FERNIROSSO webBLOCK

(ap)punti dall'arte

poesia

.

non so dirlo in altro modo
questo tuo vagare chiaro
o scuro tramontante in alba
giorno e notte perdendo la tua guancia
istantanea ridisegnando la tua bocca
bella aperta articolata selva
un verso continuo in un miraggio d’ombre
terra acquatica padrona di ogni nascita
operata cosmogonia di mille e mille gocce
amniotica friabile d’aria e suoni in ingobbi di silenzi
sacri  portabili   tra mente ventre e cuore
nella cura del piede che percorre
la sua veste felce e selce anonimia e omonimia
del sanguelinfa  arcaico miracolo che spertica
la misura dell’infimo   esempio dell’immenso

 

se torno

.

e ogni volta ritorno
lo so già che sbaglio
sbaglio a rincorrerti e a rifare i conti
camminando all’indietro
dietro tutto  quanto è silenzio
dentro tutto quanto non ha corpo se non il mio
che ormai è un altro
e se venendo all’icontro mento
nel racconto in cui mi riscrivo
e ti rivedo dentro una notte diversa
la stessa cicatrice aperta
ancora la caviglia che duole
cosa succede se allungo la mano
per toccarti per trattenerti
addirittura baciarti
come un’ombra di me stessa
stanotte dimmelo
dimmi cosa succede
perché ho bisogno come lo avevo allora
di sapere  perché fosse così scura
la frattura che ti ha portato via
che mi ha trascinato in altri luoghi di me stessa
io non so ancora se eravamo agli opposti
se eravamo sbagliati
ma ancora una volta le parole non servirebbero
tu davanti a me non c’eri
io davanti a te non ero tua
dieci o diecimila treni
diecimila chilometri
ogni giorno la distanza tra di noi non aveva misura
e ci siamo persi oppure siamo scappati
non io da te o tu da me
ma ciascuno da se stesso
che finalmente si era mostrato
altrove senza una ragione precisa
senza volontà di offesa
entrambi avevamo un altro nome
e nessuno di noi due   sapeva pronunciarlo

 

 

subito o quasi subito

louis treserras


.

mi addormentai sulla sdraio
ero esausta del viaggio
tutta una filata dentro la notte dentro la strada
che si divincolava dalla mia attesa di arrivare
e sembrava ad ogni curva allungarsi senza fine
sempre più si allungava come se cedesse la sua misura
come se non ci fosse mai
alla fine una meta

non mi accorsi nemmeno di essere caduta nel sonno
pesante profondo mi aveva portato in un luogo distante
diverso da quel mare selvatico e rumoroso
quasi accidioso mentre mi ero sognata una spiaggia bianca
pacifica una riva sonnolenta morbida
avevo bisogno di lentezza statica una quadratura della mia conica
sezionata faceva di me solo una perdita continua una infinita tangente
che si assottigliava e s’incurvava dentro se stessa
mi svegliai affannata in un pianto a dirotto
avevo rotto un vetro con la mano
e sanguinavo dappertutto

in terra gli insetti sembravano godere di quello stillicidio rosso
mi alzai dalla sdraio  corsi verso il bagno
mi lavai la faccia e le mani
mi medicai alla meglio e mi guardai intorno
non riuscivo a riconoscere il posto dove avevo preso sonno
o forse stavo ancora dormendo e quello era ancora un sogno
l’unica cosa di cui mi rendevo conto
era che avevo perso tutto
eppure nessuno aveva perso me
perché in nessun luogo ero
appartenuta a nessuno

per una questione di tempo

gole di alcantara

 

.

