FERNIROSSO webBLOCK

(ap)punti dall'arte

da quando li vedo

robert e shana parkeharrison

.

si cancellano
i serpenti dei miei pensieri
svaniscono
scaglia per scaglia
si spogliano e rapidi
chine in schizzi veloci
in tene di pietra si nascondono
solo il rosso resta come una scia
o un coda di volpe
un miraggio di cielo
su una strada bagnata
dove appoggiando i piedi
sento i loro corpi strisciare sotto la terra
di profondi desideri
ossessive le serpi si prendono a morsi
incapaci di cogliere l’esito
di quel loro inutile duello
altre in attesa si attorcigliano e scaldano
prima di uscire allo scoperto
prima che altre catene di pensieri crollino
uno sul corpo inanimato dell’altro
tutti nel mio vuoto corpo abbandonato a lascito

quanto vorrei scriverti!

home&house

 

.
quanto vorrei scriverti!
ogni volta che ti penso mi assale
la voglia di scriverti mentre gli uccelli sono gli unici
a inviare messaggi non hanno bisogno
delle poste di orari di regole
stanno tranquilli tra i rami e le foglie e canticchiano
fischiano cantano si espandono inviando quei segnali
in lungo e in largo dentro e sopra il caldo
il vento fluttua le loro voci e le allontana
tra coloro che in silenzio sono in ascolto
io sfrego la matita sulla carta per farti un disegno
di questo sentire per farti ascoltare
come uno striscio sul muro quel suono
poi mi fermo e ascolto ancora ascolto
come fosse una resina o una colla che liquida cola
dentro i miei occhi e i miei anni una collana di immagini
e si piegano si inanellano si curvano
fino ad annodarsi a quei ghirigori canori
come se lì dentro in quelle voci ci fossero ombre
di storie che mi appartengono
giorni e notti affacciati al balcone in attesa di quel coro
e selve piane come sovrane che si mostrano
dai fogli degli album sole del fondo del tempo
dal campo ormai scomparso
dove verde è ancora l’orzo
e si sente oltre come di scorcio
anche un rumore di treni
o un ricorrente rumore che batte e ribatte
onde
da un mare che brucia
la memoria e attiva in me un’altra
alta corrente

arrivo sempre in anticipo

camilla engam

.

per paura di essere in ritardo
so che mi perdo
perdo il tempo
come un biglietto che mi sfugge dalla mano
come un amore mai pago
dentro il rischio di un tuono che mi assorda
mentre transito la mia stanza
come i tuoi gesti che ora non ricordo
a pezzetti non disegnano più una mappa
e mi stanca questo sollevarmi daquel luogo di silenzio
dove intera sento  la vita dentro il mio tempo
tenendo le  mani chiuse mentre con uno scarto là dove
più duro e crudo è l’abbandono
attraverso i vicoli della memoria
e ad ogni tratto di strada vedo l’ombra
dei ricordi   dei miei passi ma non ho manodopera che basti
per riordinarne i traffici

 

 

uscire dal sonno

lee friedlander

 

.

uscire dalla casa notturna
e mettersi in viaggio
ogni giorno
il primo gesto del mattino
dimenticare l’altro mondo
uscire dal sogno
per attraversare
le geografie dei fiumi
che ci abitano e tirare
da tutte le parti  l’anima
come la carta di un luogo
che si può tenere su un tavolo
che si può guardare dal fondo
il grande occhio del tempo e attraversarlo
nel punto in cui qualcosa
di noi che non transita in questi echi in cui resistere
rifiuta la sua assenza e si mette in cammino
attraverso un luogo di voci come covi
dove  aspetta che il fiume della vita si riversi
in parti

 

ci mancava sempre il presente

 mario fani 

.

