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(ap)punti dall'arte

domestica

carla simón- verano , foto di scena


.

la poesia appare
tra le cose che restano ferme
negli spazi bianchi
dove un inchiostro disperato a volte
altre lancinante spinge la mia mano a scrivere
poesia sulla carta del pane
sulle alette dei cerini
sulle scatole delle scarpe
e
mai ti addomestico
te ne stai dritta
dentro di me
inquieta e ribelle
e se anche non grido
sei tu che lo fai in me
con un talento che è solo tuo
te lo riconosco
sei l’ago di una sartoria di storie
di ossa e carne
di passato che sfila
il tessuto di ogni presente
te ne stai sul basilico adesso
che fa caldo e aspetti con me la pioggia
per tutta questa arsura
che affonda le sue unghie
in una terra comune
dove contraddizioni e pena
attesa e paura sono le misure di un mito
mai superato dalla memoria

 

 

 

 

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e

etna

 

.

mi spargevo in terra
come cenere scura
terra asciutta segreta secca
bocca mani piedi braccia
un rovo e un rogo il ventre e la testa
il tatto l’olfatto il gusto dello sguardo
dentro
sentivo dappertutto

 

dimenticò

alfred stieglitz

.

dimenticò
di tutto si dimenticò
del contatto
gli oceani e le voci così fresche e vive al contatto
del suo corpo
ma quale corpo aveva adesso?

si ritirò dimenticò
gli altri si persero perse la luce del tatto
nessun contatto aprì il suo tocco
solo un lungo crepuscolo
o un tramonto come un ponte
tra un prima perduto tra tutto quanto dimenticò
e questa condizione nuova
dove gli affetti e la memoria sono i frutti caduti dall’albero

dimenticò le voci e le eco del sangue
erano ciascuno  un petalo deposto
un’aria chiara senza turbolenza
lieve a volte una pioggia
suonava una figura che si formava in aria
il corpo del vento    pensava
poi si correggeva per quel nuvolo di mosche
formatosi tra le arnie dei pensieri sillabe  di parole
agli angoli di quella sua vecchia casa
della sua vecchissima tela

in giochi d’aria

antoine jossé

.

sempre prematuro cedere
manca sempre un passo
costa quel che costa
vivere e morire
vivere e ancora morire
patire
prima e dopo
non hanno senso
tutto è un unico scorrere
in cui si vuota il tempo
e quanto possiamo vedere
è l’attimo
attraverso questo svuotamento
nell’intimità di noi stessi
piccola torcia di un inganno
in un linguaggio di fibre
che traduciamo in parola
paradosso e limite
labirinto e gioco
tra l’io e il tu
unico dialogo
elemento che sembra esterno
eterno es-perimento
in cui nasco e cado
cedo l’abito di bisso
e resto nell’inizio
una a minuscola
alfa dell’abisso
non numeno né numero
corpo di un volume apocrifo
corpo concreto tempio di una morte
piena di vita
universo che sta in noi prima
prima che noi si possa
cominciare ad essere

per distanze d’acqua scura

antoine josse

.
percorrere un corpo
che chiamo il mio corpo
ed è un ignoto
altro
universo senza senso
si rivolta ad ogni appiglio
con cui lo afferro e
come morto incenerisco
il gesto il dettato ogni linguaggio
come essere morti allora
mi ripeto
viviamo come dentro a un sonno profondo
in cui è solo il sogno che ci percorre e scrive
il suo affresco
e l’amore e il sesso e ogni tributo di parola o dialogo
tra corpo e corpo tra  sentiero e sentiero
altro non è che un falso
un guado dove i piedi non toccano il fondo
e ciò che esploro è un passaggio
cose e cose che transitano
mai arrischiando di cadere
nell’acqua scura in cui io sono
sangue e senso smarrimento suono
sibilo frastuono di un silenzio che è corpo
del mio corpo di solitudine
e dentro questo immerso ascolto
il mormorio con cui le cose si toccano
si perdono nei vuoti lasciati al loro passaggio

nell’immobilità nascosto a un me stesso che non conosco
mi aggrappo a questo unico spiraglio tra le cose che si muovono
e con queste anch’io tento il mio passo
mi muovo e scompaio.

inclini alle tenebre

roberto kusterle

 

.

