FERNIROSSO webBLOCK

(ap)punti dall'arte

Month: settembre, 2009

sto facendo il calcolo

stilettoheights

sto premendo sul calco

sto cercando di vedere cosa resta

dopo tutto questo scorrere di giorni e commissioni

in questa commistione di stelle   pane

i cibi della sopravvivenza

Sola      sto sola     come un’aia senza semi

con un briciolo di sole  contraffatto all’angolo di scolo del cortile

dove la pioggia dell’autunno porta lontano  polveri e  ricordo

tutte le fatiche affrontate ad ogni ora

la notte e la croce   miserie fatte di volontà

assenza e ancora altro già scordato, già patito.

Sono quasi all’ultima riga di conto

e mi trovo che ancora  canto.

.

Anch’io una cicala penso

e che provvidenza di sole      il resto.

In un secchio di grani, in questa terra senza uccelli

Mi ritrovo qui    di nuovo

in questo vecchio    granaio    sepolto dai semi

in me tutte le parole      senza  frutto

chiuse     in questo involucro     celato

una cera    ruggine il rivestimento      sottile e intoccabile il segreto

la sgualcibile memoria del travestimento

sempre lo stesso    tra la faccia sinistra della morte e  la luce

mai afferrata     sta ancora la vita.

Lunghi i capelli e di un nero profondo

stillettoheights


la notte     l’attesa

la perdita e nella voce il corpo

dimenticato      quel fiume di sete

un fatto quel fiume inebriante

ribellatosi alla vita

ha reagito spontaneo

alla mia morte.

il fatto è che tu l’hai persa

e non sai nemmeno dove

nemmeno sai     di averla persa

l’ho raccolta     come una cosa preziosa

una rosa copiosa cresciuta in un corto

il metraggio di una vita tagliata

con l’accetta  una scrittura sbozzata

estinguibile sì     ma scritta

là dove nemmeno tu      che ci avevi convissuto

saprai leggere e guardare

non saprai trovarla quella riga di scrittura  né  la pagina

che ancora sta scrivendo

non sai e non saprai che l’ho raccolta

non saprai mai che l’ho accolta

che vive con me come si fa con una figlia

adottata      viva    vive  nel cuore della casa

che già conosceva       prima

prima del tuo perderla e scordarla

prima del tuo abbandonarla e non cercarla

prima del tuo chiedere indietro  la fattura per qualcosa che credi di aver dato

come si usa fare coi copioni recitati o altre mercanzie vendute e scaricate

come un peso da scordare, una montagna di cose da bruciare.

Tu non sai

come non sapevi allora

di avere qualcosa che era possibile perdere e che avere

è un verbo che coniuga le perdite e le rese.

Così ciò che avevi non è ciò che eri e

oggi sei ciò che hai  e anche ciò che hai perso

perché ha un peso ragguardevole

la tua dimenticanza.

Affetti di colore, effetti del rosso


poésie d’un jour

poesie di navigazione tra il mare e il male di starsene chiusi

rinchiusi dentro bagagli senza sogni

dentro gli interstizi di vagoni ferroviari come merci

Salire e scendere scendere e salire

come i prezzi del listino in borsa

e nella borsa il vuoto un rullino senza noi

senza i sogni che uccidiamo prima di cancellare i nomi dal disegno

all’imbocco della galleria del giorno dove si depongono alla rinfusa i sogni

lungo il luogo spinato     il reticolato di pensieri.

Affetti da dolori impronunciabili

ci nascondiamo nelle cose ci  seppelliamo dentro gli effetti personali

non nel  rosso non nel cuore che a breve si spegne come una lampada

di basso consumo.

In fondo alla via un farò

di rame e fili intrecciati

una lamapada per cento soli     i n s e g n a

ciò che non faremo mai     illumina

la nostra attesa in una fine abbozzolata    una lattina da fast food

ciò che noi ci compiaciamo  d’essere

e a nostra insaputa  tutto ciò che non ci appartiene

ciò che noi non siamo  non vogliamo. Ci tiene stretti

ci   sgozza quell’ultimo tratto di bambino

che vagamente mangia zucchero filato nel palmo sollevato verso

la fretta di lasciarlo

per via,  anche lui, dentro il faro nella radice

della barriera   la  corallina segnatura dell’oltre   la pineta dei cavalli

tra  tigri zanzare immodeste che ci mordono e ci succhiano quel po’ di rosso

che ci resta e i motorini  rosso adolescenza abbandonati lungo il fosso

nelle prime corse  del sesso    vissuto  senza fiato dentro il buio

a occhi spalancati i sensi all’erta e ora

spento consumato   in fretta   dietro la bugia sei mio sei mia

cercando compagnia per una sera

poi chi s’è visto     s’ è visto mai più.