oltre il tetto
in questo cielo dissestato e troppo
stretto basso un ponte
su cui camminano la mia e la tua notte
straniero il mio sguardo al tuo occhio
si chiude in una nuvola una lacrima
sola apre la porta in cui senza vedermi
mi raggiungi al limite di uno spazio
segreti noi due cervi oscuri e gemelli
su questa terra fattasi ampia e leggera
una serenità sciupata nel rincorrerci
mentre eravamo insieme fronte a fronte
un piumaggio di parole sgombre di senso e
spazio occultato al giorno al nostro palato
gusto che da tempo ognuno ha atteso
come nella siccità l’acqua che cadendo spacca
la terra e raggiunge il seme
del pane un quotidiano andare e venire degli uccelli
noi senza veste e maschera
senza il collare di ogni regola
noi come fiori caduti dal mandorlo
dove il vento ci spinge
lontano
ancora più lontano

 

non avevano più né casa né identità

camilla engam

.

avevamo vissuto quattordici anni
lontani da casa
lontano da noi
al nostro ritorno
la casa tremava
le  voci piovevano
dai soffitti cadevano spazio
alle stanze chiuse da così da tanto tempo
i nostri passi un documento
promulgavano il nostro ritorno
dall’esilio  portando ciascuno i luoghi
di un racconto continuo profondo intimo
dove la strada era una roccia
la finestra uno spartito d’ore
il sole la collina dove il giorno apre il cuore
la notte  un colore così acuto
che tutto l’universo si era fiondato dentro
e si era fatto casa e centro
dove anche la nostra morte abitava

faceva caldo quel giorno
quando ritornammo
qualcuno aveva portato un vaso di fiori
aveva tagliato l’erba del prato
messo lenzuola pulite
spalancato tutte le porte
anche i muri sembravano aprirsi e concederci
le immagini di quando eravamo vissuti insieme
un giorno che si allacciava allora come ora
al nostro infinito  adesso

se ne va solo

cate edwards

 

 

il mio amore va oltre i suoi piedi
di seta percorre le strade di un esilio
felice della pioggia o del sole
sempre di passaggio
il mio amore trabocca
ai passanti insegna
un tempo senza passato
senza presente si nutre della vita
mangia il mio pane beve il mio vino
si corica sulle mie spalle
come un cielo senza stelle e in terra
lascia impronte di corallo
l’ho lasciato andare
lontano   il mio amore si è incamminato
a piedi e a cavallo viaggia lungo l’esilio
di un tempo lunghissimo
spartendo questo esito
dell’esistere senza un corpo
senza legame o possesso

a marzo

cate edwards

 

 

ho ricevuto il tuo amore come un pane
e non mi preoccupavo della mia sorte

stavamo chiusi in una  casa
costruendo un silenzio di parole
che solo il corpo ha raccolto
se ne è nutrito per giorni e giorni
persino il nostro letto ci era  straniero
eravamo
l’uno dell’altro il mondo
e con la bocca lo assaggiavamo
l’uno con l’altro mangiavamo i  frutti
di un giardino privato e intimo un dialogo
vastità di un paesaggio solo a noi conoscibile
paesi e frontiere erano reali le nostre braccia
intorno a noi chiudevano l’irriducibile desiderio
una notte  senza tempo che consuma la sua veste
in un attimo che mai finisce assenza ognuno a se stesso e
presenza all’altro  come un  libro la cui lettura riformula
il viaggio   stranieri noi   e    noi stessi  varchi
all’universo dell’altro    luogo dell’amato e dell’amante lettura
senza riva o rima le nostre parole erano un racconto clandestino
e in fuga mettevano ancora dentro la memoria il giorno

 

 

 

 

 

è un cavallo stellato

l’heure bleue

 

