Era tempo. Mi staccasti.

by fernirosso

Erling Sjovold


Mi staccai dal tuo albero come un vagito
dalla bocca   intagliato un io,  vago che preme sul labbro
ignoto e sillaba  parola di un dio reo di scorrere sempre in se stesso.
E il mio tempo è stato un salto dove
la  pelle ha preso forma sull’osso del capo
l’occipitale dello sguardo e tutte le vertebre nel dolore
che da lì iniziò a inseguirmi come in una scatola d’ossa le meningi e l’encefalo mediani e paralleli trascrissero nei pensieri mentre io
avanti e indietro precipitavo nella corsa del mio sangue
credendo pulsando di quella cecità corpuscolare che alle tempie batteva.
Parietale e temporale la mia volta si fecero celesti al risveglio della vista
e nuovo per me fu quel tetto
come una squama i suoni poggiatesi all’orecchio
Una linea sinuosa il limite ogni percezione odorosa
si fece sutura tra naso e fronte
e in tuberi l’esterno si approssimò all’eterno colato dagli occhi in  icone di luce.
Vene emissarie ancora mi collegano al tuo spettro come un cuoio
cucitomi addosso, come una brezza che risale le cronache dei giorni
la  corona dei miei apici amorosi
punto di giunzione nella fontanella del piacere
neonato nell’apice del cranio dove alla fine della svolta
quando tutto decade lo spazio nella fossa
temporale faccia dell’orbita corno e crono io sono in cui il nervo del gusto s’inossa
e più non canta deciduo l’amore.
Eppure ancora calandomi  tra le  radici della grande ala
navigo  del paesaggio la fessura
il passaggio la vena l’oftalmico  foro dei piccoli vasi meningei e il tetto dell’orbita da cui ancora dentro mi tende quel cielo traverso.
Sul pavimento di me stessa, sull’osso mascellare
che i geni delle sillabe ha staccato
l’altra me la faccia zigomatica  presenta
nel suo foro il conto da pagare un sottile leggerissimo filamento
invisibile posteriormente mentre la mia faccia orbita
anteriormente supera il  giogo
il massiccio fatale evidenzia tutte le suture e nell’osso lacrimale,
periferiche alcune memorie rimosse forse  sono un lascito tra le creste del tempo.
Giunta ai margini tutte le linee temporali si fanno lamina
e laterali recidono dal ramo della mandibola
le ultime parole.
Sono così tante da averne dimenticato il sapore della linfa
le spore il computo degli anelli.
Era tempo. Mi staccai
dal tuo fiore segreto facendomi  multiplo di te e di un altro
che chiami padre mentre ti era figlio
e anche lui aveva un fiore cucito nel petto
che non sanguinò mai fino a che un giorno strappato
dal suo stesso fiato
tra i filamenti vivi che tu gli ricucivi addosso
con dorsali di sguardi e una frattura al margine del labbro
bruciò come un legno
bianco su un’ultima voluta di vapore.
Scuciti tu e lui ora
dai silenzi dentro la mia corteccia
fasciazioni al mio essere sola come un virus
che la polpa si appresta a consumare esausta
ancora fiorisce
rimarginando in lancinanti ripetizioni del tronco
un clamore di ventagli che al vento spiegano il proprio essere fecondo
e una luce minuscola come un affronto a quella maiuscola degli astri
in lingue e lamine d’ore
in processioni di punti  staminali
coniugazioni
dei vuoti dove il cuore cederebbe ai regoli del male
vegetale si fa il tuo timbro e rinasce in vocali di verdi e legno nuovo
un altro fiore maturo e scabro al tatto
una rovinosa bellezza che impera sullo sfascio della morte.

Aveva un male il corpo

un’inclinazione nella  scorza una forza
stretta come  tra due rocce in una  gola di basalto
e la notte sprizzava vapori di stelle nella valle del mio ventre
come da beccate di uccelli
o singhiozzi della terra sotto quell’ala enorme di dolore
lungo i fiumi della mia euforia chimica del vederti toccarti
dai comignoli scuri del mio essere sola
nell”industriosa calma delle arterie dove prima stavi sommerso
nel  silenzio del fiore delle mani
e stai ora come mia carne sacra esposta
nei tabernacoli dei lombi.
Ecco, anche tu come me in precedenza,  profezia di rami e di  fiore
che tornano a spezzare la storia congiungendo un passo
sempre lo stesso che scivola
in ciò che non  si tocca nell’incrinatura della morte
nella madia dell’infanzia.