FERNIROSSO webBLOCK

(ap)punti dall'arte

verrà

.

certo
verrà la morte e avrà gli occhi di noi tutti
quelli che ci hanno lasciato ieri e
anche quelli che se ne andranno domani
la morte ci accompagna insieme
dal mattino alla sera tutti
in un insonne guado dove lo specchio si rompe
e sordo resta un rimorso inutile
poiché tutti in questa ingenuità del vivere
ci siamo perduti abbiamo creduto
che fosse un vizio il nostro
mentre era un morso che ci avvicinava al risveglio
e senza più gli occhi riusciremo a raggiungerci
non serviranno parole o luoghi
per incontrarci
basterà questo silenzio brevissimo e intenso
l’eternità di un mattino riflesso
e tutto il nulla sarà un vano
abitacolo del nostro essere un unico corpo
e dal labbro di un tramonto ormai chiuso
sarà limpida la vertigine di un altro giorno
sconosciuto

ieri ieri

cristina troufa

.

quanto ieri
fatto tutto di indizi   inizi
e primi riconoscimenti
di sé e degli altri
ieri
tutto il prima delle cose
le stesse che poi nemmeno vedi
di cui non ti accorgi
a cui non dai nemmeno un nome
perché mentre avanzi
perdi la misura
perdi il bagliore della scintilla
che ieri innescò l’incendio
dentro il tuo occhio
fattosi cieco

per quale patto

anne ferran

.

tutto cade dentro il tuo giudizio
per quale antico contratto risulta
stipulata a mia insaputa l’ammenda
per ogni mio passo
per mai nascere mai crescere e morire
mille volte in questo incesto dove
mia madre è mio fratello mio padre mia figlia e io
l’amante stuprata da me stessa e tutto è
un dissesto che si sfiocca in una nube di tempesta
atomi di cenere pioggia mista ad acidi
che corrodono questo cielo rendendo la vita indigesta
il mio occhio sempre più cieco
il mio pensiero vacuo come all’inizio
come se niente mai fosse esistito ma
ha davvero avuto inizio
questa storia tumultuosa
questa caotica  nebulosa?
dove stanno gli angeli così a lungo cantati
a cosa sono serviti i sermoni se i servizi
sono questi olocausti di personaggi seviziati

popoli e intere nazioni
falsamente collaboranti
sempre belligeranti
che l’uno dell’altro vivono
a un banchetto di coprofagi
e mai se ne ha abbastanza
di tutta questa escrementizia sorte

come si può parlare
di regno o di impero
come si puo’ invocare un dio
a cui serve l’assenza per esistere
in tutti i nostri vuoti termini
di conflitto
di interessi
dove l’amore va a letto
con corpi al confine di se stessi
e tutto quanto si chiede è un sasso
piantato dentro il petto

così distante si è fatto l’amore
lontano dalla nostra vita pregna di morti
così uguale dio
sempre lo stesso e sempre senza un volto
sotto i nostri che lo incarnano in questo e quello
senza appello

gradi e virtù

adriana duque

.

dell’essere
è così che ci pesiamo
ci misuriamo
profondità
ampiezza
un grado specifico di
…di cosa?
come si fa la conta?
quanti gradi ha la virtù
quanto vale il seno di un pensiero
la tangente di un desiderio
quanti sono i gradienti di un sogno
e la polarità di uno sguardo?
chi siamo noi
se non oggetti impalpabili
di vento
e quante spore abbiamo in corpo?

cosa vogliono?

arte aborigena

.

questi assedi di parole
cosa stringono le mosche delle sillabe
questi ronzii che penetrano
la mia profonda notte
cosa c’è dentro le cose
che le parole  svestono
quale disegno o sogno quale bisogno
di sentire sicurezza se tutto è senza uscita
? la parola!
non è l’intercapedine
che  ci isola non è
casa o pietra o sigillo
nessuna protezione
le parole ci attraversano e ci disintegrano
anche quando vorresti che ti sorreggessero
non hanno corpo le parole
sono un travaso di liquidi e linfe
dove il corpo del mondo si perde
nei labirinti  di una mente o una voce
non c’è spazio  nelle parole tutto ha lo stesso
peso specifico e il giorno e la notte scorrono
immutabili senza altra veste che una luce inanellata
negli occhi delle galassie
vuoto che ospita altro vuoto
e noi incessantemente gli stessi atomi
ci perdiamo ci accordiamo di suoni e vertigini
quale è
in questo caos
il nostro nome?
esiste mio e tuo?
la luce che credevamo una  via
apre lo spazio delle ombre
ed è liquido lo svolgersi
di tutte le cose
non mie non tue
che ci stringe in un fascio
di cationi in un balzo di neutrini
e noi chiamiamo aria
che ci respira di tempo
senza nessuna vocazione

