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(ap)punti dall'arte

la notte mi alzo

christian schloe

 

.

i miei piedi sono la salita e la caduta
i geroglifici in terra della luna
nell’incisione della rosa  il polso
nella roccia del ricordo sono la terra che respira
vocabolari della notte  sono il cambio dell’acqua
nel vaso dei fiori sono lontano e vicino
dell’assenza     il sempre e il mai
nel cambio d’armadio  vesti
e la mia nudità silenziosa
l’ombra del mio cantare
tra le labbra l’anima
damascata nel solitario delle impronte
sono il tramonto di ogni suono
il rabbocco della parola
seduta alla sorgente
piccoli minuziosi
inventari del mio essere

bevo con te

christian schloe


.

 

tutta la mia vita
sei la radice amara di tutti i passati
sei la gemma dell’abete imbiancato e
la squama del pesce di giugno
sei una risma di coraggio quando sono sopravvissuto
sei la pietra   tutte le pietre  di ogni abbandono
stai ferma come l’acqua di agosto
in un equilibrio d’aria
attonita guadi lo schermo del mio occhio
vieni a piantarti di nuovo
come una scrittura antica
nell’erbassenza del mio orto
sei tu la falce e la luna
rassetti  precisa la mia terra
il taglio del bosco       ogni nuovo germoglio

tu e io

christian schloe 

.

insieme da cent’anni o
millenni  in un solo giorno un attimo tutto il tempo
mentre mi insegno
a non dire a non proferire un segno
o un vocabolo
mentre mi ricadono addosso incessanti
della notte tutti gli inchiostri
della nostra forma gli abiti
l’oscuro dei pensieri
neri neri sotto lenzuola di anni o secoli
o mesi entrando in stanze arredate di stagioni
pallide albe invernali torrenziali primavere
mi insegno tutte le estati in cui ci siamo infiammati
ciascuno tremando del sole dell’altro
e tutto il pianto
l’ho disposto come seme di cristalli
nel cavo di grafite nel chiuso della mia faccia
tu eri un albero e alto lanciavi i tuoi gesti erano rami
intere foreste i tuoi sogni un assolo di sterlizie
natali sotto la pelle niente gelate mai una nevicata
eri  l’acrobata e la corda gettata
tra cime a perpendicolo e valli d’ascolto
tu soltanto tu fermo
una lingua di silenzio
e un’armatura di ragioni
tu l’assioma di tutto il presente
la sassaiola caduta da occidente
a ingombrare il mio occhio
caduco e glauco
senza lingua senza pupilla
un profondo richiamo da un pozzo senza fondo
dove non conto dove ho perso la misura del resto
io solo un avverbio che non si accompagna  al tempo al dove e
allo stesso modo
mi addormento sotto una coperta di vento
la porta aperta
dove l’acqua della memoria sfiora
la piscina di un tacito accordo
quel niente largo in cui mi trovo adesso
oltre
tutto il tempo

il segreto è una pellicola

elisa mazzone

 

domopack di pelle
e un tratto deciso e rapido
una mano che esegue senza esitare
un susseguirsi di curve e linee
le nostre vene nell’albero
della sorte angoli bui e una prospettiva tronca
dove la fine è un punto che ci esercita
a diventare un prato o un porto

senza tregua ci disegna e ci colora
con pastelli e chine il foglio sgombro che noi siamo
un amo appeso al ramo e la filo di un ragno
di una specie sconosciuta
dove appigliato è un uomo
che cammina come un acrobata sul profilo del mondo
un globo e un occhio rappresi in un solo di-
pinto e immaginato galleggiante nel latte di un’infanzia mai trascorsa
e sulla faccia esausta ancora imprime la sua grazia
un gesto leggero catturato dal retino immerso
nell’acqua imprecisa di un attimo che schizza
il volo di un uccello scuro o di un minuscolo pesce rosso
scomposta e ricomposta (di)versa-mente la linea
si gonfia e mostrandosi si forma
nelle lettere dei libri
dando a ogni cosa un’origine
assottigliando lo spessore dell’argilla  per tratti
fini o più densi tra i confini dei disegni dissolvendosi

la collina

michelle morin

.

