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(ap)punti dall'arte

dormono d’inverno

whooli chen

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.

 

 

le viole nel giardino parlano
con divise di colore verde chiazzate le aiuole
più tardi dalle chiassose corolle bianche e lilla
più oltre quasi indaco e grandi
senza sconfinamenti
stanno attente a non violare
tutte indistintamente
quella regola precisa dei paesi di ciascuna
bianca regina lilla timorosa e scura la più ombratile
la viola del pensiero    silenziosa

 

 

pochi quadri

andrew wyeth

andrew-wyeth27

.

tutti insieme in galleria
nel corridoio di casa una
sola
fotografia alla parete   ricordo
di un corso di camera oscura e sviluppo
tanti anni fa e poi
oggetti di tutti i giorni oggetti dappertutto
gli indumenti le scarpe le borse e
dentro  i quaderni   i disegni
le poche parole abbozzate   di getto
il ghetto di un dialogo in cui vivo con me e tra me
tramando il tempo affidando e affilando
tutto quando non voglio sia interrotto
il discorso indiretto con mia madre
che mi abita in piano mansarda avvolta al mezzanino da una nebbia leggera
occhieggiando dietro gli occhiali o da qualche altra parte
sulla superficie del viso dove più silenzioso e interrogativo
è tutto quanto continuo a non pronunciare
e mi domando
mi domando se preferisco i morti o  quelli scomparsi
i vivi che giocano dettandosi leggi
lanciandosi imperativi
senza l’uso di riflessivi
senza  accorgersi che tutti saremo spazzati via
spezzati senza età senza più qui o là
tra i fiori noi saremo i fori delle talpe
saremo gli agenti
segreti di un universo  di semilavorati
e sempre saremo filati tramati e trafugati
tra la vita e la vita
attimi divisi

 

fantasmi

becker

becker

.

quelli che mi camminano
e non vedono   intorno
quelli che mi scrivono
e non sanno
chi siamo in
 questo giorno
l’origine

in ogni attimo
fantasmi le notizie
contraffatte che    danno
il fantasma dannano  per essere
senza altra consolazione che illusioni
fantasmi di quanto  inventiamo
e le cure  per chiamarci dall’oscurità
in cui crediamo di vivere
possedere questo regno
tra  terra e cielo e fuochi
senza ingegno ce ne andiamo a spasso
perdendo sempre
il nostro tempo
in ogni accadimento
alato senza memoria
a lato di altra
 a d e s c a

 

venti

vieques -puerto rico

puerto-rico

.

più  di  v e n t i quattro alberi
un’ombra lunga
lungo tutta l’estate e
in primavera le voci assidue compagne
i voli
gli uccelli
tessono le foglie ai rami
l’aria
si solleva
leggera
entra come
un infinito abbraccio
profumato
di resina
di essenza
una vita lenta
che supera
i nostri vani
orologi di vite senza spazio
tutto a una dimensione soltanto
il mondo virtuale

oggi li hanno segnati
per abbatterli
qualcuno non sopporta le radici
degli alberi eppure

non sanno loro
ancora non capiscono
a cosa radicano ogni loro fiato?
ogni loro esistenza piccola
perduta in questo asfalto di inciviltà?

così abile

 annibal vallejo e joanna concejo

annibal-vallejojoanna-concejo-cuandonoencuentrastucasa3

.

quel senso
di dolcezza così
penetrante riesce
a straziarti e sconvolgerti
e nemmeno ti accorgi
fino  all’assenza
alla mancanza ripetuta non sai
quanto sia profonda quanto affonda in te
l’incisione che ti resta

di poche tracce sulla neve

marcela cárdenas

marcela-cardenas-colombian-b-1973-medellin-colombia

 

 

I

non dorme mai
la madre d’inverno tesse
orme
ogni fronte  perduto
scrive un mare e un orizzonte
viole sotto il tappeto
e nella bocca schiusa
lievita una sostanza chiara
saliva
che non ha parola

II

poi cala il vento
e finalmente  vedo
lo sguardo a(p)prendo

III


è il nuovo ordine
ritrarre la vela
esco da sola
il mare l’ho in corpo

.

marcela cardenas

marcela-cardenas-1

.