 

la notte che galoppa il nostro desiderio
una coppa d’azzurro prodigio
una  seduzione di liquido profumo il caprifoglio
sotto il nostro corpo nudo il sogno di esistere
tra queste nuvole leggere di suoni
accanto al fuoco che ovunque stende il suo tepore
come un lenzuolo il lino del suo profumo
appena entra nella stanza
e i suoi capelli righi di un canto notturno
uccelli le sue braccia si posano
attorno al mio corpo
tu sei qui e dentro i miei occhi
solo un giardino in fiore
è il cuore che insegna al tempo a ritmare
le sue nuvole e il latte della luna a scrivere
poesie solo a noi leggibili
ambra e rugiada l’attesa e l’incontro
la tua voce un flauto
chiede alla notte un anello dopo l’altro
per sollevarci oltre queste frontiere
e aspettarci per aprire per noi
le stanze per ritrovarci
le stanze dove morire

la luna non sa chi sono

 

si è anche lei dimenticata
tutto il tempo che le ho parlato
tutto il tempo che l’ho guardata
d’ora in poi non le darò più uno sguardo
d’ora in poi  non le parlerò di notte
vedrò al suo posto lo spazio vuoto che ospita me stessa
sarò io la luna che domina la mia ombra l’altra da me
e passo dopo passo
disegnerò di buio entrambi perché ci custodisca
tenga nel suo involucro  segreto  ogni mio sogno
sarò gelosa solo di quel vuoto
e la solitudine degli alberi mi sarà compagna e il mio unico volto

un’aula sulle montagne

.

credevo sarebbe stata così
quest’età della mia vita
o una chiara chiostrina sul mare
da cui vedere ancora
luminosa ogni città dell’infanzia

dopo tanto correre  dimenticare
dopo tanto rincorrersi  trovare alla fine
l’origine e  il punto a cui destinarsi
con una sola eredità precisa da trattenere e spendere
ogni attimo l’amore per la terra
cara giorno dopo giorno
cara per sempre fino all’ultimo.

 

sotto una luna scongelata

.

corre il tuo fantasma
e in una notte lattigginosa come questa
non è certo una cosa strana sentire
addirittura qualcosa che assomiglia alla tua voce
un tono che conoscevo così bene
e che ora ha la smorfia di anni luce di distacco

non ricordo più i tuoi occhi
non ricordo la tua bocca e il corpo
è solo un vuoto segno sul cuscino sotto il mio palmo
ricordo il primo abito che ti ho regalato
e la coppia di gemelli l’orologio da tasca
una camicia azzurra
tu mi hai portato una radio per ascoltare la musica
entrambi sappiamo adesso che la memoria non ci può ingannare
abbiamo seminato ruggine abbiamo chiuso tutte le porte

eppure negli anni ancora e più volte
sei entrato con forza in casa nostra
facendo irruzione su una scena non più tua
dove non eri più una leggenda
eri diventato lontano un vagabondo dimenticato
le mie braccia avevano scordato
l’ampiezza del tuo corpo
e niente di te mi era rimasto accanto
ero da tempo un naufrago
e non avevo santi o processioni di angeli
a salvaguardarmi  l’orizzonte o il futuro

ora che ripenso a quel tempo
io ti vedo lontanissimo un punto minuscolo
e in piedi ancora non arrivi all’altezza del mio sguardo
si è certamente ingiallito il mio giardino
le foglie cadono una sull’altra ma succede ad ogni autunno
riesco ancora a seminare margherite e primule gialle
a primavera riesco ancora a sorridere al mondo che sta fuori dalla finestra
e dentro di me come un discorso disegnato  con le nuvole di fiato
nuvolette bianche che si mescolano a quelle del cielo
dove oggi abito scrivendo nell’aria
parlando strettamente con me stessa come ad un’altra
mentre la mia compagna più forte e segreta
è quella signora  che entrambi abbiamo incontrato
lungo il nostro viaggio più di una volta
e ancora ospitiamo fino all’ultimo minuto del nostro percorso

non ho e non hai certo nostalgie
quegli anni passati sono parole cadute per terra
sono diventate torba e l’unica cosa ad entrambi certa
è questa vaghezza con cui la vita s’improvvisa
e l’ora in cui tutto si chiude è ancora una volta
una ruggine che farà cigolare la porta che si chiude
come un prezzo pagato a suo tempo che ha già avuto il suo sconto

