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(ap)punti dall'arte

in quale segno

christian boltanski – départ-arrivée’

.

vincerò di nuovo?
dove ti sei nascosto e in quale gesto mai compiuto
hai disperso il senso di ogni cosa?
e dove dimmi
dimmi dove
anch’io tra le cose di questo universo
mi sono perso
solo tra le parabole di parole
invisibili prole di luoghi occhi senza luce
e conio di volubili ali senza volo e senza cielo
cosa testimonio in un fiato
nell’oro di un verbo da coniugare
che non congiunge me alla terra
commiato e assenza
perdita del segno che m’insegna
la pista in ogni traiettoria
e lancio di un laccio d’inchiostro
segno amorfo corpo vano tentativo
di una inappellabile memoria
vuota

 

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anime

christian boltansky- teatro d’ombre

.

in un teatro d’ombre
di luogo in luogo
avide
di tutto quanto è resto
oltre il nucleo  dell’intero
senza progetto mostrano
il mai di ogni luogo
unico presente
di quanto si allestisce intorno
ed è scomparsa dell’unico dialogo
fra vita e morte
la fragilità della memoria in ogni ricordo
l’ineluttabilità dell’oblio il senso tragico di tutto quanto è storia
stanza  labirintica dell’installazione che è la vita
e per immagini sfocate di volti anonimi
sul bianco e sul nero intesse  relazioni in tras_parente
archivio grafico che i sensi traducono
in presenze di fantasmi
dove i volti che gli furono propri
si dissolvono
in uno sguardo evanescente
migrante senza nome di identità e incapace
di identificazione

hýbris

daniel prieto
.

l’orgogliosa la tracotante  porta
del baratro si è fatta casa
in cui l’uomo presume la propria potenza
e di questa ne fa  fortuna
costruendo il proprio imponente teatro
destinato ad essere l’impotente oggetto
soggetto a sé stesso come tiranno perché mai
mai gli basta ciò che ha e per avere
l’inutile seguita a rincorrere
come  unico principio e costruendo
menzogna e falso come vani del grande edificio
dell’artificio che nella storia dell’uomo mai sazio
è calcolo e programma
la sua avidità e l’ingordigia
e calcolando differisce  la chiarezza
mentendo a se stesso prima che agli altri
che nel suo calcolo sono  il calco
del piede con cui calpesta il mondo
suo calzare e forma di comando con cui costruisce
ogni privilegio senza merito assegnatosi
così che giustizia resta omessa
e hýbris lo abita
con l’arroganza la prevaricazione e l’ignoranza
che insieme misurano la veste di superbia e orgoglio
la dismisura e l’eccesso con cui si mostra capo
che tutto governa attraverso tutto quanto è superfluo
e su quel trono crea l’utile di ogni profitto
macchia di una colpa indelebile il futuro
radicando in ogni altro quel sé stesso
creato sulla debolezza iniziale e  su una fondazione
di inesistente potere  che altro non era ed è
mancanza di verità illuminata da un bagliore d’oro

 sono

beth conklin

.
.
.

millenni
che l’uomo prova
a dire discutere e ripetere
cosa sia mai
l’anima e
l’arte con cui anima e vita
evitano
di sbiadire l’una nell’altra
una qualsiasi verità
mai
fino ad ora mai
nessuna verità ha concluso
le discussioni e le domande
nessuna parola ha chiuso la volta
in cui il tempo ha chiarito lo spazio in cui è accaduto
e facendosi  corpo
uno qualsiasi
ha piegato quell’energia che lo attraversa
rendendola arte o
l’arte
ovvero il mezzo attraverso cui l’anima si esprime
il fare dell’essere un operare attraverso
un gesto che si fa opera
andando verso
tutto ciò che contiene e non conosce
tutto ciò per cui si muove ed è tentato
amando e odiando l’anima
nutrendosene e avvelenandosene
mentre lei si nutre di tutto quanto
capita
senza capire mai abbastanza
voltando così pagina
di attimo in attimo
facendosi nuova e quindi sorpresa
a sé stessa e di sé stessa viva
senza parzialità  ma intera
morendo e scomparendo spegnendosi in tempo nel tempo
di uno zero rinascendo  per un attimo
dentro quel cuneo
che riempie un vuoto.

