FERNIROSSO webBLOCK

(ap)punti dall'arte

scrivimi ancora

.

scrivimi come facevi una volta
scrivimi di quel caro peccato
che era credersi l’uno dell’altro
credersi compagni di viaggio anche se
spesso siamo stati nemici
scrivimi di quando ridevamo insieme
delle nostre paure e del buio
desiderio che ci scorreva nelle vene
scrivimi di nuovo tutte le bugie
che mi raccontavi
dell’anello di storie che ci teneva insieme
alla vita prima che a noi stessi
ricordami a casaccio a una lunghezza dalla fine di tutto
che finire è di nuovo ricominciare e
questo ancor prima dell’inizio che ci fa
di nuovo scomparire

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se piovesse

L'immagine può contenere: pianta, albero, erba, fiore, spazio all'aperto e natura

.

se piovesse un poco
di nuovo
se piovesse in questo lungo corridoio
da percorrere fino all’estate
nel caldo di una stanza
che si farà distanza da questo adesso
vano aperto al vento alla rincorsa di un tempo sottile
un volo invisibile di pochi uccelli
che becchettano ai bordi del giardino l’inverno
dalle bacche delle siepi che sempre più
diminuiscono i pochi frutti rimasti sugli alberi
le briciole gettate con parsimonia dalle case
per una falsa decenza indifferente
ai passeri ai pettirossi ai merli

se piovesse forse non vedrei l’ora di tornare
sto in una coda infernale dove la nebbia è la compagna
quotidiana di quest’aria pesta di veleni e tossici
tra poco ci renderà invisibili
e sarà ancora più difficile tornare
rientrare
la gente non guarda
quello che ha intorno

piovesse almeno
quando accade è come un lamento del cielo che non vedo
e piove sulle case sulle strade sulle auto
sul canale dove l’argine è una riga scura di depositi di plastica
una barriera ai detriti in cui ci accumuliamo
e non c’è niente da rispecchiare
infilati impacchettati in queste strade sempre più strette
in un traffico che cresce le sue maglie
tra ingorghi come tenaglie tra così tante ferraglie e incroci e imbocchi

se piovesse su queste nostre vesti sintetiche
sulle nostre teste calve e vuote
se piovesse sui nostri tessuti di rifiuti
sulle nostre storie mal disegnate mai raccontate sognate
maldestramente vissute sulle vite scompaginate
noi uguali sempre più uguali a tutti i diversi
uomini donne e persino le bestie folli
soffriamo gli stessi mali la stessa solitudine che ci fa a brandelli
per stanchezza di vivere in questo innaturale abbandono
di quel mondo immenso che teniamo rinchiuso
dentro oltre murate d’inquietudini e paure
sotto un cumulo di ossessioni che sono il nostro
quotidiano niente
più sotto senza alcuna possibilità
nel profondo brucia piano
soffocata una pioggia lenta
una passione incombusta.

f.f.- l’inventario

straniera 

 

.
spesso mi sento così
straniera nella città che attraverso
a volte con una gioia incontrollabile
sconosciuta dopo così tanto tempo
in questo corpo di case e vie palazzi luce
alberi emille ostacoli che frenano la corsa
in quella fredda o convulsa novità di uno sguardo improvviso
straniera tra le incongruenze di chi corre per strada
in questa città non mia
ascoltando dentro le cuffie qualcosa che dal mondo
lo allontana come avesse eretto un muro là dove un sole
in tutte le stagioni
vorrebbe arrampicarsi per tessere come un ragno storie
intricati incontri scherzi ogiochi d’amore
mentre tutto scorre tra arcipelaghi di nonsenso
in ogni frammento versa la breve eternità di uno sguardo maldestro
assalendo i depositi di memorie che pur la città nasconde
tra portoni semichiusi isole verdi piccoli ponti
lungargini i mercati che si alternano alle attese
alterando per un attimo i silenzi
tra piazze verande e cantine
in un andante che da secoli promuove questa vita
semplice fatta dalla stessa gente che si è cambiata
d’abito nei secoli ma farfuglia gli stessi pensieri
sogna guardando le stelle ama e si dimentica
come accade in tutti i paesi e qualcuno descrive
in tratti di poesia o in brevi racconti da raccolta
rare tele da esporre nei musei in periodi dell’anno senza folla
voli ghirigori e raggiri dell’immaginazione
che ancora non si è spenta
e follemente rincorre sé stessa sempre senza casa

f.f.