arrivai dal lago
ad attendermi all’attracco una donna robusta
non la conoscevo
non l’avevo mai vista
era dura addirittura oscura
la sua parola non suonava nell’aria
anzi flagellava l’orecchio di chi l’ascoltava

scesi dal motoscafo con lentezza
mi girava la testa e avevo voglia di tornarmene indietro
a casa in salvo da qualsiasi tempesta
c’incamminammo a passo svelto verso l’abitazione
dove in attesa c’eri tu
non ti vedevo da anni ma forse sarebbe meglio dire secoli
tanta era la distanza che si era messa tra di noi

entrammo in casa mi volevano offrire del tè o del caffè
rifiutai e mi disposi ad aspettarti
curiosando con lo sguardo tra le tante cornici e fotografie
in bella mostra sopra un pianoforte
c’erano molti volti noti
se avessi guardato bene forse avrei scovato e riconosciuto
anche il mio
ma arrivasti alle mie spalle
inattesa la tua voce pronunciò qualche parola che non capii
ero ancora in viaggio nel tempo di quei fotogrammi chiusi altrove
in cornici di memorie che si erano per un attimo dissepolte

nella scatola dell’inquadratura di un altro tempo
affiorò il tuo viso
vecchio spento anche se negli occhi qualcosa vedendomi
trapelò mostrando una velatura di pianto
ma non ci feci caso che per un attimo
poi iniziasti a parlare e parlare
e io non ti seguii non ti inseguii nello sviluppo del discorso
volevo semplicemente uscire dalla porta
andarmene da lì e non pensare più al viaggio
a tutto quanto ormai era diventato passato

nel deserto

foto di scena- australia

.

.

lontano nel continente australiano
gli aborigeni pregano assorti
davanti a un muro di fabbrica
prima là
c’era un albero sacro
ora è piantato soltanto nei loro occhi
ma la gente  che passa
non sa di quell’albero
e vorrebbe che andassero altrove a pregare
lontano lontano con quei loro suoni primitivi
con quelle loro facce antiche
impastate di oscuro e mistero
gli aborigeni stanno fermi come statue di pietra
sotto il sole che cola le cose
stanno fermi davanti a un muro
dove c’era un albero che è rimasto là oltre lo sradicamento
oltre l’abbattimento oltre la morte
l’albero è vivo e pregno dei loro cuori dei loro pensieri
delle loro parole fatte di radici e crete rosse
cotte dal tempo e ferme in un unico illimitato spazio
nell’occhio di un cielo che abita quel vivo  deserto
dissetando le radici dell’umanità.

spostamenti

 

sconfinamenti o
scioglimenti piccole fratture tra i pensieri
in una somiglianza dei suoni
straniamenti
in una formula gregaria che si doppia
e graficamente disorienta il polo
l’improbabile luogo
per un asintoto grafico dove la vita asincrona
sposta il desiderio e i fuochi dell’ellisse tra giorno e notte
si elidono giocando un altro centro
quanto temevi  ora è lì
aperta vertigine in cui sprofondare allungando il passo
scomparire dal tempo e dal luogo in cui si svolge il viaggio
nella fronte di un segno una pelle pellicola
che dentro proietta tutto in un secondo più profondo
piano un mondo d’ombra denso nutrito di mistero
e accecanti bagliori in forma di visioni
un istante di un mondo oltre una realtà che sfugge
mentre credi di svegliarti aprendo una finestra
affacciarti a qualcosa che sta fermo
mentre disabitata e oscura una stradina piccola
chiusa nel cerchio del tuo occhio è lo scenario
di un percorso che passa e sfreccia  una giornata senza guide
se non quel dubbio difficile da raddrizzare perché tutto arriva
alla velocità della luce.

prima

krzysztof iwin

alexandra eldridge19

.

