Quaderno delle traduzioni

by fernirosso

stefan caltia

Restammo soli
io e te     soli
tra le dune  noi due   come le ultime righe nude
di un quaderno di traduzioni
in cui tu scrivi in me i tuoi ori
di tutte le tue ore sprofondate da mari
d’ozio in questo quieto muschio dei nostri tanti anni
un lupo l’età appesantita dal coraggio
d’essermi stata accanto giorno dopo giorno
guida del cieco  girovagare senza sapere quale ero prima
e quale tra le  altre fosse
la strada buona e buono e aperto il cielo in ogni sua remota direzione.
Parabola tu e io vertigine
tu direttrice e io  parametro di un volo che altro compiva
dentro il mio corpo
preciso  perché senza parola mi diceva il luogo e il senso del mio andare
In quel buio sempre più pesto
in ore sprofondate da macerie e  passato
segnavo con il dito il tuo vuoto nuovo
il calcare di un guscio in cui posavo il mio calcagno.
Con l’acqua tra i capelli come un albero azzurro
silenziose le mie mani si facevano radici d’aria
tra incroci d’ombre nei tuoi occhi e il groviglio di sogni
che la notte in me montava come una cavalcatura d’onde
come  l’albume della pena dentro la  mano che la impugna
come il tuorlo di un’ alba disattesa. Io di sale
un minuscolo granello e silenzio di vento
gelido tagliente
un suono che stride tra il ferro e il ghiaccio di una lastra troppo spessa.
Cadevo       anch’io con le tue mille stelle.
Sono caduta
dentro la tua polvere  scura   per la scure della tua nitida presenza
grigio immobile nella fissità fuligginosa delle case
notturno nero tra il nero dei corvi e
piume nei tuoi solchi nel buio
rivolti il mio viso che dalla nebbia si nasconde.
Punge ancora un poco la paura
né m’imbocca un altro respiro o scrive soluzioni
sulla  pietra d’angolo il silenzio del mio sangue.
Scorre nella mano e attizza un segno
nel ripostiglio di un segreto dove il mistero è stato scritto
così minuto e piccolo a ridosso di una notte sigillata
dove nemmeno la  luna versa il liquido silenzio della lingua.
Un dettato nel cerchio ghiacciato dell’acqua
nella bocca aperta di un pesce
galleggia bloccato tra un tempo antecedente
e questa immobile ora nel corpo
vivo dell’alba che di nuovo  si scolora    quasi inutilmente.