quando penso a lei
by fernirosso
a zia Lucia
sento un milione di grilli
tutti quelli che aveva in capo ogni giorno
e quelli che nutriva in capo ad un anno.
Ricordo i fiordalisi che aveva dentro gli occhi
che sono gli stessi di mio padre e di mio figlio
- Tommaso, l’apostolo degli occhi – come tu mi insegnasti una volta
mentre insieme ridevamo della stupidità degli uomini
e del vacuo di ogni loro tradimento
- tornano sempre nella stessa tana, fanno sempre le medesime scelte.
Le donne invece hanno i sonagli nel sangue. -
Ricordo le tue risate e le trovate
nella cesta di una memoria affine come le lune
che bruciano nei falò dell’ estate.
E ogni giorno avevi un colore da indossare
sul manichino della tua solitudine estasiata
per la vita e per la morte
- una modella d’alta sartoria che tutti c’indossa
come nessun altro sa fare-
E avevi sempre una parola tenera da pronunciare
un silenzio da regalare dentro cui mi tuffavo a capofitto
per raccontarti i dolori del giovane Werther,
che ero poi io, in altra veste, come sempre ti accorgevi, perché
non riuscivo a fare un passo senza che nascesse un ricordo
di mia madre lontana e della nostra casa in riva al fiume dell’infanzia.
Parlavo con te perché la conoscevi
in quella casa tu c’eri nata, cresciuta fino al matrimonio
e avevi cantato pianto e gioito, piantato rose, raccolto margherite
per passione avevi studiato canto suonato la fisarmonica e avevi
visto lontano dentro la mano di quel capitano
che in casa tua, come in un quartiere di guerra,
parlava di compiti e doveri di ospitanti, sulla presunta
militanza di mio nonno, l’inafferrabile resistente socialista,
mentre sul palmo aveva la morte
scritta in uno sparo che tu avevi visto e volevi risparmiargli
incoraggiandolo a partire.
Invece io non avevo potuto
mi era scoppiatto addosso quel viaggio
lontano
oltre i confini di ogni cosa
compreso il cuore che ancora ci nascondeva, tra un battito e l’altro
la mano di mio padre e la voce di mia madre
come gravità che schiaccia
come fosse stato il piano di un ’immenso
chiodo che a poco a poco si fissava nel mio legno
imbavagliando in me persino il grido e la luce del ricordo
un angelo del peso di un’ insolita condanna che prende in carico
i viventi spiumandoli dal nido
tutto l’arco del tempo come una porta, se tale è ancora,
che mi porta oltre il lampo della memoria
oltre ogni albero e ogni siepe come in un unico mazzo di fiori
e come la maggiolina che sono, abito un libero mare di profumi
che mi nutrono ancora come uno
uno qualsiasi di quei tanti fili d’erba
che insieme intrecciavamo, stando in giardino, le sere d’estate.


è un affresco degli affetti,un quadro prezioso e intimo,ma non si chiude dentro la propria storia, si apre a tante altre tantè che anch’io vi ho trovato molta parte della mia. Guglielmo
era la zia dei giochi, la zia che aveva sempre il sorriso e voglia di scherzare.Per me bambina riportava storie della nostra casa dove poter abitare,senza sentire distacco dai genitori lontani.f
…nell’acqua trasparente delle tue parole rivedo la mia – di zia, ha attutito il distacco dalla mia terra d’origine a questa terra che abito oggi.
Grazie
Cettina
raccontare ciò che si è attraverso i fili di una memoria vivissima e contagiosa
hai toccato corde molto delicate ponendo il tuo viaggio sulla mappa/mappamondo che tutti ci ospita
grazie, è bellissima
Elina
Un viaggio fra liane prensili bagnate di fresca rugiada, il mattino della vita deriva dalle piccole grandi gioie, i ricordi che rimangono sono quelli che seguitano a cullarci…
Ho apprezzato contenuto e stesura, complimenti Ferdi, un saluto Tiziana
per fortuna c’è una zia come Lucia in quasi tutte le case, in quasi tutte le famiglie,è una specie di parente che, come dici tu Tiziana, e hanno sottolineato anche Cettina ed Elina,forse serve per l ritualità dell’evoluzione, di ciascuno di noi.E’ una specie di pietra focaia che serve a sprizzare scintille leggerne intorno e dentro al vita.Ciao e grazie a tutte voi.ferni