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(ap)punti dall'arte

all’ospedale

Ivan Crico- Segni della metamorfosi

questa mattina        presto

dopo una notte piena di risvegli

con gli sbadigli incastrati  ai tendini del braccio

accanto a un dolore continuo che non mi dava pace

dopo pochissimo dal mio arrivo

ho iniziato a  sentire     viva     una ferita

più vasta      ampia

irreparabile che andava aumentando in me

una crepa      esattamente dentro

un centro che superava il cuore

e non riuscivo a  misurarne i dintorni se non così      vicino a tutti

quegli        altri

di cui non sapevo non immaginavo    non pensavo il male

Un’ambulanza dopo l’altra s’era fatto

prossimo

un popolo

un popolo di vecchi       di grandi vecchi

che  non trovi  mai sui quotidiani

a meno che non siano ultra

centenari e svegli     ancora in qualche modo belli

per fare   notizia    cassetta e audience

una specie di merce speciale da giornale.

Là     tra quelle pareti  bianchi nel bianco   del pronto soccorso

loro erano  un vetro

muti       pallidissimi   tenacemente fragilissimi

ed era manifesto in quei loro

lenti    gesti sfocati     appena accennati

una forza senza ansia

una specie di luogo  paese

o addirittura   una  golena

un posto dove aspettare la piena delle acque.

Umanità di  velina       t r a s p a r e n t e

la voce       in sordina

e l’occhio liquido     lontano      in un mare così aperto

che appena ci coglie

noi

esseri della deriva.

E saliva in me un  pianto che non riuscivo a contenere

che non riuscivo a nascondermi

e arginare come se di tutto quel loro male

io partecipassi vivamente in tutto il mio essere là

con loro

con passione e il petto   la gola lacerati  in uno slargo senza misura

fossero  il centro

il vero della ferita

quella che aveva premuto me  fino a quei confini

oltre la mano oltre la stretta del braccio.

s(‘)era appena dischiusa nell’ora

Ivan Crico- Segni della metamorfosi

“L’anima mia attende il Signore/ più che la sentinella l’aurora”

in quel ventre scuro batte  sola  la notte

la sua sequenza di luci alternate al chiarore di un sole

stelle fatte di eterno     soli

un tempo inarrivabile eppure cresciutoci nel globo   solitario

minuscolo dell’occhio      un cecchino

nella cella singolare del sangue

nella linfa di ogni albero

come nei cerchi eccentrici dell’aurora tuffatasi nei bagliori della notte.

Viene

a trattenerci

la morte       sola       imperitura   imperscrutabile  sorella

anima  in questo bastimento che corre

l’immobilità del sempre e ha una voce

sradicante          là     oltre il greto del perfetto silenzio.

“L’anima mia attende il Signore/ più che la sentinella l’aurora”-

f.f.- inedito 2009

.

nb: il libro dei salmi , di cui quello sopra riportato è il 130 (“L’anima mia attende il Signore/ più che la sentinella l’aurora”) rappresenta per i benedettini una corazza da indossare, non per lottare contro qualcosa ma per affidarsi alla certezza di ciò che in vita coglie e raccoglie ogni cosa.

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