In un secchio di grani, in questa terra senza uccelli

Posted in altrove, e-vado libera-mente, in-chiostri, lontano ancora più lontano, lontano e fuori, pensieri sciolti, per ricordare, poesia, qui e ora ieri e ancora, qui è da nessuna parte, raccolta differente e differenziabile con i tag , , , , , , , , on 29 settembre 2009 by fernirosso

Mi ritrovo qui    di nuovo

in questo vecchio    granaio    sepolto dai semi

in me tutte le parole      senza  frutto

chiuse     in questo involucro     celato

una cera    ruggine il rivestimento      sottile e intoccabile il segreto

la sgualcibile memoria del travestimento

sempre lo stesso    tra la faccia sinistra della morte e  la luce

mai afferrata     sta ancora la vita.

Lunghi i capelli e di un nero profondo

Posted in altrove, danza del corpo, in-chiostri, lontano ancora più lontano, lontano e fuori, pensieri sciolti, per ricordare con i tag , , , , , , , on 29 settembre 2009 by fernirosso

stillettoheights


la notte     l’attesa

la perdita nella voce

e il corpo    dimenticato      quel fiume

quel fiume fatto di sete

quel fiume inebriante   ribellatosi alla tua vita

ha reagito alla mia morte.

il fatto è che tu l’hai persa

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e non sai nemmeno dove

nemmeno sai     di averla persa

l’ho raccolta     come una cosa preziosa

una rosa copiosa cresciuta in un corto

il metraggio di una vita tagliata con l’accetta

una scrittura estinguibile

ma scritta

là dove nemmeno tu      che ci avevi convissuto

saprai leggere e guardare

non saprai trovarla la sua riga di scrittura  nè  la pagina

che ancora sta scrivendo

non sai e non saprai che l’ho raccolta

non saprai mai che l’ho accolta

che vive con me come si fa con una figlia adottiva

viva    vive  nel cuore della casa

che già conosceva       prima

prima del tuo perderla e scordarla

prima del tuo abbandonarla e non cercarla

prima del tuo chiedere indietro la fattura per qualcosa che credi di aver dato

come si usa fare coi copioni recitati o altre mercanzie vendute e scaricate

come un peso da scordare, una montagna di cose da bruciare.

Tu non sai

come non sapevi allora

di avere qualcosa che era possibile perdere e che avere

è un verbo che coniuga le perdite e le rese.

Così ciò che avevi non è ciò che eri e

oggi sei ciò che hai  e anche ciò che hai perso

perché ha un peso ragguardevole

la tua dimenticanza.

Affetti di colore, effetti del rosso

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poésie d’un jour

poesie di navigazione tra il mare e il male di starsene chiusi

rinchiusi dentro bagagli senza sogni

dentro gli interstizi di vagoni ferroviari come merci

Salire e scendere scendere e salire

come i prezzi del listino in borsa

e nella borsa il vuoto un rullino senza noi

senza i sogni che uccidiamo prima di cancellare i nomi dal disegno

all’imbocco della galleria del giorno dove si depongono alla rinfusa i sogni

lungo il luogo spinato     il reticolato di pensieri.

Affetti da dolori impronunciabili

ci nascondiamo nelle cose ci  seppelliamo dentro gli effetti personali

non nel  rosso non nel cuore che a breve si spegne come una lampada

di basso consumo.

In fondo alla via un farò

di rame e fili intrecciati

una lamapada per cento soli     i n s e g n a

ciò che non faremo mai     illumina

la nostra attesa in una fine abbozzolata    una lattina da fast food

ciò che noi ci compiaciamo  d’essere

e a nostra insaputa  tutto ciò che non ci appartiene

ciò che noi non siamo  non vogliamo. Ci tiene stretti

ci   sgozza quell’ultimo tratto di bambino

che vagamente mangia zucchero filato nel palmo sollevato verso

la fretta di lasciarlo

per via,  anche lui, dentro il faro nella radice

della barriera   la  corallina segnatura dell’oltre   la pineta dei cavalli

tra  tigri zanzare immodeste che ci mordono e ci succhiano quel po’ di rosso

che ci resta e i motorini  rosso adolescenza abbandonati lungo il fosso

nelle prime corse  del sesso    vissuto  senza fiato dentro il buio

a occhi spalancati i sensi all’erta e ora

spento consumato   in fretta   dietro la bugia sei mio sei mia

cercando compagnia per una sera

poi chi s’è visto     s’ è visto mai più.