la  strada che sale
un albero poi una siepe
una lepre un corvo
alto più in alto una poiana
un bambino sull’orlo della scarpata
guarda una guercia in cima a un cumulo di terra
e sembra tutto disegnato
da un abile acquerellista
l’aria intorno a festa illuminata
di scintille brilla
e se
fosse tutto finto
chiedo
se tutto fosse ricostruito
nel grande set di un cineasta sconosciuto
e poi tutto fosse ripreso
con altri personaggi immessi in quella scena
per rendere visibile qualcosa di importante
il nucleo concettuale di quell’attimo
oppure la vita secondo linee a zigzag
si diverte a mostrarci i suoi cataloghi
alla moda di una video animazione
spostandosi da una parte all’altra di un palcoscenico
virtuale che ognuno ha in sé
e tratteggiando un quaderno per ciascuno di noi
la vita continua  a passare di mano in mano
quel blocco degli appunti di viaggio
facendoci così traslocare
una generazione dopo l’altra
ognuno per gli stessi luoghi
là dov’è la casa dell’amico che torna
dal campo o gli ulivi che quieti si piegano al vento
in una serie di scatole cinesi e ombre alle pareti
in cui abbiamo la sensazione che tutto sia realtà
non un sogno o un filmato
né primi né secondi piani
di ripresa  un campo lungo o corto
ma quale è la vita intorno?

un rifugio

norma bessouet

.

poesia
dalla corsa incoerente
dalla rincorsa inefficiente
dalla crudeltà di una vita amata
palesemente tiranneggiata
poesia
il luogo senza confini

*

sveglia come me insonne
la luna poggiata sulla schiena
al buio senza stelle di questa città
non ancora silente
qualcuno parla oltre la persiana ancora sollevata
qualcuno sfreccia su una motocicletta
un cane abbaia a chissà chi
io parlo tra me e me
silenziosa la luna mi risponde
nascondendosi un attimo
dietro una nuvola che passa
e
fino al mattino la guardo
aspetto che come in me
anche lei scompaia
in una macchia luminosa

*

l’albicocco che nessuno guarda
durante tutto l’anno e quasi sembra
dare fastidio a tutti con i suoi rami bassi
ora ha un buon numero di frutti
e tutti si ricordano di lui
tutti passano da questo lato della piazzetta
per rubarne in fretta in fretta
qualche dolcissima albicocca
hanno le guance arancione
incorniciate da un cielo più alto
color celeste.
.

norma bessouet

.

un fresco quasi di inizio estate
o fine primavera
è ritornato sui suoi passi la stagione
quasi volesse decantare la canicola
con qualche temporale mancato a suo tempo
di pioggia torrenziale
a volte anche di grandine
e sembra che le stagioni
abbiano qualcosa di simile alla lotteria
o a un gioco coi numeri d’azzardo
visto che vanno e vengono
in anticipo e in ritardo.

*

Non tornano mai indietro i fiumi
scompaiono piuttosto
là dove scorrevano impetuosi
a precipizio grossi gonfi d’acque
verso il mare
come schiere di combattenti
onde  di soldati contro la corrente
in guerra mai come noi
che partiamo
verso terre lontane e da quelle battaglie
non ritorniamo.

*

anche noi come gli alberi
diamo il frutto  oggi
a domani
eppure per tutti
nessuno escluso
restiamo radicati in un seme
che alla vita frutta più di ogni altro
germoglia oggi come miliardi di anni fa
nella fertilità della morte
la vita
.

norma bessouet


.

la mia vicina di casa è buddista
e sul poggiolo ha steso preghiere
al vento come desideri
sui fili del bucato i colori
svolazzano su un cielo sgombro
la loro felice poesia
e mi dico fortunata che questa
sia anche casa mia

*

Ah! l’amore
l’amore di cui mi ubriacavo
anche quando lo aspettavo
una pozione di vino dolce
brillante che produce ebrezza
a volte ti stordisce
altre ti ammazza
ah! l’amore
l’amore che non reggo più
per più di un’ora o un’ora e mezza
in questo gran parlare
di amore sperticato
smembrato
mi dà alla testa questa alcolemia amorosa
e da morosa
preferisco l’astinenza

*

sola una direzione
il percorso solo un punto cardinale
cui mirare e
non serve pensare di cambiare
o nuovamente indirizzare
la rotta non si aggiusta
quella è la traccia
l’unica via la soglia da passare
oltre il rifugio
in cui alloggiare

 

 

 

grida lamentose

kah raman

 

.

grida lamentose ci assalgono  torcono le braccia
facciate sfacciate mostrano i loro denti
e a morsi le labbra arrossiscono
del sangue di altre maschere nascoste
ombre nel calore delle febbri che il corpo vive
tra lenzuola di sudore e desiderio
morendo e rinascendo nel tronco immutato
di una parola senza guadagno
dove ci incontriamo  stranieri ancora nel medesimo caos §
mai nudi né reali
noi amati disarmati impossibili luoghi
dentro cui guardare quel diluvio di parole come cosa reale