 

dicono i luoghi

madeleine von foerster

.

sempre li hanno detti
con mille nomi i luoghi del corpo
tu mio in tutti i corpi che sono gli altri
il nudo del corpo terreno senza traccia
su cui il ragno desiderio fila il suo regno
corpo tempo di una libertà occultata
periferia occupata per dare spazio
al diverso sentire  vedere e ancora
dire disegnare declinare e coniugare
la farsa e la tragedia di un gesto continuo
un corpo bambino l’uncino sottile che piaga
la memoria e contro ogni tempo piega il verso
per una diversa storia e l’infanzia sempre disciolta
nell’erotismo tragico che è bufera     tormenta
una vita sempre breve  tra figure nodose
contorte  asciutte crudeli egemonie
dei sensi tesi all’estremo di un sé che cattura
affascina o scandalizza e mai si è conosciuto
dolore e disagio cifrano i giorni in cui preme la vita e a niente
niente altro che un involucro di pelle e peluria
sanguina le trincee dei pensieri fin dall’inizio in guerra
luogo dove si consuma il mondo e ogni volta rinasce
un altro corpo che esiste o resiste
nella continua distorsione delle stesse forme

su tutto

madeleine von foerster

.

il mio occhio aperto
la buca di ogni cosa
la gravitante anomalia di un’illusione duratura
l’irreale fondo roccioso
di ogni scena la tela tessuta
nel nero del pozzo il retro dell’occhio
riva di un fiume di luce onda e corpo
che scatena l’anima
e la rende ansiosa variabile
insidiosa giocosa memoria
fuoco e brace dentro l’acqua di ogni cosa
la legge severa per cui se ne andrà un giorno
questo corpo ignoto
cenere tutte le cure e polvere
innamorata di una profondità già incontrata
e mai mai sfiorita

L’INVENTARIO- Capitolo primo.

paperwalls – fondali di carta- eden

.

DOVE E QUANDO

 

Sempre, quando si inizia una storia, si indicano il tempo e il luogo. Eppure, sempre, non sono né il luogo né il tempo la sceneggiatura fondamentale.
Il fondale, questo sono il quando e il dove di ogni racconto, che si dipana di parola in parola trascinando con sé i corpi da cui quegli eventi ha strappato.
In ogni romanzo o racconto il titolo con cui si apre la porta è solo una tra le chiavi innumerevoli con cui ci si introduce nel sempre, in un continuo esodo.
Qualcosa, spesso un solo dettaglio, ci incuriosisce e ci affascina, ci fascia di un come che non è quanto dispiega  ma l’uso di una parola avida, che tutto risuona in quella stanza fatale, che ci inizia all’usanza del vivere ogni storia.
L’ espressione assume su di sé il timbro di un’emozione, il colore di un fondale e in noi tragicamente trasforma un desiderio impreciso in un significato di qualcosa, che vorremmo afferrare, ieri tanto quanto oggi, in quella città segreta che ognuno è, in sé e nell’affiancarsi a quegli altri che altro non sono che le nostre sagome riflesse nell’acqua del sempre.
Dovunque  si forma uno sfondo lì ha inizio un racconto, il dove per cui narrante percorso e attori disegnano la città pittoresca di quella segreta, prigione o finzione, in cui nascosta, tra bagliori e ombre  sopravvive l’acqua alta di millenni, deposti pennellata dopo pennellata, in un frastuono di vertebre di un silenzio fecondo.
Qui, allora, è il nome del luogo e ora, per sempre, la  riserva di un continuo di incontri, il dove, l’inaspettato quel sé, sempre, che porta l’architrave di una costruzione infinita, la carpenteria misteriosa,  che sarà , vano dopo vano, la portante scenografia della vita di ogni uno.
Abito e abitazione la stessa ossatura di una città in cui risiedere, di una foresta in cui perdersi, di una montagna su cui incamminarsi e per vertigine rovesciarsi, nelle profondità oscure e inimmaginabili delle acque di un continuo travaglio che ci sorprende di altre nascite.
L’incontro ogni volta ci rapisce come potrebbe un sogno, in cui passato semina futuro, risvegliando le pagine bianche di oggi.
Con furia o lentezza, infiamma la nostra biblioteca di racconti e le ceneri scrivono, la nostra fortunosa attraversata, tramando copie su copie in brecce di sguardi. Una ricerca avventurosa tra parole guardiane di un limite che è lo stesso del desiderio di quell’altro e dell’oltre, che in noi si coagula in forma di pensiero e, pena, si fa segno dentro il segno, una scrittura continua del sangue che corre, di storia in storia come di varco in varco.
Un’unità unica di tempo che si moltiplica e un solo luogo, intimo e continuamente mosso, il dove che invena lo spettacolo, e di noi fa scena di un alfabeto che balbetta una voce lontana, che schiva l’esempio di una sola citazione e si fa esemplare di un vero, avverbio di modo che ignora il fondale della scena e solleva in ombre la tenebra.
Una cava risonanza s’inspessisce di nomi, e sotto ognuno lo stesso contenuto vuoto, il saggio del termine e dell’inizio, che insieme formulano il sempre.
Sguardi tra guadi e agguati, inaspettati vicoli avvolti tra maceri di storie, dove l’attesa si tende ed estende tra i capi del tempo,  anch’esso un dettaglio del dipinto , il ritratto dell’enigma irrisolto, quel mormorio di fondo, dove il segno si fa sogno e la parola mai pronunciata messaggio, testo o testamento di qualcosa che svanisce, nella lingua di ciascun interprete.

