In quarti
by fernirosso

i corpi dei vuoti disseziono e nelle ossa i filamenti
muti che sfilano dai morti
le vesti snodano gli assurdi complementi
i vertici degli anni gli ami calati dall’incolume esca
vecchie silenziose mutevoli sorgenti
in ogni storia tresca sola resta la scoria vuota dei tormenti
un osso senza polpa e senza terra un lancio come nel gioco della pesca.
In queste maledette lunghe lune
snocciolate notte a notte
nell’oscuro delle dune
è sabbia nera la mia vita in altra tua riluce
nel buio delle crune
note forme e mani seni bocche braccia glutei
come manutenzioni ai resti di antiche tentazioni
quando impudico mi assali nel cuore la vergogna in me tieni
e vieni avvolgendo nell’esito incerto del segno l’esempio empio
l’assedio il lessico d’altro tempio l’originale peccato di quell’albero nell’ombra
lo spacco il cuneo nelle ossa lo steccato che sgombra
la menzogna in una cova calda nel fresco rifugio dove tu stai
deposto nella croce organica che cede mentre io cado
nella parola afona solo uno schizzo resto bianco nel bianco della pietra del tuo volto.
In questo corpo luogo di carceri
niente ci solleva e i ceri scrivono sui muri
l’irrequieta letteratura delle ombre
quell’inutile scrivano che scalpella il nostro sangue
in impunture di virgole e dissensi dissemina sgombre forme in ombre
in me che sono in questo assurdo corpo e recrimino il passato delle ceneri.
Poi goccia a goccia mi misuro in ore
ne verso il buio nel bicchiere incrinato del cuore
più giù nel buio della notte nel ventre mi avveleno
e mi disperdo mentre mi avventuro in giochi manomessi
dicendo erotico questo restare negli abusi dei confessi
tra la mano e un taglio da cui nacqui anch’io in altra dormiente
perché è divertente ritagliare il corpo e il linguaggio
con forbici e lime dargli la forma dello scollo
con cui mi stacco ancora e ancora dal mio crollo.
“…ho consumato ora dopo ora me stessa perché un gesto
potesse essere scritto o meglio ancora
scrivesse ora senza sosta l’impossibile resto
che non riesco a sgarbugliare da dentro
in cui per sempre e in un volume solo in me sottile
ritorni per un attimo la parola
prima da cui tutto inizia in fine.”
Eppure non c’è.
Non c’è più spazio in me che leghi ora
l’antica religione il mito la medicina velenosa in gocce per lenirlo
c’è solo
pianto e muta una disperazione da cui ti chiamo oggi ancora
come successe in altro appuntamento
per rendere conto della vita a te che già non c’eri
per raccontare a te che solo mi comprendi
la sconsolata nostra l’incurata
solitudine interiore. Termine non ha
questo malato terminale questo sacro capro immolato
né il suo peso bilanciato tra piede e bocca
chiude per sempre questo assurdo carnevale.
La prima patologia della separazione
è questa inguaribile assonanza con il corpo arreso
freddo che rende ad ore nei mesi e negli anni la sua restituzione
il corpo conosciuto come altro è un sé a cui non si appartiene
se non in sogno e con carteggi d’altro amore.
Le chiamano lezioni
questi legacci intorno al cuore
questo curaro che mi brucia le budella e mi intorcola la faccia
perché neanche il pianto sana in nuovo vaso la pena
o in altra fioritura sotto tre metri in terra piena.

La prima patologia della separazione
è questa inguaribile assonanza con il corpo arreso
freddo che rende ad ore nei mesi e negli anni la sua restituzione
il corpo conosciuto come altro è un sé a cui non si appartiene
se non in sogno e con carteggi d’altro amore.
Le chiamano lezioni
questi legacci intorno al cuore
questo curaro che mi brucia le budella e mi intorcola la faccia
perché neanche il pianto sana in nuovo vaso la pena
o in altra fioritura sotto tre metri in terra piena.
E’ un caso o mi piacciono tutte le tue chiuse cara Fernirosso? Le trovo tutte dense, ricche,cariche di altra storia.
bellissima la tua volpe addormentata.