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(ap)punti dall'arte

c’è bisogno

anna sweeten

.

di insistere     a vivere c’è bisogno     di resistere
alla voglia di essere    il poco e il niente
un fazzoletto di frasi di convenienza
i volti tra le schiene pronti a nascondersi
mentre senza chiarezza ci oltrepassa il giorno
le parole cadono
senza che il mondo rinasca
nel piatto nella casa in  terra
nel palmo della mano mia e tua
e nemmeno le voci risorgono uno spirito
inchiodato alle ossa calcinate da un sole improvvido e
improvviso un fiato un respiro
è l’ultima esalazione del nostro dire
un altro patire senza altezza
senza mistica senza nessuna umanità
là dove cadono i bambini
e le donne partoriscono solo grumi di dolore o vendetta
là dove la terra si secca e spine di passi
scrivono morte nelle piante
nelle vene dei recinti siano corpo di foresta
o nuvole di pioggia
una sola tempesta
atomica della sparizione
in tanta inutile spartizione
di beni che non ci appartengono
se non nella loro comune
sconosciuta interezza

nulla
nulla vive
se anche una sola scheggia dell’esistere
c’incrina la bocca

la casa   crolla

 

 

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istantanea

gao xingjian

.

velocità furtiva
quella della luce
ci ruba lo sguardo e la mente ricarica
nel trasporto  di oggetti e corpi mani e braccia radici e occhi
ancora tanti occhi che vedono sfrecciare i luoghi
dentro paesaggi che sono selci elettriche
e senza meta distoglie granuli di passato da un prima
in un remoto procrastinato adesso
in questo negoziato senza artefici
viene la luce e mi inamida gli occhi coi suoi cartigli
mi costruisce in frontespizi di corpi raccolti
nel sonnambulismo del suo vagabondare
da un luogo del cosmo a questo piccolo precipitato di sali
disarticolando il mondo in frequenze
e battiti con cui non so parlare almio corpo
per un agguato che si fa mia carne e m’incolla parole
parole  sporche di quel nero cosmo irripetibile
insondabile infinito mio continuativo esercizio
che mi mette in fuga  da me stesso

microliti

delawer omar

.

microliti per l’armatura   della rosa le impronte illeggibili

quando lei si ammalò
non riuscivo più a guardarmi nello specchio
la vedevo crescere sul mio viso
la vedevo camminare ad ogni mio passo
non era lei a morire  ma io
io stavo scomparendo nel suo doppio
o forse
era lei che da sempre
da quando mi aveva messa al mondo
stava cercando di (s)doppiarsi.

ma mi ero imposta di non cadere
nella trappola del corpo
avevo deciso di non parlarne
volevo solo che la vita mi attraversasse

per raggiungere l’alba
avrei dovuto attraversare la notte
una volta dopo l’altra

quello che non sapevo
è che avrei preferito il buio della notte a qualsiasi  giorno
pur di non mettermi in cammino
pur di non stare un attimo in tutta l’oscurità precedente quel mio
corpo nudo  che ancora una volta restava l’unica terra salva

batti batti

.

e non smetti mai di crearmi
anima corpo e cuore
un solo telaio un’unica spina
sulla dorsale tra la vita e la morte
come se niente mai oltre quel battere
potesse accadere ed evadere quella spirale
sgusciando come una perla oltre  l’ostrica
e altrove rotolando
potesse dalla tua bocca silenziosa un altro universo
in un soqquadro di atomi creare
e io rotto in altro intero senza chiasso
mi svegliassi dentro l’occhio di un pesce
nell’inverno di un immobile istante
piccolo e grande in un grumo
del tuo buio
o
uno schizzo di sangue

 

 

 

 

 

nel cortile

robin cole smith

 

.

di notte basse le stelle
erano nel fondo del buio
canestri di braci
e filature di paesaggi varchi
aprivano la casa in finestre sull’oltre

e in quel fiume   di luce m’immergevo
come in un lucido molle specchio
ogni raggio un riflesso era quanto di me
non avevo mai visto
così che colma fino all’orlo
d’estate o d’inverno la mia tela s’inspessiva
di quella grazia preparando qualcosa che solo ora
oltre il portone della memoria
ritorna come una terra mai percorsa fino alla fine
dove persino la  morte
è una trama di quella precedente filatura

 

 

 

di notte

.

