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(ap)punti dall'arte

Month: marzo, 2010

da che parte

C.Bravo

sta il mondo e in che ordine sto

io  nel mondo

se posso e come  riconosco l’ordine delle cose  della natura del tempo?

Quanto lontana è la mia sorte conosciuta

per caso persa in qualche piegatura della carta

o angolo della casa o sulla cima degli alberi

passando da un qui ad un altro

qualunque altro

posto sulla mia strada.

Dove stanno le cose dentro le parole o vice-

versa il finito in tutto ciò che in esse è grande  e

-levato disgrega sfinisce il con-

tenuto a viva forza là dentro e in noi

ammutoliti irrimediabilmente

trascorre.

Un buco

Desiree Dolron-Gaze

Sì, è così, è
da qualche parte e
c’è sempre un buco in ogni storia
è da lì che scappa l’amore
che spacca la carne la storia
è da quel fondo che scappiamo tutti
perché l’amore pesa e ci rompe
non ci da’ tregua
ci scarnifica ci toglie fino alla fine
il movente
è per questo che s’inventa l’amore
una storia che s’impianta
s’incastra dentro le ossa e tra i pensieri
si rigonfia
ci segna l’amore e non ci fiorisce che chi-
odi anche se poi tutto
assomiglia a tutto quanto è resto
e non c’è storia che non abbia la stessa ruggine
deposta sul ferro di quel buco cor-
roso da amore in una cassa di pino verde
da cui senti ancora l’odore
di quel bosco praticato cento e mille volte
ancora perso in un atto di cordoglio
in una candida ignoranza.
Sì, è così c’è un buco
una cava del sangue
un fiore di coscienza che avvizzisce in un attimo.
Un attimo, basta quell’attimo soltanto quando tu, girata la testa
sporca mortale
antichissima esci dal giardino
dimentichi l’albero la mela il succo
di un’estate dentro l’estasi che piano
come un piano ancora più antico, come una trama profonda
ti prende e ti porta altrove
a covare altre storie
altre storie altro amore
nascosto oltre la tua fronte
e dietro, sempre

dietro le spalle.

Di passaggio

tina terzariol- bolivia

attraversa la notte la luna un raggio alla volta

tra i tanti cieli passa negli uomini i suoi aghi

la morte ricuce il dolore dei vuoti sfilando dall’oscurità

dalle sue fitte radici        i sensi.

.

Tra la notte e la tua tomba

camminano gli uomini tutti

nell’ombra e zoppi senza più un sogno che sorregga il loro passaggio.

Passano gli uomini cantando canzoni di guerra

.

Nella rete delle loro voci avvolgono strade

dei animali intere foreste le case del mistero

dimenticano gli uomini

che hanno calzari leggeri

.
per risalire le sponde della notte

per scendere lungo le profondità della loro storia

un miscuglio di anime e fanghiglia

una boscaglia di braccia sollevate
.

contro i semi dell’aurora

mai logora abbastanza

mai dolente a sufficienza

per queste ombre  senza più giorni

che fustigano altre ombre  per rimuovere dal caos il futuro

.

Giorni sepolti dentro uomini che non sentono

non attraversano il crepuscolo delle loro vite

Uomini che non sanno a che punto fiorirà

la loro prima alba sul ramo della vita.

Ma sei sicura di stare in cielo?

lilya corneli

Tu mi parli

di cielo, ma non lo sai, bella, che oltre me e te qui

in fondo al niente della terra

non nel mezzo del nulla , in quello che chiami cielo

qui, mani e piedi legati, dentro i cadaveri da cui fioriscono i tuoi prati,

qui c’è tutto, il mondo e non c’è

niente che conti davvero, niente che ci salvi.

Tutto      sprofondo   l’orizzonte è solo

un panorama per gente che scappa   in fuga scopa  tutti

i vincoli che ci dicono ogni momento

che è  guerra in unico continuo atto  sempre

in ogni millesimo del corpo

terra del male e di questa terra

che si consuma a girare e girare

gironzolare facendo la coda con tutti gli altri

pianeti  in un buco, di pensiero  un vuoto di creazione   in una catastrofe

di esercizio e disequilibrio. Granai tutti i nostri gesti

la fatica di nutrirci  per cadere dentro

dentro, ancora più dentro il corpo di questo corpo

un ammasso di cose che hanno perso storie e nome

che hanno portato noi ad essere due

ad essere milioni di due per farne altri

disgraziati come noi.

Scontrini    anche i nostri

i poliedrici nostri  incontri, arti che si fanno altri

e si consumano

innestandosi fra loro.



è così vasto il mare

ancora la nebbia sui colli Euganei

che dalle  isole preme    fino alle sorgenti

di questi filari    di silenzio e balze     di mutabile bellezza.

Lo si vede arrivare da luoghi lontanissimi

questo mare e farsi amaranto

un manto di luce precisa dalla foce del sole

e hanno un suono questi boschi

dove crepitano in falò  i legni della luna

si arricciano i castagni e nei camini i gufi fanno casa

accerchiando la notte dentro i loro grandi occhi .

