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(ap)punti dall'arte

e ancora so così poco

bjorg elise tuppen

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.

di me e della notte
che mi porto viva in corpo
poco   della notte che mi abbraccia
tutto intorno
e si prende cura di me
e del mio perdere tempo
da un giorno all’altro
come se uno
uno soltanto fosse tutto il tempo
e mi pare così       lontana
la morte che mi cura nel frattempo
con le sue mille  stelle come braci dentro il sangue
lei così silenziosa
una notte che tutte le altre prende
una notte che è niente
eppure nel tempo
di tutti i tempi  ognuno sorprende
quando lenta in un gocciolo continuo
ti avvolge da dentro le ossa e quasi la senti
piangere della sua presa    lei    così solitaria
quasi ti grida
qualcosa
come per renderti sicura
in quell’abbandonarti
in quel non pensarti
ancora prima che un altro giorno
torni ad essere

se cadi

bruno minardi

bruno-minardi10

 

.

non rattristarti
resta fermo dove sei
guardati intorno
comprendi cosa ti sostiene
ancora sotto di te c’è
qualcosa che  sorregge il tuo corpo
e la caduta non è una prigione
ma quel tunnel nella tua cella
dove abiti rinchiudendoti all’ interno
sempre più costringendoti in misure e blocchi
quel perenne assedio
è il tuo laboratorio e tu
l’usciere che ti spalanchi la porta

 

 

 

liberare

edgar degas

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.

le parole non serve
non bastano
non ci puoi fare l’amore
tutte
tutte le parole
sono giostre
e assenzio
sono specchi di assenza
dipingono tra nuvole di fiato
i contorni  dei nostri vuoti
cadono a pezzi
non sono infrangibili
il più delle volte sono   veti
divieti che ci precipitano al fondo
suoni che rimbombano le esplosioni
dei giorni
e stanno sempre dentro di noi  in altri
giorni d’inferno dentro di noi
con lo stesso risvolto
corrotto un volto scuro
sgretolato frantumato un secchio di cocci
un passato
sempre meno riconosciuto

un magazzino l’anima

bruno minardi

bruno minardi-6

.

con le porte sempre aperte
un lavoro di pittura a fresco
che non tiene la parete
ma la trasmigra permeando l’intorno
guarendo i territori dell’interno
il profondo nord del nostro ghiaccio
secco inedito  segregato in fondo
in formazioni di gallerie e cunicoli
che il sangue trattiene in foreste di globi
senza strade certe
una pratica ininterrotta un filtro
attraverso cui  immagini e soggetti
del mondo quotidiano si fanno gregari
e  contemporaneamente oggetti
del nostro baloccarci per confonderci o
stordirci di tutto quanto è utile a non sentire
la sofferenza che preme per farne un distillato ad arte
e convertirla in faccende per cavalcare gli attimi di tutti o quasi
i giorni
rudi e scabri mai abbastanza eleganti
nel racconto  costruiscono porte
vani   territori di un altro modo   di essere
soli.

 

quante

paul kozlowski

paul kozlowski-paris

.

quante volte la mia casa più ospitale e spigolosa era dentro di me?
quante volte scabra e dura quanto il mio osso
si è fatta soglia e impronta di sale
dove il piede bruciava al semplice contatto di quella pietra
quante volte ho desiderato non sentirne le voci
rinchiuse tra la pelle e l’involucro invisibile
il sacco amniotico della memoria
che nasce e rinasce tutte le sue creature
legno e coccio
cuoio e prato
mantice e martello
quando riuscirò ad evadere?
davvero essere tutto ciò che ancora
imbrigliato è quel lucido sentiero
oscuro

avrei voluto

cristina coral

.

avrei voluto scriverti mille lettere
e invece non te le ho mai spedite
addirittura non te le ho scritte molte
le ho solo pensate
dove sei cosa fai con chi parli e
sei felice?
sei felice
lo sei?
avrei voluto
avrei voluto ogni giorno
scriverti come chiamarti
dalla finestra di una stanza
la nostra casa aperta
senza misura arei voluto
scriverti una lettera lunghissima
e ogni volta scrivere
sii felice
sii felice
felice
felice
…avrei voluto
scrivertelo
scriverti
ma non sapevo
chi fossi

li ho visti

loraine

con-loraine

.