non so se stavo sognando

alessandro sicioldr

.

nemmeno oggi ripensandoci
non mi rendo conto di quale fosse il sogno
se la stanza in cui mi risvegliavo
o quella casa in cui mi trovavo
in un paese vicino alle montagne
una vecchia casa rossa
un casa cantoniera vicino a quella dei nonni
il rosso durante il giorno
lo sentivi assordante
profondo quanto la luce del sole
che sentivi morderti la carne
mosche e silenzio dappertutto
corpi abbandonati
come esche che si dissolvono
e anch’io con la sensazione che il mio corpo
si allunghi e non sia del tutto mio
il sangue rappreso sul ginocchio
per una caduta sul sentiero di ghiaietto
perché qualcosa  mi spinge
a correre a più non posso
l’asfalto un latte nero che scotta e
non riesco ad appoggiarci i piedi
per questo sobbalzo e
mi sveglio
in questa stanza che sento me stessa
e ogni volta il sogno si ripete
in questa strana duplice forma
in cui non so quale sia realtà e quale creazione
di una memoria viva che mi cammina in corpo per oscuri sentieri
sono io quella carcassa di parole che si deposita nel sogno
che si fa me appena lo ritrovo

 

quasi ogni notte

alessandro sicioldr

L'immagine può contenere: 2 persone

.
eri tu il mio sogno
il segreto
profondamente immerso
il giardino più quieto
nell’orto concluso dell’infanzia
quell’immateriale paese
che ancora percorro
dentro uno specchio in cui mi guardi
ed io mi vedo
riflessa la mia intera metamorfosi
l’innocenza e il mistero
tutto il mio nero indistinto occhio
dentro cui svanisco o
rifiorisco.

perché questo siamo

alessandro sicioldr

L'immagine può contenere: 2 persone, persone che sorridono

.
un trascendere il tempo
l’uomo è sempre
contemporaneo a se stesso
radice profonda nell’immutabile
enigma
cosmo dei luoghi arcaici imperituri
dove stretto è il consiglio dell’attimo
e l’atemporale un contatto con quanto ci sostanzia
dall’inizio un contatto
con insolite visioni
che sono il nostro antico
immutato sostegno e
scheletro di ogni futuro
corpo

come un diavolo

.

cresceva
nell’attesa
poi correva
la notte correva
di ronda ai nostri sogni
correva lungo l’arco delle tue braccia
correva correva lungo un brivido
e sulla mia bocca tremava
non si fermava il cuore batteva
la notte correva
oh! come correva e
c’inseguiva

amore mio
dicevi
e ancora più forte lei lo strappava
dalle nostre vite da noi
inconsapevoli che tutto era un attimo
brevissimo un soffio e lei
lo voleva per sé
per sé sola
la notte la notte
amore mio
la notte ce lo rubava