Poi cede

s’immerge in rivoli d’acqua invisibili tra le rive del giorno

e gli affollati pendii fatti di richiami

annoda ai nidi  la corsa delle lepri

il rigoglioso crescere delle erbe al pascolo dei cinghiali.

L’uomo sta in casa  pigro aspetta che più tenera

si faccia la scorza dei prati più mite il sentiero seminato dal sole.


Sette

Sette  peccati
per ogni giorno
e un dio
solo
nel giardino abbandonato
.
Dov’è Eva? S’è scordata di potare
il male?
Di aprire il cuore alle viole?
E dove, dove si è nascosto Adamo a se stesso?
Mai s’è cur(v)ato di conoscere da quale costo-
.
le venisse incontro quella maledizione che chiamava sua ante-nata.
Non è facile dare un nome
alle cose
di dio hanno sempre l’impronta
la radice intonsa che scrive bibbie e tomi
.
tutti gli atomi del cosmo e in cuore
mette i cancelli per non andare oltre
la linea dell’ombra attorno
dentro e
senza mai scoprirne il centro caderci ammutoliti come pietra.
.
E il diavolo in corpo ci tende le fibra
Rende all’archetto il transetto dell’arca
Dispone in un sogno ciascuno dei passi.
E Maria? Maria non ha un letto
dove dormire dove coprire la sua miracolosa  ignoranza.

Non ha un tetto dove restare e versare il suo pianto.
Maria non ha scarpe né vesti
Il suo abito è un tessuto di gesti e  rovine
Filato tra le ore del giorno e della notte
canta dentro questa cantina e nel  più giù ventre
.
dove anima una vita senza il padre.
Scava un buco senza sapere
per accogliere per terra quel suo figlio sconosciuto
Scava un buco per deporre la sua doglia
Per guardare quanto svelto corre il vento
.
Quel respiro che dal buio innesta il suo
tenero pensiero senza veglia e  la sua voglia di restare immacolata.
Limpido il ruscello tra le cosce
fino al letto del presagio in questa messe
lento scorre un turbamento antico
.
in mezzo al nodo dentro il groppo nella conosciuta follia
quel dire di ogni cosa solo un’ombra
e nel vacuo della vanità l’azzurro
senza fine depone e ripone un nuovo vangelo
o un angelo come cosa senza senso e senza peso.

un ago nella gola

masbedo- nicolò massezza  e  jacopo bedogni
.

un ago       nella gola

pulsanti

il vuoto     un buco    eterno

il dovere   di sperare

sognare   inconsapevoli  soli    dicendo

cosa sia vivere nel tempo in cui  si muore.

Muore ogni momento

il tempo   nell’ in visibilità  traduce in sé ogni me stesso  in-

vita  scarnifica il corpo lo addensa   svuota

l’infezione   le parole   transennate    esercitazioni

schierate nella mente   sala dei ludi

scudi del nulla  incancreniti  in ogni cella

fantasmi di una falsa comunione

anatemi  in-

giuria la parola dispone sbalzi di valori

percuote   il disadorno

cuore    la lussuria del sangue

ventricolo del dio

abbattuto dalla scure nel suo

tempio.

.

f.f. – Pulsanti- inedito

i l l o g i c o

Mario Bressan

con-

passo la misura

regolo    le ali     ogni seduzione un segno

calibro del pensiero    il volo

configuro il lieve    frusciante    esito

di uno studio   e tu    esile    d i o

di ciò che è tenue    impalpabile      mi apostrofi

ancorato al vento

come unico sostegno

20 marzo 2010 – Solo in Cinquanta spazi tra le battute



Sta…….dentro…….l ‘azzurro

la tua voce…..la mano…..la parola

in equilibrio…….trae il seme…..di una mela

polline      in      un mare    di vocaboli.





oggi è passato

oggi

è un vicolo       il vento che mi ha attraversato

il sorriso di quella donna mezza

nuda  sul muro dove passato

il varco di Porta Portello i ragazzi le strappano di dosso la carta del pube

prima di entrare nelle aule dell’università o accasarsi

lungo l’argine per un giorno di attesa.

Lei sta lì ancora un po’ come una una carta vecchia e forse

spera che il vento la porti lontano magari in faccia al mare

per farsi spogliare di più tra un mulinello di onde e un abbozzo di luna

dimenticatasi che giorno è    e che è giorno fatto.

Che fortuna sarebbe     morire così     spogliati dal caso

sfogliati nel racconto di un sogno scappato da casa e non starsene

come uno straccio vecchio pieno di nodi

da sgroppare dal peso del  ricordo di ieri fiorito di bianco e di nero

cavo come una mano vuota  il sorriso di una bocca sdentata

il saluto di qualcuno che sai bene non vedrai più ma

ti dice arrivederci scalzando la sorte che  legge lontano

la somma delle ore  ancora  a portata di mano.

