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(ap)punti dall'arte

mai

laura makabresku

.

mai
galleggiava  dentro la mattina
solo mai
e nessun’altra parola
mai le faceva eco la stanza
la porta aperta la trascinava via
verso un posto sconosciuto
mai mai ancora si sentiva chiaro
mentre cercavamo di sfuggirne il legaccio
mentre fingevamo di non conoscerne il senso
e cercando di non guardarci
noi
stavamo dentro
precisamente all’interno di quel mai
adesso
perfettamente sconosciuti e
per questo vicinissimi
due identici
estranei
come    mai
ci era capitato d’essere

 

trovare le parole

dominique fortin

.

trovarle in diretta mentre sono una lucertola
che si attacca alla parete della notte
e le ventose sono lucide    stelle
sono vecchia cammino e perdo la pelle
a brandelli sono preda del tempo inciampo
divento un sasso
poi m’infiammo  strofinando quello che resta del piede
su un masso
sono pura
fantasia?
mi domando
ho il mondo dentro la mascella
migliaia di parole sgusciano in fretta dal ginocchio
non sono cose non sono mondi o nomi
nessuno le sa leggere galleggiano strofinandosi tra loro
scintillano   sole  parole come terre come frammenti e schegge
non sono intermedie non comprano non vendono niente
sono travi che si frantumano e  ci cammino in equilibrio
sono libero non ho corpo  non ho casa
ma c’è un’isola
di voce  mi misura e mi chiama
continua continua continua mi precede mi mostra una lingua
vecchia vecchissima logora un’anima che vaga
una radice cruda scura è un ventre che si ascolta
non chiede mai niente
non sa dare parola è un vuoto che ha sete
non sa dire alto  basso non spera e non spiega non supera
una tempesta continua una solitudine di sabbia e si avvita
un lancio nel sonno un segno un sogno e dentro ci vedi il destino
un cestino delle cose sconosciute un accordo di vento
un soffio che nessuno sa tradurre
un gioco d’accatto nell’ombra un dove un quando  per disegnare un deserto
un foglio un rigo un passo mentre  già è svanito
irrecuperabile è già  distante   un altro
oppure è caduto in un buco
dove l’occhio non arriva a guardare
si è fatto calcare un guscio d’uovo
dentro c’è un uomo
parlante un  aliante un  alito leggero
leggerissimo un soffio    vento
ceduto all’attimo
quando si riesce
si entra
nell’immobile
terra invalicabile
lo spazio di una sola sillaba

ah! un cristallo di sale

 

luce

luigi vitiello

.

sta scritto lungo il muro
è solo un raggio
lungo un profilo

da una    parte l’ombra
dall’altra
la certezza

così sole
scese lungo la parete

 

scalze nude
svelano a chi le guarda
che erano insieme
e ancorate restano
indivisibili

una fonte
la stessa natura
caduta la stessa solitudine
la stessa oscura bellezza
ciascuna una lettera
una scrittura diretta
e nessuna parola

 

 

 

se solo li vedeste

.
gli esseri umani  noi
se ci vedessimo come allo specchio
uomini donne vecchi e bambini
esseri comuni che abitano una strana terra
lei erutta lei si spacca si arrotola
lei non parla riduce all’osso la vita
sfascia la morte ne fa casa per qualcun altro
e non ha tempo lei il tempo lo mangia
e come magia lo sputa
per farne altre facce altre forme
tutto configura alla sua misura
un grave che naviga in un’orbita
che sta tutta dentro la pupilla
un globo che rotola portando con sé sagome
di bestie di alberi di rocce
un sacco di farina un recinto grande fatto di oceano
un cielo che disegna come un nastro un astro dentro l’altro
come un cassetto pieno fino all’orlo
canta un coro di silenzio un notturno in falsetto
onde meteore   che sono le stesse del prato
le stesse dell’uccello e lo stesso ora che abbiamo tutti
poi qualcosa salta per aria come un pesce  esce dal profondo
e la vita si riavvia dai fossili del fondo in alto in un altro labirinto del cosmo

credetemi
quel che dico  lo abbiamo scritto sulla schiena
per leggerlo lo si deve guardare da rovescio
all’altezza del petto  là dove passa il vento
fiorendo la sua  rosa

un orologio e un calendario  che ha voci
come  campane come  cespugli di more  o sottane
e piume di usignolo e passeri comuni
ha  sale di cristalli e volute come onde
disegna sabbie e arriccia le fronde

canta da solo canta sempre da solo il vento
una stagione dopo l’altra canta suonando la spinetta
e stacca qualche foglia o scompagina i campi
solleva nuvole di insetti  e moscerini ti pianta
come frecce negli occhi
se solo li vedeste è lui che quegli esseri da sempre
veste

non lo so ancora non lo so

clare langan

.

