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(ap)punti dall'arte

Month: febbraio, 2010

Di ritorno, il sole

Arte Sella

apre in torrenti la luce

che dagli occhi mi trascorre i  sensi

tutti      oltrepassando le cortine fumogene

dei pensieri più irti    le irragionevoli

progressioni aritmiche dei sogni.

Depone la schiusa

le aritmetiche cove degli uccelli

che ancora   mi popolano   il petto

nelle bacheche  degli arbusti

le arse vertebre la pigrizia del mio inverno

nei geli delle brume  ormai illimpidite e altrove    in rapide

schizza il suo seme viene

in orgasmi  il demone e libera

la furia del suo rosso

spesso    involucro d’amore   che rotea

in cielo  come fosse immobile  e stretta

la  pericolosa alchimia di quell’attimo antico

germima  di una nuova  prima   creazione.

In stormi      nei dialetti delle viole

nel passo doble dei giacinti        nella balbuzie

dei tanti corvi  che  praticano     vani

dottorati di ricerca quaggiù,

in città,   non tra le cime di cattedre maestre,

il loro esercizio di spazzini

l’ offerta   è  odore      di terra   dagli alberi

dalle lontane foreste e    da nord

come un vento di notte     che  specula sugli esiliati profumi

e avvolge in spire   i bianchi lievissimi tendaggi

dell’alba.     Accampata in bagliori    appena declinati sui ventriloqui

verdi      infiamma di ardori  le erbe

insaziabili   e vogliose  di toccare il dio    piovuto  giù

in quel  cielo gonfio    di milioni di raggi.

Altrove e tra i miei  capelli la terra

s’impollina e dai miei occhi   china

l’esperienza della densità

si fa  buio   ogni mio passo.

Grido -

silenzio,  fate silenzio voi

che entrate in questa narice    scabro

vuoto è il mio abecedario

d’amore non ho     arbusti che brucino

verdi    dietro la scorza chiudono     le voci

le ripide parole dell’altrove.  -

Sulla  soglia   d’amore

spoglia   attendo

agli esercizi dell’ascolto

il torrente di quei battiti

il becco  sul legno  lo scricchiolio del mio petto

che a sera mi portava altri   semi

ver(d)i  chiari   ricordi

mentre le fiamme    più in alto     rovistavano l’azzurro

ancora tinteggiato a fresco

come in un abbozzo di Giotto.

Artesella

E di bolina risalgo

Sergio Davanzo

fino a te la riva di ponente

in un flusso d’ aria

anime generate  attorno ad una vela

un corpo immerso in un  fluido

mobile della ca(u)sa

u n a  v a r i a t a    velocità   locale

di  ogni punto      vela

tu-

re

fluido incomprimibile

che correndo  varia   le sue azioni

l i n g u e  f a c e n d o in sè quell’es-

pressione  agente sulla vela. A pezzi

l’immaginario è vento

che la vela frammenta sopra

il vento e  sotto  cercando

la forza la totale in-

portanza.  Aereo sulle ali

sui ponti delle tante terre  il conduttore è

vento       porta  generata da una sola depressione

sotto la linea di azione perpendicolare  raccorda

media la vela

profila l’es-

posizione al flusso

quell’aria nei due

segmenti della curvatura

il lento scorrere del profondo

e la superficiale tensione ampia

sull’empietà del tempo

le due facce della tela spinta in quel

avanzare e nel mancato ritrovamento del re-

siduo sottile alito che porta alla deriva

e di bolina        secondo alt(r)a retta

porta la barca al limite del viaggio

sotto il pelo dell’acqua

in uguale  intensità

del flusso  vento apparente or-

mai sulla vela

di prua accogliendo    ancora   un vento

che scema  il prossimo

ormai  unico  stretto

ponente.

.

