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(ap)punti dall'arte

capisci questo?

miglė kosinskaitė

.

una congiura
queste voci nate
dalla f(r)onte
risucchiate in un gorgoglio
di luce tra  le pietre
e in chi la legge lama che taglia la gola
non riversa e  rivela ogni cosa
niente possiede la parola
solo il vuoto accogliente
dove s’installa come una bestia da soma
e ci apostrofa con la sua voce afona
disperdendo il ramo
l’approdo
l’inchiostro che ruba dalla nostra bocca
rapida  chiusa ripida bianca
una pagina d’acqua
in(s)e(n)sattezza profonda

.

miglė kosinskaitė

.

eppure rimane
da qualche parte rimane se non
nell’eco dell’aria un movimento
un momento  senza peso
che ti dice qualcosa
ti chiama e ti sfiora
e tu cammini come cieco
su una pagina di luce
scorri te d’inchiostro
un quanto e un vuoto
una corsa fino al precipizio
il salto e il crollo
sei tu
l’inizio
un altro inizio
nel gioco del tempo
carta che assorbe
il lungo vagito del mondo

.

miglė kosinskaitė

.

liscia la superficie del suono
sul suolo aspro dei colli
e senza dolore s’incunea nella gola del bosco
tra le lingue pinnute dei calti
è il tempo che passa?
tra una forra e l’altra
depone le uova di una parola acquatica
destinata a svegliarsi nell’uovo di un volatile
ognuna in una stagione precisa e diversa
ciascuna in una semina continua
una colonia di nero e stelle
di imprecise recensioni di piogge
solstizi e agguati di bestie voraci
di attese e disequilibri feroci
fino all’ultima cessione
ancora una volta una folata
nel silenzio profondo
e quella piccola riga di oscuro
nel sapiente inchiostro      della morte

.

miglė kosinskaitė

.

cerimoniosa
comunicazione quotidiana
vischiosa loquacità della parola
calcolato imbroglio del minuto
ricamo del cristallo di un deposito
duro petroso assedio
cappio che stringe
e stringe la corda delle parole
fino all’estremo silenzio
e violenta e precisa la lama
un filo di rasoio che taglia
la disadorna vita di quest’ora
per farne nuova svestita scarnificata
la parola non vista che tracima
l’unica  fortezza che  denuda
e ci dilata in altra lettera e lettura
siamo
nel sapore feroce dell’ultimo istante
l’attrito necessario alla caduta che ci nasce.

 

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L’INVENTARIO- da giorni

 

skeleton coast- namibia

 

.

come una marea
da giorni sulla linea che si     sfrangia su un litorale abbandonato
la vedo arrivare lenta   continua
da giorni l’osservo  da vicino spostandomi
come un granchio
ora avanti ora
indietro correndo  seguendo l’equazione di un procedimento complesso
io e il mare       la forza del mare i mutevoli cambi di vento
l’assetto topografico delle nuvole
il calcolo combinatorio       di piccole conchiglie lasciate sulla spiaggia
il segno salino   di un’onda che abbassa  la quota della sabbia
continuamente erodendo con lei    il legno calcinato e l’osso ormai candido      mentre evoca un canto
nel salire e poi scendere dell’acqua
sezionando i quarzi di una bottiglia franta
il tema       delle alghe e lo stato emotivo        dei gabbiani
in caccia tra le creste del mare  come un caos di rocce
su cui poggiare
momentaneamente le zampe e poi  svolare
altrove disegnando una forma musicale        uno spartito alare
una geopoesia monumentale
che mai si arena
mai si estingue
forse      si nasconde
per una solitudine invincibile
che anche le onde nutrono     nel fondo di ogni parete
d’acqua
una soletudine   solare
una sottile e performante  ondata elementale
dove ogni cosa nasce    e muore
componendo l’uguale
l’inventario dell’origine l’itinerario della sorgente
il solitario diamante   che canta
nella gola   dell’esistere

.

 

skeleton coast-namibia

 

L’INVENTARIO: a piedi il mio respiro

 

.

