all’ospedale
Ivan Crico- Segni della metamorfosi
questa mattina presto
dopo una notte piena di risvegli
con gli sbadigli incastrati ai tendini del braccio
accanto a un dolore continuo che non mi dava pace
dopo pochissimo dal mio arrivo
ho iniziato a sentire viva una ferita
più vasta ampia
irreparabile che andava aumentando in me
una crepa esattamente dentro
un centro che superava il cuore
e non riuscivo a misurarne i dintorni se non così vicino a tutti
quegli altri
di cui non sapevo non immaginavo non pensavo il male
Un’ambulanza dopo l’altra s’era fatto
prossimo
un popolo
un popolo di vecchi di grandi vecchi
che non trovi mai sui quotidiani
a meno che non siano ultra
centenari e svegli ancora in qualche modo belli
per fare notizia cassetta e audience
una specie di merce speciale da giornale.
Là tra quelle pareti bianchi nel bianco del pronto soccorso
loro erano un vetro
muti pallidissimi tenacemente fragilissimi
ed era manifesto in quei loro
lenti gesti sfocati appena accennati
una forza senza ansia
una specie di luogo paese
o addirittura una golena
un posto dove aspettare la piena delle acque.
Umanità di velina t r a s p a r e n t e
la voce in sordina
e l’occhio liquido lontano in un mare così aperto
che appena ci coglie
noi
esseri della deriva.
E saliva in me un pianto che non riuscivo a contenere
che non riuscivo a nascondermi
e arginare come se di tutto quel loro male
io partecipassi vivamente in tutto il mio essere là
con loro
con passione e il petto la gola lacerati in uno slargo senza misura
fossero il centro
il vero della ferita
quella che aveva premuto me fino a quei confini
oltre la mano oltre la stretta del braccio.