cadono dagli alberi i giorni
le stagioni
cercano il lato in ombra
sulle pagine delle foglie
disegnano porte
dove la vita entra esce
e il passato scivola nelle vene del presente

CASE DI PIETRA, DI FUOCO E PASSI LONTANI: sulla poesia di Fernanda Ferraresso in “ In pochi attimi di vento”- Recensione di Paolo Gera

cristina finotto

cristina-finotto-ca-neb-bn

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Ogni raccolta di poesie si distingue per un ritmo metronomico, uno scandire iniziale di suono e silenzio che sarà il respiro costante di una singola poesia, del suo intreccio con altre, del loro sviluppo complessivo.

Il ritmo metronomico di “ In pochi attimi di vento”  è il battito del cuore, le sistole, le diastole, la sospensione, l’impulso, le accelerazioni dell’ansia, il tornare tranquillo di una pace precaria, in una parola, tutta l’umana sensibilità (p.7). “Dove vai cuore mio/ in quale parte della notte hai perso/  i tuoi battiti più felici…” scrive Fernanda Ferraresso e nella chiusa di questo primo componimento ancora ritorna il suono primordiale della vita e viene esplicitato il motivo principale della scrittura poetica: “ battere la mia aorta/ cucendo con un filo rosso/ l’istante all’infinito”. Lo scrivere del poeta  è realmente, sospendendo l’altro tempo, quello quotidiano, un lavoro di tessitura tra la dimensione dell’attimo e il mare senza fine dell’eternità. Il riferimento più eclatante, quello che ognuno conosce sin dai banchi di scuola è Leopardi: “io quello infinito silenzio/ a questa voce vo comparando”. Un altro elemento significativo lega queste poesie a Leopardi e poi a Emily Dickinson ed è, di fronte alla vastità senza scampo dello spazio e del tempo, la ricerca di un contenitore più ridotto che è la propria casa, ora sentita come rifugio ed ora come ostacolo.  E’ il “paterno ostello “ del giovane Giacomo, è la casa di Amherst dove Emily biancovestita passa quasi senza uscirne gli ultimi venticinque anni della propria esistenza. Ma anche la casa non può tenersi immune alla forza del tempo ed ecco il motivo della dimora che è stata accogliente ed ora non lo è più, il rudere , simulacro della civiltà in cui piano piano si infiltra la natura (p.8):”ci sono ritornata questa volta/ l’ho vista dall’argine/ormai mangiata dalla boscaglia /le si è ispessita intorno e dentro”. Ma la tematica della casa  articola un altro movimento rilevante per queste poesie, ovvero il continuo procedere dal micro al macrocosmo (p.9)
.

“(…)una forza di gravitazione colossale
una bestia magnifica sepolta nella sua fiamma
che impianta la luce nelle stelle e
le galassie ritorce in un filo
dietro la sua lente mostra uno spettacolo dove l’ignoto
manifesta il mistero l’immenso buco nel nero del suo volto
del suo volo composto dove stanno intrappolati
in orbita miriadi di astri condannati a fondersi
in quel ventre ignoto come nel ventriglio
di un immenso uccello o di uno stormo
che del buio tiene il colmo di una casa senza tetto.”
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cristina finotto

cristina finotto-1

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Mirabile è l’accostamento tra l’immenso calderone infuocato dell’universo e il ventriglio dell’uccello , tra l’immaginazione che si spinge verso l’oltre e poi ritorna ai dati empirici conosciuti, quotidiani, ciclici.

Le ascendenze sono indubbiamente alte e formano una parabola ampia che parte dai lirici greci per arrivare alle stelle pigolanti di Pascoli. Ma è Lucrezio con lo svolgersi della sua teoria epicurea a indicare il cammino e la parabola dall’immenso al microscopico, che pure rivela ad uno sguardo attento altri oceani profondissimi: “Quando al sorgere  del giorno, la natura comincia a sollevare sui monti il fulgido astro del sole dai fuochi ondeggianti (…) ma tra essi  e il sole scorrono le sterminate pianure del mare che si distendono  sotto l’immenso spazio dei cieli (…). Una pozzanghera invece, non più profonda di un dito, che stagni in mezzo alle pietre che lastricano le nostre strade, offre una vista che tanto si sprofonda sotto la terra, quanto è profondo l’abisso fra cielo e terra. Ti sembra di vedere giù in basso, nuvole e cielo, corpi prodigiosamente andati a celarsi, dal cielo sotto la terra”. ( libro IV , vv, 404-419, trad. di U.Dotti). E’ lo stupore, trattenuto da un’attitudine all’analisi descrittiva, quasi scientifica, di fronte alla gigantesca dimensione delle piccole cose, che Fernanda Ferraresso dispiegherà nella composizione dei suoi haiku.