 

sul palmo della mano

takato yamamoto

.

impressa una bocca aperta parla e parla e
sputa e ingurgita sempre se stessa
un sogno o un ossessivo transito
da qualcosa che era te-
la in me menomato della forma
espressiva cera non si cancella e
dal mio sguardo come attraverso un guado scivola
animando la mia storia in uno specchio
d’acqua si drappeggia onda dopo onda esonda
fino a raggiungere l’infanzia di se stessa in me
calata impronta senza più memoria
senza senso e verso di un viaggio
perso altrove in qualche rigagnolo
di una zona che si oscura

ci andai

.

ci andai in treno a Filadelfia
in viaggio da Washington a New York
ed ero quasi alla fine del percorso
le mie vacanze erano diventate un esercito di immagini
di suoni odori che costipavano i sensi
e faticavo a tenermi in piedi
tutto mi assaliva con una forza che non avevo sentito prima
con una prepotenza sconosciuta
un viaggio dentro di me che in tutto mi perdevo e mi ricostruivo
sgretolando la vista e i pensieri chiusi fino allora
in una gabbia fredda vanamente rigorosa
lo spazio mi spaccava la schiena si piegava la curvatura dell’occhio
nel risvolto dello sguardo
un segno d’oscuro
un finito punto di disequilibrio

con un pennello

nancy liang

.

rubo alla porpora il segno
un disegno per (s)legare gli occhi
la bocca e la gola in un solo corpo
come avvenne il primo giorno
quando l’artefice disegnò su ciascuno
gli organi e del cuore calcolò il movimento
agile e calda una fiamma dalla terra
dipingo guancia per guancia
il tuo respiro uguale senza poterlo
scordare
per un ritaglio di tempo
impreciso ti dipingo in viso
un orizzonte improprio  l’infinito tracciato di tutte le nostre impronte
l’intimo scorrere del sangue l’amore il desiderio e l’infelicità
di resistere a quel silenzio immane
profondo e lacerante da cui mai resto immune
sentendo l’imparziale fragilità
e l’ostinazione dell’anima per un corpo distante

tutto starà tra la tua fronte e lo sguardo
intorno alla bocca e ugualmente nell’orecchio
quel suono come di fruscio un adagio lento
l’assente ritocco di un futuro cancellatosi
per quelle righe di lacrime
che ha piantato il dio guardandosi commosso

 

è una formella il mio cuore

.

una lapide fragile di rapide
ripide di chine colorate
si riflette ad ogni specchio di voce
si fa eco di ogni meraviglia

gioca battendo la sua carta di velina
legge la mia vita in sacre geometrie
si perde dissipando le mie angosce
in nastri d’alghe azzurri e verdi
i suoi battiti
sono la mia unica possibilità

nascosto
smisura la mia parola colora
di sé tinge e vìola
ogni malposta sicura
imposta la mia storia
ogni mia via è sua memoria

VERSATOIO

.

una lunga vibrazione
versato io in  frammenti viola  quasi un giallo
per un titolo di storia inventato
a casaccio cerco in un deserto
inesplorato il tempo
una via di segni nascosti
sotterranee confluenze voci
in mosaici di sete in tabernacoli e taberne
dove da tempo l’io s’ istituisce
in gradini di confidenza con un sé saggiato ormai
tante volte in moli di chimiche approssimazioni
all’errore e all’essere un basto in questo circuito di lingue
risvoltati cimeli
ancore e are
araldi di follia inchiostrata per queste strade che portano lontano
sempre più lontano
per arrivare al punto
che si è

 

 

solo per la voce

.

il cuore si apre a bersaglio
il centro divarica lo spazio e passo
varco   entro nell’arco
che l’io muove
versandosi
tanto e largo da coltivare un pianto
noi disperso
figlio illegittimo
plurale pecora nera di un guasto
io moltiplicato in milioni miliardi di altri
sette
tutte pronte a guerreggiarsi o piegarsi piagate
da mefitiche paure razzie contro la vita
che ancora morde il freno
che a breve aguzzerà il suo dente
per conficcarlo in questa vi(t)a a termine
e farne liberata una via d’acqua celeste.

 

lampi a(d)destra

 

.

dentro il mio occhio
liquidi sci_
volano a cerchio
e io che cerco di guardare come e dove si propagano
io che resto impavido a guadagnare un palmo di sapienza
in quel me marittimo imbarcato in tanto oscuro lumen
illuminato me prodigo figlio prodigioso quest’occhietto abbagliato
abbacinato luminoso
che un tempo mia madre baciava
destro e sinistro
e d’estro mi cuciva  uno sguardo vivo
sull’incredibile del mondo
un corpo ellittico versato/io sul raso rasoio del cielo
che ancora si addentra in vie di memoria
e una moria di pesci  guizza nella piccola pozzanghera
una quasi cieca vastità  della grottesca
disegnata sull’uscita della grotta.

