Perché di solito
by fernirosso
accendiamo le parole come si fa con i lumini
nelle cripte dei morti
il loro breve riverbero sui massi sconnessi
dei vuoti
è il nostro non sapere quanto
quei bagliori lenti
ricoveri del tempo
siano il nostro minuto fatto di istantanee
cavità di piccole grotte
che franano spazio
di cui ci diciamo dittatori mentre
è un semplice es-
tratto calligrafico il nostro dettato
nato da radici di chiostri del cosmo oltre
lo sconosciuto
guscio che chiamiamo dio e costruisce
i suoi spessori nei quartieri temporali
di tutti gli esseri
sovrapposti in case
chiese della dimenticanza
pietre che sono fitte ossa
organiche deposizioni nel corpo vitale della morte.


ecco, mi pare che, da una disanima cruda della cruda realtà, emerga l’ idea che la morte sia la realtà “vitale”…e ciò presupporrebbe un’ impietosa negazione della validità delle “umane cose”. Ma forse la mia é una lettura estremizzata. Comunque, bella. Mi piace. dmk
mi sono chiesta quanto di ciò che noi facciamo, nato dall’albero dei nostri pensieri, frutto delle nostre parole,radicato nell’albero della nostra insondabile ignoranza del congegno in cui siamo stipati, i vivi e i morti , e tutte le altre cose che all’apparenza sembrano non avere alcuna relazione tra loro, di cui fondamentalmente sappiano un nulla, possano farci credere che noi, vivi, siamo più fruttuosi di quanto, ciò che chiamiamo decadenza, e quindi ciò che muore, da millenni costruisce senza architetture di pensiero come le nostre, le più solenni e vertiginose costruzioni che ingegnosamente pontificano sulla vita. E allora mi è sembrato che appunto le nostre parole, i nostri codici, tutte le opere del nostro intelletto si riducessero a meno di un pugno di vento.Ciao daniela.ferni
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