La spoglia della serpe

Pubblicato su altrove, e-vado libera-mente, in-chiostri, pittura, poesia con i tag , , , , il 8 Aprile 2009 da fernirosso

gabriel pacheco

Nell’albero

cavo       il mio stato

libero     regno.

Un pungiglione di dolore

si è infisso dentro il miele avvelenando la sorgente

la spoglia della serpe

senza più vita si    d i s s e t a.

e poiché la creatività è anche creazione- Francesco Misseri

Pubblicato su altrove, animazione, e-vado libera-mente, video con i tag , , , , , il 7 Aprile 2009 da fernirosso

sono tornata agli albori…all’origine della creazione quando tutto stava legato…ad un granello di sabbia.

N.6 INVENTIAMO UN FA-VOLARIO: La fanciulla vestita di rosa- Elina Miticocchio

Pubblicato su INVENTIAMO UN FA-VOLARIO, Un tour di voci, prosa, tra pensieri e pesi con i tag , , , , , , , il 6 Aprile 2009 da fernirosso

Una donna durante la sua gravidanza volle tenere amorevolmente una pianta di rosa.
Al momento del parto mise al mondo una bellissima bambina che subito però divenne una rosa bianca.

La madre la curò, la interrò, la circondò di tanto amore.

Un bel giorno un ragazzo di famiglia agiata mirò il vaso e chiese alla donna di venderlo, costei fu costretta a cedere vinta dalle ristrettezze economiche in cui viveva.

Una mattina , mentre il giovane innaffiava la pianta, apparve tra i brevi petali il viso paffuto e vago di una fanciulla che esordì
“sono vestita di fiore, ho bisogno delle tue cure, d’acqua e tanta luce” .
Intanto la madre del giovane stava organizzando una magnifica festa di fidanzamento ma questi partì all’improvviso per alcuni giorni.
Prima affidò alla madre incauta il compito di aver cura della rosa, non permettendo a nessuno di entrare in camera né di suonare il campanello, accanto al vaso.
Accadde però che la promessa sposa del giovane si introducesse furtiva nella stanza, prendendo a scampanellare.
Comparve la fanciulla di rosa spaventata, a questa vista la fidanzata scaraventò la pianta dalla finestra.


Dopo cinque giorni il giovane fece ritorno e suonò per ben tre volte il campanello, comparve il piccolo fiore dolorante e contuso.
Disse che non sarebbe più comparsa se quella fidanzata non fosse stata per sempre congedata.
Così  il ragazzo andò da sua madre comunicandole di aver scelto la sua sposa.
Giunse il giorno delle nozze e mentre tutti si domandavano chi fosse la prescelta, ecco entrare nella stanza un fascio di luce seguito dalla fanciulla in fiore.
Tra gli invitati vi era anche la mamma della fanciulla che, commossa, la abbracciò implorando il suo perdono per averla venduta in cambio del pane.
La ragazza ricambiò l’abbraccio poiché l’amore della madre l’aveva resa rara e bella come un fiore.

Immagini Vladimir Gvozdariki

Con l’anima con loro

Pubblicato su ATTUALITA' con i tag , , , il 6 Aprile 2009 da fernirosso

Noi dimentichiamo

ha un cuore di fuoco la terra

e quei tagli nel suo corpo

quelle fessure  sono testimonianza

si muovono le zolle

altrove dando luogo ad altri luoghi e

all’ inferno del disastro

Un avviso:  la scossa

il cataclisma  ricorda ciò che davvero

è importante qui sopra

sopra la pelle del suo corpo intero

frantumato dalle nostre discordie

la nostra umanità legata ad ogni altro affare.

AUGURO che si risolva con il minimo della perdita, con la massima celerità

questo tragico evento, nessuno è esente dalla partecipazione.

*

C’è un libro, di Michele Dragoni, edito da UTET, dal titolo Terrae Motus, è un libro abbastanza tecnico che spiega la sismologia da Eratostene allo tsunami di Sumatra.