so che ti appartengo
da quando ogni sera ripeto lo stesso sogno
cammino lungo un’argine al tramonto
tutto intorno un chiaro diffuso
niente impronte
solo un uccello fa grandi giri e mi vola sulla testa
io cammino senza scarpe
per salvare la vita mia che è la stessa dell’erba

poi mi  sveglio e accanto ho solo
una canzone scritta a sanguigna
tra il braccio e il mio petto
non so altro  non riesco a dire niente altro
e mi decido a leggere quelle poche parole
come se fosse quello il compito che mi resta
ancora per poche ore
sto seduta sul letto
come sul prato su cui ho camminato
e mi basta pensarlo per sentirlo rinascere sotto i piedi
viaggiamo in tandem io e il mio sogno
io e il mio disegno di quel sogno
e anche l’uccello viene
mentre canto quelle parole
in silenzio disegna grandi cerchi sopra di me
mi insegna il cammino
così mi alzo e lo seguo
addirittura lo inseguo
dentro il sogno appena ritrovato
stava dentro il prato cresciutomi nel piede
ecco ora davvero ti appartengo
e anche la luna viene a sottoscriverlo
raschia il fondo della notte con tutti i suoi raggi
mi regge dentro quella profondità accecante

 

 

senza nessuna traccia


stava come il lunedì
covava tondo tondo
l’inizio rotolava il giorno
il tempo il caldo di un disegno
umido di ogni piuma il corpo
a mano libera raccoglieva i frammenti
di un altro mondo

f.f.- dal quaderno degli appunti 2013

.

guarda

alana dee haynes

.

chiudi gli occhi e guardati
hai un giardino di spine negli occhi
il corridoio del tuo sangue   vuoto
di spalle la luce entra radente
lateralmente rimuove  qualche ombra   sola
il dubbio ti abita la bocca mantiene le tue braccia
strette attorno a qualcosa che manca
solleva pietre di assenza costruisce muri segno per segno
un sostegno   guarda la tua pelle
la vita l’ha tatuata come una mappa
ci sono fiumi di rame trame di arbusti
vene e muscoli sono sconosciuti vicoli di una città popolata
da invisibili  tutto quanto è passato dimenticato  ora è
presente  in questo tiepido ventriglio di uccello
il tuo occhio aperto  cavalca leggero il vento
attraversa le labbra dello spazio raggiunge l’apice di una voce ma
non prende ancora il volo
non legge o riconosce  il nome di nessuno

in un vuoto che scintilla

batik

.

sdraiandoti nella luce che affiora
lenta un vapore tra le erbe e il giorno
scivolando sulle cornee come un abito il suo strascico
chiara sentirai la voce diffusa nel tuo sangue
guizzi di pesci e alghe fluttuanti
un mormorio di onde nelle grotte del tuo corpo
come forse avvenne   la prima volta
prima che nascessi e qualcuno con uno spillo ti pungesse il calcagno
afferrandoti in questa gravità congesta legato a una catena di ricordi
e tu non puoi sapere
tu non sai vedere
non sono tuoi gli occhi non tue le parole       voci
sentirai spingerti oltre una parete sentirai il tuo corpo
come una spina che si appresta a farsi vertebra
un lungo imperativo di clavicole e tibie  falangi e scapole
le tua ali senza volo ti articoleranno un pianto
vivo  solleverà la polvere di ogni precedente luogo
cadrai assordandoti al punto di non sentire altro
che un profumo   l’odore materno di questa fresca ferita
che ti scolpisce antico e diverso nella scena di un nuovo mondo

anche se non sono tutta d’un pezzo

rachel dein

.

prima o poi ti avrei scritto
lo avrei fatto già da tempo
se non fosse che ho atteso
alla compagnia della mia solitudine

albero che mai si piega
eppure mi spiega   tra rami di cielo
come oracoli che si inginocchiano
scorrendo tra l’oscuro della terra
e il lampo del cosmo
alfabeti vitali   corpo e anima di un mondo
così complesso che solo il ragno sa annodarne
le sete   farne filato da una linfa pronunciata
dalle chele e stesa nell’aria  scrive
il senso  della vita

questo disordine

esma sürücü

.