cerchiamo la luce
in neri fiumi
l’inchiostro delle parole
nei pensieri sfiniti
senza sosta in un verso o nell’altro
approdano a riva
ripetitiva e lunga l’onda
nel suo continuo rimestare
contorce il fondale oscuro
fino a farne fine
fine sottile una sabbia copiosa
una seducente esperienza
reale
l’essere umani
di fronte al mistero della morte
all’oscuro presagio di quel niente
in cui si è costretti a vivere questa vita spenti
labirinto del linguaggio del pensiero
di ogni apparentemente libero sentiero
tutto è
intimamente partecipe dell’orrore e del sublime
estremi dentro cui si dibatte il tempo del mondo
ed esperienza a termine
da un’origine a contrasto
con tutto il guasto che le succede dopo
tra paradossi e contorsioni
imitazioni e intimazioni d’essere così o
volgarità
che mai penetrano
viva e al nudo
la morte la vita

con le mani

roberto cuoghi

 

 

 

come un legno secco
segno una croce in terra
disegna un cammino dove il cammino manca

a destra

fiumi di persone
a cui mancano le parole

a sinistra

un gruppo di animali
masticano sale e bevono stelle

in poca distanza
il mondo come un’isola
continua il suo antico silenzio

manca l’incanto?
cosa non vedo?
a cosa corro incontro?

non ho più nomi per dire gli istanti
non ho domani che già non sia scomparso
in tutto quanto fu ieri

ho ancora un dolore
che fu tuo
e adesso è anche mio

QUADERNI DEL COTONE

.

I

piccola una trappola
spinosa la tua anima
bianca  schiuma preistoria
vieni
ai primi cambi di stagione
vieni solenne
quando tra settembre e ottobre
più spesse si fanno le brume
lunghe le barbe bianche
dopo un rosa  violaceo
più giovane la tua fibra era un fiore
ma come era cresci
sei tessile una memoria antica
un batuffolo di tempo
compi il tuo attimo
nel morbido lieve di un corpo di silenzio
leggera ti pettina  l’aria
sgranata sei il ricordo della mia prima nascita

.

.

II

il tempo
dicono tante tante cose  del tempo
raccontano che ammuffisce in fiocchi
è un cotone che si sfila
è una narrazione sottile che si annoda si doppia si sdoppia
una trama che brucia un pianeta in un abbraccio
aperto tra oriente e tramonto
è una ragione di indaco lamento
una seduzione una istigazione un gioco
che non cede alle regole di un attimo
imbrigliato nelle trame degli istanti
acuto tra le lance dei giorni
intenso o lento annoso
il tempo è  carso
caro luogo
paradisoinferno
e tu che lo misuri infermo in conte di spinose letture
tu sei la condizione che il tempo ha per esistere
leggerlo e leggerlo eleggerlo a dominio di te stesso
a cosa ti giova?
se ti spegnessi
se come uno dei tuoi fiocchi cardassi la tua mente
altra memoria vivace brillerebbe
un mondo senza illusioni ma
con dovizia di luce acceso
saresti un perimetro di avvento
un sole
nuovo te stesso

.

.

III

nella soffice matrice
del tuo essere
silenzio e alba
ricamano un regno
un elogio di luci
una chiave di misteri
miseri poverissimi i tuoi steli
stendi le braccia e i piedi
crocifiggendo il lampo
in un dubbio
perché luce tu afferri e semini oscuro
terra tenebra la casa  che abiti
in un sudario certifichi la  storia
e lenta una resurrezione di tralci
gettati in aria dalle profondità della tua linfa
governa quel poco di respiro
che si affanna
ad essere bianca
una nevicata del fato
quel destino accettato   per esteso
l’intero con cui perpetri il tuo essere
per sempre lieve  un nome  di cotone

.

.

I QUADERNI DEL LINO

.

