non ho
by fernirosso
dyrkwyst- fickr

come altri
molti ormai
una lingua terra
madre a cui toccare il fianco e la veste
profumata
non ho una parola infanzia
casa
tana
o uno specchio
in cui vedere
chi sono.
Quando parlo sono lontana
l’aria non salta
come un grano di riso
non brilla il suono e il passero
non mi svola sulla bocca
sentendo che dentro l’acqua goccia.
Non ho parola svestita
non ho suono famigliare di trifoglio e brina
non sento dentro i polpastrelli
la fatica d’essere così tanta gente
dentro lo stesso dialetto stretto
come una vera da pozzo
nella profondità di una comune memoria.
Non ho
parola che nomini in me
un mondo.Tutto si ferma lungo un fosso di scrittura
e scivola sul dorso la parola
rivoltata senza arrivare mai alla radice
senza sentire il vento sulla cima dei rami
senza sfiorare l’acqua
in un sorso della vita.

…
me la porto via, devo, ferni.
grazie. api
per quanto ti legga e cerchi nei percorsi che tu disegni mi piace non trovarti mai compiuta
in un mondo in cui tutti dicono “io ho” trovo una parola svestita di alibi, profondamente viva
penso che questo testo incarni l’idea di “provvisorietà” di cui ieri ho letto
Nasce dall’osservazione che, in molti, oggi, usano il dialetto per scrivere dentro il cerchio dell’origine, per sentire più vicina la terra nei piedi, nelle mani e nella bocca la parola viva della madre farsi pane che profuma di una infanzia mai perduta. Da parte mia, riflettevo, non ho nemmeno quella. La mia parola a-dotti-va, ha adottato me, facendomi sentire un seme da laboratorio.Eppure, dentro quel pugno di niente, ho ancora il vento, la scorza, la buccia, i detriti dell’universo in-tatto. Ciao belle. ferni
L’incipit squarcia la consapevolezza ontologica dell’ ‘essere’: è una certezza ‘non ho’.
Il possesso sicuro è di altri,inconsapevoli fortunati di non sapere della negazione.
E qui,come le figure retoriche più classiche dicono, la negazione è per scoprire l’essere profondo della disumana umanità.E della solitudine.
Una scoperta in progres: non ho,per sapere neanche con certezza quello che forse ho,ma che forse non so di avere.
Il confronto con le cose umane dei miei simili non placa il desiderio di chiarezza: “Non ho
parola che nomini in me
un mondo.
Tutto si ferma lungo un fosso di scrittura”
Aprés il racconto del legame alla Madre Terra.
Controcorrente: il ‘verbo’ è rivoltato,estraniato,estraneo dal suo contenuto: un contenitore svuotato,esautorato, “senza arrivare mai alla radice
senza sentire il vento sulla cima dei rami
senza sfiorare l’acqua.”
Non ha bisogno di Naturalismo concreto e di verosomiglianza il tuo ‘urlo’ sommesso e solitario.
Una poesia fantastica,poliritmica.
Grazie,Agnès,
“in un sorso della vita.”
dunque ormai ho trovato un segno, accanto al mio, che sente e questo segno sa farsi parola, sa portarne altre,un mare, un cielo rovesciato dentro il mare e persino un legno, profumato di terre dell’oltre. Grazie.f