ripenso adesso a tutto quanto ho vissuto
e tu cuore a cui tanto ho chiesto
ti sei immerso grande in me
fino a diventare alto un mare grosso
fino a scomparire per così tanto tempo
altro ti sei fatto più calmo
una lunga attesa
sul fondo di un tempo senza altro metronomo
che il tuo lento  lentissimo battito
lento sotto il peso di ogni mattino
con cui ti sommergo
di cose e pensieri
di viaggi e altri desideri
impermanenti velieri
per non ascoltare la tua voce
in quella solitudine vera
dove mi hai costruita ancora e ancora continui
un ‘altra me  che si legge
e ascolta il mondo dentro la tua lente sicura
vera una lettura sincera
per una lettera  scritta sempre e solo
a te che eri il mio tu
l’ancora e l’ancòra
non pensiero né logica
ma forte una lettura che non sentiva ragioni
e manifesta obliqua la notte
nell’istante continuo di una morte ripetuta
tra i passi di tutti i giorni
finché ancora ero inesperta e ignoravo
a cosa portavano le tue gioie
credendomi per questo viva
di quegli attimi immensi
senza limiti entrati in me
aprendo pareti di fragili cocci
facendomi impazzire per tutto quanto perdevo
sempre in un attimo
inatteso
un attimo
anche se ora so
ne sono certa che tutto
tutto quanto ho vissuto
sulle strade di una giovinezza che ancora ti appartiene
abita quel battito lento quel vagare da un posto all’altro
incontrando grandi passioni e buio silenzio
la mia stanza dove sono più ricca
ogni volta che ti apro la porta
e amo
amo ancora
per una follia senza testimoni

.

dialoghi con uno sconosciuto- L’inventario

per te 

.

solo per te
che sognavi
misi in scena una commedia
ma 
per una stupida loquacità
di cui non ti sbarazzasti mai
tutto il tuo tempo
si trasformò in inferno e in tragedia
si addormentarono i tuoi sensi
e tu sognasti
per ogni emozione affondasti
nell’orrido precipizio di un corpo
martoriato di parole e pensieri
istanti vuoti la terra in cui cadesti
angoscia il censimento dei tuoi innamoramenti
per la vita che ti tradiva ad ogni passo
per la storia di ogni stagione
un buio sempre più angusto
si fece casa dentro di te
che a poco a poco
scomparivi nell’inchiostro
remota si fece l’alba e viva solo la pietra
che ti firmò il sangue
ora che cerchi ciò che eri
sei un’onda morta
tra gli anelli di quell’acqua ferma

 

 

 

 

 

 

la conservo ancora

andre beuchat

 

.

è la prima
la prima lettera che mi hai scritto
l’ho messa in una cas(s)etta di vetro
davanti alla finestra
tra piccoli sassi
selci e scisti
il mio piccolo giardino
le tue mie parole come piante spinose
l’essere un momento
fatto d’ore e inganni
giorni come secoli
giochi di neve nell’inverno

una vita
fitta di minute
storie
scritte con lettere prodigiose
perché le lettere
leggono noi
nello stesso istante in cui le scriviamo
tracciando dentro il nostro sangue
la polvere che a breve diventeremo

ceneri di altre storie
che sono le memorie di noi tutti
prima
di essere ciò che  crediamo adesso
un branco di animali con i sensi in ascolto
il fondo del mare con le impronte di milioni di onde
e un canto di balene
sul fondo del piede
che sono il canto di un’antica leggenda
la canzone di tutte le notti deposte sulla riva del fiume
il nostro respiro
aperto quanto un oceano di fiati
caduto all’improvviso un pezzo di cielo fattosi più piccolo
stretta nel cerchietto del tuo occhio
una piuma la mia storia
è volata tra le fiamme della vita
nel rosso del sangue fino all’osso e nel midollo
ha scritto la polvere del cosmo
la cenere ha filato
in un tessuto di neve
il profumo di un giardino nelle serre del  ricordo

 