Tutti i giorni e tutti i minuti dei giorni metto l’aria nel palloncino dei miei polmoni. Ramifico l’universo nei bronchi. Quando mi mancherà, saprò che la scorta di cielo è finita e potrò io stessa trasformami in quella stessa sostanza di cui  per anni mi sono nutrita.

Tutti i giorni mi metto alla scrivania e davanti alla finestra aperta cerco di scriverti. Tutti i giorni mi arrampico tra rami di celeste e sentieri di un verde che ancora recupero tra queste mie lettere, lette prima di tutto a me e a questo scrittorio. Da un po’ di tempo uso la tastiera di un pc sgangherato, in cui la memoria salta, si perde, spesso si è bruciata, lasciando un vuoto senza accesso. Ne ho già cambiate sei, di tastiere. Si consumano i corpi delle e, l, a, s, o, n,… Si perdono i segni e anche se le mani corrono come su un piano, forte sempre più forte le lettere veloci sotto i polpastrelli sembrano voler cancellare il loro tracciato tra me e te. Da un punto all’altro di questo abaco nero so che qualcosa accadrà, si aprirà un baratro in cui perderò la memoria o me stessa, che poi sono la stessa cosa e.
Non ti raggiungerò più, in nessun modo. Forse soltanto a piedi il mio respiro si muoverà tra cirri e cumuli di nuvole e non saprò distinguere più niente.

La storia, la nostra storia è iniziata più o meno come la sconfitta di Troia, con un cavallo di legno, il primo giorno dell’anno, in una città colta e spietata, rivoluzionaria, che ha in sé così tanta memoria da non preoccuparsi se una parte si cancella.
Ma, ti chiedo, non è così che rischia di concludersi tutto? Non è così che si diventa di giorno in giorno sempre più poveri, derubati da qualcosa di invisibile e dall’indifferenza a questa mendicità che ci lascia orfani, orfani di noi stessi?
Pensa, non si può assumere nessuno per recuperare ciò che si inabissa nelle profondità di ciò che noi siamo, o meglio dove noi non siamo più.
Ulisse non si metterebbe in viaggio e Penelope non avrebbe filo . Da tessere solo caselle di vet(r)o in frammenti, per un mosaico sconclusionato che assomiglia alle conchiglie frantumate che il mare rigetta lungo la riva, per farne sabbia, informe indistinguibile sabbia dei fondali.
Eppure queste lettere che ti scrivo, da questo ora, e sono di questo tempo, saranno appena scritte senza tempo.  Lettere tessute di me e di te, di tutti quelli con cui ho scambi, di questo luogo, del lavoro e delle aspettative, dei desideri, tutto non avrà più che il tempo dell’inchiostro, un nero profondo, il ventre del cavallo inabissato nel mare della perdita.
Capire? C’è davvero qualcosa da capire in tutto questo? Sempre mistero che guasta e affolla di segni la sabbia di tanti personaggi, uomini, donne, bambini con una inspiegabile  prerogativa che resta invisibile.  E a che cosa serve rivendicare i propri diritti, una propria emancipazione? Tutto si frantuma e si accumula come fondo, un fondale indistinto in cui l’istinto di sopravvivere si perde di giorno in giorno e si affronta tutto senza un senso preciso, senza un moto interiore che ci sostenga, anche quando cadiamo, perché cadremo e questo è il futuro, che si cede, che ci cede alla lettura di altri.

 

f.f. – 19. 4. 2018

 

 

L’INVENTARIO- La bambinaia meravigliosa.

 

.

