv/VideoDetails.aspx?id_video=54da251d-691d-433f-a3d5-d536128e2304

GODERE

POTERE

EVADERE

ILLUDERE

DENIGRARE

OFFENDERE

Credo che, dopo aver ascoltato la breve intervista, la ludicità dell’allegra scampagnata dei ruspanti sia da riconsiderare alla luce degli alti costi di mantenimento di quei seggi-o-lini in cui si sono installati i parla-mentori!

José-Miguel Ullán: da Zolle e ciottoli

Aya Kato

Distaccarsi dallo sguardo, precederlo a notte inoltrata, tendergli
le nostre mani timorose, chiudergli con fermezza le palpebre,
spostarlo: cullarlo,
lasciarlo andare

perché quando ritorna, in sé e alla fine perduto, si stupisca e abbia
paura di fronte a ciò che, creato in sua assenza, è indeciso dono,
irrefrenabile abbozzo, ombra sicura di una legge non scritta,

perché ormai, di spalle all’impero del sole, sappia restare in pace,
decentrato, spersonalizzato, staccato da ogni certezza e
da ogni riconoscimento. Leggi il seguito di questo post »

in equilibrio

Christopher David Ryan

http://thelooksee.com/wp-content/uploads/2008/09/christopherdavidryan_starsfall.png

su un filo sospeso

solo senza peso  teso tra il peso di sé  e

l’attrazione

di un grave

pensiero

l’ho raccolto

Aya Kato

ai bordi dei campi

lontano dalle case

dalle strade battute dalla gente

l’ho raccolto in mazzi che bruciavano le mani

oro senza lingotto

e fusione coltivata

tra cielo e terra innestata

alla terra che ho dentro.

L’ho esposto sulla madia e

a sera       brillava la mia angusta cucina

come un prato       nel mezzogiorno di agosto.

.

1 agosto 2009, Montecarotto- Marche

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