L’altro accostamento che colpisce – sempre tenendo ferma questa andatura di ridimensionamento che ingrandisce – è quello tra l’opera dello scrittore e il mondo della natura più selvaggia, con dati che nello sviluppo della metafora  da intimi si fanno ferocemente materiali (p.13):
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“come gridava e gridava e lacerava il foglio
la cerva del mio sangue faceva scintille con le corna
contro il bianco della pagina
una steppa di memoria”
.

Oppure la natura si addomestica nell’attività agreste e nel ciclo ripetuto delle stagioni e del lavoro dei campi (p.14):
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“morbido si lascia scrivere
con la punta di una lama
il verso di un’opera contadina
ripetuta mille volte
.

cristina finotto

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.

A questo punto il tema delle origini personali si unisce a quello dell’atavismo della scrittura poetica, si fa ‘indovinello veronese’, dove l’aratro è la penna, l’inchiostro è il riversarsi dei semi, la pagina scritta è la terra arata. Ma la rivendicazione delle proprie origini si svolge in maniera più piana e l’inquietudine personale diventa quella della propria razza, la sorgente dell’anima da cui si attinge dolorosa ispirazione, si trasforma in un pozzo del tutto reale dove chiunque sia contadino rimane attonito e incantato (p.18):

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“vengo da ieri
da un’impronta di passato
da nidi di paglia dove l’amore è fatto presente
vengo da ruderi da case lontane
da chiese di roccia fatte d’altura
vengo da pale di montagna
dipinte dai pittori sopra gli altari
vengo da borghi di pioppi e carpini neri
da gomitoli di erbe e giacinti
d’acqua vengo da specchi lisciati alla luce del sole
da argini e fossati vengo da genti senza altra pace
che un silenzio profondo attinto dal pozzo”
.

Il confronto tra la Natura primordiale e quella incarnata dalle attitudini umane è ben esplicitata da Emily Dickinson : “La crescita dell’uomo/ come la crescita della Natura/ gravita dentro,/ l’atmosfera ed il sole la confermano/ ma germina da solo./ Ciascuno il suo difficile ideale deve da sé raggiungere/ con l’eroismo solitario/ di una vita silente” (trad. di M. Guidacci),  in uno sforzo di definizione centripeta vicina alla sensibilità di Fernanda Ferraresso, che però ha bisogno nello sviluppo della sua poesia della polarità dell’altrove. Così il luogo in cui si è stanziali è anche quello in cui si avverte “il cappio al collo di troppe mattine” ( p. 15) e da cui per forza si vorrebbe partire. Con un rovesciamento totale di prospettiva Penelope diventa Odisseo (p.19):
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“così anche io
deposta la mia vecchia abitudine
come un abito da non indossare ancora
lasciati i fili del telaio
mi misi in mare e aperto il cielo
senza più trappole di tempeste nei miei piedi
e nelle braccia si misurò soli e assoli
nelle case il tempo
smonta e rimonta il viaggio”
.

cristina finotto

cristina-finotto

.

Una storia della poesia potrebbe ben svilupparsi tra questi due spazi evocativi, che delimitano la pratica quotidiana dello scrivere e lo slancio dell’immaginazione. Da una parte la casa , lo spazio intimo del poeta, e dall’altra lo slancio e la fuga verso dimensioni sconosciute:  le navi glaciali di Coleridge, il “Bateau ivre” di Rimbaud, l’invito al viaggio di Baudelaire, il richiamo del volo degli uccelli.