Non so, non lo so con precisione. Se mi chiedi quando è iniziato non te lo so dire. Certamente tutto ha preso vita mentre io stessa vi partecipavo.
Abitava dall’altra parte della siepe. Non la si vedeva spesso in giro. Tu non l’hai mai vista? Nemmeno di sfuggita? Io stessa fatico a raccontartela. Usciva di rado,e sempre solo nel pomeriggio.
Era stata nel campo di Auschwitz. Prigioniera lei e la sua famiglia. Erano ritornati solo in due, lei e il marito. Avevano poi avuto tre figli. L’estrema magrezza, la voce bassa e un po’ roca, gli occhi sottili e il volto affilato, la sigaretta sempre accesa.Tutto del suo fisico mi aveva sempre fatto pensare a patimenti incredibili di cui erano rimaste tracce visibili nei solchi del viso, magrissimo e scarno, fino all’osso, quello zigomo esposto dietro cui si nascondeva l’occhio. Non le avevo mai chiesto niente, non mi sembrava corretto interessarmi al suo passato e poi è nel mio carattere di non chiedere, non impicciarmi. Non indossava mai abiti con le maniche corte, anche se il braccio e il numero che vi era impresso restava invisibile, anche nelle giornate più torride, ogni tanto sbucava come a bucare le profondità che, a guardarla, mi pareva affiorassero. Ed ero certa che ci fosse molto, troppo, che non trovava la via d’uscita per liberarla.
Ascoltava musica classica, suonava l’arpa.Lunghe ripetitive concatenazioni di note che si svolgevano con lentezza come parole di una storia antichissima di cui si erano perse le sillabe ma non la sonorità.
Tesseva l’aria in tutta la strada quando d’estate si tenevano aperte le finestre,e a sera, verso il tramonto, suonava fino a tardi anche dopo l’ora di cena. Era in quei momenti, proprio come ora, che mi sembrava di poterla raggiungere, in un tempo senza inganni,in un luogo che non aveva pesi e potevamo parlarci, noi il paese e la parola, per questo non dovevamo dirci nulla. L’essere entrambi in quel limbo era il gesto simultaneo in cui l’universo scendeva fin dentro terra e si faceva magnifico di voli di uccelli, di gemme d’aria,e la sera non tramontava mai, anzi, sembrava afferrare qualche voce per strada e con quelle cuciva insieme una tela di splendida fattura.
La sua casa era ricca di oggetti molto raffinati: vasi, quadri, mobili, tendaggi, stoffe. L’architettura e gli arredi di un gusto particolare ma con qualcosa in più. Lo ricordo bene l’atrio, con il lampadario di ferro battuto finemente e il vetro soffiato, spargeva intorno nella stanza forme e riflessi come se da un momento all’altro avessero potuto prendere corpo e trasformarsi, davanti ai miei occhi, in personaggi mitologici o biblici.
Il salotto sembrava appartenere ad uno di quei film dell’epoca del muto di cui lei, la signora, era la diva indiscussa. Un film di Jean Vigo, o di George Cukor, in cui il bianco e il nero sono l’inchiostro con cui si racconta la vita, la sua, in una ripresa continua, un lungo scorrere tra la pelle e la pellicola.
Aspettarmi di vederla oggi era la cosa più impensabile che potesse entrarmi nella testa.
Non era nei programmi che tu saltassi fuori ora, sfogliata qualche pagina tu eri lì, abitavi la stessa casa, eri lì come una volta e mi domando cosa mi sia servito correre per il mondo, trascinando una identità che ora mi pare fasulla. Da una città all’altra rincorrere un amore che è pesato troppo sulle tue, mie spalle di bambina ferma in questi attimi. A niente è servito fare le valigie, che inevitabilmente ho perso, con dentro studi, sogni, incontri. Tutto quello che ho perso per arrivare qui, in questo non luogo fatto di pensiero e ricordo, e aprirti come spaccando il legno del mio corpo che non ho più aperto, da tempo, per non trovare al fondo qualcosa che era tuo. A cosa mi è servito respingere tutti gli incontri con quei giorni,  mesi  anni, che hanno fatto di tutto perché mi fermassi, ora lo so, aprendo cassetti rovistando gli armadi, aprendo le pieghe del mio vestito da viaggio.
Ora che sei tu ad uscire dal baratro il mondo si è fermato e dentro quel tuo volto così minuto, ho trovato nei tuoi i miei occhi, come se mai il viaggio avesse dirottato da quel tempo e finalmente insieme come non era successo prima,  il tuo arrivo è anche il mio ritorno.