 

 

sempre meno fino a sparire

elke trittel

.

non parlare non dire  o suggerire
cancellare le emozioni una per una
sganciare tutte le orologerie dei sensi
cancellare i falsi paradisi e gli inferni
dentro   dall’interno   eliminare quei cartoni
scenografici in cui il sangue s’incrosta
incastrandoci in labirinti di noi stessi
lavare dilavare i graffiti rupestri i calcari delle ore
fino a cancellare tutte le tracce  le macchie fino
fino a sparire
fino all’aria all’atomo
un nucleo senza una storia
senza verità alcuna
il guscio vuoto un
o
spaccato senza tuorlo

 

 

domenica mattina

g.v.232

.

un silenzio che sa di prodigio
forse la gente vuole prendersi il riposo
in  questo giorno dove il tempo è stato rubato
così mi metto a guardare
gli oggetti i corpi che stanno per un attimo fermi
nemmeno gli uccelli si sentono cantare e il mondo
le cose che lo abitano hanno una superficie quasi trasparente
come se da un attimo all’altro tutto
potesse essere diverso oppure tutto potesse sparire
e m’immagino una geografia fatta di grazia
una parola imperfetta fatta solo di suoni che galleggiano
che tocca e fiorisce senza dire  senza dare un senso
questo quello là qui sotto sopra
non esistono non ordinano
non mettono impostura tra le cose
e il mondo ha un corpo di poesia magnetico
unisce i poli nel suo ventre magmatico
parla fiori gemme pesci senza pronunciarne i nomi
soli astri corpi di un unico movimento
e silenzio
un soluto  silenzio

 

è cambiata l’ora

ale de la torre

.

ho portato le lancette più avanti
nel cerchio dell’orologio
nella scrittura digitale sono le 8.50
mentre il sole dice
cosa dice il sole? spunta tra nuvole leggere
dopo che stanotte ha piovuto
e ora che sono in piedi non vedo più lontano  di ieri
i campi sono rimasti dove erano  e il tempo mi sembra un parallelo
o un’asta dentro il pc dove si vendono cose e persone
tutto vorrebbe andare veloce io rallento dentro questo scritto
in bianco e nero io resto quell’io mutevole che principia i desideri
ma poi  passa
oltre
e si supera in tutte le parole
che dicono solo l’intreccio
lo scambio di questo con quello
e niente ha la misura che ci si inventa
perché tutto tutto tutto
è  un inventa(ria)re il modo
con cui resistere in questo mondo
tutto è dare una faccia a ciò che appare ed è
sempre
ciò che siamo senza saperlo
passanti passeggeri
noi come passeri sull’orlo di un pozzo
che senza ali vorremmo capire il volo

 

le foglie appena nate

cooper&gorfer

.

sono già gli alberi?
le case sono pietre?
appena smontate dai colli di trachite
la pioggia le riscrive
con il suo volume di storie
fa del muschio più fresco
per proteggere il volto di questo mondo
per scrivere da dentro con le linfe
i nomi delle piante
costruire una zattera di roccia come un alfabetiere di sali
un condominio di minerali
spiccare l’atomo in ogni spiga di cereale
nella radicale magistratura dei catrami
dove ribolle la vita oscura in un continuo temporale di cristalli
e  sbilancia in equilibri eccentrici tutto quanto noi chiamiamo sogno
ma è perentorio un endecasillabo sciolto
d’amore suggerito segno per segno
nel corpo di una sola notte

 

così ingenuo l’amore

cooper&gorfer

.

e così feroce il paese in cui ti ospita
una ghigliottina mobile di immagini
dove non sai mai dove ti trovi
o chi sei fino in fondo
eppure tutto sembra un attimo
che scuote le tue radici e il tronco
si sposta dove non hai appoggi
dove non hai vincoli solo riflessi
i tuoi pensieri come passeri
che si allontanano o si avvicinano
battendo contro i vetri dei tuoi calcoli
mandando in frantumi i desideri e le speranze
dove  vorresti nasconderti per un istante un minuto
credendo che siano pareti spesse
mentre sono fragili trasparenze in cui tu sei nudo
e vedi ciò che non vorresti
non vorresti nemmeno appartenerti
lo senti lo senti con tutte le tue forze
è quella fragilità la sostanza di tutti gli attimi
la cartilagine di tempo che ti ospita e tu sei solo
un piccola giunzione tra un essere e l’altro
che si allaccia o si slega perdendo ogni volta un corpo

 

 

notte e giorno

ale de la torre

.

