Sul fuoco
by fernirosso
agnese gatto
perché lo accesi e c’è
lo sento ancora quell’io di brace
che la parola ustiona e viva
in gola ne è traccia di luce incerta
la figura ombratile
la spenta esperienza che ancora innesca rinnovato il mistero
ciò che in me come negli altri
la luce di una eternità interrotta coniuga continua.
Nelle cose nella contiguità di tutte le cose
interra i fonemi
e falsamente diciamo siano questo o quello
le cose annunciate
pro-nunciate dalla falsa coscienza dei vivi
mentre è alla morte che rivoltano la veste
e stupiti dal fitto crepitare delle ossa
restano essi stessi fiamme di un fuoco vivo di insetti
voraci batteri e i loro perigliosi erodibili pungiglioni velenosi.
Scoppiano in bocca gli antichi prematuri
vaticini della pizia e nell’orecchio
la presente assenza nella continua impermanenza
di ogni cosa detta la resa a una dettata sommossa.
Bruciare quei nomi dovremmo
sfitti di ciò che noi crediamo portino in sé
e in vece loro una brace attizzare nel cavo.
del polso che il male trae dal profondo e pungola all’innesto
per ciò che manca
dal primo all’ultimo
giorno in cui torniamo
nell’in-visibile cruna.
Con previdenza nel nostro occhio
la natura sparse in ognuno un pizzico delle sue braci
e la follia in noi inseminò di passione
forte la ragione al punto che essa stessa
ancorata ai suoi ciocchi non riesce
ad evadere i suoi labili confini
posti alle sue spalle e di guardia confusa mette i suoi ratti a sentinella.
Triste si costruisce la fossa il pensiero
quando non si lascia toccare
e mortalmente corrotta la ragione
vorrebbe imprimere in conati di falsa saggezza i suoi ultimatum
vacuità di fuochi fatui che bruciano gli argini del cuore
muscolo che senza fiamma imbratta di rosso la cenere
sul fondo di ogni paese e memoria di noi stessi
ancora spersi nelle tante notti senza pace e guida ai nostri passi
in certi sconosciuti miraggi.
Riempimi gli occhi di lacrime perché nero di fumo
il fuoco non mente e lontano,oltre questa falsità della luce, guidami
che ho paura dell’alba e mi devo vegliare.
Sul fuoco ho gettato la vecchia veste
più non ho corpo che mi sia casa e soglia
che mi sia strada sotto il piede che si disfa.


“Riempimi gli occhi di lacrime perché nero di fumo
il fuoco non mente e lontano,oltre questa falsità della luce, guidami
che ho paura dell’alba e mi devo vegliare.”
mettersi a nudo appartiene alle persone semplici quelle che hanno in sè ogni giorno e lo riempiono con costanza di dono
grazie e anche ad Agnese per il bellissimo scatto
questa, contrariamente a quanto può sembrare, è la parte più temeraria, perché mette a nudo.
sì, è vero, mette a nudo, getta le spoglie, abbandona l’abito, veglia su di sé, attende la risposta, nel silenzio di una luce abbacinante che ti chiama, oltre il buio del nonsense, ché , casualmente, ma non casuale, torna nel dejavou imbolsito dalla stanchezza del fulgido colore sbiadito della memoria, e un cassetto che si apre vale l’altro, già, altrove si compirà il bagno sacro alla vita che ti denuda di tutto e ti lascia non ossa, non polvere ma la tua cassetta degli strumenti, quella dei valori, il tuo ontologico e dimenticato sapere di non sapere, che ora ti sfugge, anima distratta ed errrante, inquieta, testarda irrequietudine: solo quelli,gli strumenti della cassetta e una mano chiusa a pugno a sostenerla.
bellissima, dura, vera, in un unico respiro diaframmatico.
grazie.
sì, la cassetta degli attrezzi, attrezzi per chi lavora ogni giorno il suo pugnetto di terra. Grazie Agnese,la tua fotografia è stata l’innesco di questa riscrittura. f
senza gli occhi. senza braccia.
parole ancora meno.
ciao, Fe’.
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