Il viaggio di Fernanda Ferraresso è composto , nella seconda sezione della raccolta da cento inesorabili passi cadenzati su un mantello di neve appena scesa. Cento haiku. Sono squarci di poesia in cui il distacco del viaggio è sancito dall’adozione di una metrica (5-7-5) lontana nella sua fissità dalla consuetudine italiana. I temi sono quelli già rivelati nella prima parte della raccolta, ma ora levigati come selce e resi essenziali come riverberi di luce. Così il viaggio non è tanto l’andare lontano, ma il penetrare in profondità. La purezza raggiunta risulta straniante, scabra, aguzza.
Ritornano così le immagini del cuore:

10

candido rosso
il cane dentro il cuore
abbaia luce

.

della casa e del tempo:
.

35

soli e assoli
nelle case il tempo
smonta e rimonta

.

del rapporto fra scrittura e natura:
.

49

l’invisibile
inchiostro simpatico
un millepiedi
.

della metamorfosi dello spazio intimo in quello paesaggistico:
.

54

muta la bocca
filari di silenzi
corpi di noce
.

Quando infine si ritorna dall’arcipelago, la piccola casa è diventata massiccia, un blocco di prosa granitica che non lascia passare neppure lo spiffero di un vocabolo inutile, ma che si fonda su una scelta accuratissima di parole che vogliono dare ragione e testimonianza dell’itinerario affrontato: (p.76)
.

Avrei voluto avere una piuma, per scrivere tutto il cielo che in terra si versa, questo invaso d’acqua e neve, nuvole. Per non dire del vento, di cui mi sento solo un piccolo soffio nel mantice che spilla per tutti energia, riducendo la sua scala alla nostra, terrestre, umana, rendendo possibile ogni vita.

E’ riduttivo chiamarla ‘nota’, è ancora e di nuovo poesia, è la casa che di nuovo si vede, ha muri più massicci per trattenere calore e porte appropriate per accogliere il mondo.

Paolo Gera

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cover-con-logo-terra-dulivi

Fernanda Ferraresso, In pochi attimi di vento -Terra d’ulivi 2016
Immagini fotografiche di Cristina Finotto

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Riferimenti in rete:

https://fernirosso.wordpress.com/2016/09/07/in-pochi-attimi-divento-vento-unistantanea-di-anna-maria-farabbi/

https://fernirosso.wordpress.com/2016/06/26/in-pochi-attimi-di-vento-poesia-haiku-e-fotografia/

https://cartesensibili.wordpress.com/2016/09/28/case-di-pietra-di-fuoco-e-passi-lontani-sulla-poesia-di-fernanda-ferraresso-in-in-pochi-attimi-di-vento-recensione-di-paolo-gera/

sotto la polvere

bjørg elise tuppen

bjorg-elise-tuppen-1

.

sta sepolta
dentro lo spazio   in volo
bruciando
sotto un sottile  strato
di ghiaccio la tempera rossa
magma di tutte le parole
scartate dal cielo e in terra sotterrate Leggi il seguito di questo post »

di giorno non diresti mai

 

 

che questa quiete perfetta
potrebbe essere intaccata
dal verme di un suono
un soffio
profondo raggiunge la radice
scrive il suolo del suo sonno
lo anima
lo torce
lo spinge
svenandolo dalla torba
strizza la scorza
insostenibile
una forza
gravida di forma
ne ruba la vita

cara mi è ogni solitudine

.

la strofa finale
di traverso la benda sul braccio ormai fermo
il fuoco quasi spento e la brace che ne conservo
nello sguardo un filo di fumo lontano nel paesaggio
il tracciato bianco che declina il passaggio
il colle nel buio profondo
gli ultimi suoni del mondo

apro la porta

.

e
la vedo
c’è l’altra
la vecchia
incorrotta
casa dell’infanzia
emana suoni
voci di uccelli tutte le pareti
il bianco della calce tintinna
conchiglie e cantilene di quarzi
le travi svertebrate
spalancano il tetto
come da una grande voliera
salgono lente le tortore
e con loro persino mio padre vola
in basso accanto al tavolo
mia madre è il noce del suo ventre
lavora il pane
e anche le sue mani cantano
profumi e melodie per richiamare
tutti noi lontani
dobbiamo nascere un fuoco
che bruci le distanze e
sentire in quel fruscio di brace
qualcosa dentro noi
che arde  di pace

vennero la sera

joselito sabogal

 

vennero la sera
gli usignoli
a fare nido nel mio orecchio
per tutta la notte
un picchio di guardia
batté le ore alla mia anima
in cerca di una terra lontana