I

è sempre visionaria la realtà
è un soma il tuo corpo
non misura la radice
fermati
fermati
scava una buca
e resta un giorno
con i piedi in quell’incavo
esponi i sensi al profondo
nel silenzio della terra
troverai il lievito della vita

 

II

l’abito
è un nonluogo
terracqueo un tessuto a tuttotondo
che dipana cieli galassie specie
non ha ancore la sua struttura vive
non ha radici
in sé depone tutte le uova e i semi
non ha nomi per costruire storie
solo memorie in una schermaglia di versi
tutte le direzioni dei suoni
tutte le tracce delle eco
il resto è humus
un ritmo che attraversa
la sua trama lacerando ciò che è chiuso
doppiando e sdoppiando in riflessi e disegni
gesti lasciati nell’aria come giochi senza fine
altri spazi in una dovizia di buio
che scorrono
trascorrono una volta narrati da quel segno
e aprono universi di lino quaderni
dalle profondità esigue ma fitte
reti di sguardi
tra i morti gusci e i vivi non nati
bagliori di immagini azzurri d’acque di falda
sorgive tempeste di accordi tra un tempo sognato
e l’irreale misura che dimensiona il volo di un’ape
fatta di ronzii e catapulte di slanci lacci di polline
cadute in vuoti di mancato godimento
la vita è un ovario d’infinito
e si deve attraversarlo con perfetto silenzio

.

.

III

una pianura solitaria
dove i pioppi ardono come fiamme
nel movimento incessante del vento
e  calde le zolle di sabbia e humus
lavorate dal profondo sono un cuore azzurro
il cielo esploso nel ventre della terra
e
non va mai perduta
lì sotto
la memoria
la traccia di ogni caduta
e degli angeli conserva
il volto che è un volo
e radica profonda la vita
prima del tempo
prima di ogni sguardo
non pensa non pesa
l’abito profuma di spezie
è un patio di essenze
e la morte si trasforma
per farsi   l’a m o r  t e
un corso d’acqua che piove
dal polso di un corpo soltanto
un fazzoletto di specie
bagnato d’irreale
in setti e guadi
volubili volute di sguardi
da un altrove che è già qui
sempre.

.

.

IV

da lontano
da molto lontano
e nessuno ne conosce l’origine
da un luogo senza nome
da un mai misurato tempo
Il silenzio viene
dentro di te e fascia le cose che ti stanno intorno
penetra il tuo mallo espandendosi
come densità che tu senti l’oscura
materia che ti tocca
i nervi il respiro frantuma
sfugge agli enigmi e ai richiami
ti appende ad un filo di quiete
e ti precipita in una voragine che innesta
un nascosto movimento per cui nasce un altro
corpo di brusii e tu li chiameresti
lacerazioni di quel destino mai afferrato
che ancora vedi avanti a te sfiorire il tuo baratro
perché è una radice di lino
un filo sottilissimo
che tieni tra due dita
uno di tempo e l’altro d’infinito
così che ogni parola scema
e non puoi nemmeno nominarlo
non puoi sfiorarlo
il tuo pensiero è scalzo
un piede soltanto e
vacilla cade su sé stesso
non ha regno il tuo vecchio mondo
è un guasto d’ombre
l’altra origine la bocca del caos
che mastica universo
e tu sei lì
uno specchietto che si spezza
spazzando via i sentieri
per cui senza aspettartelo
hai aperto il tuo unico occhio
e puro
ti sei fatto un  volo
.

.

V

è un albero la solitudine
e radica rovescio un cielo di torba
è un lungo fittone
un fiume che disegna il suo scorrere
sgretolata è la sabbia delle montagne
è la terra arata di ali e distanza
è un colore di trasparenza
è un cielo fatto di ampiezza
a volte si rannicchia
e tuba come una tortora
a volte  nei lati di una piazza
disarticola ogni mattone e costruisce grotte
anfratti architetture e volute
dove il passato è ora
e adesso è un vano
di tutti i futuri che verranno
a volte lo senti
che cammina puntando i piedi
dentro il tuo petto
solleva melodie e memorie di canzoni
è una bacheca azzurra con le arance dei tramonti
e tu credi di spertichi
di tenerlo trattenerlo
in quell’involucro di vetro
mentre già frantumando il suo passo
scivola fuori
dalla stanza da te che ti fai la sua distanza
la tua e la sua muta
parola senza misura
oscura
notte

.

sto qui alla finestra

alejandro salazar

.