nell’aria queste polveri che imbrattano i corpi
delle case e i nostri
persi  nel tempo di catalogazioni
mentre invisibili  svolgiamo noi stessi
in un passato di ricordi

mentre faccio le orecchie al libro che leggo
ascolto qualcosa farsi largo non frasi ma
una frequenza attesa stesa nel silenzio di questa mattina
di sole tutte le finestre chiuse io che m’incanto a guardare fuori
questo bazar di rose sul terrazzo tra erbe aromatiche e fiori rubati
al bosco   lungo un torrente di nuvole chiare come gli occhi di mio figlio
una  pelle nuova sulle mie scapole che accelera un moto lontano
uno scroscio dentro la eco che cade copiosa
irraggiata dalla memoria una cascata gioiosa
che mi veste di fragranza m’investe di una freschezza fragorosa
ora mentre nel gesto di chiudere il testo
ne apro un’altro oscuro a chi mi guarda e non vede
il mondo in cui per un tratto senza tempo mi smemoro

 

è un’uniforme

engin inan

.

questo fragore di ruote
come un tempo i carri
sulle strade senza pertugi
le gemme cercano la luce
bucano l’asfalto ingenue e sottili germinando
erbe  schiudono lente colonizzazioni di prati

a distanza di un anno questo spiazzo di via Wollemborg
è una verde costipazione di trifogli e  insetti
api farfalle maggiolini  e
malve sovrane accanto all’erba stella
che brilla tenerissima un verde che sovrasta
la piantaggine  e poco oltre la borraggine
qualche buon enrico alza la sua piccola spiga ma non spicca
alto sulle vedovine solitarie che tingono di viola il margine dell’ombra

e tutto ha una voce precisa di luce che vibra il colore e
parla sicuro nella bocca del vento nel discorso delle piogge
rimuove dal mondo quel rumore sordo alla bellezza
e tende distende fino alle finestre qualcosa che coincide
alla nostra esigenza di eterno
questo costante impeccabile rompere il sigillo dell’inverno
la clausura del gelo  semplicemente con un timbro
tempo scandito senza metro e metronomo il cielo
caduto libero in un incompleto costante
millimetrico prodigio

 

 

l’alba una spina

rachel dein

 

 

s’inficca nel tuorlo della mia notte
quel rosso paradiso che sanguina
sogno e carbone schizzato via in un attimo
una pioggia di aghi
sottili brividi nel corpo
e liquido un dolore timbra la mia voce
marca la mia anca
scavalcando me stessa
mi arrampico sul piede scalzo
e arriva con un abbraccio d’acqua
il tuo sorriso nudo
luce in pieno  viso
e giorno

 

 

che cosa posso chiederti

craww

.

se mai mi rispondi o lo fai per enigmi?
passo
ripasso
davanti alle bacheche coi tuoi nomi
coi nomi dei giorni
numerabili senza misurare il tempo
in un sé che legge
eleggendo le strade di un equilibro in bilico
tra rigo e rigo
rizoma di una parola invisibile
germoglia   nella sabbia  questo schermo
nel bitume di una oscurità
il ricordo non vissuto di un incontro

di te contengo i tuoi tanti nomi
come involucri o gusci tutte le storie che racchiudi
e al vento semini
ma nessuno è il tuo nume
la luce che ti illumina  tutta e posso vederti
anche da questa lontananza

un nome?  si scioglie come i ghiacci
e sibila nel vento delle taighe
senza chiave i nomi le parole costruiscono case di canne
tane rotonde dove nel cavo di un immenso silenzio
un fuoco di sterpi brucia agitando nel vuoto
una voce una sola che  rincorre tutte le altre
sfinite per la fuga
in infinite lettere e letture che ancora
a tratti compiute computano
la cifra l’inchiostro del tuo nome

 

a Serena C.- sabato prima di pasqua 2017

ti aspettavo

craww- litany

.