Prendendo il vento sulle alt(r)e esche-  febbraio 2010

Stavo per chiudere casa e lì

turdus iliacus

a pochi attimi dal buio   oltre la mia finestra

prima che il silenzio notturno vestisse di profondo sonno

le loro piume

ancora alcune voci indugiavano

per  avvisarmi

che a momenti sarebbe stata qui

primavera

http://www.fuglar.no//galleri/lyder/Turdus.merula.mp3

http://www.scricciolo.com/scricciolo_song.mp3

http://www.fuglar.no//galleri/lyder/Turdus.torquatus.mp3

http://www.scricciolo.com/scricciolo_song.mp3

domani

voglio credere     voglio

cedere     domani

l’opera

di  oggi

un mondo

che  crolla

e non serve

un nome

le sue infinite frecce nel co-

gnomen

tutti i suoi modi

suoni di  mondi

sono milioni

di volti in un unico   vuoto

una voce  di fili   in-

tagliati    figli   azioni  dei figli

anche quelli  non  nati

da  m e-

t e   domani non ha

terra in cui  s t a r e sgravare il se-

me

non ha segni da immergere

nell’acqua     naufraga  in altri

mondi

modi

disegni da in-

partire  con il vento

partiture di tempo    veto senza note    spartiti

cardini      smarginati     sparuti

riferimenti  di frammenti

terra  aria acqua sono

f ra n a t i

in milioni  di milionesimi    di po(l)veri

sono dispersi e non c’è

filato che li sorregga

o in vita  stringa        un con-

tratto     patto di continuità. Tutto

anche il fuoco

del respiro è

veleno

sperso nelle nostre case-

matte     la morte  la follia   in semi l’asfissia

portano

parole

potano i sensi

.

le parole  vagano

nel vuoto

vuote vagliano il  niente

il nostro  frutto in ventate di falsi

colori  posati sulle  guance

e adornano

la fronte  adorano la mente

de-

volgere

devo      immergere

le mani   in terra fino

a quando il sangue  si farà  nuovo

di linfa

sino a quando sarà

un solo appoggio  il piede

questo

mondo

in altro modo non avrà

senso      vivere

nessuna parola sarà latte

il seno    di quel latte

per ciò che è

futuro

antenato da una

storia

ciò che fu e oggi

è oggi        e cova

ogni altro

domani     un  arco

violen(ta)to ventre dell’ uno

Il tuo

suono

il mio

suolo

e-

stendo linea-

menti evocando

gli ante-

(n)nati canti

s f i d a n d o  t i   s f i l o

di dosso

l’es-

senza che tu

mi veda.

Cane nero

Sol Halabi-mentira la verdad

Cane  nero

di vento     e con la lingua azzanna

senza morso senza freno     senza inibizione

se non per quell’antro   suo gemello

animale    flagello nato da una caccia

da un morso che da un frutto ha strappato l’albero e

la razza    rito dall’in(di)visibilità  del buio.

Mostri

del giorno  immagini

sostituiti  simulacri del vostro apprendere notturno

dal nero     nell’abbaiante voce

è inciso il sord(id)o linguaggio       del vuoto

del viaggio senza meta

in questa metà del cielo sfitto

dei       fulmini       percorsi

strascinando in sé  l’abisso  nella pozza insanguinata

mente che pesa che srotola il filo che l’avvolge

il morso del serpente

era spentasi  nel cavo del dente

affilato quanto una lama senza rime-

dio.  Non c’è salvezza nella fuga

tutto affoga        in una morsa

di rabbia quel cane    scrive la legenda umana

l’appendice di una bibbia sacra       fortezza dei vinti

in cui tutto è grido è l’o(l)tre dei suoni

vaganti in quell’immensa terra della sete

deserta ancora di uomini e ombre che parlano

che  bruciano i riflessi in ogni grano di parola.

Seguendo l’argine quasi fino al mare

Andreu Martrò

Andavamo sole

io e mia madre.

Andavamo in bicicletta

una dietro l’altra lungo il solco di altri.

