Lo credettero un angelo

by fernirosso

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c’era  gravità  in quell’eresia e la fatalità

di trovare in terra qualcuno senza parola
in cui il nostro sguardo scorresse. Tutto scorre
le cose sottili nell’aria
e la nostra beatitudine nel sentire che esiste un corpo
un corpo che non è in noi  ma è uno stare qui
in questo  preciso istante e luogo

in cui trovare l’epicentro delle nostre rimozioni

le paure a cui abbiamo chiesto remissione
le passioni della carne chiuse insieme dentro il nostro letto
nell’incendio della nostra camera
censurata ai figli e a tutti gli altri
fuori   dentro quel treno che è la vita e corre blu
in un monologo di nuvole e silenzio
noi sempre candidi e testimoni di ciò che ognuno di noi è in sé nell’altro
noi emersi dallo scenario di una guerra dove la disperazione
di un dio si fa terra e la stringe nella morsa di una falsa benedizione
dove miseria e necessità si fanno  grazia
ascesi di una lunghissima caduta dove tutti
noi da padre in figlio siamo rimbalzati
credendo che il volo fosse infine  la salvezza
quell’ultima promessa dove la violenza del tempo
si spegne nell’ordinario incedere del vuoto

in uno spazio terso e  senza più misure

dove non c’è segreto ad accoglierci in un’altra cattività
fatta d’ incuria e miseria
storie o vertigini che ci fanno preda di uno spettacolo senza fine
dello stesso dio senza più trono che scrisse il dittico della specie
l’immagine e la somiglianza
con cui assistemmo allo spettacolo dell’empio nel tempio
sceneggiato da un io gigantesco che riscrive per sé morte e sporcizia con un candore
freddo e  una lamina di speranza che taglia in due
ancora una volta il due di quel segno scritto nelle nostre sabbie
sculture di una realtà contemporanea
progetto dei  doppi e delle molteplici copie a cornice del trittico
dove l’angelo è lo stesso caduto in terra  a noi contemporaneo
come un appuntamento con questi mutui presenti
assisi sulle sedie dei nostri giudici ambigui inseguitori
che giudicano senza saperlo se stessi senza traccia di emozione

umano vuole essere l'angelo che perde il suo profilo
in quel nervo scoperto che è il suo essere come noi clandestino senza segni di divinità