di questo monitor da caccia
guardo ciò che oscuramente si nasce
si crea si sviluppa
sa Dio cosa spiavo in quella piccola trappola
quell’eco scandaglio che guardava le tue mani i piedi
tutte le vertebre il cervello il cuore il sesso
e
cosa fai anche quando non ti guardo

volevo
incontrarti
durante la strada che ancora stai percorrendo
sospeso a quel tubo d’aria da cui tua madre
ti invia la vita di una terra straniera al buio del tuo pianeta
da dove migri
da quale stella vieni e
tra quanto attraccherai la tua piccola zattera d’ossa
in questo mare così vago
in cui tutto quanto brilla si disperde?

la tua notte
come la mia
è quanto di più prossimo sento
il mio come il tuo
volto di un antico incanto
l’attimo in cui noi e le cose  si fanno
dimentiche del tempo
dimenticate nel tempo
oggetti senza forma dentro l’universo
e tu dentro di me
una traccia di polvere luminosa
radioso un corpo che vive
e ha i nomi immortali di ogni nostra memoria
ecco tu sei l’ancora con cui attracco all’universo
in quel liquido mnestico
in cui si viaggia senza mappe
polveri nel vuoto resti di galassie
molliche di miriadi di secoli da anni luce prima di questo attimo
da così tanto lontano che si è persa la nomenclatura
e basta un tuo gesto alla finestra tra piccole nubi che si addensano
in quel liquido viaggio e vedo un presagio di pioggia
i tuoi occhi inspiegabilmente azzurri  l’attimo in cui esci dalla capsula nativa
e sei oltre l’ombra fuori da quella notte profonda dentro la finestra e qui
in questa misura non meno misteriosa magnifica oscura.

 

anarchia dei sensi

.

che rispondono alle leggi del corpo
una notte che continua dal primo attimo

noi  lo mutiliamo
con pensieri e regole
lo estirpiamo dal suolo dove nasce

intero unito al cosmo cresce
rispondendo a leggi solo proprie
per questo non si piega il nucleo del cuore

atomico segna un tempo che è per noi  febbre
voce ed eco la traduzione di un suono
copiato milioni e milioni di volte

in tutti gli esseri
a loro insaputa nel ventre preistorico
oro che piega che spiega l’ascolto

di ogni altro fremito
lingua che scrive per sconosciuti sentieri
eri ci dice e ora sei

ciò che sempre sarai
un attimo
oscuro

una molecola di fiato
che risuona il cosmo
profonda cecità in ascolto

tutto quanto è il fondo
l’invisibile trasporto
e in quello si  approssima
una sonorità sorella

scopri che l’estraneo è quel profondo passo
non parola e lingua uni-verso
uno stellario istantaneo

re-agente all’incontro
galassie supernove quasar materia oscura
la vita che ci abbacina

incommensurabile parola

e noi piccoli
copisti che ignorando traduciamo
testardi  solo dall’ultima ora.

 

 

non faccio niente non faccio niente

alfred stieglitz

.

niente di niente
mastico sotto il dente
l’osso battendo le sillabe d’aria
tra colletto e gengiva

spazio la saliva
in verbali di mutismo
scavo trincee di suoni
monosillabe cellule di respiro

lavoro al tiro di fune tra me
e me che non conosco
estirpo dalle dune del silenzio
ogni mio frastuono
tuono di sangue
tremo fremo mi freno
in ogni tratto in ogni spaccato
cado in me stesso se metto
l’io al primo posto
volontario e combattente
mi coagulo in un istante
divento pietra
una pista battuta dal vento

ma ti rendi conto?

roberto kusterle

 

dimmi
riesci a spiegarti come sia successo
che da vulcani e caverne
da terremoti e alluvioni
da glaciazioni millenarie
e miliardi di anni luce di stelle cadute
da batteri e muffe
cadaveri di incredibili dinosauri e
pesci e foreste che divennero fossili
diluvi  e ceneri e sabbie
in questa evoluzione
che chiamiamo tempo
come girini o steli di fiori
come erbe dei fossi
dentro il nostro corpo fatto di enigmi
e misture di oscuro
i sensi
i sentimenti
l’amore
l’odio
l’invidia
il rancore
la paura
la gioia
hanno trascritto in testi nelle mani di poeti
i nostri sogni in riflessi
e campionature
di profondità inesplorate
ancora ora
nostro esserci
segreti

avanzi

jacopo mandich

.

