
z.beksinski
è stata una luce doppia che brillava dentro il sangue
una parola antica pronunciata sottovoce
un filo appena, teso tra un labbro e l’altro
tra un silenzio e l’attesa vertigine di non vederti, non raggiungerti
mai. Nemmeno la notte
quando cercavo di sfiorare con te il centro esatto
la mia impudente impermanenza.
Io volevo
perderti mentre mi perdevo
volevo trasfigurarti
chiuderti entro le braccia del mio buio
ingoiare la tua indifferente figura, tu, il senza nome, l’amante
farti forma
plasticamente corruttibile dentro
la parola amore.
Tu eri l’errante
eri una storia vera senza definizione senza
il catalogo e la fotografia. Tu eri
la fede che amare era possibile
più chiaro del giorno
più chiuso della notte
più di un corpo chiuso dentro un altro
corpo amante, la grazia e l’inconveniente
disgrazia di non amare più
mai più se non l’assente, il prodigioso vento
l’immagine unica che muovere sa in me me e
parla, senza che un filo nemmeno un soffio
si muova versandosi
gonfiando d’aria viva i miei polmoni
mentre la memoria gioca con gli specchi che ancora illuminano
ciò che sola ho costruito dentro la misura di un vuoto.