Area di dogana    alt si arresti

area decana di rossi sgranati e cardinali paure

area funeraria con scritte in sovraimpressione

più in basso un cordone     per sognare qualcosa

dentro la vena bucata

l’area dello spurgo

dove defluiscono i sogni dentro la palude

a perdita d’occhio.

L’isola e il cerchio

Posted in altrove, congetture, e-vado libera-mente, in-chiostri, lontano ancora più lontano, lontano e fuori, pensieri sciolti, poesia con i tag , , , , , , , , , , , , , , , , , on 24 settembre 2009 by fernirosso

carlo somaschini- atlantide

Dire     dire

dire  bisogna sempre dire

dire tutto        scoprire   scoperchiare

anche l’infamia e forse più spesso la fame

che ci assale e ci divora  che ci inchioda

alla paura  di dire dove sta

la bestia che rimpolpa

lo sterco delle nostre ossessioni

la paura del diverso il terrore malcelato dell’estraneo

la stoltizia che raccatta la sua stessa misurata  menzogna

l’isola  il cerchio l’isolata furia

il volto della pietra ingoiato da medusa

e il torto e itaca e i viaggi

avanti e indietro dentro gli inferni coltivati

notte e giorno a ridosso della parola che ci crepa

la bocca e il cuore straripati in densità d’ansia

senza argini l’empietà si commisura all’assenza l’avarizia che non vuole

condivisioni con nessuno.

Dire dire dire

come a voler testare la capacità di fare resistenza a noi stessi

a quella immune fragilità che non smette di doppiarsi

moltiplicarsi ferirsi e chiudersi

diramando l’ultimo proclama di silenzio

sancito dalla parola

la parola mai pronunciata

l’ultima    esclusa.

E’ perchè da tempo ti sto chiamando

Posted in altrove, e-vado libera-mente, in-chiostri, lontano ancora più lontano, lontano e fuori con i tag , , , , , , , , , , , , , , on 23 settembre 2009 by fernirosso

e ho attraversato deserti

solo con la voce

ho attraversato fiumi  periferie

labirinti     sconosciuti     ho cercato di pronunciare

meglio che potevo il tuo nome

il tuo nome che  ancora mi resta

ignoto         non c’è niente che mi aiuti  a dirti

a farti sentire chi ero     chi sono

anch’io ho difficoltà

ad essere ciò  che m’impongono

ad essere il ritratto di un nome che mi diedero quando

di me non si sapeva nulla

non si sapeva cosa sarei diventata nè se sarei

sopravissuta.  Ti ho chiamato

divaricando la voce  il cuore appoggiato al muro delle eco

deposto sulle onde del fiume sulle creste del vento

suonato poesie coi polpastrelli sulle pietre

coltivato luci ai davanzali delle tante notti in veglia.

Tu forse

hai sentito  tu forse

ti sei voltato una volta e ho sentito

il tuo respiro venirmi accanto un istante

sfiorarmi un attimo soltanto.