 

libero il vento

.

scombussola il volo
dell’anima    un mare che ingoia
il tempo lo spazio
alti e bassi nei passi di una vita che non ha
un unico progetto
non conta il proprio destino
e tu che le ali le hai così tante volte
resti senza altra certezza
che sarà il cielo a posarsi  sulla tua testa
come è stato sempre
la cosa diversa sarà che
al di là delle nuvole alto o basso
non avranno alcun riferimento
sari come un otre
che vive di brezze  fatto di buio
denso di luce impazzito per quel niente

quando

casa – l’ultima volta che l’ho vista

casa

quando è il tempo preciso?
per dare a tutti un saluto
definitivo   quando è il tempo
per dire addio agli amori
e ai pochi amici che sono rimasti
c’è un senso nel prendersi per tempo
e allontanare tutto
tutto quanto vorresti invece trattenere
fino all’ultimo
fino a quando fattosi buio
ancora nel tuo occhio hai il suo viso
dentro di te le voci
che non hai ancora scordato
ancora tra l’orecchio e il ventricolo
che ha smesso il suo
passo
ancora c’è
vita?

 

come

come hai fatto?
ti avevo spaccato
come un legno
un colpo secco
di getto uno schizzo
poi ancora un colpo
credevo di averti finito
un tempo lunghissimo
il collasso
credevo fossi morto
ora scopro che sei vivo
sei rinato cuore
oppure non sei mai
morto

avevi solo
trattenuto il battito

quando l’impossibile

antonio palmerini

antonio palmerini-1

.
si farà giorno
allora né il posto o l’ora
supereranno il mio sguardo
resterò fermo senza altra parola
in un vano di vuoto
fattosi finalmente luogo
oltre le nuvole un luogo di vento

alla fine

isa marcelli

isa marcelli 2

.

Non voglio essere la cosa più bella della tua vita.
Voglio essere la cosa che sceglieresti ancora,
malgrado tutte le cose belle che hai.

Paola Felice- Alchimia di parole

.

alla fine la storia che resta
è un vuoto  dal quale non si indietreggia più
quando tutto è    passato
il tempo non ha più adesso  e poi
non è nemmeno nei sogni
ad un certo punto
non è più
e non più possibile fissare
sguardo o parole
il principio
l’amore è proprio questo
non allineamento
la stella che manca
e ti scombussola
in altro orientamento

versi a caso

antonio palmerini

antonio palmerini-spaceout-gif3

.

tutte le parole mentre vorrei
per una volta
sentire in poche sillabe qualcosa di essenziale
inconfutabile una formula elementale
nessuna matematica nemmeno elementare
un’aria respirabile un andante
che porti con sé    me   te
e quelle poche cose
così fragili a volte addirittura dolorose
ma vive
che ci hanno reso per sempre
vulnerabili  alla nostalgia di risentirle

tra i sambuchi e le ortiche

f.f.- colli euganei

.

il tempo tesse ancora qualche fiore
cercano la luce
mentre il fitto del bosco dei colli
si fa sempre più scuro
poi quando all’apice dell’autunno
già  senti l’odore della neve
rare si fanno le bestie in cerca già ora
di una tana sicura in attesa che di nuovo
si approssimi un tempo di sole
ingenui vagano solo gli uomini
alla ricerca di stupore
un cielo stellato o un prato giallo di crochi
e lenti quasi silenti le rose selvatiche
bisbigliano segreti dagli ovari maturi
anche se ormai pochi conoscono
erbe e fiori radici del campo le gemme medicamentose
solo a pochi svelano i propri misteri
i lunghi cammini dei sentieri
mentre i primi rosei rossori dei ciclamini
offrono la loro fresca presenza a chi passa
sui cigli dei boschi qualche fungo ancora
si azzarda a mettere fuori la testa credendosi salvo
dal non essere decapitato
ancora la menta e i ciuffi del timo
sollevano nell’aria carezze di profumi
come respiri più rapidi e pungenti per chi stanco
ha perso il passo del cammino
per dono  l’ultimo fieno  quasi senza fretta
pronuncia con grazia di essenza
la parola casa   con voce tenerissima
facendo di questo giorno un tempo
di ascolto un lungo pomeriggio  chiaro quanto un perdono

.

sulle spalle del Venda- 25 settembre 2016