come riccioli del legno

camilla engam

.
profonda superficie vive in me un’ inquietudine
di giorno e di notte risuona l’eco di così tante stanze
il vuoto delle impronte abbandonate da anni
i segni alle pareti gli aloni le ombre dei tessuti
smarrito un viavai di voci in un coro a bocca chiusa degli stipiti
dove le porte  ancorano i miei occhi

una tempesta che fiorisce e poi rimbomba
senza  placarsi mai o solo per tratti
tra cumuli di errori ereditati
dove i miei giorni mi assediano impietosi

una vita di assenze mi sta accanto
e come un abito mi riveste di quel suo incombente
estraneo silenzio un devastante  sguardo
dalla convessità di uno specchio
che incurva la lente del mio occhio

così non vedo e bugiardo e fesso
ogni oggetto si aggrappa al mio pensiero come fossero
mani che tentano vanamente di sciogliere i nodi

tutto è un unico corpo di medusa
che scintilla un mare di braccia come radici
s’infossano ma non rianimano il mio piccolo chiostro di terra
l’inchiostro propone la balbuzie delle mie inconcludenti sillabe

nessuna eredità mi fa misericordia di memoria
nessuna luce apre le stanze di tutto quanto è ombra

 

su un frammento di carta

camilla engam

.

come faccio spesso
avevo appuntato un lungo indirizzo di luoghi
lettere da cui non riuscivo a staccarmi quasi fosse
un disegno specifico un ritratto per esteso
qualcosa di me stesso
che non avevo cuore di lasciare
altrove
come una luce disegnata sul bagnato di una lastra
una girandola fatta col piede in terra
un graffio  sulla vetrina di una foglia
un segno d’indice sul vapore di una finestra schiusa
che balbetta qualcosa ma non sai cosa
se non quell’oscurità notturna che rapisce il coro delle cose
e lascia leggera più di una piuma
una conversazione che gira e si accampa al bordo del lobo
e nel tuo orecchio suona
chi abita qui?
chi vive in questa casa?

 

 

capitò di notte

aron wiesenfeld

.

vidi un passante sotto le mie finestre
una forma incerta forse una donna
mi chiese perché non dormivo
senza proferire parola
eppure la sentivo
sentivo ogni sua parola
come se fosse la prima volta che le parole
si facevano direttamente la mia carne
non un fiato nella gola
o un alito di pensiero una traccia che ti sfiora

mi chiese perché
continuavo a ripetermi
come era possibile che non fossi stanca
di macinare  atomi di vuote sillabe credendo
come un bambino di creare oggetti e luoghi
ferma in una culla senza risveglio

ora che la sera si fa più scura
e in me nulla è visibile
rischiarata da una pallida luna
scendo senza tregua a cercare l’acqua del pozzo
perché tutto intorno a me si è fatto arido
orfano di tutto mi disegno un corpo
materno quanto posso e un figlio incolume
di un sogno che ancora coltivo nel mio piccolo orto

scendeva lungo la mia schiena la sera
aveva campi  azzurri cammini di luppolo
cere grondava da lattee palpebre su scoscesi dirupi
di addii come frantoi d’oli essenziali

il pozzo dentro di me apriva la profondità di un’acqua sconosciuta
lunghissima una strada da bere una luce
mi lambiva le caviglie
si avviluppava al tronco
dondolavo intorno ad un asse invisibile

con un mestolo d’aria profumò il mio risveglio
di tiglio e caddi in terra come un suono di piantaggine
che da antenne brevissime la pioggia filtrava sulle mie labbra
arse da una sete senza fine

 

 

essere se stessi

limestone caves-  new zealand

.