Oggi è una disdetta di appuntamenti    tutti gli appuntamenti

con ieri e domani     oggi non ha più l’orologio dentro la bocca

non ha sentieri  l’orgoglio  né itinerari   e

tutto cancelli

solleva  il mignolo contro quel muro di carta contro quei segni fatti di sogni

tracce

Valentina Brunello

…avevo seguito quell’odore

riconosciuto tra tutti gli altri che per strada

ti entrano in corpo senza che tu

nemmeno per un attimo

sappia da dove vengono.

Ci sono profumi persi

in quella mappa incontrollabile

che arrivano da molto molto più lontano. Da un altrove tu.

Hanno resistito alla dimenticanza

alla sopraffazione di altre marcature

all’affannata rincorsa della catalogazione.

Dopo tutto

abbiamo magazzini inconsultabili

bacheche a cui ci affacciamo involontariamente

per un striscio olfattivo che  rompe gli argini

di quella falsa pulizia che altro non è che un rivestimento

alla nostra ansia di cadere in trabocchetti della paura

di perderci.

Ci sono tracce

nell’aria che ti cattura per attimi lunghissimi

e ti ritrovi  sulla banchina di una città lontana

miglia e miglia di ricordi che gridano con la voce di gabbiani

o ferri di rotaia e tu che finalmente vedi  chi è  chi

ha il volto di quelle tracce

di quel preciso istante in cui ritrovavi una porzione di te stesso.

9419 frecciargento-il primo treno per roma

Ci sono nelle  cose che uno vuol fare

segni, arrivano prima di ogni partenza

si annunciano senza dire una parola

o senza  disperderla tra tutte  le altre.

A volte capita, capita dico,

di sentire o di sentirsi sfiorati da qualcosa

un accenno, l’inizio di un gesto,  un minimo segnale.

9419 frecciargento

era un messaggio pieno, tutti quei numeri in fila

infilati senza spazio dentro la nostra storia.

Il primo treno per roma che fermava in tempo

sulla tabella di una marcia sempre fuori orario.

E la giornata era di festa, c’erano le primule e c’era persino il sole.

Tu dall’altra parte, controluce, al limite del binario

mi salutavi prima che il treno fosse stato annunciato.

E non aveva ritardo. Era una freccia argento.

Una freccia col pungolo e l’argento dentro

dritto dentro quella giornata

che ancora mi rivedo una poi un’altra e ancora una volta

dentro la testa mentre viaggio verso la capitale rimozione

verso il capitolo che chiude la nostra storia.

Se la parola è luce

Ammon David Ar

“Se la luce è trasparenza a cosa serve questa patina dorata?”

Da Viola  di Natalia Castaldi

Se la parola è luce

è…

parola incantata
contusa consumata amata logora imbrattata
parola sgomberata fessa incanalata
nell’aorta scorre rifondendo
fuoco e ombra
quel rosso che ci accende e incenerisce

un po’ per volta

una vita dopo l’altra

.

f.f

http://poetarumsilva.wordpress.com/2010/03/12/viola/

E(‘)VITA

james c. christensen – death and the maiden

.

Voleva essere (al)l e t t a(ta)

a m a t a

voleva  un fiato e poi tutto il respiro

e saliva    dentro

il corpo

voleva una voce

una voce per   uscire dalle ossa    farsi

nell’aria

oltre la camera chiusa del   servizio

l’antico vizio di pensare  dire di-

segnare  in  terra il luogo dove

è nata pane ed è stata il divino

scorrere a fiumi   come musica in-

vasata.

Oh!   La poesia !

Del culto   l’occultata festa dei sensi

la tempesta di luce l’ archivio

di passioni  bivio  in tanti modi di dire

udire      per carpire il mondo

stretto in un modo: il rito del rigo     un rogo

il rigido sacrario di ciò che per sua natura vola

s’intrufola e sganghera il profondo

sin dalla superficie    dal testo in cui  sta

in ascolto  del folle     matto squilibrio    il libro antico il tesoro

disperso giù    nel labirinto    nella bocca del toro

e sotto

zoccolo della bestia   il dio o la dea

poesia    che ancora ci e(‘)vita

la morte che tra noi si affanna

Alfredas Jurevicius

nel venire e venire in orge di spiacere

e nella tragedia dei sensi

sfodera la vita di quelli che non volevano

precipitare  nella sua festa

e in malattia o povertà in benessere o solitudine

i giorni  speravano consumare

in un banchetto con la sposa

mesce sovrana il suo liquore

veleno scrive il suo elogio      distribuisce

e assegna in grandi caratteri un solo vocabolo saturo

di senso    segna che la vita  è un dono e non sappiamo

chi è il mittente se non quelli che  a sorte

diciamo essere i natali.

Noi tutti nasciamo assortiti

in un tempo che è sempre  resto

dei     morti

che ancora e ancora

àncora  in noi

la  storia.

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