Un tuffo, dentro la memoria, tra le tre e le quattro del pomeriggio di oggi, mentre avrei voluto fare un tuffo nel fiume, dentro un altro ricordo ancora. La ricerca di un volto dentro di noi costringe spesso a profondità a cui non pensiamo, e ci restiamo immersi fino a che qualcosa, un niente spesso, ci richiama di qua dalla siepe tra rumori e suoni non piacevoli. Niente arpa. Niente viole. Solo violazioni e una disperazione fatta di silenzi interiori pesantissimi.
L’altro non c’è, non c’è tu e nemmeno io esisto anche se ci provo, e poi ci riprovo come dentro una scena del cinema.
C’è però qualcosa, un liquido versato in recipienti comunicanti di diversa forma che, a volte, per ragioni impreviste e imprevedibili, raggiunge lo stesso livello, mettendo in relazione, in una speciale idrostatica dei sensi,ieri con oggi facendolo istante che anche domani potrà abitarci, mescolando elementi inconciliabili quali la realtà psichica e la realtà materiale.
Ricordi cosa scriveva Breton?
– Nessuno è certo, fuor che per fede, di essere sveglio o di dormire. Nel sonno, infatti, crediamo di essere desti altrettanto fermamente di quanto lo siamo (…) dimodoché – passando poi, per nostra stessa confessione, metà della vita dormendo (…) chissà se l’altra metà della vita, in cui crediamo di esser svegli, non sia se non un sonno un po’ diverso dal primo, dal quale ci destiamo quando crediamo di addormentarci?-
E’ quella attività onirica, la bambinaia meravigliosa, che pur non portando una rivelazione proveniente dal passato, e nemmeno incarnando esclusivamente la realizzazione di un desiderio, agisce sulla realtà, più illusoria di quanto pensiamo io credo, modificandone la consistenza nell’avvenire più immediato e nel lungo corso del tempo. Non credi?

f.f.- 18-4-2018

L’inventario- Il problema non è scrivere ma scriverti!

ken domon

.

Scrivo tutti i giorni. Lo faccio ormai da più di trent’anni. Se salto un giorno quello dopo scrivo il doppio. Non ho misura. Scrivo e scrivo. Scrivo per riprendermi dai continui furti del tempo e per riprendere te, perché quando scrivo lo faccio come se parlando a quel tu, che appare qui e là tra le linee, fossi proprio tu, quella che conosco e non vedo mai, dietro la porta. E non so nemmeno perché.
Queste piste segnate in epistolari sono gli episodi della vita che vorrei raccontarti, dentro cui vorrei inserirti, come se fossi davvero un pezzetto del mio braccio, del mio occhio, di me per intero ma in formato ristretto e non un pezzo di carta.
La trama principale è sempre la stessa, questa giornata lunga larga stretta corta, che tiro da tutte le parti per adattarmela addosso e, a volte, o meglio il più delle volte, non ci riesco. Prendo la striscia del giorno e la taglio in brevi sprazzi di quotidiano. Una vita non per capitoli ma per capitolazioni, per revisioni, perdite, gravi o grevi, quelli sono i cimeli e gli spiazzi del cortile dove la vita è la pezza d’abito o la sforbiciata con cui me la sistemo. Il titolo? Ho anche io un titolo per vivere, come gli altri, quelli che chiamano i pezzi grossi. Lo siamo tutti, pezzi grossi, e poi grossi per cosa? Grossolani, ecco, perché quello che altri hanno lasciato in eredità non lo raffiniamo, lo lasciamo così come è, non indaghiamo, non… O …Meglio non indagare quel pezzo di segmento. La storia ha pieghe di profondità in cui la voce si oscura. Per fortuna mi dico. Per fortuna ti scrivo e potresti benissimo essere mia sorella ed è sempre con affetto che ti scrivo, anche quando non spedisco la lettera. Mi resta in fondo alla tasca, finisce per terra, mentre cerco di fotocopiare qualcosa, o cerco un titolo da mettere sulla coda di questo passero senza piume che è la mia parola. Chissà se è efficace tutta la traiettoria che gli faccio fare, se ha davvero un potenziale o è assolutamente demenziale, mettermi davanti al pc e scrivere, scrivere pensando che sia scrivere a te, o anche solo scriverti, descriverti. E quello che mi passa sotto gli occhi da un giorno all’altro sei tu, lo so che sei sempre tu. Ti vedo a volte che sbadigli ma quasi certamente sono io che lo faccio e non provo a dirmelo. Calma e bislacca la mia testa è un centro balneare di caos, con isolotti di quiete che faticano ad emergere. Non cala quasi mai la marea, così sto sotto, per la più parte del tempo, in una casa-vaso, anzi sono un invaso, dominato dal silenzio, dove le cose si spostano e si cambiano di posto per farmi perdere o per accentuare la voglia di buttare via tutto. Tutto, tranne te, che non vedo ancora.