La terra non fa la guerra ma quando muove “un pelo” del suo mantello smantella paesi interi come fossero sabbia o giochi di bambini.

N.5- INVENTIAMO UN FA-VOLARIO: Raggio di sole e Goccia di rugiada- Franco Fantinelli

Pubblicato su INVENTIAMO UN FA-VOLARIO, Un tour di voci, altrove, pittura, prosa, tra pensieri e pesi con i tag , , , , , , , , , , il 5 Aprile 2009 da fernirosso

C’era una volta,

un piccolo Raggio di sole,

era nato da un’esplosione recente e come tutti i giovani raggi risplendeva di una luce gioiosa e vibrante.

Era davvero piccolo, tanto piccolo che riusciva ad infiltrarsi ovunque, attraverso la fessura d’una tavola un po’ sconnessa, lo strappo d’un pesante tendaggio e persino il buco d’una serratura senza chiave;

la sua insaziabile curiosità lo spingeva ad esplorare ogni più oscuro antro e a lanciarsi in ogni più fitta ombra, nell’ansia irrefrenabile di fugare dal mondo anche la più piccola e residua traccia di tenebra.

Era instancabile e zelante e soprattutto adorava misurare le sue giovani forze col vecchio e feroce re Gelo, col quale si cimentava spavaldo, in duelli quotidiani in cui l’incalzava con ardore, costringendolo a liberare dalla sua feroce morsa un delicato e tenero virgulto, una minuscola gemma precoce, un improvvido piccolo fiore colto di sorpresa da una brinata fuor di stagione..

Così trascorreva sereno i suoi biblici giorni, sempre più consapevole del suo potere e della sua missione.

Poi accadde.

fu all’alba d’un mattino limpido ed azzurro.

Fu mentre percorreva il suo rettilineo ed inarrestabile cammino, cesellando d’ombre il sottobosco, che gli giunse il lampo subitaneo di quella sconvolgente bellezza.

Lei, lei sola, Goccia di rugiada, sospesa ad una foglia, rifletteva l’universo intero nel suo sguardo incantato;

piccola lampada dorata, accesa dalla sua lieve e rapida carezza.

E allora si fermò.

Solo un istante d’istante si fermò, più breve d’un palpito breve; ma si fermò.

Tutta l’eternità sembrò arrestarsi, tutto l’espandersi del cosmo sembrò interrompere il suo dilatarsi oltre il tempo.

In quell’ istante lei diventò pura luce, ma solo per la durata infinitesimale

d’ un minuscolo sospiro.

Poi non fu che ricordo.

Così la luce di lui continuò in eterno a vibrare calda e splendente, ma gioiosa… mai più.

Immagini Vladimir Gvozdariki

N.4 INVENTIAMO UN FA-VOLARIO: Rosina e Toffolina- Elina Miticocchio

Pubblicato su INVENTIAMO UN FA-VOLARIO, Un tour di voci, altrove, pittura, prosa, tra pensieri e pesi con i tag , , , , , , , , , , , , , il 4 Aprile 2009 da fernirosso

Immagini Vladimir Gvozdariki


Da mesi Rosina non parla più, se ne sta tutto il giorno su quella poltrona troppo alta. Si annoia, sbadiglia, fissa smarrita le sue scarpette.
Il mondo fuori è lontano, luminoso e colorato. Non come quei quadri di dame e signori importanti, le girano attorno e le spiano ogni respiro.

Neppure la sua bambola preferita Toffolina, con la T ricamata sul vestito, le racconta nuove avventure.Un giorno decide di inventare una storia per la bambolina.
Senza aver paura dei rimproveri e della punizione che riceverà, scende con un balzo dal trono e raggiunge a piedi scalzi il giardino.