Area di dogana    alt si arresti

area decana di rossi sgranati e cardinali paure

area funeraria con scritte in sovraimpressione

più in basso un cordone     per sognare qualcosa

dentro la vena bucata

l’area dello spurgo

dove defluiscono i sogni dentro la palude

a perdita d’occhio.

L’isola e il cerchio

carlo somaschini- atlantide

Dire     dire

dire  bisogna sempre dire

dire tutto        scoprire   scoperchiare

anche l’infamia e forse più spesso la fame

che ci assale e ci divora  che ci inchioda

alla paura  di dire dove sta

la bestia che rimpolpa

lo sterco delle nostre ossessioni

la paura del diverso il terrore malcelato dell’estraneo

la stoltizia che raccatta la sua stessa misurata  menzogna

l’isola  il cerchio l’isolata furia

il volto della pietra ingoiato da medusa

e il torto e itaca e i viaggi

avanti e indietro dentro gli inferni coltivati

notte e giorno a ridosso della parola che ci crepa

la bocca e il cuore straripati in densità d’ansia

senza argini l’empietà si commisura all’assenza l’avarizia che non vuole

condivisioni con nessuno.

Dire dire dire

come a voler testare la capacità di fare resistenza a noi stessi

a quella immune fragilità che non smette di doppiarsi

moltiplicarsi ferirsi e chiudersi

diramando l’ultimo proclama di silenzio

sancito dalla parola

la parola mai pronunciata

l’ultima    esclusa.

E’ perchè da tempo ti sto chiamando

e ho attraversato deserti

solo con la voce

ho attraversato fiumi  periferie

labirinti     sconosciuti     ho cercato di pronunciare

meglio che potevo il tuo nome

il tuo nome che  ancora mi resta

ignoto         non c’è niente che mi aiuti  a dirti

a farti sentire chi ero     chi sono

anch’io ho difficoltà

ad essere ciò  che m’impongono

ad essere il ritratto di un nome che mi diedero quando

di me non si sapeva nulla

non si sapeva cosa sarei diventata nè se sarei

sopravissuta.  Ti ho chiamato

divaricando la voce  il cuore appoggiato al muro delle eco

deposto sulle onde del fiume sulle creste del vento

suonato poesie coi polpastrelli sulle pietre

coltivato luci ai davanzali delle tante notti in veglia.

Tu forse

hai sentito  tu forse

ti sei voltato una volta e ho sentito

il tuo respiro venirmi accanto un istante

sfiorarmi un attimo soltanto.

E’ per questo che da tempo ti sto chiamando

insisto a credere

che tu ci sia  che tu

sia vero

anche se sei solo

un respiro    ti chiamo

io continuo

chiamo.

dopo quante lezioni

posso dire di avere imparato

dopo quante perdite dire che ho dimenticato

dopo quante e quante parole associate e cancellate posso

affermare spazio e tempo

dopo quanto

quanto dopo e poi ancora oltre quel dopo

posso dire che sono ancora

io

a tentare di pronunciarmi?

se ne stava appesa

Massimo di Palma- Scanno (AQ), ottobre 1994

dentro una cornice antica e vecchissimi pensieri

desideri forse

di scappare un giorno da quelle pietre che l’avevano fatta

dura e triste peggio di una granata consumata.

Da lassù spiava il mare dentro l’orizzonte che quasi non vedeva

sperava che tornasse quel suo primo infelice

amore   partito per le americhe e mai  ritornato dopo trent’anni e più

di ave e pater      sua madre era morta e suo padre

dio lo avesse in pace        ora

finalmente    s’era deciso di levare gli uncini a cui si era aggrappato

così a lungo da dimenticare che anche lui

era atteso dalla morte  e

da una moglie forse stanca anche dall’altra parte

di aspettarlo in fede e gloria di una beata promessa

sottoscritta in assoluta cecità.