ti ho aspettato di là da tutto
oltre tutti gli attimi che mi bruciavano mani piedi testa corpo
poi capii che tu ormai
stavi tra gli scomparsi
e non c’era memoria a cui potessi appellarmi
non c’eri più
punto e basta

come fossi morto o disperso
non potei chiederlo a questo o a quello  insomma a qualcuno
non potevo pronunciare il tuo nome
tu non ne avevi nessuno

erano passati
come un lampo  quindici anni
o forse erano addirittura venti
anche il tempo ad un certo punto scompare
si disattiva dentro chi gli tiene dietro
come un inseguitore la preda
che si affida più alla materia
che ai cavilli con cui descriverla

non avevo parole per chiamarti
non avevo lingua se non quella mutazione
di me stessa in pietra o acqua
che scorrendo leviga ogni cosa
mi sono ritrovata nuda
l’osso della bocca esposto
senza sentimento senza  saliva il corpo
deglutiva aria forse l’unica forma di vita
che ti fosse vicina
l’unico miracolo che ti tenesse accanto vicino dentro
senza lietezza senza seduzione senza potere fare altro
che berti in un sorso di fiato
e inevitabilmente sentire che in me
in quel marasma dei circuiti  sangue e midollo
respiro e male desiderio e passione
perdevo persino la compassione di me stessa
bruciavo memoria mi accorciavo
non avevo più guaina    né muscolo mi sosteneva
il mio aspetto era l’attesa in cui mi perdevo
in un presente senza misura
fino al nodo    fisso in gola
la fossa comune di quel corpo collettivo
che ora mi frantumava

 

 

sabato prima di pasqua
mi hanno detto di svegliarmi
mi hanno chiamato
non volevo tornare
né morta né viva
ero sotto  sequestro di un peso
un silenzio grave che mi chiudeva gli occhi
la bocca era una rete dove il corpo di un glicine
torcendosi al vento il corpo mi rubava

di nuovo ti vengo incontro

amy casey

.

dai miei deserti dove  la luce si innesta
nel segno di ogni parola e il gesto è il gesso
preciso il luogo la sabbia infiammabile
per quel cielo che la attizza

ogni era
un respiro lentissimo
la polvere che si alza e in me precipita
nuvole tra rocce moreniche
nodi di foreste antichissime
sentieri umidi di grazia e tradizioni che affiorano
da corpi nudi in quel silenzio largo rinato da precedenti glaciazioni
ora tra dune che calzano o svestono
la vista  mentre ogni cosa si adagia
in un conguaglio delle origini

ed è per quel un fiato
quella lingua muta di ogni sua desinenza
che in me distesa piana si costruisce
per quella sabbia quarzifera una casa unica e luminosa
di correnti marine e rocce vulcaniche
una direzione dentro ogni vertebra
così che la mia ombra sia  profonda
una fossa indistinguibile
un rovo che brucia istantanea una consapevolezza
di tutto quanto passa e annulla
peso e distanza

l’eco     è solo un bacio sulla fronte
irriverente spacca l’ultimo pensiero
rimasto a guardia di quell’oro sonoro
un niente
in cui appoggio il mio piede disfatto
uguagliandolo al vento che ora sboccia
il mio deserto corpo

 

14 aprile- venerdì di pasqua 2017

non voltarti

nelly van antwerpen

.

non voltarti
non voltarti- aggiunse ancora
ricorda che tutto è un sogno
su cui si disegna un altro sogno
e tu che lo guardi
credi sia il seme di un grande risveglio
l’albero della vita
la pianta dove sostare e accovacciarti ai suoi piedi
ma ricorda
non voltarti
non crescere alla sua ombra
la vita è altra e non è casa o cosa
la vita è
passeggera

ho ancora

chris friel

.

vertici di colore
negli apici delle vertebre
costruiscono parabole luminose
favole e favi tra i crepacci di tutti i miei luoghi
nudi i miei piedi sono libri
corpi di frammenti e geografie misteriose
brevi dialetti i denti sono banchi di silenzi
scrivono temi graffiando tutte le sillabe
spolpandole dell’inutile peso che contengono
tutte le parole i miei vuoti
preistoria l’oscurità della mia gola
sfolgora le sue polveri primordiali
mentre compiuta la mia vita

come un gesto solo
mi riposa nel suo antro  senza calco
sputa le mie ossa la sua fiamma mi sfiora
conosco dentro me ciò che l’eremita dimentica
e per quel nulla perdendosi tutto abbraccia
perché delle cose tutto è nulla
e i loro appellativi sono vuoti
nessuna cosa si differenzia da un’altra
e quindi la certezza dell’unità
di tutte le cose è
in quel nulla

ancora partii da quell’esilio dentro me stesso
e a lungo pregai dicendomi in silenzio
possa io abbracciare lo spazio
come esso abbraccia la terra il fuoco  l’acqua e il vento
che gli esseri viventi come sciami di insetti tutti
senza che nessuno si perda in questo favo
siano in salvo
e io stesso libero davanti al tempo
senza giri di sole e di luna senza più  temere i tuoni
senza potere sia un intero dove tutto è silenzio