resti di un corpo abbandonato
in una grotta mangiato dall’acqua
che altri diari ha scritto nelle ossa
alghe e molluschi
bordi taglienti le pagine dei suoi fianchi
l’inizio di un’ascia la clavicola
che si solleva inutilmente in aria
è la prima e l’ultima  parola
la data cifrata in quelle falangi
divaricate  una mano ramo
che niente stringe in pugno
dei giorni che montarono di vedetta
al suo sogno
il desiderio d’essere sotto la pressione dei sensi
oltre lo scarto del tempo
memoria
che resta
sotto la scapola di terra
che ancora lo scavalca

al fondo della tua notte

jacopo mandich
.

un suono e  un fruscio
il corpo li conosce
sono nel tuo sangue
una eco remota la forbice e
l’avanzo
una vibrazione certa
non puoi sottrarti
adesso
come un striscio
nel fondo dei pensieri
un sonaglio d’acqua su un letto di sabbia secco
scorre si fa tuo
segno e
come respiro
s’immerge nel tuo sogno
nel cuore
della notte
è la memoria che ti sveste
è il segreto che ti slaccia
dal distratto mondo in cui
senza comprendere
soltanto a quel suono
vagando ti approssimi
è il sonno che ti tiene sveglio
e
se tenti di forzarlo
quel corpo si distacca
come una scaglia di pelle secca
un frammento
nel corpo oscuro della metamorfosi
dal tuo corpo più profondo
illumina dentro il tuo orecchio
un attimo poi per fondamenta invisibili
precipita in ogni altro antro
per stanze del tuo corpo
sconosciuto sotterraneo si incunea
decreta la tua creta figura
si fa spina nel fianco strada tortuosa
un mare grosso
di lave mosso
emette per frequenza un quarzo
come un’erba di  prato
una peluria verde
lungo una strada fuori dal tempo
aperta
una voragine che gira gira e
nel vortice dell’enigma
s’insinua in un lungo saliscendi
tra tutti i tuoi corpi passati
tu padre  figlio tu madre tu tutti i vecchi che presagisti e
sono l’ora che non vedi la ragnatela nella macina del tempo
una casa che crolla la nebbia in cui ti perdesti
il lampo dell’innocenza la verginità sottomessa
irreale ogni  realtà ti interroga
screzia la tua certezza
e ambiguo imprendibile quel suono
interroga il pianeta che tu sei
in queste sparse ceneri
tra segrete ombre prende forma
vertebra il tuo corpo
lo diresti un ossario di voci
echi di avamposti immaginati
in accampamenti abbandonati
in notturni bivacchi
oltre
l’immaginario comune
traspira dal muro del tuo silenzio
si fa vivo
il volto di chiunque tu sia stato prima
prima di questo tempo
prima di ogni altra forma è
l’antecedente
la dismisura la materia oscura
caduta nel tuo grembo
quel varco tra le mura di ilio
dove generò tua madre e lei creo te
della stessa sua carne
terra ribaltando zolla dopo zolla
un castello di viscere
una miniatura di fiati
bruciasti giorno e notte
nei polmoni dei suoi fiati
cauterizzando la memoria
di quel prima
e ora soltanto ora affiora
da rossori della carne
da tendini infiammati
dall’informe macchia di un solo pensiero
che adagio si sviluppa e come un petrolio sguazza
in un guasto del mare
quel male di vivere
ed essere
materia
risvegliata dall’oscuro
gene che resiste
che ti moltiplica e non si arrende

 

 

eco grafia di un corpo in formazione

ecografia morfologica-20 settimane e qualche giorno

 

 

tra le dita dei piedi
nel cordone ombelicale
dentro le narici
lo vedi
scorre il sangue dell’origine
lui ha tutti i nomi delle nostre storie
e sta lì
si schernisce il volto
resta di profilo
si nasconde
apre la bocca come un pesce
mangia l’universo che lo sta creando
si succhia il dito la mano misura la camera del suo passaggio
danza in quell’acqua amniotica che gli alleggerisce il viaggio
da un tempo che tempo non ha ancora
da uno spazio che è quello di ogni me te ora
sotto le ascelle e dentro le orecchie
nella bocca grande il suo cuore è desiderio di vivere
di farsi luogo nascosto in quel  palmo che ancora lo misura
dodici centimetri di lunghezza
e una infinita estensione nella carica atomica
con cui si genera
e non c’è poro né milligrammo di carne
non c’è apertura che non sia relazione
completa  piena  profondità in cui battersi
dentro il suo futuro
ora sangue della madre

 

a mia figlia e al mio nipotino- 11/7/2018 ecografia di un viaggio

 

rappresentazione di un cor(p)o da camera

norma bessouet

.