 

IV

respiravi così piano
e ti vedevo
come io fossi te
fuori come una folata d’aria
me ne andavo
senza bendaggi
senza guida
finalmente
libera

V

continua a tramontare
ogni astro
il sole la luna le stelle
e ancora non mi basto
ancora mi peso
in questa insonnia nuova
dentro un’età che non nutre
una via che non si può
praticare   apprendo
altro aprendo
quell’oltre  sempre
che àncora il mai
.

marcela cardenas

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.

VI

dove sta la logica
ragioniera dei miei giorni
quando mi capita
un accidente qualsiasi
perdo la testa e lei
si smarrisce come una macchia
sul cappotto
fa fagotto
mi lascia lì
sola
dentro il portatile ingombro
di me stessa

VII

chissà se ci riesco
a spillarmi l’ultimo oro
dal sangue
sempre che ne esista uno
magari intinto in questi istanti rubati
che poso sulla carta
mentre aspetto l’ultimo
minuto dell’attesa
e qualcosa
qualcosa mi prende e
mi ruba

scorre il corpo lo anima

on body soul

on-body
sul-corpo-lanima

.

un attimo sul corpo
l’anima lo sente
vede la scia
una eco  verde un soffio
riconosce

è il bosco

ancora un attimo
bianco
un intervallo tra gli alberi

un cervo

tracce
tutte le erbe
unguenti le resine
l’anima sente
il corpo trascrive

impronte

le mie orme?
ma non domanda
l’anima
non parla
sente

le parole sono legni

si schiantano
alberi in terra si spezzano

ossa
sono tutte le tragedie
tutte le parole non sono

lei  dietro l’angolo
nell’ombra
striscia il suo piede
indietro
vorrebbe tornare
indietro

muta

la cerva è ferma
ora è chiara
la sua forma unita
tutto quanto la circonda

affonda l’anima
li qui
dà l’aria  che la porta

frammento

alice lin

alice-lin-0

 

.

 

sempre più ormai
mi convince un’idea
in cui non siamo noi
il luogo in cui la memoria abita ma
questo tutto intorno a noi che per un soffio
un istantaneo cortocircuito ci ricompone e ci mostra
quanto stava disperso come una polvere nell’aria
appena qui fuori
ed ecco ricordiamo

inconoscibile un luogo

henk helmantel

 

.

nel limite  di questo nostro giorno
fatto di spazio e involucro di un vuoto
tondo assolato e buio silenzio
il ventre della madre
governo e principio di cambio
plurale luogo di transito
mutazione   è   stato di un luogo
che non ha principio o fine
se non la continua violazione
di ogni assunto  manifesto
grottesco e irreprensibile ignoto
caverna dell’ incontro
sul capo il latte versa e nel corpo genera
ali e volo braccia d’albero e radici     acqua
fuori dal tempo   spazio   puro principio
plurale sussulto vulcanico seme di Orione che  fruga
in caccia  d’ogni meraviglia l’alba per ritrovare in essa  la vista
di quanto per cecità ha perduto in vita
in quell’ignoto che è il nostro corpo e tempo
il peso quotidiano  da portare sulle spalle  e dentro il petto e
lasciamo
lasciamo stare il cuore che sopra c’è sempre una croce
o una x come nei quiz di cui non sappiamo le risposte
dolori lutti  giochi iniziati e perduti sotto i letti
e le lenzuola come colline e passaggi  in paesaggi di addii
troppo sempre troppo grandi
da cui  in fretta allontanarci
perché pesa e preme
troppo forte preme là dove il respiro si forma
e resti legato come ad una parola che non si forma
tra pochi oggetti usati a intermittenza mentre te ne vai
da questa giornata come dopo una corsa in macchina
o dopo aver bevuto l’ultimo sorso di un inchiostro che tutto il tempo ti ha trascritto
le forme del mondo
senza lasciare impronta
di te    della vita trascorsa
della misura delle tue paure o delle cose che volevi
di quell’esserti creduta orfana e figlia ancora dopo
i figli che sono stati il padre e la madre che non hai conosciuto
se non su un limite precario praticato a distanza
un non segno l’imprecisione della distanza quell’essere
accanto di stanza in stanza che non basta non basta
nemmeno se ripeti una   due o
trecento volte la stessa parola
soffocata dentro di te come in una grotta dove volevi
dissipare la memoria