Mi apparve una voragine
dove tentai di afferrarmi ai miei tanti nomi
mentre stavo già dimenticandomi
mentre la paura m’ingombrava del pensiero della morte.
Liberati mi dicevo
liberati senza suoni mi ripetevo e
sentivo di non avere braccia o piedi
il corpo era un soluto
sciolto da tutto ridevo me assolto
mangiare la pasqua è disa(r)mare
persino il proprio corpo
non afferrare
non …

 

13 aprile  2017-  attraversando la pasqua

 

nella geografia dei miei piedi

mario giacomelli

 

.

l’unico ritratto
il polso la lingua la pancia la bocca la testa
tutta me
la stessa  terra
in seme nata
da un paesaggio d’ombre e luna
tutte le sue stagioni il mio calendario
delle morti e delle resurrezioni
agreste e contadina la mia memoria
antica è ancora bambina
e scalza cammina su righe d’orzo
sepolto sotto un palmo di siccità
persino adesso che per me è inverno

le bestie calpesteranno le mie impronte
più a fondo custodiranno l’impianto
radicando nella falda che nutre
questa lingua selvatica che nomina  arbusto tubero e radice
spingendo linfa altissima contro il mantice del cielo
ignorando cosa sia consono o proficuo
se sia un tempo per una favola felice   o tutto sia
dissanguata  un’arena sterile

una minuta scrive silenziosa
nella mia torba cresce ancora aurora

 

 

annoto

thor lindeneg

.

quanto mi manca
indicando  il dove e il come
documentando la spesa di me stessa
aprendo a qualcosa che potrebbe
essere
fioritura

nuova antichissima
passo la mia pasqua
sgombro me stessa
mi faccio vuota
nemmeno l’ombra
del tuorlo nemmeno una goccia del suo oro
solo l’oscuro
travaso di un suolo eroso

non ho dettati dentro
la pagina l’io si confonde
e solo il cosmo miniera e minerale
cova animata di vegetali e animali una nidiata
marca la mia fronte
dispone acqua alla fonte
e intero nel corpo mi comunica

senza un messale recitato
senza recinzione di parole
crepa   il mio cuore    fiotta
copioso un interminabile fiore

il sogno che la vita mi disegna dentro

tutte le strade che ho intrapreso lungo questo disegno, mi hanno condotto a chiedermi dove “io” fossi realmente, quale fosse il corpo abitato, quale la possibilità di interagire in quell’uomo-continuo che continuamente “passando (si) amplia” e de-genera quel corpo-comune parimenti con una colonia di granchi, una gerarchia di insetti, un attimo di vento tra le foglie e i rami di una foresta, dagli esoscheletri dei radiolari una fitta rete di pseudopodi protoplasmatici, una catena montuosa sommersa nell’aria o nelle profondità oceaniche, e crede con le sue parole, antropomorfizzando ciò che sente sfuggirgli, di essere il detentore di qualcosa. Errori, erranze, imprecisioni, labilità, vacuità,impermanenza, desiderio ogni suo pen-siero luttuoso in cui goffamente elabora la complessità con cui il suo corpo si (s)tempera in ogni altra connessione. L’interezza è comunque il suo corpo, la ricerca del bene comune un momento di crisi del corposistema, ma comunque un istante, frammento. Comprendere questo rallenta il metronomo dell’errore su cui comunque si fonda quel continuo, che necessita dell’iter tra ogni estremità per formularsi.Non ho smesso di sognare, perché è il processo con cui la vita mi disegna. L’essere piccola, aperta, disposta a guardare dentro l’errore, credo sia questo che mi aiuta, come passante nel continuo, in una economia che non ha nulla a che fare con il calcolo ma con un calco che si modella in ogni differenza

 

f.f.- oltre il con(non c’è )fine