Gli argini erano paralleli.

In basso correva immobile l’acqua.

Più in alto  le nostre biciclette

restavano quasi intrappolate seguitando lungo

quella traccia di terra strappata

all’erba che rinverdiva   ad ogni stagione.

Con noi correva il breve tempo dell’estate

quei pochissimi giorni che restavamo

insieme e senza studi

lei della vita io della scuola.

E ogni tanto cadevo

quando allargavo le gambe per godermi l’equilibrio

dentro l’aria e mancavo di appoggi. Bastava una buca

un piccolo affossamento nascosto dall’erba e

mi sbucciavo le ginocchia.

Non  ricordo più quante volte bisognava abbassarci

scendere sotto i ponti

e da che parte prendevamo.

Mamma lo sapeva. Ora tutto è cambiato

Niente più fossi nè frasche, gli argini sono ridotti in calvizie

per manutenzioni fatte con la fretta delle macchine. Si abbatte tutto

l’erba la si brucia e lungo gli argini non ci va più nessuno.

Dicono ci sia il pericolo di qualche incontro pericoloso

e il rischio di non tornare indietro.

Allora al massimo

ci rimettevi le ginocchia e

ogni tanto incappavi in qualche moscerino.

Niente insomma.

Quando si arrivava

là dove il fiume finalmente si apriva

una calma    quasi senza vento

si tingeva dei verdi e degli azzurri che si stemperavano

insieme in una mutevole ombra. Scendevamo verso la riva

sotto qualche albero

che ancora parlava con il tempo

con l’acqua ci giocava a pelo con i rami e le foglie

che quasi si tuffavano nel fresco

in quel crespo lieve delle onde.

Mia madre restava in silenzio

seduta accanto a me che non volevo altro che il tempo

quel tempo

restasse là

dentro quegli argini

in quel preciso tratto del fiume

che quasi toccava il mare

in uno sguardo lanciato appena dopo gli alberi

e stava bocconi riverso sotto quel cielo terso.

Cercavo miracoli

Sol Halabi

per questo ero andata in libreria.

In nessun altro posto puoi toccarli

i miracoli      vederli   ascoltarli.

Sono tangibili e      ti chiamano

Avvicinandoti       un libro     ti  miracola

hai una specie di veritigine

un senso profondo di nausea  un capogiro al quale non  resisti. E.

Allunghi la mano. Ti riversi  sullo scaffale

ti afferri al libro con un calcolo immediato delle forze.

Senti con chiarezza, che dentro quelle pagine c’è una deriva

che non allontana la morte

al contrario la affronta  la accerchia  la spoglia.

Senti che il pavimento crolla sotto i tuoi piedi

sembra che tutto il tuo corpo diventi un immenso

conflitto di sabbie

mobili sabbie i pensieri

e i tuoi piedi  affondano in primitivi luoghi oscuri

lambiscono il tuo corpo le ore    le terre della morte ma

c’è in quel preciso inconsistente confine

qualcosa    una linea    una linfa    un liquido comunque

che   predispone in te quell’antico altro corpo

di materia soprannaturale un rischio

la possibilità di uscirne attraverso un’ipersensibile

aguzzino convocato sulla riva dei sensi

i sensi più segreti  le nostre antenne  più profonde l’arcaico essere.

O d o r i   dalle zone     i n t e r d e t t e

rigenerano una lotta feroce   esauriscono l’anima

la colta coltivata ancella

la cella vergine e sopra ogni forza

il disordine la governa   l’immutato

silenzio  l’inarticolato vestibolo del cuore senza

più

battititi fecondi. In quella frattura, in quell’impercettibile

spuntano i miracoli si assopiscono i dissensi      solo

il piacere

la vertigine   che supera la velocità  il tempo e lo spazio in uno scatto

movimento della caduta

uno spasimo   prossimo alla morte e  apre  l’attimo

tutto ciò che è antecedente  il miracolo

riaprire una pagina

sfogliare l’ultimo

libro sulla mensola

prima di cadere

senza fine ancora.