Se ne stava appesa alla fine del giorno, alla fine della vita,

guardando quella strada come se tutto il mondo

fosse chiuso tra quelle anguste misure

e tirate le somme

le dovute  somme per una eredità di anni e

danni quale era la sua

si felicitava di non essersene andata mai

di là, dall’altra parte del mondo, sicura che ciò che c’era là

sulla strada sotto casa sua non era diverso nel resto della terra.

Massimo Di Palma- Scanno (AQ) ottobre 1994

un andare e venire

dalle buche le formiche portavano i resti

e del banchetto mi pareva si fosse dissolta la festa

spicciolata tra risate e cibi d’ogni ricetta

e le parole

le parole mi sembravano formiche esse stesse

intente a  scavare dentro e intorno

quelle cavità lasciate dal piede della gente

su un terreno morbido di pioggia un terremoto di pesanti

gravità e insolute questioni

mi pareva da dove le guardavo

che ci deponessero uova

uova di dimenticanza come se da sé si fossero sgusciate e rinfilate dentro

il calcare di un passo, peso di un pozzo

osso silenzioso che adagio si lascia corrodere

dall’acido della formicapensiero.

Mi ricordo di lui, mio padre

mi metteva dentro

nel grosso ventre dei suoi vasi

e ogni volta che ritorno qui

alla villa dei Pisani,  tra i suoi,

me  li sento  di nuovo crescere come allora

al tornio come fosse un universo

o il ventre di un dio.

Con gli occhi chiusi

come mi diceva e chiusa anch’io

come un    t u o r  l o    nell’uovo ascoltavo le sue mani

sull’argilla che mi nasceva nuova

forte dei racconti di mio padre

soffiati adagio al ritmo della ruota del pedale.

Mi parlava del cielo che piove tutte le sue stelle

e le conficca nella terra

al centro del suo grosso ventre

per farne scaglie di fuoco e vita

radicata in ogni specie.

Era

una genealogia della creazione

quello stare invasati dentro la sua voce

e ancora

mi attornia.

*

A mio padre- 18 settembre 2009

Lui che viene

http://www.stonycreek.it/images/bosco6.JPG

mi semina di querce

solo

con la voce apre la via della notte

e antichi naufragi accosta alla riva della mente

mentre mi spoglio del tempo

nello spazio che ancora ci separa

Andavamo

fornace Morandi- padova-un pezzo di storia anche mia

Andavamo a contare i treni

come se guardarli sfilare     da sotto

gli occhi     fossero dentro

il viaggio

dentro quel moto perpetuo

andare e venire  davanti

a quella inutile stazione

dove scendevamo solo noi

alle ore più assurde

alle tre del pomeriggio

quando il sole ti spaccava le ossa

e i pensieri naufragavano in un mare di sudore

dritti addosso alla spalla contro il fiume e

l’isola ce l’avevo un quarto alle sei

in un’ombra d’acqua sopra la testa

e il tuo volto che rideva davanti al mio

non ancora come te

vecchio solo

con l’unico gioco da giocare insieme a quella ferrovia

una miniatura dei tuoi viaggi

quelli che ti avrebbero portato

lontanissimo da me.

.

A mio padre che nei giorni di fornace mi portava a vedere i treni

Dove

” Oppresso di stupore, a la mia guida

mi volsi, come parvol che ricorre

sempre colà dove più si confida;

e quella, come madre che soccorre

sùbito al figlio palido e anelo

con la sua voce, che ’l suol ben disporre,

mi disse: “Non sai tu che tu se’ in cielo?

e non sai tu che ’l cielo è tutto santo “

- Dante, Paradiso- Canto XXII

.

Dove finisce il cielo

e dove comincia l’uomo

il deserto dei suoi affanni

il mal celato sacrilegio di una ripetuta fiorita bestemmia

che divide in io una moltitudine di creature

e insanguina di sé il macello in cui l’altro mai

può segnare sotto i soli la sua unica ombra

.

sta bruciando settembre

Adrenalina-flickr foto
...i colori della montagna... da ... Adrenalina ....
i fogli dell’estate il verde del piano le voci dell’acqua
si fa una sola corrente più buia e cupa la tempera del bosco
cresciuta giorno per giorno sotto i nostri occhi e stesasi ovunque
poco prima che partissimo anche quest’anno con i suoi segni
dentro la valigia, nel corpo, nei pensieri.
Follow

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 54 other followers