Orfeo come  il coro di chi non muore
ancora un mito
lo si chiacchiera nei salotti
di lui si parla e si sparla
ci si spertica per la sua storia
rispecchia bene qualsiasi vicenda
soprattutto artistica specialmente la storia dei poeti
che non fanno che scrivere e nominare
come dire vagare
per un mondo infero e sconosciuto
buio a tutto tondo buio sopra sotto a destra e a manca
manca tutto
perché prima della morte di Euridice
prima che la parola ordinaria si consumasse
ogni poeta cantava la realtà
e tutte le cose dai nomi nate lo seguivano
obbedivano ai sui ritmi come per valvole cardiache
di fiati  di sangue perché
dava alle cose il suo corpo
la memoria il tatto l’olfatto il gusto
di sentirle in bocca
e nella lingua le rigenerava
avevano la sua voce in ogni eco ripetuta
poi
dopo la morte di lei
morte che ognuno sente di sé stesso in vita
Orfeo sente che tutto è perduto
la parola non ha chiavi che davvero aprano il suo buio
l’universo si smisura eppure sente
da qualche parte un leggero sfarfallio
qualcosa di lieve che è il corpo dell’ assente
e lo tocca da dentro il cuore la mente
tutto in lui un po’ alla volta sente
così come in chi scrive il poeta si riprende l’amata
la grazia perduta nella parola scordata
che accorda alla sua nuova nascita
vissuta in tutti i luoghi della morte
perché è il silenzio l’ombra il non voltarsi indietro
che danno la misura più profonda di quanto
la vita contingente incerta e labile
non ti suggerisca attraverso le sue stanze provvisorie
le sue effusioni di luce
corpi    di  m e m o r i e
moire
scritture del passaggio

 

 

 

 

l’amore?

basudeb pal majumdar

 

.
non ha un colore preciso
ti dipinge da dentro
ti abita dappertutto

l’amore?
se ne parla sempre tanto
ma poi non lo si vive completamente
sofferenze comprese perché
l’amore
ti chiede tanto tante spese
di energia presenza riflessione
e soprattutto attenzione una valanga di sensibilità

devi sentire se duole o se brucia
l’amore ha spesso la febbre
altre è congelato
altre ancora non ha nessuna vibrazione
è qualcosa che assomiglia al vento
non puoi afferrarlo
ma lo senti
lo senti scorrerti in tutto il corpo

 

non c’è altro tempo

alastair magnaldo

.

né una riserva di fiato
quando arrivi alla fine il viaggio
e il giorno è stato sperperato
si svuotano le tenerezze gli affetti
solo un sasso senza suono
il tuo passo è
passato

niente sconti
né economie
la vita si vive
fino all’orlo
senza addomesticamenti
prendendo tutto
accogliendo ogni attimo
ti stringi a fianco a qualcuno e
se nessuno è con te
hai sempre te stesso

ricordalo hai quel respiro hai quel battito
sono una scrittura certa
per una modalità assolutamente
imprevista

 

 

la luna

alastair magnaldo

.
la luna
è caduta
è caduta la luna
la luna la luna
lo ripetevano da tutte le parti
da ogni finestra da ogni porta
da ogni stazione da ogni aeroporto
la luna è caduta
la luna la luna
è caduta si ripeteva a chi non capiva
la luna la luna
e sembrava il nome di una donna
di una grande sovrana
laluna laluna
la luna è caduta in un botto uno sparo
straordinario un rigurgito di luce
l’azzurro sparsosi per terra
per terra e in mare
una ferita aperta
tra terra e cielo in una sola volta
e la luna che gocciava
una voce di lucciole e sonagli
schegge di silenzio
da tutte le sue montagne
la luna è caduta caduta
laluna laluna
laluna non si può rialzare
è caduta e si è fermato il mare
le donne e tutte le altre femmine
non si fanno ingravidare
laluna è caduta
caduta caduta
la luna è caduta
la vita si è fermata