In lunghi silenzi

by fernirosso

- che pena- ti dicevo, interrotta

dallo scroscio di sirene e bombe  fuochi emittenti  odori

assediati  in una città impazzita.

Questa comunità di uomini claudicanti

che adorano un dio come loro sulle pietre

di una sola città legata a croce con aghi d’ore ammalate

di oscenità e falso involucro della stessa bestemmia

Uomini che non vacillano l’uno davanti all’orrore dell’altro

perché ciechi e sordi e senza possibilità di toccarsi

avanzano ciascuno alla propria carcerata forma dal cancro che li diffonde

in deformate associazioni  filiazioni come da un mestruo verminoso

di femmine cagne sputate dall’orifizio di un inferno intermittente.

Nel sagrato  un lezzo

si solleva e dalla catasta di corpi ammonticchiati

se ne viene presso l’altare un pietro senza piedi e senza bocca

segnando l’aria imputridita. Si solleva su tutti come un sacco

gonfio d’aria e giocando sulle teste versa un unguento di escrementi e sangue

nera una pece a pioggia riveste i presenti nudi ora e ad ogni altra come

cadaveri presso la porta dell’ultima sentenza. In uno spaccato

si solleva l’asfalto e un rivolo come di parola mozza sghemba con forza

si schiaccia contro la fronte delle donne la penetra ne trapassa il cranio

e in essa germoglia virus e batteri come un’unica sostanza che freme.

Un attimo lo scompiglio. Poi tutto si acquieta

come fosse quella quell’unica visione della fossa

la morte l’unica possibilità di varcare la vita. Nudi

senza più parola uomini e bestie in una sola amalgama fluente si accostano

l’uno sull’altro senza più riconoscimento come un lievito

che rapido imputridisce e muffa su muffa rinverdisce lo spazio

un campo dove tutto ora è niente

e la vita si ripristina in un ciuffo d’erba come peluria

cresciuta dal selciato un pube che si apre nella radice

albero di un antico orrore. E tutto riprende. Tutto. Senza sosta

si doppia e moltiplica la carne quell’unica zolla di un Dio

che si allarga un rosso tornasole su una striscia di se stesso un segno

dove il cielo come prima s’è interrato un’altra volta.