isola
by fernirosso
bengt ake larsson
sto sull’acqua ferma
come una parola che galleggia
e quando si appuntisce il vento
temperando le mie giornate
l’aria in me si fa per mesi più trasparente.
Niente altro che luce
rimescola le mie ombre
e volteggia la pagina dell’acqua un attimo
quel brevissimo istante prima che s’ immerga
e sommerga
lieve e bianca un’acqua più leggera
nel bagnasciuga di ghiaia
così levigata da sembrare una seconda pelle con cui il giorno
misura l’alba
quando dall’orizzonte corre scalza fino a queste finestre.
Affilati i giorni tagliano la carne del mio tempo
qui
sull’isola anteriore a me stessa misura i miei passi
specchio fedele dell’altra in cui vivo ancora
mentre il cuore apre le sue valve come una conchiglia.
Il gelo è un freddo coltello e stride sulla lastra del ghiaccio
ora per ora con lo sguardo
attraverso la finestra
apro il mare antistante la mia solitudine come un cancello
tra onde di fantasmi che indifferenti si levano e poi ricadono
su questo foglio nella forma di un segno.
A volte mi basta tenere tra le mani un sasso.
Percorro la sua levigata superficie e
sento cosa gli ha tolto il mare
inghiottendo onda dopo onda la sua sostanza
decomponendo nel suo moto di correnti l’ oscuro della profondità di entrambi
e di questo altri si cibano
di quanto stava senza peso sospeso in quella polpa
calcificata antica sua e mia.
Forse è così che al fondo di me stessa sento quel peso
uno strato dietro l’altro e la caduta e la perdita e
noi, gli umani, apparsi qui dopo miriadi incalcolabili
di deposizioni e rinascite.
Colonne di nebbia che si muovono assieme alle onde
e le pareti delle case respirano, aria intessuta da dentro
di un fumo più denso, corporeo.
E’ una doppia veste questo labirinto che ci tiene
tutti
uniti noi alle cose
e la vita al suo lato invisibile
ed è forse questo l‘oro
questa cavità in cui il tempo sgattaiola
tra la porta d’ingresso e i sassi senza impronta
in faccia a questo silenzio immenso
in cui ogni parola si colora di un tenue azzurro
senza scrittura d’alberi o voli di uccelli dove persino il vento
mi disseta senza muoversi tra le onde.


incantata
resto nella nebbia, se questa fa fiorire oro di poesia.
“Percorro la sua levigata superficie e
sento cosa gli ha tolto il mare
inghiottendo onda dopo onda la sua sostanza”
è un gesto la parola quando annuncia il suo alimento
non esiste passaggio momento attraversamento che non inghiotta parole
eppure resta quel “tenue azzurro” a muovere il battito a cadere a cedere al vento che abita ogni “isola”
isola è isolamento e distacco dalla terraferma, isola è miraggio di azzurrità d’ acque e di cielo, è voce di vento, è anima che cerca e trova e ritrova dimensioni di appartenenza del sè, lingua, parola e pagina. Grazie, dmk
” qui
sull’isola anteriore a me stessa”
mi soffermo e cerco le parole per tracciare quello che questo verso mi rimanda, una sorta di scissione, che in qualche modo spinge a guardare – a essere – il nucleo preciso dell’insieme.
uno sforzo immane. possibile come solo la percezione.
ciao Fernanda.
ritrovandoti, sempre.