 

f.f.- 17.4.2018

L’INVENTARIO- voci voci

 

.

Dappertutto voci  voci, tante voci! Voci e racconti di una continua infanzia, una continua favola per l’anima che non parla, non ride non dice ma domanda.
Domanda in continuo suoni,  echi dove domare la sua fame, donare la sua sete. Basta! Basta! Di grazia non datele più niente! Si gonfia si gonfia, s’ingrossa s’ingravida. Non vedi anche tu che è questo che succede?
Gliel’ho detto, gliel’ho ripetuto
– copritela di sete! – ho detto- non ha costumi l’anima non ha veste. Gira nuda per casa,
indossa la mia sola tela da scena, scrive la sua storia con la cera,  cura la sua dura penitenza facendo patire a me la sua rovina.
Senza una fissa dimora terrena non è l’anima e resistere all’incursione continua del sangue per lei è la faccenda primaria.
La vita è solo un’infanzia, lei è ultramillenaria, e-terna una  narrazione grafica
del suo essere biologicamente un non-essere, lei è l’esclusa crocefissa in queste ossa, in questa carne sempre così promiscua fatta di scorie e scarti e scoli di servizio. L’anima ha fame e sete, non solo di spirito, ma di questo nostro sangue mai santo fino in fondo, turbinoso vendicativo vano di passioni, un territorio ambiguo.
E, a tappe, forzata in un convitto di storie firma con il cielo una convenzione misteriosa,
che è un migrare dall’arca di un’anca all’anchilosata mi(s)tica visione di un altrove straziato di umore corpo-reo di viltà e regressione in oscure province e la scure di schiavitù nel vizio di(f)forme d’essere, sempre piccoli, anche alla fine, che infinitamente ci rinasce e lei ripristina, a oltranza, scena teatro e indemoniata la piccola attrice senza parola in capitolo, in questo dilagante linguaggio, oscuro male di vivere.
Non so se la pensi anche tu come me. Oggi vedo così il mosaico del mondo, o meglio lo sento, da quell’orecchio ancora sgombro, in cui non c’è un solo nome, tranne il tuo, che poi non pronuncio, ad essere la precisa traduzione di una voce fattasi imperiosa e incontenibile. A volte vorrei tapparle la bocca, vorrei chiuderle la gola e farla diventare d’aria. Poi abbandono l’idea e anche lei sembra distendersi, in un soffio di vento, sottile che mi solletica l’orecchio.

f.f.- 2018

 

 

 

ora

 

direttamente
cavo
dalla mia mano
l a v e n a
un campo e filo
dalla safena un suono
c o n t o r t o
un corso
tessuto di uomini
un discorso
rosso vacuo o s c u r o
testimone di un futuro
passato me
dentro un passaggio
alieno il cielo

quel luogo

emma allen

.

un giardino
di sguardi un’estasi continua
sul dosso un gradino
l’occhio  il mio
perduto
sguardo gettato avanti
e indietro
dietro
un me stesso che non vede
non vedo
non riconosco
te
t e m erario
un abecedario
di allegorie e stazioni
di scorso tempo una veste
io che dipingo
un mondo modulato dalle voci
e  c h i  vivi
di morti abitati
miti territori     dei
suoni
in cui sono
la grazia
contro la mia
stessa
la stessa violenza

lo vedi dentro
inginocchiato curvo
in sé stesso l’altro
e me recluso?