Per terra una nebbia

.

fitta e densa     una tempesta

parole che non trovano la strada

giusta tra   me   te

e viene  seminando chiodi dentro gli occhi

infittendo le troppe nostre maldestre visioni

lacerate  le case affacciate a quel niente di fiamma

restano  dimore      sole

deposito di affanni

e ciascuno vi stiva  il proprio dolore

senza darne a nessuno un estratto

senza dividerne  interessi e stima.

Il vuoto si paga

a caro prezzo la più alta quota è la  distanza

più alta  la tolleranza che promuove indifferenza.

Non ci sono che pochissimi uccelli in quel rovo di bianco

e brucia brucia come fosse fuoco o veleno la mente.

Mente a fuoco

e fiamma i nostri pensieri

sventagliati dagli spari

spartiti della paura.

Non posso restare ancora davanti al mare

se tu chiudi la porta e in me, sola, solo una voce chiama.

No, non posso restare ferma, qui, davanti alle tue onde senza il desiderio di liberarmi.

Ogni giorno ha un peso. Ogni notte vale mille anni.

Il corpo di un cosmo,  fa da ribalta alle strategie di quelli che mi abitano e  alla parola segreta dei loro pianeti. Sulla tua lingua  cresce l’alfabeto delle galassie, una tavola periodica di esplosioni mi accavalli tra pensieri e parlato, le tue razze, i grandi abitanti dei fondali e noi, qui, sulla superficie delle tue reti, pensiamo di  reggere le ondate che tu rovesci in cicloni, emozioni , viatici che  scandiscono il nostro, tempo di macerie. Noi, che non abbiamo più mani per toccarci, né labbra per dirci, né ospizi per raccoglierci, restiamo immutati e non compresi, dopo milioni di anni, in riva a questo, alto mare dell’essere, dell’essere estinti e indistinguibili, sabbia tra le tue profondissime onde.

Ogni  nostra canzone  è tuo silenzio.

.

Astral Projection - I’m sand

Disincanti in quattro balze

Mike Worrall- violinista notturno

” Quattro: le stagioni per un solo essere, che dall’una all’altra rimbalza, scordando il suono di cui si (s)compone . “

.

La prima balza

ha il corpo della  neve

ed è fiore di farina

(s)brina l’anima

e candida       ripristina     le vacue luci

fauci di stelle  funi di luna

che ci armano i pensieri

ne fanno oro d’ore rubate

alla vita   all’immagine spigliata che ci costruiamo

aghi e spille in balìa della vita spogliata

in quell’attimo

prima di morirne.

*

Il secondo disincanto è il vento

serpe che s’incunea ripida dalle lapidi dei morti

ai rapidi postriboli dei falsi

vivi di quel seme che in sé ha la fine

sentieri di sonno

cunei di un sogno

da dove venne l’uomo e disse

la sua prima ora.

Un’ era

l’aurora

e creò il suo carnefice

nel tempo di un mattino

nelle parole di un bambino

che ancora prendeva il latte

dal sen(s)o delle cose che inven(t)ava

dentro il sonno della madre.

*

Della luce il terzo disincanto è la balza più tragica

perché non venne mai la luce.

E sta sì

ancorata all’uscio del buio

ne concretizza il guscio

d’uovo calca il reo profetico vuoto

la  pietra dura del sarcofago

il rit(m)o della spogliazione

l’attesa la preghiera la pasqua mangiata

il muso della follia premuto contro la speranza.

Ferma

resta come una cagna

la  sera

la richiesta    in gravi data.

*

S(q)uarta l’ultima balza

il disincanto

gli acini di oscure uve

sotto il dente sfatto

e in cocci

delle erbe le piccole paure

che brillano la loro lucciola nei tuoi pensieri.

