Seguendo l’argine quasi fino al mare
Andreu Martrò
.
Andavamo sole
io e mia madre.
Andavamo in bicicletta
una dietro l’altra lungo il solco di altri.
Gli argini erano paralleli.
In basso correva immobile l’acqua.
Più in alto le nostre biciclette
restavano quasi intrappolate seguitando lungo
quella traccia di terra strappata
all’erba che rinverdiva ad ogni stagione.
Con noi correva il breve tempo dell’estate
quei pochissimi giorni che restavamo
insieme e senza studi
lei della vita io della scuola.
E ogni tanto cadevo
quando allargavo le gambe per godermi l’equilibrio
dentro l’aria e mancavo di appoggi. Bastava una buca
un piccolo affossamento nascosto dall’erba e
mi sbucciavo le ginocchia.
Non ricordo più quante volte bisognava abbassarci
scendere sotto i ponti
e da che parte prendevamo.
Mamma lo sapeva. Ora tutto è cambiato
Niente più fossi nè frasche, gli argini sono ridotti in calvizie
per manutenzioni fatte con la fretta delle macchine. Si abbatte tutto
l’erba la si brucia e lungo gli argini non ci va più nessuno.
Dicono ci sia il pericolo di qualche incontro inaspettato
e il rischio di non tornare indietro.
Allora al massimo
ci rimettevi le ginocchia e
ogni tanto incappavi in qualche moscerino.
Niente insomma.
Quando si arrivava
là dove il fiume finalmente si apriva
una calma quasi senza vento
si tingeva dei verdi e degli azzurri che si stemperavano
insieme in una mutevole ombra. Scendevamo verso la riva
sotto qualche albero
che ancora parlava con il tempo
con l’acqua ci giocava a pelo con i rami e le foglie
che quasi si tuffavano nel fresco
in quel crespo lieve delle onde.
Mia madre restava in silenzio
seduta accanto a me che non volevo altro che il tempo
quel tempo
restasse là
dentro quegli argini
in quel preciso tratto del fiume
che quasi toccava il mare
in uno sguardo lanciato appena dopo gli alberi
e stava bocconi riverso sotto quel cielo terso