Incontra prima la luce calda del sole poi alberi, fiori grandi e piccoli. Il vento le parla e le accarezza la fronte.
Trova un quadrifoglio, si china a guardare le sue quattro foglie. Allunga la mano per coglierlo, poi la ritrae.
Raccoglie una foglia, impacciata prepara una barchetta, la porta nel grande stagno, si sporge per adagiarla su quella morbida sponda.

La vede infine galleggiare e cambiare forma e colore.
Sorride e pensa che ora anche Toffolina merita un vestito nuovo per quel giorno speciale.
Si fruga in tasca, ricorda di averci messo un pennarello rosso.
Ecco l’abito sarà colorato rosso fuoco, basta con i colori tiepidini.

Intanto la servitù sta cercando Rosina, la casa è troppo grande per giocare a nascondino, qualcuno avanza l’idea che possa essere scappata.
Frugano dappertutto, rivoltano poltrone, materassi, armadi, grossi bauli ma non guardano fuori.

Qualcuno va a chiamare la nonna, gli altri continuano a rovistare tra gli oggetti della casa.
L’anziana raggiunge senza pensare il giardino chiamandola col nome dei colori fino a cantarli tutti riuniti in arcobaleno .

L’accoglie un albero meraviglioso di suoni e la voce della bambina che proviene da un albero alto.
Senza timore Rosina guarda il mondo sotto i suoi piedi, spalanca il suo sorriso e preme la bocca alla bambola, che non racconti a nessuno il segreto di quell’avventura.

N.3 INVENTIAMO UN FA-VOLARIO: Il paese sul drago- Rose Bazzoli

Pubblicato su INVENTIAMO UN FA-VOLARIO, Un tour di voci, altrove, pittura, tra pensieri e pesi con i tag , , , , , , , , , , , , il 4 Aprile 2009 da fernirosso

-la profezia

C’era una volta un paese che era sorto in mezzo al mare, sulla groppa di un drago. Ma gli abitanti non lo sapevano, anzi, si sentivano al sicuro, tutti arroccati nelle loro casette costruite le une sulle altre. Ci vivevano un po’ affollati, ma felici … o meglio, avrebbero potuto esserlo, se non fosse stato per un’oscura profezia, scritta su un antico libro, conservato nella biblioteca del palazzo reale.

Yacek jerka

La profezia diceva: “Il male si risveglierà alla fine di 5000 anni e ci saranno grandi sofferenze, fino al refolo di canto”.  Le persone non pensavano alla profezia. Molti non la conoscevano neppure, ma la regina era preoccupata, perché lei sapeva, dallo studio dei libri sacri, che qualcosa di orribile accadeva ciclicamente all’isola, apparentemente amena e tranquilla e i tempi sembravano maturi per una nuova crisi.

Ella temeva soprattutto per la figlia e, nel tentativo di proteggerla, la teneva segregata nel palazzo, impedendo qualunque contatto con l’esterno. La bimba era piuttosto infelice e non si divertiva molto a giocare da sola, ma c’era un luogo nel giardino dove riusciva quasi a dimenticare la propria solitudine. Era una grotta in mezzo al verde, in cui, a ben ascoltare, si udiva un battito regolare e una sorta di sospiro che, stranamente, le davano serenità. La principessa vi si rifugiava spesso, sentendosi avvolta come in un caldo bozzolo.

Gli anni passarono e giunse il tempo per lei di trovare un principe da sposare. Arrivarono delegazioni da ogni parte: c’erano il principe di Soqquadro e quello di Tuttifrutti, l’erede al trono di Zuccherolandia e quello di Santapeppa … ciascuno col suo corteo di valletti e scudieri.

La principessa, schiva e frastornata, non amava tutta quella mondanità e spesso si ritirava nel suo rifugio segreto, la grotta del giardino, fino al giorno in cui accadde un evento spaventoso: all’improvviso, il luogo sembrò tremare, poi l’intera isola si scosse con violenza e lei si ritrovò a guardare dentro due incredibili occhi rossi e minacciosi.