 

di poche tracce sulla neve

 

 

parlo di ciò che è stato

silas j. durant
silas-j-durant
.
.
 .

e non di quanto ho perduto  parlo di cose
di vetri che lasciano entrare spifferi
di porte che cigolano e di piatti caldi
di sguardi che passano dagli occhi
rilanciati senza sapere dove dirigerli
di quell’aperto magazzino     un deposito
dove mi avventuro a tempo perso
cercando me stessa in luoghi pieni di vento
un cinema all’aperto  mentre mi ostino
a stare seduta a trascrivere
il messaggio che sono la contadina
che impara la madre che accoglie l’asta
di ferro per raggiungere il soffitto
mentre un male che conosco mi spiega
la fine di un conflitto e intanto
benedico benedico    benedico tutto

diviso il tempo

andrew wyeth

andrew-wyeth-night-sleeper
.
.
 .

la sua vita non crebbe più
come una volta
tra i prati e dell’oceano che gli cresceva dentro
non sentì a lungo credo
il rumore continuo ossessivo il ribattersi secco dell’acqua
e del legno che crepita sfatto dal sale e dal vento

tutti gli oggetti si fanno ritratti
di amici  famigliari  tutti gli  interni domestici
paesaggi tra vasi e architettura natura
di morte una storia che non trova confini e che brucia
un significato un senso lo stesso che senti dal racconto della loro vita
e formano un quadro aperto allo sguardo da cui è catturato
chi passa  si ferma e entra in quel vano come una storia praticabile
una rampa di scale per scendere o salire nelle stanze

in una solitudine nella concentrazione dei dettagli
un tessuto sottile come quello di una tenda che ondeggia
attraversa l’aria montandola dal vetro scostato
insieme ad una luce che porta il chiaro  delle foglie il loro sfrigolare come ghiaccio
la festa dei verdi intrappolati in una prospettiva libera
che si tuffa nel lago mostrando i suoi germogli
e tutto è inchiostro e strumento che scrive un messaggio
calzando una realtà che si interpreta dentro le emozioni che disegnano
variabili in ognuno di noi
e ancora non paralizzano una nostalgia piena di pace
che a viva forza ci abita  anche nella sofferenza.

cercavamo entrambi l’oriente

newell convers wyeth

n.c.-wyeth-crows-in-winter

 

.

e finimmo per provare che tu e io
potevamo costruirlo sotto lo stesso tetto
che addirittura potevamo vederci
dalle distanze accumulate in così tanti anni
di solitudine accesa dalla nostra sola presenza
innescata dall’indifferente scorrere del tempo
dentro le nostre scapole aggirando i pensieri
ormai vuoti dei pesi di una volta
dalle incombenze che ci hanno trascinato per giorni per anni
fino a queste stanze senza mobilio e senza scambio
dove abbiamo potuto inventare  il nostro spazio ogni nostro attimo
una vita senza processioni a ritroso
senza altri colpi di scena se non quelli di una
volontà come una benedizione che lascia la notte
aperta senza mai un rimpianto

accorcio sempre un poco

.

le distanze  nuoto nell’aria    freddata
in questo fine novembre    ad  agosto
il tempo gioca     salta
nei quadri   lancia    il suo sasso piatto
dritto nella mia bocca
e non c’è niente da fare
stanchezza o progetto sono cose da scordare
nuotare andare senza nemmno pensare di limitare
i danni   sono    temporali
piove  piove tutto  il tempo   e
si accorcia il giorno

fino all’ultimo        un attimo

*

una stanza vuota
non sono mai riuscita ad averla
per questo ogni giorno faccio pulizia
di tutto quanto mi gira nella testa
è quella la stanza la porta la finestra
e anche la posta
con cui mi metto in palio alla giornata
che scorrerebbe a meraviglia
se solo restassi al sole
ad ascoltare il prato che parla
il resto è uno studio per errori
per gente di cartapesta
che sta davanti a grandi specchi
per vedersi svolgere i giorni
sfogliare gli anni spogliare gli animi

la posizione ormai è una x
per tutte le volte che siamo stati messi
e croci

.