.

di nuovo?

lorella klun

.
.

non c’è nulla
nulla di nuovo
a meno che
tu non giochi l’azzardo
del vuoto
a meno che tu noi tutti
non ci facciamo vuoti
e con qualcosa di diverso
non le parole tirate e spaiate
mille e mille volte
per nuova sorte non giocassimo i silenzi
e in ognuno per ognuno di noi come al gioco dei cantoni
non cercassimo cosa c’è dentro
in quello spasmo senza acuto e basso
un’immenso immerso
dentro il segno che manca
nell’assenza scorporata dalla parola
mancata alla nostra avidità
t r a d i t a
aperte
quanto le labbra

vuote
vuote
tutte le parole
ignote
l’oriente senza cardine
il tempo disdetto
la mediazione squilibrata
la partita a cricket
dove il fiato si perde
alto
aperto
un nonnulla
chiaro

un cerchio
piccolo piccolo
minuscolo
un s(u)ono

sempre un sogno

martin waldbauer

.

da aggiungere agli altri

come grani di sabbia
di un mare senza origine e scogli

una linea senza punti
un infinito scorrimento
nell’intorno dell’ignoto

accumulando ascolto
di voci oltre il muro di ogni suono

disegnando col dito una parola sulle labbra
la sagoma di un vuoto
dove solo la morte ha tutte le traduzioni
storia per storia tutti i capitoli
di futuro chiusi dentro di noi
come compiti da svolgere
all’oscuro delle regole

con inchiostro impassibile
all’impossibilità di scriverle

dentro di me

selina bressan

 

.

la morte è grano sotto un campo di neve
spaccando i suoi semi
nel mio buio cresce
e lenta radica una pluralità di segni
e legge me a sua casa e campo
fin tanto che l’inganno più domestico
trova vocabolo e passo
io guadagno
una coniugazione di linguaggi
perdendo quella che credevo vanamente d’essere
ora so
con chiarezza per la sua luce so
chi sono
senza giocare a rimpiattino
un codominio di depositi
sabbie
come mobilio di attimi
in un tempo di disagi
celesti silenzi
per depositare il vento che mi scorre
in un ronzio d’ali
di insetti e mosche

 

geometrie dei vuoti

martin palottini

.

tra focolai di guerre
tra cane e cane
il piede  affonda
in una serra d’ossa
mio suo pantano di cerimonia

un pascolo macabro l’amore in serra
e una catastrofe d’ore
traveste da prostitute
inizio e fine
senza chiave la porta
i segni senza corpo
all’angolo dell’occhio nessun guadagno
solo un nero gocciolio d’olio
sparisce il volto

non c’è carriera per quest’ uomo
non invita la vita
non ha gambe non ha braccia
è una bestia senza istinto
non ha
nemmeno la sua ombra

libri su libri

martin waldbauer

.

senza essere mai liberi
tra parole che sono fantasmi e
atomi
elogi del niente
con cui ten(t)iamo i nostri occhi
ciechi brancolando
un corpo dentro l’altro
senza conoscerlo
una notte dentro la notte
senza che mai faccia giorno
se non per quella parola
soffiata in aria
e dentro di noi
lontana e
tana
dove disegnare di fiato
un’intera giornata

antico e moderno

m. rey alons

 

ricordare è risalire in solitudine
l’alveo di un fiume in secca

 

solo uno è l’uomo
con mille facce da portarsi addosso
per questo non è di me che parlo né penso
rifletto
io mi rifletto in quel continuo fiume dove defluisco
e il tempo mi cancella
e la mia memoria non ha tracce che bastano
per uscire dal pantano che si è richiude
in un rumore sordo che mi toglie l’udito e il sonno
mentre gratto e gratto con le unghie rotte di un ratto
un archivio di oscuro   buio
in cui mi annego e perdo

 

ci adattiamo

ariel de la vega

 

.

ci adattiamo
come un romanzo
ad una pellicola grinzosa
una vecchia pelle che brucia di luce
e ombra àncora a quel nastro che gira
e il tempo trapassa nella carne nostra
così che poco di romantico resta sensibile
tutto si adatta e cede spesso scompare
la pellepellicola si deteriora
e i corpi conosciuti d’ora in ora sono un avanzo
soltanto un residuo di memoria
una voce che si riga e flebile vaga
giurando spergiurando
quello sforzo impari e unico
che è l’amore in un pantheon
tra vecchie calcinazioni di storie vissute
incapsulate tra altre pillole per la vista la milza
o il cuore in una leggerissima rigatura
che incrina la vita per dare voce al niente
che ormai è l’oscura dimora

l’altra parte del mio corpo

alicia ross

 

.