tutti i geroglifici dell’ombra
li ho inseguiti  con la  penna
dovunque si posasse un’impronta
dovunque vedessi una forma
ma era sempre un teatro di posa
un messaggio mandato a memoria
la presenza non era mai sola
e quei segni si annodavano
interminabili senza aprire il futuro
l’unica cosa palpabile restava il passato
dove tutto si muoveva e come sabbie mobili
mostravano un volto fitto di espressioni mutevoli
segni sempre e soltanto segni
senza possibilità di tradurre le mie domande in risposta
eppure a volte sulla  carta fitta di disegni solo tu
tra gli scarti delle segnature riesci a leggere
qualcosa una sagoma addirittura una figura
e ti sembra che si muova che si avvicini a te per dirti qualcosa
a volte è un bambino che salta restando fermo
altre volte una donna o  un uomo che si avvicinano senza esserti accanto
ma l’unica cosa che speri è che alla fine
da qualche parte esca qualcosa una figura venga davanti a te
e allo scoperto come in uno specchio che si spacca sia te
rompendo finalmente il gioco
quella partita assurda giocata in tante vite
sempre confondendosi sempre sfuggendo
quel sé che ora puoi vedere e in cui puoi restare
senza spostare in avanti il tempo
senza volere ancora futuro

 

in un attimo, tutto avvenne in quell’attimo

cooper&gorfer

.


quando cadde la notte
nessuno ricordava cosa fosse accaduto
né conosceva più il tempo
non misurava più quale fosse l’era
un immenso silenzio era il lato aperto dello spazio
un vuoto senza alcun riparo ordine o bordo
la terra fluttuava tra monti di oscuro
una nebbia sottile attraversava gli occhi
penetrava il petto e la mente di tutti
non avevano più alcuna parola
le voci rotolavano lontano da loro
come fasci di sterpi lungo un precipizio
Lontano si vedevano ombre
come corpi di qualcuno lontano su cui un sole ignoto
fluiva come una corrente ma
a niente serviva mettere a fuoco
la vista nulla era visibile come prima
Un tuono all’improvviso fece sobbalzare
le pianure come se da sotto i piedi di ciascuno una forza
non trattenibile spingesse con furia
ma ancora una volta niente si affacciò
a quella scena niente mostrò una storia
una qualsiasi o una voce da ascoltare.
Piombò di nuovo il silenzio l’aria si fece compatta
tanto che respirarla si faceva di attimo in attimo più tremendo
difficile inghiottirne il corpo denso largo quasi carnoso
una marea che ingurgitava ogni cosa trovasse davanti a sé
Il mattino non aveva più una veste e la notte era senza più vita
tutto scorreva verso una direzione ignota

una piccola pozza

cooper&gorfer

.

la chiamano lago
ci vedi le nuvole riflesse  camminare
è una finestra il luogo
aperto sul piccolo bacino
una piccola barca a remi la misura
da una sponda fino a quella opposta
nessun segno l’attraversa
nessun pensiero la trascrive
fermi si resta in ascolto
l’uno dell’altra come se una fosse l’acqua
ed entrambi suoi linguaggi
poi di passaggio un raggio di sole ne sparisce
un quanto come (da) fosse di luce
evapora nell’aria attraversa i rami
scompare noi fermi alla finestra a guardare
senza guado per andare
là dove l’ultimo fotogramma l’ha inquadrata
in un gioco di intrecci tra chiaroscuri mobili
il vento un treno o una freccia che non si può trattenere
taglia quell’attimo
svanisce il ricordo
resta condensata la pozza d’acqua
per il tramonto fattasi scarlatta
è quasi sangue e supera la finestra
si annega dentro lo sguardo
tra fotoni e fotometrie di un fantasma
dietro la casa la luna già galleggia a mezz’aria
la trattiene un poco la siepe quasi la punge
un lattice bianco scende sull’arbusto e sul prato goccia
silenzio e quasi una distanza in polvere

 

 

 

 

 

 

di neve di vento a volte di vetro

anne ten donkelaar

.

un inedito incontro
al limite del bosco
fuoco e fumo e silenzio
le ultime case gli ultimi uomini
poi solo gli uccelli e le bestie selvatiche
un fienile abbandonato
un magazzino  di vetri rotti
l’erba le piante intorno
un pianeta disadorno una stanza di scuola
poi alberi tanti alberi fitti assiepati
vengono da una profondità mai raggiunta
sono l’archivio della memoria del luogo
senza impronte senza voci senza storie da raccontare
eppure il tempo cade tra quei corpi
eppure lo spazio cede alla loro presenza
eppure
nessuno l’aspetta

 

 