.

come splende stanotte
una croce ad ogni crocevia
e un cristo in ogni casa
forse anche due o tre
centinaia di croci

piccole conficcate in terra
e dentro corpi di neonato e bambini
uomini che non sono inveccchiati
padri che non possono essere chiamati
la notte intrisa di petrolio e pece
fetore di carne bruciata

la sapienza l’hanno scannata
l’umanità s’è suicidata

*

ha le gambe di ferro
si tiene dritta in piedi
da quasi trent’anni
tutto il fabbricato invece le è caduto attorno
un cumulo di macerie
la gente spersa polverizzata
sotto la tavola in mezzo alla strada
nemmeno il vento
solo il vuoto     pieno  della casa

*
le lecca la faccia
le mani
i piedi
il corpo è di polvere
e catrame i capelli
in bocca ha fumo

lento   il cane
le fa ancora un giro intorno
annusa la morte
che gliela porterà via

.

.

mi perdevo
ogni giorno china
sul lavandino lasciavo      schiuma
e qualcosa di me che non vedevo
non capivo quanto fosse scura

la mia poca vita
un giro di cintura a cui aggiungevo
ogni giorno un buco

*

braccia gambe collo
tutto ti ho lanciato addosso

perché volevo stringere qualcosa
perché volevo sentire che anch’io ero qualcuno
agire un vincolo sorvegliare un’emozione

non sapevo ch’era ruvida quella storia
e avvizzita l’erezione
proprio come la mia pelle   una lezione

*

disegno
mi disegno i contorni
tocco i rilievi   tondo dei glutei
acuto dei seni

storno lo sguardo sul ventre
scendo le rotule oltrepasso le cosce
ma
dov’è

mi chiedo   dov’è
la mia lingua?

.

.

spingo spingo
spingo fuori le sillabe
le espello le spello
le stringo in museruole sadomaso
chi sa dove sta la forza dell’eros
allora le butto le trattengo le sbatto giù
sul foglio le cemento
avida mente prona all’uso
getto uno schizzo

un rosso  rotto fiotto    esausto
il mio sangue
l’ultimo numero che ho scritto

*

occhi di vetro
dietro i vetri lucidi
sguardi di ciechi
ticket io
visionario
una buca che fuma
un’infamia
un’idiozia

*

c’è un teatro di pigmei
sull’altare dei giorni
si credono uomini d’altissimo rango
e di più alto profilo
se li guardi
non vedi che nero
un vuoto inadeguato
un buio impreciso

cosa chiudo dietro la porta?

harryandfrank

harryandfrank-instagram

.

con tre mandate più quattro giri di chiave
cosa lascio in attesa senza  altra guardia
che quel legno vuoto e secco come soglia della casa?
ciò che importa lo porto con me
ogni volta in me
cosa lascio dentro casa?
in quelle stanze vuote
senza ammenda e senza provvigione di salvezza
cosa c’è di me se non un fantasma?

un’isola di roccia distesa in acqua scura

z. beksinski

beksinski1

.

una soglia chiusa  silenziosa
versa se stessa dentro la sua ombra
una barca piccola lenta   l’orma lascia nell’acqua
che subito richiude   il prima e alla riva spinge
quasi soffiando un vento invisibile
fermi gli alberi eretti in appiombi terribili mostrano
radici bianche  contorte  e salite erte
verso un cielo inaccessibile
una figura trema dentro l’aria la sua veste bianca
e una bara come d’ossa  anch’essa di neve senza fiori
avanza in quella scena fatta
di pietra e silenzio dominio del lutto
un mistero nemmeno in sogno evaso
un fiume continuo di passi in cui si affoga
oltre  quell’oltre appena sul limite dell’acqua
ferma notturna impenetrabile fortezza

intorno alle cose

kaatje vermeir 

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.

