L’idea è che Natale sia Natale-N31- Ivano Mugnaini

by fernirosso

angelo cancelli- palermo 2010, flickr

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Un solo sole

Ai margini di un inverno malato, mentre scivoli quieto

sul domestico gelo di ghigni televisionari assatanati

di audience e di share, qualcuno, laggiù, oltre confine,

muore. Muore, sotto fragili travi e muti terrori

o al margine di strade rubate all’urlo del vento.

Muore nel fragore di schegge e sguardi che squarciano

vene di tempo. Di un tempo che senti non tuo, occhio

che non chiede niente, mosca instancabile su tracce cupe

che furono sangue, pensieri, speranze. Muore, fuori zona,

fuori target, oltre i limiti accessibili del cuore. Muore,

per errore, che importa, muore e basta,

lontano dalla porta di casa, dal prato fresco e liscio

del tuo giardino, dall’albero colmo di luci e lustrini,

laggiù, lontano, dove l’orrore è immagine

breve, flash sfocato prima dello spot colorato e carino,

del tuo profumo preferito o del magico bocconcino

che rende felice il tuo cucciolo amato. Eppure, se guardi

meglio, se tieni l’occhio sullo schermo un attimo in più,

senti sulla faccia un tocco, rena inerte che divora i tessuti,

vespa che esplora ossessiva carne e stracci di pelle

e ossa abbattute di schianto sul suolo. E un po’ muori

anche tu, oltre confine, oltre il cancello serrato, in una terra

a te ignota che scopri d’un tratto anche tua, come le vene,

i sospiri, grida e preghiere che vibrano e tremano

nel tuo stesso sole. Muori anche tu, e, per non morire,

per non sbattere secoli infiniti contro mura impalpabili,

ti unisci al grido muto che si leva dalla carne

della terra, squartata, strangolata da milioni

di schegge. Gridi e sussurri anche tu, senza più

pensare se sia esatta la lingua, il verso, la frase,

e quale sia l’angolo, il punto cardinale verso cui alzare

lo sguardo. Perché quando muori dentro, oltre confine,

oltre il tuo confine, ti accorgi che c’è un solo cielo,

un solo sole verso cui guardare.

Un’alba tenace in cui rinascere scrutando occhi chiari,

pioggia, parole, germogli inattesi su un deserto sterminato

di cui scopri all’improvviso la porta, la chiave, l’uscita,

il respiro fragile, immenso di una primavera infinita.