imminente un buio che nevica leggero sulle case
sulle vanità che non sfioriscono mai
e come una rosa sulla finestra del nostro occhio
indicare comunque qualcosa
aprire una  via che potrebbe essere luminosa
e per questa sua luce oscura
mondare questa terra di grettezza
benedire finalmente  la nostra vita

con gli occhi aperti accogliere
una pioggia impalpabile di stelle che nell’erba
seminano scenografie di ere
profonde conficcando meteore di un tempo primordiale
il primo temporale con cui il cielo iniziava a parlare
e noi imparavamo ad ascoltare

anche noi  vivi di luce e d’ombra amalgamati
un’erba che rumoreggia dentro questa finestra di spazio
dove oscillano mature bocche di vetro che per un niente
si frantumano lasciando sulle nostre soglie
celesti memorandum di tutte le vite che già fummo

verticali e incredibili luoghi di un volo altissimo
noi giornalieri notturni
miracoli di surreale realtà
che tra le sfere brilla frantumandosi in ghiaia
lungo un fiume che scorre
tutta la rugiada dell’essere anche noi
un attimo un petalo di questo immenso e
un niente

corrono

 camilla engam
.

corrono
………………tutti…………corrono
chi alla fermata
del treno dell’autobus
chi da fermo    rincorre un sogno
corre  la pioggia  scorre
e non ci basta il fiato
per trovare un riparo
un corpo contro l’altro
corpo di tutte le lingue corpo dei viventi
acqua di tutti gli accenti
e sotterranea  radica la sostanza degli alberi
in fuga un territorio di nuvole
che in fretta velocissime
si bevono il cielo
per uscirne viva
io apro la bocca e la tengo ferma
stringo tra i denti ogni sillaba
la strizzo la mastico
poi  inghiotto quella poltiglia
zuccherina e afona
e me la mangio tutta
mentre resto ferma un attimo
con le mani in tasca
immobile tra questi mobili
arredi del mondo
tra cui viaggio
come tra fibre di un abito che in(d)osso

fronte la notte

museo dei bozzetti e a. tarkowskij

 
.
 .

è un’ esposizione di corpi
ordinato un preciso tabernacolo di oranti
predatori del buio
generazioni di galassie
pongono a noi nomadi
domande lucide precise
che solo il silenzio traduce
un temporale che traluce
strade sterrate nuvole serrate
in fiordi e terrari
tra case di legno lontane
e ancora atomi di storie in vero simili
per chilometri e chilometri
come foreste di scenari sconosciuti
esattamente dentro quel fronte
la notte blinda la mia attesa
in quest’attimo di luce.

non seppi mai perché e cosa

aron wiesenfeld

 

.
tutto era l’inizio
persino starsene la sera ciascuno sulla propria sedia
l’angolo buio della casa
i muri di cinta del giardino
la strada sulla ghiaia
quel nodo parlante di siepi e alberi
tutto era il luogo dove la luna creava i suoi ruderi
e noi con lei nello stesso regime di incantesimi
eravamo la colonna musicale del  vento
mentre l’oscurità nel nostro buio  azzannava ciò che credevamo
salvo
poi tutto si confuse
e le stelle sbavarono il loro disegno
una soffusa luce senza nitore
una ingrigita quasi cieca ora di macerie
si alzò tra noi che ormai
eravamo solo un punto di dolore
lasciato senza speranza sul tavolo
coperto dalla polvere

cos’era non so

aron wiesenfeld

.

perché nemmeno l’immaginazione
la rendeva possibile
impossibile tutto
il suo corpo azzurro vuoto
l’inconsistente ombra che si annuvola
nell’oscurità del profondo nostro
schermo di un fermo immagine
che porta fuori da sé
senza pareggio una minuziosa industria
da un punto all’altro
tende lo sguardo
precipita attimo per attimo
un’alluvione di suoni
un tenero raccolto
di emozioni
echi come canzoni
e poi quel segno come un rigo
che si smacchia del suo inchiostro