L’ARMATURA DELLA ROSA

by fernirosso

Le lettere, insieme, formano l’assenza.
Così Dio è figlio del Proprio Nome.

R.B.

Prima
prima che esca
prima che nasca
prima ancora che ci sia un corpo    c’è
un segno sotto
là sotto la terra
un testimone  che non parla
un luogo che  aspetta.
C’è la trama di un testo
e il  gesto di un verme  forse un atto  di tragedia
e sconfina   il suo disegno    va oltre la scrittura.

Segna con una traccia rossa la prima pagina del libro
perché la ferita è invisibile al suo inizio.

R.A.

Il  seme  pone con cura la sua storia
tra un prima e  domani dispone con grazia la sua morte
con lievità depone una  resurrezione.
Torcendosi alla luce cresce   esce dal cuneo  quel nucleo che tumula
sempre la sua attesa.

Vedere è attraversare gli specchi.
In fondo, c’è la notte dell’ultimo astro.

R.E.

E’ una notte senza luci     l’inferno
precipita   ogni giorno  in sé stordendoti  come una danza
o   dentro la bestemmia di una sorte  muta  il salmo che non sai.
La vita è un veleno che si beve adagio
Niente al confronto possono i  fulmini che strappano le fibre
le orde degli insetti la catastrofe dell’inverno quando i  rasoi ti strisciano
sull’osso è il corpo   che ti si disfa addosso.
Una debolezza lancinante  diventa sistema e nei sensi   assieme alla paura
quella linfa sempre più s’intarla nel centro del tuo frutto.
Ordito e  trama si armano tessendosi l’un l’altro sul dorso
ancora un poco la morte     un poco di più l’ombra     e il mistero
che lento si avvicina ti raggrinza le  pieghe del ventre
ora che il verde non è che un’ insegna sbiadita
un precipizio dove l’ora  non conta i suoi giorni e i mesi e gli anni
in te sono fitti come aghi    una cintura di bianchi  spinosi
aculei nella polpa  del sogno    l’inizio non ancora perduto.
Si nega ancora un poco   quel nero sopra le foglie
amaro ancora di più appena l’alba solleva le sue tende
cammina    s’incammina verso una luce che tu sola vedi
inchiodata nell’invaso tra  i silenzi di tutto ciò che non si mostra.
Lieve attorno alla cinta delle mura da cui pensavi d’essere difesa
ancora più vicina  alle case dei malati
un rovo di pensieri   dove una volta c’era la scuola
un ciclo elementare tra le sostanze delle piante
le puntigliose guerre delle larve  gli  uncini acuminati delle vespe.
C’erano sortilegi legati alle curve di quei ponti
d’aria    dietro i muretti    altre rose ti tendevano gli agguati.
E il legno verde   la tua unica gamba
la radice in cui ti eri  nascosta in settembre s’è seccata
quando avevi cominciato ad esistere nel suo ovario.
Ma lei, tua madre, aveva detto che si doveva aspettare
ancora aspettare,  perché  mettessi le prime foglie.

Un istante basta a prendere coscienza d’un secolo.

R.K.

Mi chiedo come una rosa possa avere memoria.
Eppure questi accadimenti ricordo di averli visti
di averli vissuti nella linfa e
non avevo nemmeno un anno
anzi non ero ancora nata
avevo forse  un segno scritto dentro il fianco
là dove la nonna mi punse  con i ferri da calza
preparandomi  all’inferno.
C’era una  casa     la sentivo
una grande casa che odorava di cere e di fumo
e intorno  mia madre
si stendeva mani bocca e piedi oltre le stanze al di là  delle pareti
superando le porte e le fessure dei legni.
Vedevo enormi tesori crescere negli specchi delle sue voci
ricordo le immagini allungarsi nelle profondità di quelle prospettive
infittirsi agli stipiti dei balconi rigati di vuoto per lo studio dei tarli
rigirarsi agli angoli nelle sagome dei piedi che si facevano gradini
sopra le scale dove la notte si fermava al limite dei cassetti
nelle ghiacciaie della cucina
nelle cove delle madie imbevute come spugne di un odore aspro
di vino rinchiuso troppo a lungo
e il pane sapeva di muffa nel profondo del buio.
E’ questa la mia veste
è questa mi dico
l’armatura della rosa.

Un’ombra non è altro che un’ombra.
Il linguaggio è solo l’inizio dell’origine.