 

leggere invisibili

anne ten donkelaar

 

mi sorreggono senza avere corpo
la luce tiene insieme mille fili
sul bordo di una inquadratura
dove la scena è un groviglio di ombre
il balcone le infinite particelle d’aria
che fanno di te una sagoma vibrante

tengo le mani distanti vorrebbero in qualche modo
afferrarti ma  tu non sei un oggetto del tempo
tu sei oltre il linguaggio il senso qualsiasi disegno
non farebbe di te nemmeno un frammento
o una parola
tu sei sola e solo in quella irreale realtà
sei viva dentro questo comune orizzonte
una scena per un mondo incollato
al mio occhio scollato da ogni logica
baratto tu hai cancellato l’inizio  il gesto il salto
tu sei volo dentro me che ti guardo

e torno e respiro sopra il tuo involucro leggero
sullo schermo dei tuoi colori
ancora vivi se pur tu sei lontano
noi lo siamo e come te denudati o forse derubati
di quanto è essenziale

                     

 

ancora sull’amore

kyrg

 

.

si perde gran tempo
per parlarne e dirne lo svolgimento
eppure non era d’amore che io volevo parlare
io volevo amare
diventare un filo volevo essere un nodo
e lasciarmi sciogliere volevo
al primo abbraccio al primo bacio
dimenticarmi sull’orlo del labbro
sgualcire la mia carne volevo essere
un silenzio ampio oltre il bordo del letto vederti
in un lunghissimo risveglio
e raggiungerti senza mai stancarmi
come se fuori non fosse che un bianchissimo
lenzuolo  di lino e vento
e non si potesse mai più misurare il tempo

i giochi degli amanti

lyse marion

.

 

gli inconvenienti  dei loro segni
gli sguardi  le mani i sussurri
lasciati a bruciare nei letti
e dovunque i nomi soffiati su muri di sabbia
le loro dita immerse sulla corteccia delle pinete
sulla calce bianca dei muri le loro labbra aperte

gli amanti questa inesauribile falda acquifera
da cui bevono tutti gli innamorati che ancora verranno
e saranno regni e regnanti per un attimo
quell’eterno che non ha misura e vive
nei loro corpi  senza inchiostri
e scriveranno l’aria con tracciati di baci
con le maioliche lucenti dei loro corpi
affamati l’uno dell’altro
senza altro tempo
che quell’attimo
uno come fosse tutto l’universo.

 

 

le facciate delle case

sergio cerchi

.

le facce della gente
quante grida inutili e lamentose
che torcono la voce di queste splendide giornate
e tra i denti mordersi le labbra per non pronunciare
i nostri tetri pensieri nascondersi dietro ombre intelligenti
mascherare il  desiderio con le tante malariche febbri
e dimenticare il corpo in un’orgia di altri corpi morenti
tra le lenzuola bianche lordate dai nostri cedimenti

perché nutrire un dolore ci fa vergognare
noi dobbiamo essere forti noi non possiamo restare inermi
noi non siamo il bersaglio degli stolti
e  troncare la parola amo-
re è chi resta a  guardare sapendo che mente
chi dietro un singhiozzo vuole solo strapparti da te stesso
il cervello non può restare fermo
deve saltare oltre il diluvio di impassibili nascondimenti
oltre questo  caos di silenzio e morte
dove solo pupazzi percorrono le strade
mentre mentono a se stessi e ignorano
fino a dove e fino a quando un freddo definitivo non cadrà
anche sulle loro tempie

 

servirà una calce viva

cooper&gorfer

.

che brilli tutti corpi caduti nel fondo
dentro questo mare in cui la luna si tuffava  nuda e guardinga
e ora sta sospesa sulla testa di troppi disgraziati
se la guardi ti sembra quasi voglia cambiare le nostre orbite
tra migliaia di stelle mirabili e morte
corrono i sogni di gente che scappa l’orrore di un’altra notte

servirà calce moltissima calce
per scrivere una pace sicura
che sollevi il fondo del male
e ne faccia terra da calpestare
un altissimo ostensorio
in cui bruciare il rigido inverno del cuore
e spilli da tutte le nuvole guardiane
una ciocca di pioggia  lieve una lingua di rugiada
e mai più con macabro inchiostro si scriva nel nostro sangue
un tempo che non si possa ricordare.

a che punto siamo dell’ignoto?

cooper&gorfer

 

 

verde di velluto
un’onda altissima regge la voce
del tempo srotola gli istanti
s’incurva dentro i secoli   e il sangue
scioglie  le paure e le incertezze
solleva le ali di tutti gli uccelli e
persino per la strada gli insetti
i gatti le lucertole sembrano mosaici
dipinti per un’unica scena da teatro
dove ognuno prova  il suo canto d’amore
e in perfetta solitudine  di questo brucia
ogni attimo che aspetta   la luce
senza  chiedersi  mai

a che punto stiamo nell’ignoto?