Paralizzata dal terrore, la principessa si rese conto di aver dinnanzi il muso di un enorme drago che lentamente si stava stirando per rimettersi in piedi. I suoi movimenti stavano già facendo crollare alcune case e gli abitanti del paese correvano qua e là disperati, senza sapere dove aggrapparsi.

La principessa si rivolse ai suoi pretendenti e li redarguì: “Non c’è nessuno di lor signori che abbia il coraggio di combattere il drago? Solo quello che riuscirà a fermarlo, sarà degno di essere mio sposo!”

I giovani principi si guardavano l’un l’altro, pieni di terrore. Nessuno se la sentiva di affrontare il drago. Con quali mezzi, poi? Il principe di Soqquadro era così disordinato che, prima di trovare la spada, sarebbero morti tutti quanti. Quello di Tuttifrutti aveva un gran talento per il boogie acrobatico, ma non era portato per i combattimenti. L’erede al trono di Zuccherolandia era un dandy dai modi squisiti, ma decisamente inadatti alla bisogna e quello di Santapeppa, più che grosse esclamazioni, non sapeva tirar fuori.

Ma ecco farsi avanti un giovane dall’aria nobile e spavalda: “Sono il figlio del Vento” disse e cominciò a … soffiare con vigore. Quel refolo sembrava raccogliere le note dall’aria e le portava dolcemente all’orecchio del drago. Non si era mai udita una melodia tanto armoniosa. Il canto dolcissimo gli penetrò nell’animo e lenì ogni velleità. Esso sbadigliò rumorosamente , sorrise e … cadde addormentato.

Seguirono grandi festeggiamenti: furono ricostruite le case che erano andate distrutte, la principessa sposò il suo principe e vissero felici e contenti nel paese che sorgeva sulla groppa del drago. Solo che, un po’ alla volta, tutti se ne dimenticarono. Anzi, si sentivano al sicuro, tutti arroccati nelle loro casette costruite le une sulle altre …


Immagini Vladimir Gvozdariki

N.2-INVENTIAMO UN FA-VOLARIO: COME UNA STATUA VUOTA-fernirosso

Pubblicato su INVENTIAMO UN FA-VOLARIO, Un tour di voci, altrove, pittura, prosa, tra pensieri e pesi, video con i tag , , , , , , , , , , , , il 4 Aprile 2009 da fernirosso

Non aveva pace quella mia figlia. Amìna Mudni era il suo nome ed era come se  il vento la portasse sempre altrove, come  un seme, o i petali dei fiori, le foglie del tè,   le voci o come fanno  i sogni con le nostre passioni. Altrove, lei era sempre altrove, sgretolata e forma di un solo pensiero, chiusa nell’astuccio di un corpo bellissimo e lontano.  Lei non aveva un nome poichè nessun nome  la richiamava da quell’oltre. Era come una statua, una statua vuota o fatta di vuoto.  Sembrava non avere una  identità precisa: qualunque cosa la toccasse o anche solo la sfiorasse non lasciava traccia sul suo viso.  Lei era centrata, in un asse di silenzio. Sembrava che i nomi, come le cose che essi evocano tra noi, fossero per lei come foglie tra i rami, in alberi altissimi, fantasmi luminescenti, insetti o altre creature che vivono una vita diversa da quella che conducono quando entrano nella nostra testa o nella nostra bocca nei momenti in cui li costruiamo e li pronunciamo. Le parole, infatti, lei le soffiava nel suo sottile  flauto d’avorio. Era così che diceva la sua tristezza o la gioia, la paura, la lontananza da ogni cosa.