i ricordi si allagano non resistono i confini
le soglie cedono e tu accedi a quanto durante il giorno
non credevi fosse scritto nel tuo breve margine
una specie di prodigio è il luogo senza nome in cui tu
facendo ritorno  da altri luoghi rovesciati dalle ombre
leggi i volti che hai incontrato ma in quella scena senza tempo
sei tu lo sconosciuto sei tu il disperso
in quel chiaro di pupille aperti segni si fanno vie salite dirupi
e quando senti  il piede scendere cedere come di cenere fatto
sotto il tuo passo più fitto e forte ti accorgi di sentire
un dialogo tra voci di specchi
in cui tutte le albe confluiscono al largo nella tua più vasta notte
quella inquieta solitudine dove anche la tempesta
porta un silenzio senza fine e l’assenza larga segna la sua impronta
in questo altro
luogo che abiti da sveglio
e più non ricordi quale sia
il lato  che in te insiste
o esiste
prima di ogni silenzio
prima che il sole del tuo occhio
scriva la scheggia
di un’altra illusione
in una istantanea presenza.

da dentro il diluvio

senza un motivo

 

.

mi alzo alle cinque
ancora prima della luce
del mattino filtra dalla finestra solo un raggio
di luce artificiale uan lampada
a guardia del giardino
dove infiltrato sta un cinguettio di uccelli
e non riesco a dormire tanto forte lo sento

c’è qualcosa nel lenzuolo del mio sonno
che sporge oltre il muro e la finestra
fino al bordo degli alberi
fin dentro il fogliame del buio

come se solo lì dentro
potessi raggiungere il tempo
il futuro in un immenso  fermento
e perdermi in quel polmone d’aria
velo e velivolo
per essere     eco
un continuo diluvio

 

cuore amore

.

tutto quanto conta finisce in ore

istantanea di un dolore che non si può dire
eppure è solo un rumore sul fondo di noi stessi
un impatto nel piatto bianco del tempo
dove il rosso schizza di un melagrano il senso
il mattino si fa coltello e nodo il mondo
è semplicemente un modo con cui passare
in un segno d’orizzente come se nessuno
appartenesse a questo posto

e sicuri dando tutto per scontato
dimentichiamo il passato
di essere stati lasciati qui dietro
indietro in una luce di polvere
dove le cose si disegnano
ora in un corpo ora in altro
senza che mai
mai si possa trattenere quell’involucro
fatto
di un attimo

 

disordinate lettere

bettina baldassari

.

tutte quelle che non  ho spedito
mentre per un momento
ti ero abito e aria
nel respiro che ci attraversava
e per un momento io ero te e tu me
per un momento
per un momento  eravamo entrambi
quell’aria    necessaria

 

 

Ricordando Paola Tosi

anna sweeten

 

.

Le bombe, la pazzia.
La morte ovunque.
Sei lontano, troppo.
Potrei non fare in tempo
ad abbracciarti,
a dirti tutto,
a perdermi nel tuo sorriso azzurro,
ad essere di nuovo completa.
Mai più.
In un’altra vita.
Solo tu ed io.

Paola Tosi

.

Riferimenti in rete:

https://cartesensibili.wordpress.com/2016/11/28/dedicato-a-paola-tosi-gruppo-98-poesia-a-cura-di-vittoria-ravagli/

https://cartesensibili.wordpress.com/2015/11/23/tempiquieti-vittoria-ravagli-frammenti-di-vecchiezza-paola-tosi-poesie/

 

un altro settembre se ne è andato

ana kapor e anna sweeten

.

senza clamore ha disegnato dentro di noi le ore
i giorni e gli attimi li ha attinti nella sua concentrazione
in quella luce radente che avvolge le cose inevitabilmente
saziandoti di memorie che si affacciano nei recinti e negli intagli dei suoi raggi
ha orlato la sera di tramonti
ha disposto in bella mostra le nuvole
arancio e amaranto ha fatto scorrere tra le acque dei fiumi
qualche fiotto di pioggia
le prime spolverate di nebbia e più in alto
sulle cime delle montagne il silenzio della neve
così giovane e inesperta da sfiorire sfumando in aria
all’ultimo tepore dei suoi sguardi
una nuvoletta leggera
che è volata sulla ringhiera di ottobre

 

ai miei figli V.(4 settembre 80) – T. (2 settembre 87) – P.(2 ottobre 90)

se non ci fosse stata lei

quell’anima che mi natura
e mi tiene alle spalle  dentro il suo corpo
se non l’avessi trovata
dentro lo strappo di un tessuto azzurro
in una filatura di sole che mi rimodella il volto
luce che sradica  la notte
e scrive i vertici di tutte le stagioni
se non l’avessi riconosciuta in me in tutte le sue forme
nell’inverno e nell’oscuro di un sogno sostegno a cui mi appoggio

nera dentro un sonno in cui mi rintano disabitato dalla realtà
una caduta dietro l’altra dentro il suo sangue
nell’altra parola che ancora non so tradurre
ogni attimo il suo corpo sfioro mentre di lei fiorisco notte e giorno

