tu ed io
Pubblicato su poesia il Marzo 11, 2008 da fernirossos. kenny
Noi stavamo là
Eravamo già nati ed eravamo soli
tu ed io
entrambi di luce
comete senza passi nel tempo.
Eravamo nudi e sapevamo volare
immobilissimi nel buio tutto ci raggiungeva
lo spazio nel tempio di una nota.
Eravamo isola e cielo
eravamo un’era senza storia.
Tu eri tu ed io non ti sapevo.
Per questo ti ho sognato così a lungo
da segnare il mio ventre per il tuo desiderio.
E siamo nati ora
Pubblicato su poesia il Marzo 11, 2008 da fernirossoc o n f i n i
Pubblicato su poesia il Marzo 11, 2008 da fernirosso
tomasz maronski
io: abito
un tessuto del nulla che è l’io in me
umido basso denso mai vuoto il corpo abitato di stelle
materia del peccato
di credere alla vita dentro l’a m o r t e
un vortice prezioso che mi aggira da dentro
r a g g i r a i miei falsi confini
una foresta i respiri nel mio fiato
viva in me che vivo di pensieri vacui e vento.
in un sorso
Pubblicato su poesia il Marzo 11, 2008 da fernirossosenza nome
In un sorso.
Se potessi spogliarlo
questo cuore
troverei le cure?
Dentro il seme del r o s s o
un acino o
globulo
s(i)curo in picchiata dentro l’origine
una chiave tra le curve dell’universo
a t o m o senza più libro e lettore
in-s c r i v e il suo enigma nei corpi
vuoti a rendere
meno crudo l’esistere
l’insistere qui, in queste
zolle di terra che gua(r)dano
il mistero una b(r)occa spalancata
che muta la tenebra
in luce spore
di sapore odore suono.
Acqua saliva
dis-seta
s-tesa tra binari di vocali
locali vocaboli.
E’ un lusso
questa eternità
di vita e morte
un complotto di linfe nel sangue
in-frange me: linea di orizzonte
e
riesco a bere tutte le ere
in un s or so.
la neve e le impronte
Pubblicato su poesia il Marzo 11, 2008 da fernirossoResta
la sera da consumare
assieme a qualche parola
aria leggera nell’aria
parole come petali
e una pena diffusa
di vita addormentata sprecata
a chiedersi cose che nessuno hai mai visto
dentro i tuoi occhi
dentro il pane secco
di altre parole come sassi
una ruggine giallastra attorno al ferro
che non apre più la porta
e poi il silenzio
questo spazio dell’anima dove sta accorta la neve.
Non un segno un indizio un’orma trascurata
non una stella un fiocco addossato al corpo
della sera per tutte le sere che ancora cadrà
fitta come i silenzi
la cenere sui fuochi spenti
l’erba fradicia e pesante
quasi come le altre
dissipate parole appese al soffitto
in questa stanza di confini
carezze mai donate
alterati sogni sospesi alle gole ammutolite
fondi di caffè e vasellame antico
innocenza e caducità
acque del nulla
omissioni e segni di preghiera
lasciata altrove sul cordolo che cementa la grazia
mai più usata grazia
la solitudine della bocca svuotata dei sorrisi
la brace di un bacio
l’abitato paese dell’amicizia
dove la neve non copre ma aspetta
aspetta ciò che ritorna
e dove tutto è attesa
persino di un fiato d’erba, di un calore di fiore
scioltosi sotto il bianco.
Capita
certi giorni
che il tempo sfugga alla sua stessa mano
e scorra un dito sopre le nuvole facendone merletti
esploda suoni
abbagli d’ombra le finestre cresciute nella luce.
S’inchina il tempo in cerca
di un segno di quel rigo nel bianco
che conduce all’accordo
un arco che si spezza
nella freccia di uno sguardo lanciato
alle prime gocce dell’alba
il battere di un metronomo sovrano
un’acqua fatta di milioni di respiri
su sfondi di ceramica fresca.
Restano le mille api nel brusio del coccio
un parlottio di steli che dirottano il vento
le nuvole lasciano a nudo nella voce
ancora altre parole di velo e di cera
verdi d’albero con la bocca che sfavilla
tutto il creato e vorrebbero
passare oltrepassare la mia mano
i pensieri i desideri
vorrebbero da me quel che è perduto
la luce degli occhi il rosso del labbro
il buio dentro il segreto delle mie tante veglie.
Ostinazione il voler ritornare
il voler trovare un fuoco che brucia
dove accendere il sogno di un sempre
di un ancora come traccia persa l’anno scorso
che ora dentro il suo sonno in una scia
la neve adagia lenta
sopra il tetto e oltre la mia porta.
dicono che sia stato qui- dedica a ligabue il pittore del silenzio
Pubblicato su poesia il Marzo 9, 2008 da fernirossoluciano castelli-fotografia
davanti a questa parete di silenzio e musica
una scala delle partiture
dove la vita intona colore e meraviglia.