Quando suonava tutti restavano sospesi. Quando suonava nessuno continuava a fare ciò che stava facendo. Era come se, con quel suo vocabolario di sillabe sonore, che non necessitano di traduzione, riuscisse sempre e comunque a toccare chiunque, nel profondo, e nulla,  davvero nulla, risultasse più importante che ascoltare quella voce interiore fattasi il suono di quel flauto. Forse si trattava di qualcosa di simile alla poesia,  un  attimo di  grazia oltre il superfluo, quando la lingua si smarrisce  nella felicità di un cenno o di un richiamo che si credeva impossibile sentire. E c’era il  colore, in quella sua lingua, il colore di tutte le voci della terra, di tutte le lingue inviolate dal  gioco futile e ingannevole di una falsa economia che finisce per farsi la farsa di se stessa. Non c’era  lusso o tecnica in quella modulazione dell’aria, c’era il vento di un respiro accumunante, il filo leggero della memoria mentre si annoda al mare, al cielo  e non teme l’inizio o la fine, perché è intero e non ha prima o dopo, o tappe o mete.

E’   un viaggio. L’illimitato viaggio nel limite di un respiro  ed è un testo, che sfugge, che non si lascia capire, solo ospitare, vivere e viene per le sue strade, nell’oscuro dell’anima, nel segreto.Viene, come una febbre o un sorriso di fronte all’alba, aspettando che nascano le stelle, nel corpo della notte, nel buio che senti vivente . E’ una nuova maniera di essere, dentro e fuori di sé, senza che questo si faccia abitudine o mestiere. Nessuna esibizione di una qualche verità  precedente e originaria, nessuna separazione dal corpo della vita e dalla vita dei corpi, una specie di perennità.  Era quella la gratuità del canto, era quello il  dono, la verità del canto che è dono. Ingenuo ma non  innocente, perché niente è piu terribile di un dono non inteso, e niente è piu tremendo di un dono compreso, e perciò svelato. Vedersi, trovarsi in quelle note, era trovare finalmente la propria inadempienza: l’essersi scordati di chi si è, sempre, fino all’ultimo tratto della via, viva,  in ciascuno di noi.

No, non aveva pace quella mia figlia lontana. Eppure pareva a tutti, ascoltando il suo silenzio, tra le pause dei suoni e finchè raccoglieva i fiati nei legni dei suoi flauti, di vedere  sorgere da un cielo, mai visto prima, un arcobaleno in cui scoccare le ore da sé per  stringere  il patto tra una parola lontanissima e profonda e tutto il parlato, subìto come l’ acqua di un continuo tradimento, la luce di un sole che  smangia le lingue, le viola e le rende cieche. La cecità della parola e lo smarrimento, persino crudele, di questo suono che  indovina le più oscure terre di ciascuno di noi, le scandaglia, le mette in risonanza le incanta, le magnifica. E non si può che innamorarsi di lei, parola poetica innamorata e cieca, indifferente ai conclavi  del mondo e ai conclamati richiami di una falsa giustizia della parola, colorata e senza altra traccia che un fiato,  disegnata nell’aria e subito persa in percorsi senza errore e senza riconoscimento di alcuna verità.Ti disorienta e brucia e chiama, senza poter distogliere l’orecchio da quella  animata sorgente: è  rapimento e guida nel paese dove nulla è ciò che è ma chiaramente tutto sembra altro e poi atro ancora, in un continuo mutamento dello spazio, tutto accogliendo,  senza disperazione nulla respingendo nel buio della solitudine o dell’infelicità. Nella durata del suono, meravigliosa e inarrestabile c’è la parola analfabeta, il manuale degli amanti, l’arte del leggenderaio, la grazia dell’ascolto, l’attimo e l’eterno, il demone  e l’angelo, senza necessità di garanzia, senza manuale che lo traduca di bocca in bocca, senza difesa e misura, senza la ghigliottina del tempo. Solo il suono, l’amo che inghiottiamo  senza  sentire dolore e senza pericolosità ci immerge nell’abisso, luogo che canta e continua a cantarci, senza posa, senza posa.  Volontariamente smarriti dentro le onde di quella fluida parola infinita, pare di  entrare nel fuoco di  una follia senza ritorno, abbandonati ai sogni, nella profondità senza approdi,  verticali lungo la linea quieta  di un orizzonte che si genera continuo, nella dismisura che non ha ragione ed è  fiume come quando sboccia primavera tra le acque e  dissemina di petali l’aria, per farsi frutto e sapore. Dall’albero le mele, cadute una ad una, sono le immagini senza prospettiva e sonorità, senza profondità della luce, i luoghi dell’estraneità a noi stessi e dalla mistificazione. Ecco la sua veste, rossa come il sangue che la scorre, si rovescia nel prato. Luminosa  la fiaba scivola da lei alle sue dita invisibili,  che si fanno suoni, trascorrendo ogni altra storia, ogni altro corpo. Se ne sente il fuoco vivo ed è lì, che la vita, finalmente e irrimediabilmente ancora mi parla di lei,mai persa, in un altrove  altrimenti irraggiungibile.