 

la risposta

.
una risposta
una mi bastava
una risposta
per la fine del viaggio
ero rimasta lì
tanto tempo
tanto tempo ti eri preso il mio
tempo
incerto
spento
in terra un pavimento
un dove che non potevo praticare
un equilibrio che non riuscivo a tenere
dove tu guardavi
come se ci fosse tutta la nostra vita
morta
una cosa spezzata
una cosa
da non vivere
più
e ancora ti ho chiesto
ti ho chiesto
quante volte te l’ho chiesto
e non ho avuto
niente da appendere al chiodo
niente per staccarlo
da dove lo avevi piantato
niente risposte
solo silenzio
come un compito da svolgere
senza altro senso
che voltarsi
non sentire non patire
non portare niente
oltre la domanda
nessuna risposta
o forse quell’inutile chiedere
era l’unica risposta che ancora potevi rubare
l’unica cosa che potevi ritornare

l’inventario

è rimasto

 

qualcosa è rimasto
di tutto quel tempo
un sorriso
è rimasto     dopo
l’amaro
di quel tempo

si allunga
come un suono
e mi cammina dentro
è la strada per cercarmi
o per cercare
quella luce in cui riesco a guardarmi
oltre tutto
oltre quanto è accaduto dopo

tutto il prima andò cadendo
le parole le cose i gesti
anche la memoria
si è interrotta
sulla porta insieme al mondo
fuori
senza più dire neanche una parola
niente che riguardasse
quella storia
non più mia
non più
una storia

ci incontriamo
adesso
dopo così tanto tempo
dopo che tutto è scomparso
dal mio orizzonte
e non ti contengo più
nelle mie braccia non c’è
che un respiro
la mia isola
fatta di miglia e miglia di distanza
non più la speranza
non più
ogni volta che quella memoria si avvicina
non più
non dico più
nemmeno una parola
ogni volta
ogni volta che riesco ad avvicinarmi
ogni volta
ogni volta si fa lontana

l’isola è un disegno
io il mare che la spinge
lontano
lontano il mio mare
il mio male non ha riva
il mio mare non ha calma
a lungo il freddo
il silenzio
tutto ho dimenticato
ho disimparato
a dirti
non conosco più la strada e
le parole non trovo più
le parole così a lungo ripetute
non più
mai più pronunciate
ho dimenticato e
dimenticavo di dirti
che ho dimenticato

io
ti ho lasciato là

dove ho abbandonato
tutte le parole per dirti

amo

anna aden

 

.

dicesti
lo dicesti
e da tanto
tanto tempo
non lo sentivo
da tanto
da tempo
e
ti ho amato
a lungo
tutto il tempo ho amato
il tempo  che ti ho amato
a lungo a lungo
lungo è stato il tempo
lo dicesti adagio
quasi senza tempo
senza tempo
non avevi mai
il tempo
il tempo per dirmelo
tu non avevi
tempo
era sempre così
lontano il tempo
da me e da te
lontano non esisto dicevi
e io lo ripetevo
ti chiedevo
lontano
non sai quando
sarò
tutto il tuo tempo

lontano
fino a non vedere più
dove sia

lontano
tutto il tempo
lontano
tu ed io
senza più una parola
senza dire
senza
pronunciare

amo

anche solo per gioco

 

un bestiario le mie voci

f.f.- bestiario

.

contengono luoghi
di una casa occupata
da lettere e assenze
lontananze di tutto quanto credevo vicino
la mia maga circe la tigre
e l’autobus con cui correre alla sorgente
le porte di un cielo invisibile
che edito in segreto in quella casa occupata
dai miei soli dispersi
fratello e sorella in me  reclusi
in un improvviso slargo di luce
indefinite presenze tutte le altre
me che occupa le stanze
lavorando a maglia l’assurdo che in ogni luogo gravita
apparendo qui e là
in lettere disgiunte in carte strappate
nel fantastico che avvolge le notti sbiadite tra le pareti dei giorni
e in convogli di storie distorce la mia vita nutre crescendo bestie ed erbe
sul dorso dei piedi
lontano un ego con cui viaggiare
le nozze di un corpo pa(l)ese
una salita al monte dei pegni
con così tanti passeggeri e un mazzo di fiori
per ogni fermata nel saliscendi del percorso
in quel luogo mai isolato dove alleviamo pensieri
quel parco chiuso da un cancello altissimo
dove siamo cibo per la fame della morte
suicida anch’essa in ogni nascita sconosciuta nell’anonimia della vita
circo e circe destinataria di un destino di frequentazioni senza lascito
fantasma e tangibile danza in questa lunga vacanza
per catturare gli insetti e osservare noi stessi
in quel vaso di vetro in cui in cattività
riproduciamo oggi come ieri soltanto noi stessi