 

in equilibrio sopra la linea

nancy liang

.

in equilibrio sotto di me
togliendo al mio piede il passo
all’occhio un lampo per  cadere
finalmente cadere dal righello
che tutto pareggia in un punto sconosciuto del pensiero
facendosi vallo e cavillo e subito
dopo  disarciona quel cervello a cui sto a cavallo
in giochi di parole da cui mi guardo
sempre più certa che sia tutto un’affissione
di manifesti inconcludenti galoppati
rapporti avvitati su se stessi
per trarsi dall’impaccio
e fare spaccio di luci miraggio
da quest’oasi di mortificazione
da cui salpiamo a pezzi
sopra pensieri in fuga lungo la notte

 

non ho più lacrime da tempo

nancy liang

 

devo in cambio di uno sguardo
svuotare un lacrimatoio sintetico
un barattolo minuscolo di cielo azzurro
che soccorra il mio sguardo
che ancora vuole
ancora avere mani prensili
il mio occhio vuole
viole e viola
ogni attimo viola
il mio viso
senza chiedermi il visto per l’imbarco
sul bordo di questo piccolo curvato spazio
dove le insegne si perdono
tra stretti e strettoie
di ferite aperte strade
nel sangue
che in una resa lancia lascia
passare     il vento in questo ultimo
guado nel vitreo occhio che disarmo e
verso il mondo

 

uno spazio

nancy liang

 

 

acustica una mandata di luci udibili
luce e tempi di posizione contatori di ore
in baratri eterni che sgusciano il guazzo dissellato
da costellazioni e pianeti
quanti di grazia che ci soccorrono
e a noi basta berli in un sorso d’occhio
come da una sorgiva f(r)onte
il passo e piano
il dio in noi che ci disegna
spina e spinta per esserci
prossimi

 

là/certo sulla luna cerco

nancy liang

.

uno spazio augusto
un immaginatoio angusto un immaginato io
per dono immagine e al margine di un condono
perdono mai ogni tragitto un allontanamento da casa da un tetto
dove sentirsi protetto
da cui guardare un mare come un o-l'(‘)io calmo
un unguento medicamentoso o un alzata di onde come creste
mobili     lucidi da disegno una cinquina o un lotto
di montagna con brezza allegata alla dispensa
che ti consegna una notte di onde celesti
capelli come foreste per la tua sete
lente
momentanee forme che si frangono sulla riva
come uno spazio senza parole
fino a scomparire
lasciando un colore e un calore
che tu solo senti

chi è il ladro

norma bessouet

 

.

chi ha preso dal mio piatto
il pezzo migliore del biscotto
chi ha messo le mani nel patto
rubando me a me stesso
chi ripeto chi
ha potuto godere
di quel succo di ribes
come un bacio raccolto dalla siepe
dell’oscuro bene chi
ha voluto derubarmi dal piacere
di conoscere la voce con cui parla
la mia piccola selva
alla mia serena beatitudine
perché io la vita la metto in bocca
liquida calda morbida pungente
acuta e acustica  non si capacita
di stare tra le righe di una autistica
autista di sé stessa in-con-
sapevole d’essere sempre altra e sempre la stessa
l(‘)a-vita è così vecchia che si de-crepita
di tutte le altre
vite del pianeta universo
che è tutto il quanto di cui ancora mi nutro

 

stare di traverso

norma bessouet

 

.

stare tra nel verso
in quello giusto in cui con il tempo
puoi farci un accordo puoi
per qualche momento restare fero
in quella con-templa-(a)zione in cui ti vedi finalmente
dentro sei
nel cuore della vita e non ti abbandona
anzi ti porta te la apre una porta
ti guarda ti guada sta di guardia alla tua distanza
e tutto per una inerzia senza fine
senza fine a(r)ma la vita di sostanza
lanciando sos di essenza
senza che l’essere si strappi
senza che si macchi senza che si butti da un muro di indifferenza
tutto è interferenza tutto si lega  non si allega
si abbraccia è una enorme ombra
di ver-de-scrivente se stessa
vita che non sta mai ferma
vita bocca parola lingua ma non sentenza
non giudica la vita prende e porta
apre quella porta a cui si inginocchia
piena d’acqua
e notte di foresta
felice felce fresca
lattice e latte che nutre
un uovo un uomo nuovo
che l(‘)ap(p)prende.