prima di me e di te
prima del pane del sale prima
di ogni cosa artificiale
prima che la memoria si offuscasse
e la pianta del piede non ci sostenesse
prima che la terra non vomitasse
tutto quanto segretamente con impegno
aveva fossilizzato nelle vertebre profonde del suo corpo
prima di ogni prima
quando la terra era una deriva
quando il pianeta non aveva appartenenza
e non aveva alcun nome
prima di ogni fruscio
prima delle spighe delle galassie
prima del vento atomico
prima di ogni fremito
prima di qualsiasi radiazione
quale era la lega di una parola
come si pronunciava aurora
e luna come si coniava
come si centellinava ogni grano dei soli lontani
cosa stava nascosto nel nero del buio
tra il giorno che ancora non era nato e
la notte che non aveva il suo posto in un ciclo
dove stava riposta la scrittura di una poesia
l’erba incredula dei verbi
la falce dei soggetti
il mondo dove accreditava le sue forme?
e il verme dove metteva la sua polpa senza quella di un frutto
e il pesce e le sue squame contate una ad una
dove guizzava senza l’acqua del mare e di ogni parola
dove ci si sedeva a mangiare
dove si poteva sognare di dormire
dove disubbidire chiamare le eco sentire ?
dove vivere in questo mondo di dissesti
che ogni giorno si riscrive?
dove?
dove e come
potremo scomparire?

 

dicono

alexandra eldridge

.

dicono che i bambini hanno poche parole
dicono che i bambini non sanno
tutte le parole complicate
che le storie che raccontano i grandi
non sono parole per l’infanzia
e che per loro si deve scrivere con parole semplici
eppure mi domando se
abbandono
è una parola semplice
mi domando se
sfruttamento
è semplice una parola
se è semplicemente la maniera per produrli
abbandono e sfruttamento si praticano
ma non si dicono
non sono parole da raccontare
eppure è la storia più lunga
da scrivere
per tutti i nomi di bambini che contiene
e tutti i nomi degli uomini
che abbandono e sfruttamento
continuamente producono
diretta e chiara
l’infinita solitudine
è la prova che i bambini capiscono
la storia  che i grandi raccontano
costringendoli a viverla frammento per frammento
e giorno per giorno
inginocchiati ad una altezza irraggiungibile
sono il fiore più profumato del mondo

 

seduti

.

l’uno davanti all’altro
senza guardarsi
finalmente vedersi
l’uno davanti all’altro
senza essere uno davanti
dietro l’altro
entrambi essere
l’altro
finalmente sentire
svanire
quell’incertezza
legata ogni volta
ad una parola
sguarnita di immediatezza
parola che si arrotola
mentre tu resti a guardarla
perché senti che ti allontana
mentre si avvia nell’altro
copiosamente recita
tutto quanto non volevi affatto dire
ecco
ora sei altrove
sei altro da quello che volevi essere
sei la parete dietro cui si è messa alta
la parola non voluta.

solo ieri e ancora oggi

 

.

oggi
pur con tutta la pesantezza
e la stanchezza
legata al piede e al polso
ho lavorato
e svolto il giorno sul filo del rasoio
con il fiato del tempo addosso
sospeso mi ha messo sulla porta una gioia così profonda
che tutto da qui mi sembra
finalmente avere la sua reale consistenza
solo
lieve
una nuvola
aria
in aria
un orizzonte che si spiuma

solo ieri– 7/6/2017

la priora mi apre la bocca

.

lontano
lontano lontano
lontano da qui
da queste strettoie
da queste case che quasi si crollano addosso
lontano lontano
tra filari di pioppi e argini di fiumi
incolume la mia infanzia mi viene incontro
mi abbraccia con la sua leggerezza
con tutta la sua grazia

 

 il tempo gioca dentro il mio occhio e sulla bocca posa…riposa …il suo scherzo

.

larghetto
un attimo
si è steso
alla luce del mio occhio
si è capo-
volto e ne ho visto
un viso dolce
morbido
era il sorriso
di un bambino
e giocava
con la bocca
succhiava la mia faccia
come fossi io
il piacere di ogni traccia
raggiunta con il gusto
di sostare insieme
un attimo
solo un attimo
sotto il sole

 

 

 

oggi come ieri e domani ancora

.