 

inutile inutile decisamente

 

anna aden

.

uno sforzo inutile
questo parlare al muro
assurdo che non ha altro timbro
che uno ione e uno iato
io  che così mi sfiato
cercando salvezza tra ossessioni e rotture
in sessioni di silenzio e discrepanze di un vociare
irrealtà senza crete che si credono concrete

inutile
un museo degli inutili tentativi di schierarsi
per temi
mentre la paura scrive ogni nostra quotidiana resa
al surreale che ci trascina di casa in casa
oltre una porta trovata per strada
ed è soltanto una sillaba morta
non una finestra sul mondo
non la cura per la nostra afasia
non la soglia di una stanza tutta nostra
ma il limite che ci rinchiude in io minuscoli
oltre un muro di istruzioni
per distruggere la pulce che abbiamo in corpo

esercizi di statica
per trovare gli equilibri magistrali
per scendere dal letto
e vedere i nostri piedi
piantati fissamente nella realtà sognata da un altro
nessuna storia d’amore
ma troia che solleva le sue insegne
per altre continue guerre
per una irrefrenabile mania
di ritrovarsi reggia e regia
un impero di un nuovo vangelo
con un dono che pesa
sulla schiena di ogni uomo e vita

 

tutto ciò che scrivo tutto

amelia dashwood

.

è un autoritratto
il continuo monologo con tutte le altre forme
mai costruite a cui do voce
in un inchiostro simpatico
che affiora vagamente in ogni rivisitazione
di questo o quel fatto
e non si tratta di aggiungere particolari mancanti
verità nascoste alle storie che già mi sono note
ma trovare in quella me stessa che appare la medesima
ciascuna di quelle altre me che manca
e spesso ha una storia del tutto diversa da raccontare
un andare nel verde della parola
come dove nasce una radice
sottile un’erba miracolosa di memoria fossile
oltre l’esilio del buio
oltre la maturità di un silenzio ingegnoso
che sgorga l’oro nero
da quelle voci sommerse
e  scrivere
scrivere la fortuna di poter essere
tutto quanto la parola crea correa di una nuova distanza
che lascia alle nostre spalle tutto quanto era dolore e dolo
per ricominciare ogni volta da capo
il nostro personale colpo di stato
per dare voce a tutte quelle eco che sono il mondo dentro di noi
mangiato respirato e conservato in cellule
e sillabari segreti  da dilapidare senza paura di perdite
un universo tutto nostro
scritto in lettere di pane non più d’inchiostro

 

 

disegnare una distanza

anna aden

.

e di segnare dimenticare
l’origine del segno equivocare
e qui chiamare tutte le voci
da un ade trascorso ad un adesso sempre
indicare la mancante prospettiva
un largo orizzonte senza vedere se c’è un oltre
a corredo di questo attimo
segreto e lieto non mostrare il luogo
dei luoghi saggiare e testare l’infinito
transitare dei momenti presenze e passaggi
mutazione del paesaggio aperto ogni uno
irruzione di città e periferie immaginate
luogo perfetto per accogliere sé stesso
un rapinante delirio del vivere lo sperdimento
tradursi in ogni lingua sconosciuta
dodecafonia del sangue
acceso azzardo di un senso senza metro
amore che non ha rispetto delle regole e squilibria
ogni logico interpretare

ciò che vago viene e ancor più vago ci dissolve
per tempeste e nebbie
per ali troppo pesanti
per poter da terra sollevarsi

per corrispondenze

anna aden 

 