 

scienza la luce

fiona watson

.

di tutto quanto è ombra
e l’uomo per tratti traduce
in espressioni di misura
meridiana bellezza  non conta le ore
se sereno non è lo strumento

non gioco di parole
ma luce del sole ne organizza
un equinozio di percezioni
contemporaneamente ombra
proiettata e luce   indica
il mio tempo in un corpo quadrante
ksàràh di un luogo che brucia

ombra senza densità alcuna
se non quel principiare la vita
dove la morte è veste di una nuvola ed io
lo strumento che  insegue quell’ombra

il corpo che la parola mi ruba

antonio colombo- equinozio

.

raccogliendo i fiati e i sensi
della mia vita
non ha domande se non le mie ansie
le attese i disegni
che in segreto configuro
in un alone di non senso o fittizio
involucro
insieme
di parola e verbo
complesso un luogo aperto
che porta dietro di me
la fragilità percepita e l’impotenza sentita
davanti a questo tempo
giorni di scabro tessuto e disumanità senza dialogo
l’assurdo colloquio con un sé disperso o dissolto
il negativo di uno scatto
dove l’impressione non ha lascito
e nel silenzio affonda le parole di ogni linguaggio

a che serve stare
dentro le parole non si ritrova
la trama del viaggio
la mappa dei molteplici sentieri
in questa dimensione sconosciuta immensa la terra si moltiplica
parola per parola
e in noi tutto è un monologo che si fa discorso
in cui per attimi ci distraiamo
tra gli inganni e i piaceri
lampi
soltanto lampi di qualcosa che ci trattiene
in un interno che sempre ci sconfina

 

 

 

dentro la biblioteca

.

la vita è ogni volta una parola diversa
oppure è la vita la libreria e il libro
senza prefazione e ogni volta una battaglia
vita come a dire improvviso
che riempie l’attimo e i secoli
che logora i pensieri o li rigenera
colmando le lacune di tutti noi protagonisti
corpo e parola una sola solitaria ustione
l’illusione che pervade e affascina
il fatto impuro che solo calma di pienezza l’attesa
il dopo che sillabe da ieri e la carne mai ferma di oggi
la violenza e l’eleganza di una relazione amorosa
la tenerezza di una bocca
che pronuncia il tuo nome
come un sorriso e a te solo a te
pare l’infinito
la vita   il viaggio che se duce
e ti consuma
fino all’ultimo chiarore

 

 

a destra la soglia

.

 

il giardino oltre ogni finestra
a sinistra il fuoco e la torba
al centro un cumulo di foglie
vortica per un mulinello di vento
entrato assieme a me
attraversando la porta
una luce netta taglia di sbiego
per intero il mio sguardo si fa transito
di tempo in tempo un interno
passo mi ripasso e scopro
ciò che non avevo ancora visto
opere piene di vita e parole che si muovono
verso di me presentandomi storie e gesti di momenti
lasciati qui e là   dovunque
nitide promesse   allettanti disegni su carte in frantumi
il costante fluire di voci
una biblioteca di echi che solo io sento
testo e testimone di un intero
cammino che solo io vedo
che da solo ancora percorro

.