quanto scorre
trascorre
dentro di noi
ed è nostro sangue
non è tempo
ma la vita
mia tua nostra
vita
una tessitura perfetta
in cui niente si perde
niente resta escluso
tutto è
intrecciata presenza

lasciarci non è perderci
nemmeno di vista
tutto è orma
in ciascuno di noi corpo
di un intero un quanto
di ascolto
che perdura se
solo per un attimo
rivolgeremo lo sguardo
all’interno
in cui ognuno è via
ognuno è mondo
altro nel profondo alto dell’altro

 

f.f.- come in una serra – ai miei allievi

ogni giorno un attimo

 

mi fermo
ascolto
la voce del tempo
che è voce dei morti
ora
è una cascata incessante
scrive
viaggiando  in noi
per incendi e per scrosci
scorci di visioni
sopra un’unica tela
che è il mondo cucitoci a rovescio
città e paesi sperduti
oggetti e paesaggi
angolature di uno sguardo
che concreta
e concerta se stesso
in questo lancio di sbieco
aprendo il suo pugno d’ombra
come una voce segreta
anch’essa rapita da profondità in cui dimora
sola
nell’intreccio di una mappa
luminosamente oscura
tra rami di alberi altissimi
profondamente piantati nella carne
come un silenzio parlante
un eterno presente
su cui tutto scivola
attraverso una falda acquifera
che ogni attimo ci genera
lasciandoci lieve
fiorire sulle palpebre
qualcosa

 

 

né ero

alexandra eldridge

 

.
senza fine dentro
né senza meta
nel nero non c’è
fine non c’è dentro
la matrice è perfetta
quale sia la madre
quale sia il seme
né tutta la luce
né tutto
l’oscuro la coglie la spoglia
a n c o r a
il nero è
un attracco la materia
prima della mente
un neo del profondo
nero ne ero piena
quando
né ero consapevole della vastità
né ero fedele alla mia notte
senza fine un tempo
in cui m’imparo e mi seguo
mi fessuro mi spergiuro
mi precipito
mi dispaccio con scritture
nere del distacco
vene di un chiarore
l’infedele
parola turpe
turbinata rupe
pura e senza tempo
senza fine senza
c h i a v i
senza
la morte
un occhio che si nega
la fonte che annega
nel liquido promiscuo dello sguardo
un guado oltre
il confine nero
né ero
io da quella parte
spacciata – amore io ero –
scomparsa aperta una stanza
dell’attesa e tu che
non venivi
lasciavi giorni in quell’incuria gravida
di vita tu tenero scabro tu di grano
germe lascivo aperto in sommossa
corrente nera coerente sera dell’attesa
della promulgazione di ogni attesa
con furia e con rumore
cadde il mio nero
né ero in quel tempo
né ero
oltre
di te
di me di questi luoghi di silenzio
dove mi estinguo
come una lettura
nero chiostro nel cuore lanciato
assassinato dissanguato silenzioso
nero dell’osso nero
– fummo in un secondo
tempo –
stretto traguardo
medicamento del tuo occhio
il taciuto godimento al buio di ogni verità.
Né ero consapevole
alla fine della lastra
dio di quella cifra in chiaro.
Zero.
Lo zero di tutto il vero.

.

da Nella perfezione della crudeltà. Un teatro d’ombre

solo

alexandra eldridge

 

.

in un attimo
indosserò la mia faccia migliore
seppellirò l’ansia in un cunicolo
senza via d’uscita
attraverserò la frattura di questo incerto
momento che penso perdurare
oltre ciò che è
un niente che m’incendia
lo sguardo mi dico è solo
uno sguardo di traverso
e solo per questo
per questa cecità impulsiva
non vedo ciò che al sangue e alla terra
mi ancora senza chiedermi
di alleggerire il basto
senza chiedere di non premere
con forza il piede

piccolo

miroslava rakovic

.