.

soltanto  per corrispondenze
matura in noi natura
in colonie vive di parole misteriose
foreste e cunicoli
un immenso
osservatorio d’occhi
echi di richiami
intinti dei verdi magistrali
di tutti i giardini
odorosi fiori
e corrotti memoriali di paludi
torbide sale sommerse
in cui cantano e la paura e l’estasi
mille e mille anni
in quiete stanze si attorcigliano
tra loro tutte le impronte nostre
singolari moltitudini di insegne
impronte sulle rocce
nebbie e tempeste di sabbia
tutti i grani dei nostri insonni deserti
e le nevi perenni in cui i nostri occhi viaggiano
lontano lontano
dentro lo stesso luogo
un sole che nasce
per un continuo tramontare

poesia a tempo

f.t. roads

.

variante di ogni morte che portiamo in corpo
secolare rubrica d’incontro
un vaticinio con data di scadenza
e la festa rimandata ad oltranza
oltre il millenario circolo di sillabe più lungo del mondo
per creare storie vere  in falsi d’arte
e di niente possiamo essere certi
diciamo e sperimentiamo
ogni secolo un racconto
su questo o quello  e sono attimi a puntate
in cui il tema è la vita
e inventandoci aneddoti su temi già trattati
finiamo per rivoluzionare eventi e date
dentro una teoria che ci pareggia
in geni e cellule
dimentichiamo di cercare l’altro nostro
lato
una mitologia dell’anima
in cui non si muore in un corpo e non si vive
in un individuo soltanto
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

serve

f.t.roads

.

serve una voce narrante
per uscirne vivi serve
un rimando che ritagli lo sguardo
delineando il mondo
serve un intero o un interno
dentro l’arrivo senza uno sfondo
raccogliere serve
un essere ed un seguito
in questo ricettario di segreti
per questa strana investitura
che la vita ci cuce addosso
come un racconto che non ha
soggetto e oggetto e tutto
cambia di posto
uscire vivi da un oscuro silenzio
che non spiega mai il senso
di tutto quanto è avvenimento
ed è mio tuo nostro congegno
banale un destino
di cui non conosciamo la scrittura

senza bussola in cielo

ingmar bergman- persona

.

quasi cristalli
rotte di collisione
stelle migranti
.

senza titolo
godere di ogni bene
(s)legiferando.
.

leggi  parole
le trappole per topi
g(i)usti anomali
.

i miei abiti
tra le porte dei sogni
la collezione

.
solo ignorando
ancora corre l’ uomo
a(m)manca tracce

.
fitto silenzio
riposa tra gli  inverni
turbine bianco
.

ingmar bergman

.

è quasi nero
sta sul collo la notte
il cuore fermo

.
sciame di vespe
ai bordi di un pensiero
fiato il fato

.
e basta un raggio
punge la primavera
fiorisce il tempo

.
è un prologo
su di un letto di voci
ticchetta il tempo

.
non bastano mai
un paio di sillabe
meglio due legni

.
bruciare il sonno
ardere per amore
(pro)getto il tempo

.

ingmar bergman

.
imbalsamata
direzione vietata
non c’è mai fuga

.
varie varianti
in formule vaganti
mobili haiku

.
floriculture
aperte strategie
semi d’insieme

.
tutte le poesie
oscurità caparbie
un letto d’aria

.
effetto stelle
variabile mobilia
cosmo in vetrina

.

ingmar bergman

.
non cambia mai
denaturata arte
distilla (a)z(i)one

.
re e potenti
statue d’immobilità
un lazzaretto

.
relitto il corpo
per chi sa e chi non sa
resta segreto

.
pezzenti e re
l’indifferenza resta
trono degli altri

.
sempre in balia
scrivere ad un balcone
marea disegni

.
fermo in ascolto
in balia di me stesso
essere sasso

.
caparbia poesia
vedere dove non è
lotta impari

.

ingmar bergman