 

riparo

“la solitudine è una condizione necessaria della libertà”- GAO XINGJIAN

riparo
mi riparo
col filo di fiato in ogni sillaba
mi aggiusto un poco
con l’ago da rammendo
di una parola costellata
di accenni e accenti come soffi del vento
inserro in queste teche trasparenti
ogni profondo sguardo
sapendo che non sono
io
nemmeno una nuvola

 

 

 

 

saccheggiare le distanze

dentro la tomba di ogni desiderio
apparecchiare il cielo
sventrare la murata dei pensieri
che senza occhi navigano
in direzione di ponente
e tramontano quando la nebbia sale a mezzogiorno
chiare le mani agili corrono come occhi
rapidi sulle dune di sale  scovano
i segreti meridiani interiori
gli alfabeti di una casa celeste
stampata con filari di fiori e rocce e foreste
nei chiari luoghi
sotto lo sguardo della luna sotto il monte di venere
senza altro metro che un occhio
spalancato dentro
nell’eternità della distanza
attraverso i continenti  di tutte le  misure conosciute dai miei piedi
nei  ritmi di una vita che mi  chiama dentro le sue mappe
passo da passo da tutto il suo passato
che è il mio libro sconosciuto   il midollo del mio albero

 

stesa in terra

catrin welz stein



.
scivolo ripida in profondità d’ombra
oscura e imperfetta  mi confondo precisa
nella radice di una crepa e
cieco il mio sguardo raggiunge quell’ignoto
del corpo  nel tuo entratomi dentro
acqua che canta scovando i miei sé di polvere
in greti senza tempo o confine
aria che ancora i tuoi fiori  germoglia
in un sole di lino

 

così aride

marta orlowska

.

le nostre giornate
terra silenziosa di notti ripetutamente perdute
immenso immerso in un tetro inchiostro
che il vento trafigge di scorie

la conchiglia che ho raccolto
posata sul piano del tavolo ha sommerso il foglio
un mare di plastica che non canta
il cuore  profondo
il mio nostro cuore
riempitosi di frastuono
non ha pesci d’argento
il suo piccolo labirinto aureo
solo un’ombra     gigantesca
densa
mostra il ventre della balena guasta
il suo sangue versa in terra
in scisti e petroli fetidi
attorno all’ultimo
minuscolo candore
poche
le nostre pochissime ore

 

avanti

louis treserras

.

 

avanti avanti
ripeteva
avanti
fatti avanti
non vedi che riesco a malapena
a reggermi
lei era ferma
sulla porta la guardava
ferma
come una statua
leggera batteva il piede
come fosse una musica
lei a ripeterle
vieni avanti
fatti avanti
che aspetti a prendermi
lei ferma
nemmeno la guardava
pareva nemmeno sentisse
quella sua voce o forse
non aveva detto proprio niente
sulla porta
in terra
solo una veste trasparente
una forma evanescente
un calore
ma niente altro era visibile

era stato un sogno?
e quando lo avrebbe visto
quel corpo
quel piede che batteva leggero
dove
come poteva essere accaduto
perché non aveva che un ricordo
il ricordo di un attimo su un precipizio
senza spazio la memoria la toglieva da quella soglia

era passata
e non se ne era accorta

un’esplosione

rock carvings of tanum or tanumshede- scandinavian bronze age

.

uno scoppio
in un botto ha deflagrato
nell’aria una scossa improvvisa
fino alla porta
fino alla mia forma
mossa l’ombra
in terra sradicata l’attesa
la senti
quando arriva la guerra
non aspetta

inutile

rock carvings of tanum or tanumshede- scandinavian bronze age

.

inutile
in utile
questa giornata
senza pace
assecondata da una guerra illuminata
da colpi di un mortaio
che  ha ancora lo stesso nome
uomo un  cannone
che esplode lo stesso imbroglio
in un confine  senza titolo
trito lo sguardo
non stritola mai il falso annuncio
senza volo senza colomba la pace
ingoiata da una parola senza corona e senza vittoria

ancora se

f.f.- decorazioni parietali

.

se avessimo inchiostri come quelli con cui natura prepara le stagioni
se ogni linfa tra radici e foglie scrivesse in ogni nostro gesto
la vita
sarebbe incessante questa muta e unico il corpo che ci abita e nutre e veste
anche noi saremmo finalmente eden