Le pecore si sa che non parlano

by fernirosso

Sandy Skoglund

E si continua. Si continua con la solita vita. Si continua a farsi la guerra, si continua con le malelingue e le speculazioni, i soprusi. Si continua a credere d’essere padroni di qualcosa che non è mai stato nostro perché già presente molto prima della nostra comparsa. Era a questo che pensavo quando suonò il campanello. Non aspettavo visite. Non avevo voglia di avere qualcuno per casa, proprio ora che stavo tentando disperatamente di sistemarla e quindi era tutta sottosopra. Praticamente tutto il primo piano era sceso in ingresso. I libri, e tutti i miei cinque o forse seicento quaderni dei sogni, stavano ammonticchiati tra l’ingresso e le scale. Bisognava essere sottili, quasi capaci di volare, per passare  attraverso quell’imbuto. Non mi mossi dalla poltrona. Avevo lavorato tutta la mattina e anche il pomeriggio, dimenticandomi persino di mangiare. Erano le sette o poco più. Faceva ancora caldo, pur essendo sul finire dell’estate. Chi poteva essere a quell’ora? Suonarono di nuovo. Questa volta era più lungo il richiamo e addirittura nervoso, visto che, dopo il primo lungo squillo, ne seguì un’altro, stizzito direi. Con molta lentezza mi alzai. Guardai da dietro la tenda. Fuori la luce mi colpiva gli occhi e vedevo per questo quasi come fossi al buio. Le giornate si sono accorciate e si sente nell’aria qualche traccia dell’autunno che viene. La luce specialmente, la luce che si abbassa sulle cose, come per tagliarle,  o doppiarle. Mi affacciai e non vidi nessuno. Se ne fosse già andato? Magari spazientito  dal fatto che in quell’attesa non avevo risposto? Mi rallegrai tra me. Durò solo un attimo. Nell’arco di un istante il campanello suonò di nuovo. Dico il campanello perché non vedevo nessuno dal vano della finestra. E aveva un’ottima vista sulla porta d’ingresso.
Il modesto percorso per avvicinarsi alla porta non permetteva a nessuno di nascondersi. Le piante erano alte e il cespuglio di rose così spinoso da rendere impraticabile il desiderio di nascondervisi. Sul prato appena falciato nessuna impronta era visibile e poi la luce, radente,  non permetteva di poterci fare caso. Avrebbe dovuto essere un pachiderma e allora lo avrei visto, data la mole. Mi feci coraggio e andai ad aprire alla porta. C’era, più in basso e non ad altezza di persona, una pecora con il vello macchiato di rosso. Credetti di avere le allucinazioni. Praticamente caddi per terra e mi ripresi solo qualche minuto dopo, mentre la pecora circolava per casa. Si era sistemata in salotto e se ne stava lì, ferma, come in attesa che mi svegliassi dal mio intontimento, come se le dovessi chiedere io qualcosa. Le pecore, si sa che non parlano. Non capivo dove mi ero andata a cacciare. Cacciata? Era una pecora cacciata o ero io ad esserlo, da una pecora? Se era un sogno, quello, mi dovevo essere addormentata. Un qualche momento della giornata, stremata mi ero distesa.
Sul divano o in terra. Ma non mi vedevo in quella situazione transitoria e non mi rendevo conto di quando fosse accaduto.
E se stavo sognando, da quanto accadeva che lo facessi? Non riuscivo a orientarmi. I sogni non hanno mappe, strade, assi cartesiani e soluzioni preferenziali. Non hanno vie di accesso conosciute. Non si sa come ci si arriva né come si torna. Eppure li stavo pensando tutti quei pensieri. Era tutto vero. Vero? C’era qualcosa in quella scena, fuori dalla porta e dentro casa che non mi convinceva.
Tutti quei settecento, forse anche più,  quaderni dei sogni, miei e degli altri, trascritti e catalogati per tema e per soggetto, mi mettevano in corpo una strana insicurezza e, al tempo stesso, una convinzione profonda. Fosse stata la lettura di quei sogni a portarmi in una specie di trans, in transito anch’io, da un mondo all’altro? E senza accorgermene.  Dove ero? Dentro me stessa? Fuori di me e dentro casa mia? C’era un deserto d’acqua, una terra bruciata, simile al fondo di un fiume profondo dove una foresta cristallizzata si rifletteva al centro dei miei occhi, come una pupilla dentro un cristallo. E io, ero due identiche me stessa, con un corpo diverso, sulla riva di quel fiume. Vedevo queste cose davanti a me, come ora vedo che sto riordinando i miei pensieri,  eppure. Non so.
Non so che dire, non so capacitarmi della contemporaneità della presenza. Sono in casa mia,  riordino la mia casa facendo pulizia di tutto ciò che ingombra inutilmente. Inutilmente. Inutilmente, inutilmente. Ma perché sto ripetendo questa parola? Cosa è utile e cosa  è inutile nell’atto di uno sgombero degli oggetti che teniamo in casa? Quando abbiamo deciso di tenerli era per utilità? Quando è scattata, tra le tante molle che si muovono in noi, la loro inutilità, cioè quando li abbiamo visti, sentiti in questo modo? E li teniamo anche nei sogni? Gli oggetti inutili, ingombranti? E non sono quegli oggetti che, in qualche modo,  ingombrano i pensieri e i nostri viaggi oltre le pareti domestiche, nei sogni appunto, nelle malferme peregrinazioni tra i mondi che ci occupano, che ospitiamo nel nostro corpo anche senza che noi se ne sappia nulla? Volevo convincermi che era un sogno, un’allucinazione e, allo stesso tempo, mi sentivo propensa a credere che tutte quelle cose erano vere, per il fatto, assurdo quanto si vuole, che le vedevo bene, che mi trovavo proprio in quei posti e che stavo riflettendo su quanto vedevo, dubitando della veridicità di tutto e di ogni mia percezione. Non poteva essere solo un sogno quella calata di cestini dall’alto.
Stavo in una luce così fortemente dorata, quella del tramonto, quando i raggi tagliano l’orizzonte con una falce, che nessuno può vedere tanto acceca, come là, fuori dalla porta di casa, nel momento in cui tutto, poi, cede al buio della notte.