
un albero alla volta sfilato dalle righe dei fossi
come da rime di poesia cui si strappa la parola
e non collima più il sentiero con la cima del sogno
tra quelle m n m in cui tutti siamo segno
messi e messia dipinti da una bianca mezzeria
una nuova autostrada che si è fatta
in tre quattro e quatt- rotto rompendo ogni condotto
sgemmando le morbide quartine dell’erba
nascostesi tra il microsolco di una bicicletta
e l’impronta di un piede
che sfogliava adagio un tempo
un passo alla volta
parsimonia di quel verde
da sempre colono delle nostre pianure
per farne bracieri di un turismo da corsa addomesticato ai piaceri
del denaro e della cementazione del sentire del vedere del godere.
Verde è tutto il veneto
una grande fitta rete che si vela di nebbia e s’invena
di vento fin dentro al cuore
il centro di una selva senza resa
mare anch’essa e verde
della stessa sostanza
di quelle morbide colline.
Verde vescicolante la bile che mi prende quando con gli occhi
al vecchio abito sgargiante di colori
in sostituzione mi ritrovo addosso un grigio cencio cementizio
che non ha nomi di storia né di leggenda sa parlare se non per frasi mozze
e senza più viaggio dentro il suo mappario.
Correvano i greci qui sulle loro barche veloci
come in groppa ai grandi bellissimi cavalli
venuti dal mare galoppando sulle onde
per sfuggire la guerra anch’essi
una guerra che non volevano
che volevano dimenticare
per sempre
per sempre
senza opporre armi alle armi
corpi ai corpi
e sotto gli zoccoli premere la vita.
Ai veneti
devono aver soffiato i venti nelle vene
devono aver cantato sortilegi e cantilene le sirene
chè tutto s’è fatto un vecchio fascio
come ancora qualche traccia ricorda qua e là per le vie
di un centro che non ha intorno né ritorno
un centro che vale qualunque altro punto
con case allargatesi negli uffici delle troppe banche
vecchie baldracche gonfiate
con sintesi chirurgica
alla moda dei corpi e ingombri di detriti.
Oggi tutto si gonfia
le case le auto i corpi
anche i pensieri si gonfiano
gli zeri sono diventati uno sproposito
e comprimono i pensieri neri anch’essi
dentro un buio che non lascia respiro.
Eppure c’è al cambio di ogni stagione
lungo le rive delle acque la scrittura lieve delle serpi
il periodico gracchiare delle rane
la concertata erotica teoria delle cicale e
grande nudo l’incontaminato silenzio della neve.
Da qui, da queste orme mi torno a cercare
mi torno ad ascoltare fino a questa stazione incivile
in cui la memoria sta impiccata nella pubblicità progresso
scritta da qualcuno che non sa
che non sente che un solo tintinnio.
