Tecnica mist(ic)a-La caduta dell’angelo

by fernirosso

Marc Chagall


N.Y. 23 giugno 1941- 1947

I giorni passano: branchi di nuvole scorrono sul ponte. Alla rinfusa domani viene, raccattando pezzi del passato. Non c’è polvere di pigmento che si coaguli in un segno. Infedele un aguzzino, nella memoria  brucia tutti gli istanti. Il sangue fiorisce nuovi alberi, altre stagioni  a picco lungo pareti d’ossa.

Niente stelle. Sulla stuoia del buio solo una fiammata. Sprofonda il baratro. A piccole dosi  un bianco di piombo mi avvelena. Nulla trattiene il mio spirito.

E’ un diluvio d’ore il mio occhio e a tratti si spegne, traguardando ormai solo oscurità. L’arca è assediata. Un buio denso, corporeo, celebra i suoi fasti. Un rumore  feroce contorce le cose. Le annienta.

Cade l’angelo: brucia la purezza.

Di nuovo abbatte le porte delle case. Nulla è risparmiato. Bisogna fuggire. Come nel bosco, la paura mette in fuga gli animali braccati dal fuoco, anche noi  fuggiamo. Tutto precipita. La terra è un gorgo di parole in rovina. Leggere nei segni è impossibile. Ogni lettera sospesa tra la notte e le strade preme il suo male. La sola misura che governa è la morte: agrimensore di una terra oltre frontiera. Inarrivabile ogni promessa. Porpora e ombra mi scorrono in corpo.

La mia casa è invasa.

Dai chassidim prendo una viola e tento un nuovo firmamento. Ma le mie mani sanguinano. Incredulo  senza muovermi, incatenato alle segrete dei miei occhi fisso il mio buio, come se tutte le letture fossero là, in quella canapa, iniziata in un tempo tramontato. Cerco la punta o la selce per incidere sulla pelle di Caino il suo vero nome.

Io, io ovunque.

Io: tutti i carnefici della bellezza, tutti gli inquisitori della poesia e i santi  e il cielo in una sola ceppaia. Pesa il silenzio. Lo sento. Polverizza il legno. Tutti i chiodi della croce nel labirinto della mia carne. Non è altrove Cristo. In una cialda d’oro il sole si frantuma. L’ostia s’interra. Giù, in basso, all’estremità di un’altra fede. Senza allontanarmi  in quella terra santa e lontano immergo gli occhi, come per un dettato scritto da  quel segno.Vivo,   il muggito di un bue non più mansueto, dalle soglie del mito, o trafitto da un coltello, nascosto in me, nei meandri più cupi della mente, mi afferra. Nitida la sua lingua, mi soffia nell’orecchio un passato di esorcismi, l’ arcaico  altare di Abramo e la veglia mentre sacrifica nel figlio, tutti i figli di questa umanità perduta.

Se la sua offerta, come sacrificio di ringraziamento all’Eterno, è di un capo preso dal gregge, sia maschio o femmina, l’offrirà senza difetto. – *

Ripeto senza sosta da giorni  come fossero anni questa formula segreta e intricate combinazioni di nom, come fossero dosaggi di colore,  mi rimbalzano nel cuore. Lettere  come labirinti.  Nei muscoli avvolgono la mia carne.  Intrappolata qualcosa ne estrae agonizzanti memorie, come da un’argilla fresca l’ultima goccia d’acqua. Molle nella cera della mente un attimo senza fine mi rincorre. Il grido di mia madre. Sì, lo riconosco. Cerca dal buio inutilmente di rinascermi. E dal cielo  lei, battendo un groviglio di strade, la  polvere densa e scura degli affanni, cerca di squarciare il mio sguardo.

Nell’acqua malferma,  in un pozzo amniotico, senza fine lavo la mia pena e come un naufrago in un oceano sconosciuto dipingo ogni attimo la distanza da me stesso, dalla mia casa, dalla mia vita. In questo involucro di canapa con l’olio e una tecnica mistica cerco di nascermi ancora e    nuovo.

Senza pari  il buio, assoluto opera in quest’ora. Di nuovo la stessa terra e quel pugno di semi che noi tutti siamo. Una via o l’uscita dal gorgo, il magma o il centro dell’occhio di un cieco, il vuoto baratro del cosmo, la bocca vorace di un dio della guerra. O d i o  demone  e angelo di fuoco, che rovescia la sua fiamma scavalcando ogni storia, devastando stanando tutto ciò che non sana.

Tenebra, profonda si è fatta  la caduta.

Da tutti i cieli come un solo ciclo angelo e agnello  come possono essere il volto del mistero? Sprofondo dai millenni in lunghissimi silenzi. Sento nel mio il corpo di impronte mutevoli   e capri   fiamme   donne gravide  e, vergine, cristo sulla croce e  sua madre. Case  e ancora case, tane ,vite profanate nei rotoli del tempo    sulle orme di Mosè. In un digiuno di ferocia, che ancora una volta trova sazietà, ci sono loro, quelle carni abbandonate di così tanti morti. Tutti gli innocenti in una cova perenne, dentro il cielo dell’anima dove anch’io in un sogno, in un esilio dall’eterno cerco il sacro  nella mia Torà e trovo ovunque uomini.

Uomini che scappano da altri uomini.

Un  villaggio senza fine  senza nome, mutato, ammutolito in una  rossa spessa  notte che brucia.

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* Levitico 3-6-“Se la sua offerta, come sacrificio di ringraziamento all’Eterno, è di un capo preso dal gregge, sia maschio o femmina, l’offrirà senza difetto.”