L’inventario- 2018

sogni e fantasmi

.

abitano già dentro la mia infanzia
della mia casa scuotono le fondamenta
insegnandomi nuovi registri di realtà
rigenerando la grammatica della mia sensibilità
ogni connessione tra il prima e il dopo
l’ordine di una scrittura che è un vero autonomo
e della mia minuta
parola si fa
sostanza e natura
il tempo più largo o l’irruenza
con cui passo dell’emozione il riflesso
in un territorio prima indicibile e ora mio corpo
protagonista di un foglio che abita il mondo
e senza l’alambicco della ragione  pratica ogni mia dimensione
conquista la mia  disciplina aprendomi verso ciò che davvero è
essenziale  uno scavo  profondo
nei regimi dell’oscuro tra dolore e colore dove vivente
abita un attimo durevole
che svela i segreti del tempo
della pietra
della paura
e dell’amore.

 

 

scienza la luce ma

 

.

inflessibile il tempo
torce i nostri giorni

scienza la luce promuove ma
senza l’ombra non redige
nessuna partitura
ed io
meridiana
dei poli di me stessa non leggo
l’acuta profondità
non conto le ore che non sono serene

dai contrafforti  del buio
non varco l’arco
lacustre una luce
gioca
con tutte le mie parole
spargendo grani di polvere e anima
tra l’ombra mia e quel sole
il mio tempo
alternando nascita e morte
perché sereno è un tempo che secca
la radice in cui sono infisso
e brucio di me l’intero albero e
la terra
se con lei non bevo
lungo un sorso
un grano
di pioggia

elogio l’ombra

.

indice e introduzione
paesaggio di passaggio
in una sala silenziosa
ombratile premura
dell’aria che la rende densa
mentre la luce sfiora

saldo tratto di una poetica che sfugge
l’ancora e ancora
dipinge con ocra e terre d’avorio
segrete tutte le variazioni
che il mio occhio in-
segue
l’altra faccia di un vero trasparente
come il vetro curvo
del mio occhio e cieco
affiora dall’altra parte
di quel silenzio
azzurro e oro
sul nero del muro della grotta
magia di un’arte eterna
magnificante l’ombra
dentro di me gnomo e gnomone
che scrivo le ore con quel sole interiore
che sempre brucia l’angusto e il sereno
afflictis lentae
celeres gaudentibus horae

e rallentando o correndo
la vita mi vive
portandomi là dove non conto
né del tempo misuro
l’attimo
meridiana una pace sovrana
conta e mina
la mia tempera
segna una pietra
serena

.

L’inventario 2018

 

 

ah! le cose

.

tutte
tutte le cose che costruimmo o
acquistammo arredando il nostro spazio
dimenticando che vitale era
l’interno
quel bastione inaccessibile e invisibile
che costruivamo dentro e
tra noi marcava
un falso piano di murate
con serrature segrete
raccoglievamo appunti
di noi che ci giocavamo
in carte di violato specchio
un libro le nostre ore
erano il mutamento
che a poco a poco
prendeva corpo nel nostro
senza più illuderci
che fosse un monumento
il nostro essere tutto quanto avevamo intorno

atlanti mappe e lime da scasso
non ci aiutarono ad aprirci
l’uno all’altro
era appassita l’ età dell’incontro
ci trovavamo a sera
sguarniti di ogni parola
e taciturni senza nemmeno guardarci
sentivamo l’uno dell’altro
l’odore di altri luoghi
tenuti segreti senza un guado
che potesse avvicinarci

oggi sono là
davanti a me
che credevo non avrebbero resistito
e invece sono io
che ho ceduto
tutte le soglie e i chiodi a cui avevo appeso
quelle istantanee memorie
oggi sono là
come loro specchio.

.