E’ per questo che da tempo ti sto chiamando

insisto a credere

che tu ci sia  che tu

sia vero

anche se sei solo

un respiro    ti chiamo

io continuo

chiamo.

dopo quante lezioni

Posted in altrove, e-vado libera-mente, in-chiostri, la danza dei suoni, lontano e fuori, pensieri sciolti, poesia con i tag , , , , , , , , , on 21 settembre 2009 by fernirosso

posso dire di avere imparato

dopo quante perdite dire che ho dimenticato

dopo quante e quante parole associate e cancellate posso

affermare spazio e tempo

dopo quanto

quanto dopo e poi ancora oltre quel dopo

posso dire che sono ancora

io

a tentare di pronunciarmi?

se ne stava appesa

Posted in Un tour di voci, altrove, analisi e critica di un sistema, e-vado libera-mente, fotografia, in-chiostri, lontano ancora più lontano, lontano e fuori, paesaggistica, poesia, questa è vita, storia contemporanea-storia antica con i tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 settembre 2009 by fernirosso

Massimo di Palma- Scanno (AQ), ottobre 1994

dentro una cornice antica e vecchissimi pensieri

desideri forse

di scappare un giorno da quelle pietre che l’avevano fatta

dura e triste peggio di una granata consumata.

Da lassù spiava il mare dentro l’orizzonte che quasi non vedeva

sperava che tornasse quel suo primo infelice

amore   partito per le americhe e mai  ritornato dopo trent’anni e più

di ave e pater      sua madre era morta e suo padre

dio lo avesse in pace        ora

finalmente    s’era deciso di levare gli uncini a cui si era aggrappato

così a lungo da dimenticare che anche lui

era atteso dalla morte  e

da una moglie forse stanca anche dall’altra parte

di aspettarlo in fede e gloria di una beata promessa

sottoscritta in assoluta cecità.

Se ne stava appesa alla fine del giorno, alla fine della vita,

guardando quella strada come se tutto il mondo

fosse chiuso tra quelle anguste misure

e tirate le somme

le dovute  somme per una eredità di anni e

danni quale era la sua

si felicitava di non essersene andata mai

di là, dall’altra parte del mondo, sicura che ciò che c’era là

sulla strada sotto casa sua non era diverso nel resto della terra.

Massimo Di Palma- Scanno (AQ) ottobre 1994

un andare e venire

Posted in e-vado libera-mente, in-chiostri, pesi solo pesi, poesia, riflessione, video con i tag , , , , , , , , on 19 settembre 2009 by fernirosso

dalle buche le formiche portavano i resti

e del banchetto mi pareva si fosse dissolta la festa

spicciolata tra risate e cibi d’ogni ricetta

e le parole

le parole mi sembravano formiche esse stesse

intente a  scavare dentro e intorno

quelle cavità lasciate dal piede della gente

su un terreno morbido di pioggia un terremoto di pesanti

gravità e insolute questioni

mi pareva da dove le guardavo

che ci deponessero uova

uova di dimenticanza come se da sé si fossero sgusciate e rinfilate dentro

il calcare di un passo, peso di un pozzo

osso silenzioso che adagio si lascia corrodere

dall’acido della formicapensiero.

Mi ricordo di lui, mio padre

Posted in Un tour di voci, altrove, dedica, e-vado libera-mente, in-chiostri, per ricordare, poesia, qui e ora ieri e ancora con i tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 settembre 2009 by fernirosso

mi metteva dentro

nel grosso ventre dei suoi vasi

e ogni volta che ritorno qui

alla villa dei Pisani,  tra i suoi,

me  li sento  di nuovo crescere come allora

al tornio come fosse un universo

o il ventre di un dio.

Con gli occhi chiusi

come mi diceva e chiusa anch’io

come un    t u o r  l o    nell’uovo ascoltavo le sue mani

sull’argilla che mi nasceva nuova

forte dei racconti di mio padre

soffiati adagio al ritmo della ruota del pedale.

Mi parlava del cielo che piove tutte le sue stelle

e le conficca nella terra

al centro del suo grosso ventre

per farne scaglie di fuoco e vita

radicata in ogni specie.

Era

una genealogia della creazione

quello stare invasati dentro la sua voce

e ancora

mi attornia.

*

A mio padre- 18 settembre 2009