è una barca inagibile
non ha intelligenza o logica
arcaica è un’arca dell’istinto e della ferocia
con cui il desiderio mi trascina e mi taglieggia
primordiale non ha paura di ciò che ignora
la morte è solo un’ora che non ha misura
e sensibile ogni follicolo e piega o ruga
accoglie in questo corpo avaro
un mare di fecondità che liquida non la morte ma la vita
e i sensi svergina e svertigina in una pratica proficua

oltre la poesia sognata amata è
quella relazione sfinita sì ma
non parlata che senza baldacchini
mostra la mano l’anca il sedere la coscia
palpabile l’omero aggiustato da un ferro
e punge e pungola   la lingua
la fame e con la bocca tocca
tutto quanto respira
senza lasciare per domani
chiuso nell’aorta dura
nemmeno un attimo
di quella rara ora.

 

 

sopra le spalle

jamil naqsh

 

.
curvo e sopraffatto
dai secoli in cui si ritrae
di sé non vede
largo nello specchio del suo sguardo
del minotauro la testa
e il toro che esita a lungo dentro il labirinto
del suo occhio
trascina lento il vagobondare del suo passo
e strisciando lungo le pareti del suo corpo
raggiunge la spada affilata da quell’unica paura
che fin dal primo giorno a sua insaputa lo ha raggiunto

quando lo trapassa la lama
lo risana così che nuovo non riconosce
chi l’ha ucciso e poi di nuovo ucciso un’altra volta
rendendolo uomo e sogno
un suono che si sfianca in tutti i ieri
in cui cadde senza altro abbraccio
se non lei la morte oscura misura di un luogo
che lui abita e
l’illusione d’essersi sopraggiunto
perché tragica è l’avventura di Teseo
che d’ombra vive ai due lati di una memoria ambigua
da un lato il mostro e quel sé che vacilla
perché l’acqua di cui la storia sua si bagna
rompe il filo di qualsiasi arianna
e il contrario di morire non è vivere ma nascere

dall’infermo

alicia ross

.

mondo dell’inferno
l’umano suona il suo lungo corno
afono il suo universo
piantato nel cervello canta tutto quanto
poteva essere e mai è stato
così come l’aveva sognato
commissionato soltanto un dio della miseria
che silenzio promulga in tutte le sue case
per dare realtà diversa
a ciò che senso non ha e pur è sognato
rincorso desiderato
come un fatto che è prodigio
per chi piacere alcuno non ha ancora goduto
e non sa nemmeno come eguagliare quello sconosciuto
miracolo e ignoto  inventato
solo in sogno a lungo e senza riflesso prodotto
nella realtà che vive
come una lunga corsa ad acciuffare
l’oscura intuizione
non pago di aver avuto solo
una irrealtà che è truffa  e serve a sottometterlo
quel sé stesso miserabile
perennemente corre e corre e corre
fino alla fine dei suoi giorni.

 

 

 

 

 

 

evadere

surreal kahwe

 

.

nel bianco delle siepi
nella neve ancora accesa
sulle rocce nel  bianco miracolo di luce e il salto
dentro il vuoto cancellando in un respiro tutte le storie
cancellando me da questa  casa lontana che mi trattiene
come una cosa sulla pelle di una goccia
clandestina si è fatta in me la vita

 

impasto di storie e

luoghi di eros 

 

.

seduzione la tua carne riflette
i mille specchi di un atto amoroso che nasconde
accoppiamenti  e luoghi   altri
così tanti altri
in una schiavitù incombente e
incomparabili  il sesso e l’anima si scambiano di posto
per  amori giovanili o senili travestendosi ora da estate ora da inverno
equivocando echi  tradendo amplessi
consumandosi in palazzi nobiliari o in treno
storie di occasioni dove bruciano vendette e rimpianti
tenerezza e brutalità sguardi
sottintesi   sottili piaceri e gravi malattie d’amore
storie  tutte le storie che navigano il sangue e forte
scrivono i loro disegni dentro il corpo
testo e vocabolo mai intero
per innumerevoli repertori d’ore
liberate dalla radice invisibile che ancora radica eros
in trame che non vedono fine