muri spessi   alte pareti
contraffazioni di storie per un racconto
inedito che nel tempo annoveri e nasconda
il senso di troppe sofferenze che violano
i giorni brevi delle nostra infanzia perenne
l’ interrogazione che cambia e mutila
ogni presenza  misurando dimensioni
animate solo dalla logica
una casa senza coperta e copertura
senza titolo una dimora generica
dove lo spazio non trova l’infinito né lo fonda
se non per un asintoto che è limite
della nostra indigente visione di scorcio
la corsa attorno a un tavolo dove siedono
ignominia viltà e ignoranza
la madre assente oltre la soglia abbaglia
la nostra comune cecità
isola la notte scardinando qualche parola
intrappolata tra la coscienza e il delirio dei sogni
un manipolo di disegni incendiari
in trincee di abbandono   senza concezione le parole
sgravano le nostre perdite   non c’è oggetto
né verità dentro il soggetto che tracci un ponte o aereo
configuri un dominio  un domani di cui sentirsi ospiti e sonnambuli
assistere al silenzio nel sezionato luogo della nascita
specchiando  l’analfabetismo  della morte
di cui ci sfugge da sempre ogni grammatica
l’altro lato del  foglio dove noi
siamo l’ombra di un intricato scarabocchio

 

 

nell’eremo una stanza

jean bailly

jean-bailly-15

.

chiusa a tutti i venti
è un’architettura scritta
da intraducibili crittografi asimmetrici
luoghi in una lingua  somigliante ai  segni
in cui ogni parola sfugge  e l’incantesimo senza quella chiave
quella soltanto
è come un cielo che si vuota  delle nuvole
quella stanza
quella  soltanto
dentro un’unica parola
del vento rievoca una sala più antica e remota
senza finestre dalle pareti filtra
luce e l’aria  spalanca un tempo immemore
un alito che arriva da lontane  cime
molto più lontane di qualsiasi paese

varcandone la soglia
pervade lo spazio
e niente è più esterno o interno
tutto si fa alto aperto
tra colonne di alberi magnifici radicati
tra nuvole e uccelli in migliaia di ali
che  come drappi affrescano le pareti sensibili
fin nei  soppalchi più nascosti
l’alcova dove uno  spirito raccoglie suoni
da una gola mistica  non umana
purissima la diffonde ovunque in un universale viaggio

senza fine senza fine senza spazio senza tempo
tutto si fa passo e il cammino conoscenza tra appunti di diari
che sono tutti e la vita di tutti gli esseri succedutisi nella lettura
di questo perenne pellegrinaggio
in un silenzio attonito nell’ascolto di quel   vento
fattosi canto tra le pareti dell’eremo
in quella antica sala ordito e trama
di un’anima ancora incompiuta.

un’ambra rossa

cristina finotto

poesia-rossa

.

era  come un’ombra
ferma quasi dipinta
non era una vita caduta
ma qualcosa come un miele
che  intorno  dove stava  catturava tutta l’energia
una specie di  d’insetto di cui sentivi solo il suono
ronzare senza fine  e sembrava che tessesse
un materiale trasparente addirittura invisibile
in cui   attimi di tempo volavano
scintille     braci piccolissime
una specie d’oro liquido tra capelli sottilissimi
e in fiamme si muovevano nell’aria senza lasciare riposo
a tutto quanto raggiungevano
ed era chiaro che insieme
a tutte le altre vite già vissute
quell’ombra ceduta all’attimo non sarebbe stata l’ultima ma una
tra le tante   una terra di folgorazioni e una poesia che non ha parole
solo quel miele che riluce di tutti i castagni e i fiori di montagna
delle acque e delle terre dei fiumi dei laghi
delle più piccole pozze tra le rocce
e ogni singolo attimo
guardiano disegnato all’orizzonte
che traccia lento   ancora un segno   al nostro stupore

incanti e incantamenti

camilla engam

camilla-engam

 

.
vengono da un fondale di segreti
come dal fondo dei fiumi o dalle profondità degli oceani
vengono lenti come lumache di terra e di mare
non hanno voci ma tessono luci
come scie di seta portano i colori delle cose
il verde profondo dei boschi
il morbido bruno delle terre più umide e
l’acre ambra delle coste tostate dal sole e arse dal sale
portano tracce dei suoni di tutte le madri
per ogni specie una sillaba e una vocale
viene seminata tra le nostre lingue in serre di memoria
così che i profumi e gli odori
possano incapsularne profondamente nella radice più nascosta
in ogni corpo un monologo di esche e un prologo di immagini come lanterne
pronte a riaccendersi nei notturni risvegli che ciascuno vivrà
nel corso di tutte le sue stagioni

e se dovessi direi addio

.

