quando non sono in vena

by fernirosso

(a)mar-te

mi guardo come si guarda un campo secco

e non faccio attenzione a tutti i pozzi

che sotto quella crosta ai margini del mondo

è il cielo  che diventa la mia pelle.

Dietro un convoglio  di lunghi o modesti fili stesi

appesi alla mia testa come antenne eoliche

si agitano  agli emisferi i miei pensieri

quelli di ieri e di oggi

tessuti che si strappano per la forza di oceani in continuo turbamento

e grandi predatori si adagiano sul fondo

spaccando con un solo colpo di coda la roccia  dell’uguale.

Non c’è    no

non c’è uguale

per mare o per terra

di questa microscopica foresta

fatta di  setole che ovunque ricoprono come muschi

o licheni queste  strade

vie che dico essere il mio corpo

dove persino la formica  fatica

camminandomi attraverso.

Ma non  è ancora questo

ciò che m’incanta del corpo

m’incatenano i fasci e i fascicoli dei tendini

le masse dei muscoli come grandi catene alpino himalayane

dorsali di  pire che s’infiammano di moto

e producono il clima non solo in superficie ma giù

alle più incredibili profondità delle cellule

nelle catene dei cromosomi

o nelle ramificate ragnatele dell’elica vitale

come astronavi nelle nebulose del sangue

nelle quasar del sistema linfatico

terre emerse e sommerse

portale  dei venti     battute ripetute della pioggia il cantico dei cantici

della neve e del sole.

Quando non sono in vena  e non so bene cosa sono

o che ci sto a fare in questa bufera d’imprecisione di ogni pensiero  parola

da queste parti trovo la via diretta per scalarmi

per ritrovarmi alle più lontane equatorialità di un corpo che va

oltre me

proprio come navigassi  luoghi

che non restano mai    definitivi

che nessuno può

esplorare per intero.