nebbia e notte
Pubblicato su saggio il Febbraio 20, 2008 da fernirossowleslaw walkuski
Ci sono luoghi, o forse questa è una caratteristica di tutti i luoghi, in cui avvengono sconfinamenti: chi guarda non può sorreggere l’impatto e trasfigura, ciò che guarda, a suo modo, o nel modo in cui l’abitudine,attraverso un continuo deposito di memorie d’altri, sedimenta, cristallizza spesso in asfittiche composizioni, addirittura in sterilizzate coltivazioni che chiamiamo culture o tra-dizioni. Ognuno a suo modo rilegge ciò che ha di fronte, letteralmente lo viene ad in-vestire, ad abitare, viene a costituirlo di memoria, attraverso vocabolari e voci che codificano le visioni non vedendole ma velandole di qualcosa d’altro, qualcosa che ha appunto l’abito della cultura in cui si trova a crescere.
Ci sarebbe da chiedersi entro quali confini, e con quali fini, il vedere le cose, tutte le cose,comprese quelle che hanno solo un corpo emotivo, sia legato al senso della vista davvero, inter(n)a-mente, o non ci sia , in tutti i sensi, qualcosa nei sensi che preme nell’unica direzione del voler VEDERE.
Noi vogliamo “vedere chiaro” nelle cose che “sentiamo”, non vediamo, e ci sembrano oscure, vogliamo fare luce nei pasticci della quotidianità o della storia, del ricordare o ricreare una, tante memorie storiche.
L’osservazione (o lettura interpretativa?) di quanto è repertorio e reperto ha condotto spesso oltre il confine della pura memoria storica, l’uomo si è spinto, spesso se non sempre, oltre la vista, oltre ciò che cade sotto il suo sguardo in cerca di un conforto che allontanasse la paura di ciò che gli è esterno e sconosciuto, ma sente appartenergli. Forse come elemento di una identica specie? Come essere vivente tale e quale può essere un antenato di altra era, sia questo uomo animale o ancora altro?
Penso che la storia riesca ad avere senso se la consideriamo depositaria di germi vivi, capaci di con-vivere in ogni tempo, oltre l’intervallo che serve a datarla. Dragare la memoria è es-perire, letteralmente per-ire e morire contemporaneamente. Senza questa capacità di mettersi in movimento e di allontanarsi dal sé individuale cui siamo abituati, non è possibile avvicinare nulla, a mio modo di vedere. Eppure, questo allontanarsi da se stessi, è cosa impossibile fisicamente, anche la mente e ogni sua abilità è parte e dotazione fisica, non solo emotività. E’ una specie di cecità, ciò di cui necessitiamo, e allo stesso tempo una capacità di allargare il campo visibile, dotandosi di estremità e interiorità ricettive più sensibili dei sensi stessi che vengono utilizzati per consentire l’accesso o la penetrazione nel/del mondo. Guardare il passato equivale a guardare il futuro, non restano, ad un certo punto, che possibilità interpretative. Mi domando se, per certi fatti, cose che hanno materialmente marchiato al vivo la pelle degli uomini e l’interiorità in modo assolutamente tragico, violentando pesantemente l’intimità e la sacralità del luogo-uomo, ci sia un altro uomo capace di formulare tesi, dire a parole altro da ciò che è insostenibile pronunciare senza sentirsi violentati, seviziati, acciecati nella dote che è il sentire, non il vedere, l’odorare, il toccare, l’udire. Sentire con il corpo la propria morte e la propria nascita in un buio dei sensi tutti, battuti, corrosi, avvelenati, appestati da una malattia che è l’uomo stesso, la sua barbarie cieca, anche questa, che non ha smesso ancora ora, anche oggi, di perpetuarsi, attuarsi in tante efferatissime modalità invalidanti l’essere.
L’uomo rifiuto della società e l’uomo tossico della stessa società: riuscire a percepire la distanza che li separa è di-videre l’uomo (di-videre: vedere ciò che è l’uomo, nello spaccato). Nell’avvicinarsi non si può escludere nulla, né precludere nulla, non si può arrivare a quella straziante do-lentissima vigilia senza aver messo in guardia se stessi di fronte a se stessi, pronti a sfuggirsi, pronti a scaricare pesi, a innalzare confini da travalicare poi con giri di parole create per abortire la paura di trovarsi, di vedere ciò che è una parola insolvibile, indissolubile, un seme. Se l’uomo vede, non vede ciò che ha o che è ma, attraverso le visioni che crea e ha creato nel tempo, intra-prende un percorso, nel cui flusso forse arriverà a sfiorare qualcosa di sé, del mondo che è o che ha in sé. Forse, dopo tutte le tragedie e le disavventure individuali e collettive che lo hanno colpito, e qui comprendo tutto, dalle malattie alle guerre, dai sogni alle nevrosi, dalle paresi affettive alle mutilazioni fisiche, tutto insomma l’uomo, egli potrà comporre la parola che tocca il mondo, mondato dalla cecità che gli ha precluso la possibilità di attraversarlo e riversarlo in un altro libro, oltre quello della vita che gli è concesso di vivere, non di scrivere o governare o dire o capire in maniera definitiva e stabile,come invece affermano tutte le culture che si identificano come progredite, ma che attuano, con armi di distruzione di massa, le stesse orribili nefandezze che hanno contribuito a notificare e testimoniare nei libri di storia riferendole al passato, un passato mai rimosso e mai abbastanza remoto da una profondità che ancora abita una stanza del luogo uomo, ancora estrema-mente fattore di buio.
“NEBBIA E NOTTE” (una procedura riservata a molti deportati )sembra più correttamente la traduzione dell’essere uomo, più che la capacità esercitabile da chicchessia di cancellare le tracce di un altro suo pari, perché comunque è la vita che azzera la presenza di ognuno : la nostra condizione è di mortali. Vedere nel buio, fare luce nel gorgo delle paure e delle violenze, a qualunque grado di orrore siano espresse, significa mettersi davanti all’uomo, un uomo che non ha nome, non può che essere chiamato col nome comune di uomo, allontanandosi dalla faziosità di schieramenti che possono indurre la lettura di fatti orribili in fatti necessari secondo logiche di guerra più tardi non ammissibili.L’uomo è uomo in ogni latitudine, in ogni schieramento di razza o nazionalismo, ideologia o religione, comune quanto può esserlo un’altra specie che abiti questo pianeta.Per fame e per fama, per cecità e ottusità intellettiva, per un falso senso di individualismo inneggiato ed esasperato fino ai limiti di una rissosa o belligerante competizione, per ottundimento della capacità di percepire con i sensi tutti e non solo con la volontà di vedere ad ogni costo anche attraverso gli altri sensi, sminuendone l’abilità di debellare la paura di guardarsi come un solo luogo, l’uomo, nato nel buio, che si rigenera nell’oscurità della notte,che vive del buio dei pensieri innalzandoli a luce-faro del suo fare, forse non ha ancora abbastanza buio dentro l’occhio per vedere più chiaramente chi lui sia e dove si trova.