a tutti quelli che non ho amato
per amore dell’altra che ho messo prima di me
e del mio desiderio    lascerei un segno col gesso
lo farei in terra per ricordarmi l’amore
perduto in tutti quelli che non ho baciato
che non ho trattenuto tra le braccia
eppure ho visto e rivisto un giorno dopo l’altro
come in un giorno qualsiasi guardando un estraneo
e di rosso traccerei un segno d’infinito
per dire ciò che non ho mai scritto
tutte le poesie che nessuno ha letto

e ancora se dovessi dire addio
lo direi agli sconosciuti
che non hanno avuto un nome nella mia memoria
ma tutti i giorni mattino e sera
come orologi hanno marcato la sveglia
del mio andare e tornare dall’ombra della mia stanza
lungo i muri di una città amata e perduta
scritta e cancellata su tutti i muri
dove i ragazzi si sono installati con scritte irriconoscibili
tra spray e griffe anonime
a ogni uomo e  donna che mi ha guardato un attimo
e ha visto in me qualcosa di cui non so nulla
e non incontrerò un’altra volta anche se saranno
tutti gli uomini che nasceranno domani e sono già
nati ieri e prima ancora

e piano come un sussuro di silenzio lascerei un rigo di nero avorio
a tutti quelli che piangono senza mostrarsi
a tutti quelli che gridano per soffocare l’amaro del loro dolore
alle donne che in questo preciso istante
decidono di mettere al mondo un figlio
e anche a quelle che decidono di non averlo
ai ragazzi che si bruciano dentro
provando tutto quanto credono sia libertà e quasi sempre è prigione
e a tutti quelli  che crollano nello spavento  dell’orrendo
braccati e svenduti come carne da macello

una riga bianca e trasparente la lascerei agli scrittori
che s’inventano storie per alleggerire i pesi
di tutto quanto ci cavalca e scavalca
dimenticandoci che siamo uguali
e tutti intoccabili
dal capo di gabinetto a quello che lava i morti e li imbelletta
le prostitute  maschio e femmina
perché il corpo è l’insieme di ogni orrore e  ricchezza
così che se solo vivi hai mille pianeti che ti abitano nel sonno
e mai ti trasformano in una pietra  vivi di quel quasi niente
con cui sai riconoscere cielo e terra

e ancora come di nuovo fosse l’inizio dei saluti
per intero e una per una salutarei le stelle che mi hanno incendiato gli occhi
con tutti i loro riflessi  il canto del fuoco di tutte le braci e il tepore delle ceneri
gli insetti e le api girovaghe che di miele traducono una lingua che tutti parlano
le gocce di pioggia quando scroscia sui verdi della strada e la lumaca
che non s’impaura se le schiacciano la casa
le lucciole che vivono per strada
dedico un addio particolare
a quelli che in questo sfacelo impareggiabile cercano in cielo l’arcobaleno
e in terra raccolgono gli schizzi di una parola fatta del silenzio di tutti i mattini
e al secchio dell’acqua che spesso è diventata ghiaccio
a quelli che al mattino presto incontro lungo l’argine con il cane per compagno
ai vogatori della rarinantes che mi fanno sognare un mondo galleggiante
che inventano il canto con la voga delle braccia
ai contadini  che lavorano anche la notte il loro campo
alle donne di tutti i paesi della terra che faticano e nessuno nemmeno le guarda
a tutti tutti quelli che non hanno casa e s’inginocchiano davanti a un fiore
al venditore di pesce che arriva alle cinque e occupa la piazza gridando la voce del mare
al cercatore di rottami che porta via le cose di nessun conto
e in mani d’altri si fanno un nuovo mondo
ai pescatori di perle e di coralli
che si avvelenano pur di trovare tanta bellezza
ai venditori di semi presi dall’ovario dei frutti e dei fiori
ai ragionieri che contano le comete
e anche agli angeli che mi hanno accompagnato e non ho mai visto
ai miei demoni che ridono sopra le mie spalle e mi solleticano per farmi sentire leggera
quando intorno vedo macerie e gente che cade
perdendo il meglio di questa vita di nessuno e di tutti
questa vita che non ha porta e l’ingresso e l’uscita non ha una un codice di lettura

 

Da di alcune orme sulla neve- inedito- f.f.