Dicono che venisse al mattino
disponendo la tela verso il sole
e poi restasse tutto il tempo dritto
con gli occhi spalancati per non perdere nemmeno una nota
di quelle sinfonie a più mani.
il margine
Pubblicato su poesia il Marzo 9, 2008 da fernirosso pre-ferisco il margine
mi approssima al limite
scavalco me stes(s)a
la soglia di ogni presunzione
il desiderio di toccare un bordo
in questa nave che mi ospita
in questo asilo della memoria nella cas(s)a della dimenticanza
mi a(f)ferro come lo zoccolo del tempo,la corsa di un cavallo
tra le gole delle vallate
un rotolo di fieno in un campo di erba medica
una tazza di tè sgocciolato sulla tavola
un sasso anonimo dentro una scarpa
nel disturbo del non pre-visto
provvedo di cercarmi e di non perdere
nemmeno un’occasione di perdere me
…come farei altrimenti a trovarmi?
tocco battuta e canto
Pubblicato su poesia il Marzo 8, 2008 da fernirossoho sperato davvero tanto
Pubblicato su poesia il Febbraio 28, 2008 da fernirossoche in me la terra chiudesse le parole nel sottile abito delle foglie che cadono
volevo anch’io sentirmi così,là dove i piedi ti calpestano e ti aiutano ad essere solo terra tra la terra.Ma persino questo è difficile per me che sono d’altra inutile sostanza
quante inutili vanità
ci portiamo appresso e ci precludono il piccolo salto dentro noi stessi.Noi che ci crediamo così utili,così disperatamente sempre lontani persino da noi stessi,nemmeno più animali.Carte e inutili scritture che scricchiolano sotto i denti di parole che non saziano,mai,che non si lasciano sgravare del futile inganno che in loro coltiviamo credendoci scaltri, mentre alla fine restiamo zoppi e mutilati d’ogni verità.Di niente noi siamo padroni,solo pre-dati.
tutte le cattedre di pietro
e le case dei re sono frantumi
su cui altri hanno idolatrato inni
di parole sognate e altari fatti di pietre
colte dalla sabbia, ma tutto e tutti sono regno del silenzio.
Né oro né argento né pietre che scintille fanno della luce
potranno rendere meno grave e disperata l’ultima nostra non decantata parola. All’osso relegata la chiave aprirà l’ultima porta in questo regno che ci resta chiuso.
dio potremmo ancora chiamare un dio che ci spieghi tutti gli orrori di questa nostra povera stirpe di eletti suoi figli?
Noi che in croce ci stiamo dentro le ossa,noi che sotto i piedi abbiamo deposte schiere e legioni dei suoi angeli incarnati in uomini donne e bambini di ogni razza e colore dei suoi pensieri,noi che ci siamo strappate le carni e ancora la terra che non è nostra ce la rubiamo adducendo vuote menzogne che la mente laida adescatrice sentenzia profanando persino se stessa ,piccola vuota zolla fatta meno che d’aria.
E guerre e ruberie e blasfeme verità vanno accecando l’ultima piccola luce nell’olio di un corpo sempre più mercanzia delle bestie impazzite nel loro stesso liquame mortifero.
Verrà è certo che verrà
e inizierà rubandoti la luce piegando le tue vuote rotule
verrà chiamandoti nell’unico nome che potrai sentire
sarà tuo il suo movimento e tu ti spegnerai come un cerino annega nell’olio.
nessuno avrà più
un volto, sola sarà la sua presenza in ogni forma
l’impronta che avevamo scordato affogandola nella carne
oscurandola ai nostri pensieri,cercando di marchiarla come si fa con il bestiame che si abbandona.Nemmeno un abbraccio sarà più uno stare uniti
Lei, solo lei sarà l’unico corpo e le vertebre sarranno i suoi flauti cantori.
dio potremmo ancora chiamare un dio che ci spieghi
tutti gli orrori di questa nostra povera stirpe di eletti suoi figli?
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noi crediamo che parlarne regga lo strazio
crediamo che lasciare oltre la nostra bocca lo schifo e la paura dell’ atrocità di vivere
ci permetta di nasconderci in una riga di nero inchiostro e copra la macchia che ci oscura il sangue
noi pensiamo che un pennino di latta riesca a trovare le risposte quando nemmeno la domanda riesce a raggiungere alcun bersaglio
noi abbiamo frecce senza punta e senza acume
noi siamo solo silenzio nel silenzio
ora la notte si riproduce in tutte le sue moltitudini di inganni
tutte le immagini appartengono a Z. Beksinski
