Infedeltà del volo

il morso della paura

è il dorso della cecità

la mente.

Mike Worrall – cibo per il pensiero

f(z): Z = z2 + c

frattale di mandelbrot e…di julia


avvicinarsi al centro

è morire

sparire estinguersi

diventare zero.

Attorno all’as-sé il perno

muore e ogni altra casa

svanisce.

Muoversi un passo dopo l’altro moltiplicando i punti

inter-cedendo la sede

la sequenza ingigantisce la specie.

Matite che si muovono: prima lentissime intorno

al limite eccedendo di un soffio

un attimo oltre il cerchio

oltre l’ego il limitare.

Si espandono sotto il piede lagune

e lacune sciamano come vespe negli acuti degli aghi

in ampie girandole che allagano le tracce del rimessaggio

senza paura ingigantire l’infinitamente piccolo

trovare miriadi di carovane in cavalletti

da disegno, banchi di orefice orifizi

ingranaggi e meccanismi

fili

artiglierie di colore

strappare l’ancoraggio

l’ego e respirare

dieci cento mille volte dentro la curva

il livello di un alveo

essere (il) tigri e la lancia che lo cavalca

essere ghiaccio e la lanterna che riflette gli astri di un intero

firmamento dentro l’asse dell’ascissa

ordinata in funzione dei sogni.

Essere

tutti gli esseri in un limite

fra(t)tale eguaglianza.

Buchi neri impronte del vuoto

ora si animano e battono in falci la luna

nel mattatoio degli occhi sfuggiti

schizzati in inchiostri di mercurio e torba

Orbita che gira aggira i pianeti e manovra

una lunghissima processione di teorie

oscenità matematiche

geometrie del pensiero

punti  avvolti dalla traiettorie del nostro de-siderio.

E questa cos’è?LA SCUOLA PUBBLICA privata di ogni risorsa!

Andrè Beuchat – Gli eletti


Inchiesta sulla SCUOLA PRECARIA, non dei precari o degli allievi o dello Stato. A quale STATO interessa lo stato DI INDIGENZA della scuola PUBBLICA? Il video è di RAI 3- L’inchiesta è stata fatta all’interno del programma PRESA DIRETTA ed è chiaro dove sta la differenza. La retta va bene ma…la rettitudine è una caratteristica geometrica o una qualità etica?

video:La scuola fallita

E FORSE NON BASTANO LE CATEGORIE CON CUI HO CATALOGATO QUESTA STORIA!

quando la notte dipinge i miei occhi

Timothy Cummings

paula.jpg


e nell’orbita i sogni mi riportano all’inizio
sento dentro i pensieri sciogliersi il colore
fioriture di foreste profondissime risuonano in me
l’arca dell’infanzia.
Il melograno canta i suoi semi
dentro il rosso del cuore le mani leggere
abili ne raccolgono tutte le stagioni
fino a mattina
là dove
senza dolore mi ritrovo nell’abito smesso
solo poche stelle fa.

Dove morderà la serpe

.

il suo corpo

sotto i raggi della luna

sapiente      inietterà il veleno

e in quello il disincanto.

Con quale balbuzie  accuserà la sua lingua

inforcando un sinistro

percorso di morte?

In quale gelida sera riporrà l’oro

del giorno

or lato  di nero    ogni realta’

è disfatta    tessere     t r a m e    in  rivolta.

Quale   tema

schizzerà strisciando   questa storia

rivoltando il suo silenzio dentro

le brume   le  scure zolle di una terra

viva    sotto la sua morte    spoglia

Come per contagio lenta

nella mente  diffonderà una veglia

di favela  in favella  farà  vela

una  folle   voglia di ri(s)catto.

Rassegnata la  traccia

segna lo scorrere  il suo velo

raso tra sogni   le  anse   di una inutile  fuga

E in una fame  implacabile

mentre ancora si morde

la carne   s’è resa

in  un ultimo segno

che le spira la vita.

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