Immagini Vladimir Gvozdariki

N.1- INVENTIAMO UN FA-VOLARIO: Perla e la luna- Daniela Manzini Kuschnig

Pubblicato su INVENTIAMO UN FA-VOLARIO, Un tour di voci, altrove, pittura, prosa, tra pensieri e pesi con i tag , , , , , , , , , , , , il 3 Aprile 2009 da fernirosso

Immagini di Vladimir Gvozdariki

La luna era solo una linea arcuata, un segno di tiepida luce nella notte.

Perla era uscita di casa, leggera per non farsi scoprire, sua madre, la nutrice, il padre, le zie che vivevano tutte insieme nella grande casa, l’ avrebbero sgridata. E punita.
Avanzava piano, ondeggiando sui piedi rigorosamente fasciati, nell’ ombra del giardino esterno tutto vialetti e brevi specchi d’ acqua e ponticelli sospesi su stretti corsi d’ acqua che brillavano onda su onda, e intanto chiacchieravano narrando storie, ogni sera una storia nuova.
Scese fino alla riva del laghetto al lato orientale e si sedette, aggraziata, la veste del color della notte, tutto un blu macchiettato di punte di luce. Perla e la luna, una sera, nel buio.

- Oltre il muro del giardino, c’ è terra e poi colline verdi e un lago immenso dove navigano barche grandi… dissero le onde, barche e bastimenti che vengono da lontano, da così lontano che le persone che vi stanno a bordo sono diverse
- Diverse? Come? chiese Perla, senza parlare
- Hanno il viso bianco, gli occhi tagliati dritti, spesso i capelli sono chiari, spesso ricciuti, parlano a voce alta, camminano a lunghi passi, sono sgraziati e forti…, oh, sì, sono forti.
- E belli? chiese Perla, silenziosa
- Alcuni lo sono, giovani e belli, di una bellezza ruvida, non come il promesso di tua sorella, Giada, così colto, educato, perfetto. Quelli non sono perfetti. Non sanno dipingere. Non amano la nostra poesia. Non capiscono la nostra musica. Non apprezzano i nostri costumi. I nostri lunghi abiti di seta. Vestono brache e camicie aperte sul collo. Quelli più eleganti portano giacca e cravatta. Ma sulle navi non c’ è eleganza.
- Che cosa c’ è sulle navi?
- Strepito, grida. Mercanzie. Mercanzia che viene da lontano che viene scaricata, poi , quando il ventre della nave è vuoto, di nuovo si riempie di sete, di the, dei nostri più preziosi prodotti che vengono portati oltre…
- Oltre?
-Oltre il lago immenso, a terre sconosciute…

C’ era una volta un uomo, di quelli che vengono da lontano, che fu mandato qui per parlare alla gente, ai notabili del paese, di qualcosa che era Civiltà, ma civiltà al modo loro. Che non è il modo nostro. Parlava bene. Fu trattato con gentilezza. Studiava i nostri testi, imparando sempre meglio la lingua. Rideva spesso, con allegria. E non c’ era chi gli volesse male. Poi incontrò la ragazza Fiore di Bambù che aveva piedi grandi, la sua famiglia non poteva permettersi che una figlia non potesse camminare veloce e lavorare senza essere rallentata dai piedi minuscoli. Era figlia di povera gente con un misero campo. Dissero che lui ne amò gli occhi. E la voce. Di lui lei amò che l’ amasse.