un grillo spaesato in
me
mi è uscito dalla testa
occupava poco posto
ma aveva un canto
di tempesta in tempesta
migrava senza avere terra
per un salto
senza l’asta di un rimpianto
si è fiondato oltre
la finestra da un pensiero
aperta su un ingombro di cose
che mi girava intorno e dentro
una casa d’ombra e incertezza
non dava vita sufficiente
quel grillo invisibile era un inconveniente
impercettibile ad occhio nudo
ora finalmente lo vedevo era un basto
nudo sul prato di una incosciente estraneità
senza certezza senza salvataggio
nuotava straniero in casa mia in un mare di cose
una semiperiferia o un guasto di palude
malata io stessa di identità mutevoli
cercavo la chiave che indossavo
senza sapere quale io la portasse in salvo
o addosso senza identità non è facile
il cammino di un viandante
senza correttore automatico per ritrarti per avvisarti
si è straniero in ogni terra ci si sposti
si è
meno di nessuno
ed è il viaggio il soggetto
in cui abbandoni quel poconiente
che vedi riflettendo in un sé pellegrino
l’emigrato inzuppato
di pioggia e di sole cardato come una pecora
senza peccato senza aculei e veleno
io meno di una serpe o di un ragno
mortale in cammino tra incendi e scorci
intrattenibili in quell’unico andante
atomo senza lato
linguaggio sbavato senza significato

senza

alexandra eldridge

.

senza documento
senza passaporto
passo ripasso
respiro  un luogo
senza nome
guardo  mi guardo intorno
oggetti che sento estranei tocco
il mio corpo
dicono
che io sia un prato
e ho un parto ogni giorno
senza frontiera la mia fronte
si spalanca disegnando i bordi
in un corpo senza limiti
d’aria li segna per inseguirli
ancora là
dove con forza e con ferocia
il giorno si accampa tra i miei sforzi
vincitori e vinti
primi e ultimi
una graduatoria impassibile
ancora marciano soldati
mentre marciscono gli attimi
armati mai amati giorni
del disobbedire sotterrando
il rosso del sangue
sciogliendo bende piagate
di disperazione e violenze
fino a quando l’orizzonte
si premerà contro le nostre carcasse?
ineluttabile e ineludibile
questo quanto di orrore
in ogni migratore della terra?
l’erba non è cresciuta abbastanza
in questa nostra sordida dimenticanza?

così poco

robert e shana parkeHarrison- logic of spring


.

così poco è durata
la certezza e
di verità nessuna
nessuna risposta
chiara abbastanza
per inoltrarsi a lungo
nell’affondo della vita
storie come rive
di abbandoni e ritrovi
disappartenenza
l’unica chiave che resta
e ombra senza disegno
la realtà che si forma
in questo breve
raggio di esistenza

sarà

isabelle cochereau

.

sarà che ogni giorno e ogni notte
non mi basta più ogni stanza la finestra
l’aprire e chiudere una porta
è sempre una parte di me che si abbassa
e lo sguardo non fa luce
ogni quanto
è l’aspetto che non ho visto
ognuno è la notte incompleta
delle stelle che non ho guardato
a lungo un fiume in cui non mi sono tuffato
mi bruciano le mani ad ogni tocco
ogni volta che sfioro
sfiorisco le mie braccia si fanno di legno
e i pensieri sono chiome di foglie
quest’estate mi consola solo un poco
è la notte che trascorro
tra stanze di distanza pregne
e io sempre più piccola mi muovo
con passi di formica
mi arrampico su specchi che riflettono
tutto l’universo in questo angusto mondo
dove i volti sono cere che si consumano
e le nostre case piccoli ammassi di detriti celesti
incerti i ricordi galleggiano
in un oceano senza pace di amore
dove la voce non dice mai
cuore cuore
e ogni battito si fa lento
sempre più lento
un armistizio mai firmato
un trattato
tra lance di un invincibile dolore
e un inarrestabile stupore