L’inventario- 2018

nel labirinto delle cose

.

stretta la mia vita è un reticolo
pietra che crolla
e tutto sembra sparire
facendomi scordare chi sono
e gli altri
che mi vivono accanto
il rumore dei giorni
il sentiero che monta tra le case e le anime
i circoli segreti in cui gli anni passati
ritornano
quando meno te lo aspetti
sali sui parapetti dei ricordi
e vedi
come in gallerie prospettiche
i vani delle storie in cui abitasti
le crepe dove entrarono a tua insaputa
le sorgenti di costanti flussi
albe e tramonti
riflesse le voci in cui dimorasti
senza esserci davvero
mai davvero
lontana
lontano dentro una eco desolata
una stanca abitudine
un’ombra in un lunghissimo giorno d’attesa

 

L’inventario – 2018

 

 

 

9 febbraio 2018

.

un giorno
un giorno
arriveremo insieme
io dentro di te e tu me
il sogno di ogni attimo
il cammino in cui sempre mi sto incamminando

verrò da te
mio sogno
e avvicinandomi saprò chi sei
tranquilla bugia con cui ho conversato
tra le strade della città gli argini e i prati
le vie strette di ogni mia ragione sconosciuta
la memoria improvvisa
di un verso afferrato per caso
l’improvviso luminio
di un astro
e quelle piccole abitudini domestiche
con cui ho salvato la mia vita dal disastro
di un silenzio rovinoso
nel dormitorio dl tempo
dove tutti i miei morti vagano
in attesa che si manifesti anche per me
l’ultimo gesto confuso nel corpo dell’ultimo atto
l’ultimo
attimo

 

così la vedo

.

sospesa
ogni via un tracciato
senza estremi il tempo della mia vita
una processione di sequenze
senza stacco il mio occhio
ti vede e poi scompare
l’altro è un luogo
dove l’ombra lo riempie
e chiuso oscuro
resta il disegno
per quel tratto di vita rapito

 

L’inventario – 2018

quale segreto

.

quale segreto
racchiude il mio centro
e
quale è
il centro?

dove cercarlo se tutto
è
l’incanto di un attimo
in cui le cose sembrano
e avvicinandosi
pare dicano
il loro segreto
oppure quel labile segno
che per ognuno è una breve bugia
la fiammella piccola di un agguato
una semplice altra menzogna
che ad altre si accumula
tra una svista e l’altra
dalla profonda cecità
di cui sono velati i nostri occhi
e solitari oltre tutte le convenzioni
volgendo alla fine
di fatto troviamo ancora l’inizio
quel segreto
al centro di ogni percorso
che ribalta l’accaduto con tutto quanto
cade nell’attimo
ed è di nuovo nascita
nello scheletro dell’animale appena morto
che più non respira dentro il nostro fiato
corto è diventato il suo passo
fino ad essere
passata una frenesia
uno squillo dentro l’orecchio
una frusta nel battito
per cui poi
subito dopo
tutto si acquieta
e la mano tocca quanto una volta
era lontano
fiorisce sotto il palmo
gli angoli nascosti matura
i vicoli bui attraversa
conoscendosi nel rifiorito spazio dell’ombra
un involucro senza segno
un di sé segno che parla
pronunciando finalmente il tuo nome

cadono

.

cadono
da tutte le parti
cadono stelle anche stanotte
come da una veste i fili intrecciati
cadono tracciando una scia
e tutto si colora
di una luce viva
la tavolozza nera si arricchisce di lapis
e il blu sprofonda
allargando la volta
che sopra di noi guarda
ogni giornata
e sembra che sia adesso
quasi primavera questa notte oscura
quanto la mia anima posata sulle colline fasciate
dall’ombra di migliaia di storie
sulle colline silenziose
dove si disegnano tra gli alberi tutte le nostre vite
mentre i narcisi spingono da terra la loro profumata
brezza catturandoci dentro l’aria ancora fredda
l’inverno non abbandona la sua serra
e solo i crochi sono i colori sulla terra
innevata di un bianco di lino
e cenere e polvere scorrono nell’aria

cadono anche stanotte
come tante altre prima di quest’ora
come la notte piena di stelle in cui partiste
e dentro di me avevo solo fuochi
per bruciare i miei pochi anni
e sono diventati più tardi
i fiori ardenti di tante altre perdite
una foschia viola
una velatura lungo tutta la volta
e i vostri ritratti tutti voi
appesi nei corridoi vuoti del buio
mentre ancora lo attraverso
anch’io senza nome
con gli occhi che guardano il mondo
e non possono dimenticare
di essere ancora estranei
migranti
con le vesti stracciate e come guida
quelle luci lontane
vetri che brillano per vite interrotte o spezzate

.

L’inventario