Mr. Raston si costruì una casa e lì portò Fiore di Bambù. E tutti pensarono fosse per sempre. Quando arrivarono gli ordini e lui dovette ripartire, lei rimase, dicono, settimane, sul molo a fissare l’ orizzonte dove la nave era sparita.

Ci rimase così a lungo che ne divenne parte, si trasformò nel sole, nella pioggia, nel vento, nell’ aria, in un’ esile forma non donna, non fiore, non legno, solo un occhio lucente in attesa.
- E’ ancora là? – Chiese Perla in un sussurro.
- Sempre. L’ amore non è cieco. L’ amore ha grandi occhi spalancati e vedono, oh, vedono lontano, lontano e ancora più lontano…
Lentamente Perla si chinò e raccolse un’ esile barchetta di carta di riso, che l’ onda le aveva lasciato lì, proprio davanti.
La prese con delicatezza, tutti i suoi gesti erano delicati, e fece come per soffiarvi sopra, a darle vita. Era la barca che sarebbe dovuta tornare riportando Mr. Ralston da Fiore di Bambù e si era arenata, invece, contro uno scoglio perso nel lago immenso.

E Fiore di Bambù aveva visto tutto e tutto saputo, perché l’ amore vede fin dopo la fine del mondo.

Perla si alzò, si aggiustò la veste, poi pose in acqua la barchetta, le diede una piccola spinta e disse:
- Va’, va’ da lei. Io stanotte sognerò di voi.

miserere

Pubblicato su Un tour di voci, e-vado libera-mente, in-chiostri, lontano e fuori, musica, poesia, qui e ora ieri e ancora, senza possibilità di scappare, tra pensieri e pesi, video con i tag , , , , il 2 Aprile 2009 da fernirosso


La consuma il fuoco in un fiato

ogni parola

…miserere…

resta una scritta d’ aria

più leggera di una  piuma e

non vola non ci solleva oltre  la livrea delle nuvole

bianco resta il volto della parola mai scritta

…miserere mei…

bianca l’assenza in contumacia

l’elica di una parola dedica alla tristezza

la sua ruota aggira la diga

la riga nella parola scritta

sotto la pioggia dei doppi sensi

nella notte dei versi nel significato sottomesso

la parola bicchiere  si beve il cuore

l’altro    la maiolica del cervello

malinconia delle mani  abbandonate ai ferri da lavoro

…miserere mei, deus…

in aria la ferita della pagina

dei i suoi semi  di sole     tratti dalle levatrici

di sotto la concavità della bocca che mastica la carne del tempo

ne taglia le pinne dorsali per farne segni da scrittura.

…miserere mei, deus, secundum magnam misericordiam tuam…

Nel silenzio

statue le incaute  parole

cercano altre bocche da scavare

lo splendore di un corpo il suo profilo intatto

la luce incurabile di altri specchi.

…amplius lava me ab iniquitate mea…

Coricato sul tuo silenzio

pianto a terra le parole

le  palpebre chiuse

seguono l’ordine delle comete

le scie delle stelle scomparse oltre

la curva dell’occhio.

…quoniam iniquitatem meam  ego cognosco…

Là dove è chiaro

dove non ci  possiamo toccare

nei  gironi delle frasi     le parole

in crociate di silenzi siderali

per dissodare il cuore scompaiono

si fanno sabbia e polvere  nella sabbia della resa.

…lavabis me, et super nivem dealbabor…