mi alzai dalla sedia e mi stesi per terra

………………………………………alla radice della lingua…………….

per guardarci meglio

e

vidi una riga di formiche

che correvano su e giù

su una lingua di radici

suonando una musica

di voci umane. Tanta e tale la sorpresa

che quasi persi l’intelletto.

Fu allora che, tra le righe di quelle corsie d’insetto,

scoprii i miei sensi formicolanti e spenti.

Mi accesi per un botto: un pizzico potente all’altezza del ginocchio.

Quell’acido di formica schizzatomi nel sangue

dava un sapore diverso

alle parole da tenere in bocca o da riporre nell’orecchio.

Ne masticavo a bizzeffe

in quel letto di larici

sull’orlo del trifoglio.

Rotonde e senza spigoli le narici

acute srotolavano stagioni e storie

come un soffio un respiro un vento che si sfila voce per voce.

Assaggiavo quelle rime sillabate

dolci salate

amare e piane concave conclavi

passaggi sotto il noce di una voce antica e nuova

porola odorosa spumiglia giocosa

con un tocco di amarena giusto sul timbro

là dove la lingua batte e il cuore non duole.

E più la masticavo più cresceva la radice del vocabolario

una specie di ovario

di fiore di rosa di giacinto e pure di bignè

sì perché me le mangiavo

anzi no, le bevevo quelle parole in fila

come una collana di pasta frollata

affollata di pensieri  e voli semiseri.

Stavano in quell’impianto, le voci, la liquidità della terra

senza codice o cifrario

solo un binario

di andata e ritorno sulla riva di un giorno

tra un qui e un là.

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