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(ap)punti dall'arte

L’hanno trovata in giardino.

Era fredda.

Contratta e gelida

stava immersa  nel  silenzio    sommersa

dalle  rovine  antiche  e   da quelle appena cadute

dall’alto di una storia di menzogne

L’hanno trovata  in giardino.

La sua verità  è una ferita sul collo

profonda dall’orlo dello sguardo

come un fiore in mezzo al deserto

e non ha più un nome

il fiore   il deserto    quello sguardo

sta piantato dentro quell’attimo

conficcato in quella terra senza eterno

e due soli     si fissano

incatenati arsi bruciati e vivi

dentro quella cattedra di morti

tra le rovine di altri    soli

corpi senza sguardi in un quartiere

che non ha più muri  forzieri    barriere.

Atterrito il buio vuole esplodere

nel giorno    dalle  finestre     aprire

varchi d’aria  e fresca speranza

delle cose l’inutile  fuoco che ci brucia

il corpo  ardere    il legname per farne

aliti e  terra feconda      la pioggia

di una nuova semina.

Vuole

venire     sul prato

vasto    continuo quell’inanimato

gorgo      quel rancore   che veglia

dietro le tende strappate

sotto il volo degli uccelli senza nidi

per la cova   oltre le  torri

bianche di fumi   che salgono da terra

e si rovesciano in ceneri    di inesplosa rabbia.

Serve    una finestra

serve un’oscura paura

per vedere

per sentire

il pozzo      la giungla dentro la bocca

il fondo    dal fondo    del  cuore

la terra     che calpesta le sue ossa

sotto un cielo che non ha favori     per nessuno

favori    e che nemmeno le stelle coglie   nel suo ventre

afono    oggi che troppe altre

luci dagli occhi   come stelle all’imbrunire     di una sera d’estate

accendono il silenzio

i rossi gerani delle bocche   mute

in un esilio di voci

che non avranno alfabeti e non avranno linguaggi

se non di terra   colonie d’insetti  nel mese di maggio

e poi     lungo la schiena di luglio

disteso per terra avrà cordoni di cordoglio

l’orgoglio   dentro il calice delle calle

bianche    ali  senza altro alito se non un pallido

sigillato ricordo.

.

Dedicata a tutte le donne che hanno lasciato la loro terra, che si sono “tra-piantate” in altre dimore, o in altre nazioni , ma  hanno conservato, chiusa in loro stesse, la terra di una verginità assoluta e intoccabile da chiunque, e che nessuno sfregio o stupro o forma di schiavitù o commercio del corpo o sciagura o inquinamento ideologico può cor-rompere, ed è quanto rende ogni donna compagna di tutte le altre senza distinzione e catalogazione di spazio o tempo.

Cade

la luce cade     cede   la rosa

sfiora  sul limite  ogni cosa

e cade    cede  ogni  posa

nebbia e vento

vento     vento

la sostanza di ogni nostro intendimento.

E     più lontano

oltre

il mutevole volano

del caso    del tempo

di ogni tempo e   casa

l’unica stanza erosa

la  rimpatriata  rosa

da ciascuno mai pagata

lo sguardo mai posato

l’insonne     immutato

quello che di ognuno è  il  fato.

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