FERNIROSSO webBLOCK

(ap)punti dall'arte

non ho più gambe

 

.

che tengano  questa terra fallace
questo vacuo esistenziale
questo niente che sconfina e riassume
ogni destino
non ho gambe per scalare quest’uomo repentino
contemporaneamente certo e perduto
nelle infinite domande del suo destino
e incapace di essere adesso
presente  alle innumerevoli delusioni dell’io
non ho gambe forti abbastanza
per camminare sulla mia anima
inerpicarmi in verticale su questo fondale senza misura
posso solo
lasciarmi andare cadere in terra rotolare
accanto alla mia unica madre
guardare e non vedere ogni volta me stessa
in ogni altro che cade e ruzzola
in questo eterno capestro
in questo solitario
di carbone che non brucia
per tanto desiderio
di un senso

la vita non ha
senso che basti
a costruirle una faccia un volto soltanto
io  io un dio dopo l’altro
e la stessa esecuzione
sotto la stessa curvatura di un cielo
mai prossimo

 

Annunci

il giardino mi ha detto

fernifer- il giardino mi ha detto

 

 

.

di farmi coraggio
di credere al vento
il caso non è mai caso ma
un lascito che adagio ad agio
fa ritorno a chi per lungo
lungo tempo ha atteso
quel momento
e
io
io quasi non stavo dentro la pelle
volevo nuotare tra quel verde
volare volevo alto b(r)uc(i)andomi i pensieri
nell’occhio bianco di un petalo
brucare  quell’ultimo pezzetto di cuore
che fioriva il muschio nel mio braccio
togliermi di torno volevo andare e andare
dentro il mio piede
in terra profonda
seminare la mia poca fede fatta leggera
un’acqua delle mille cantilene
affrettarmi volevo raggiungere
le tenebre
sotto il cuore della paglia
dove il fieno ancora freme
e lì aspettare
aspettare aspettare
anche tutte le ere
l’istante che serve
per nascere

 

non siamo noi

david inshaw

.

no
non siamo noi
a sostenere il mondo
ma l’incessante radicale tessitura dei verdi
le reti miracolose degli insetti
l’apicale catalogazione dei venti delle nebbie delle nuvole
la revisione profonda delle nevi
l’istantanea inseminazione del sole e delle stelle
cascate di musica di cicale e api ragni coccinelle e vespe
la preghiera lenta delle farfalle
i fiori dell’acqua e delle scintille
i fiocchi di lana e i pappi dei pioppi
la quiete di una rupe l’immobile movimento delle stalattiti

no
non siamo noi di certo
a sostenere l’universo
tutti rivolti verso il buio di qualsiasi contratto a tempo
non ascoltiamo le linfe né lo scorrere delle acque
il sangue nostro precipita per esercizio delle forze
e veloci dentro l’angusto
nel rettilineo tra nascita e morte
perdiamo i lasciti di ogni impennata del sangue
di ogni costellazione celeste
pronunciamo nomi e graduatorie
inventiamo gioiellerie e sacrari
perdendo l’unica gioia commestibile
che radica in noi come in terra in aria
dovunque apra la mia catena e ne faccia
braccia abito casa

coerente con me stessa

cristina coral

 

.

mi dico adesso
che ho conosciuto l’inferno e purgato colpe
ma di assoluta perfezione
tutto quanto è
sentimentale manca
di coerenza in sé nutrendo il dubbio
mancando la ragionevolezza
l’amore spreca di sé tutto
non centellina parole
e vive di una malinconia
che prende corpo
il tuo
e i sogni
abita di immaginifiche visioni
i giorni in perfetta solitudine
così che l’inverno più dell’estate
piacevolmente si attesta e tu resti
asserragliato in quell’indulgente manchevolezza
al mondo vivendo un altro immenso
nel proprio misterioso universo
un mare sempre prima
del temporale e onde altissime in un tempestoso ritmo
si susseguono in te nell’indifferenza delle parole
che sono parole degli altri e per questo non hanno suolo
non hanno un suono

 

mi è cresciuta in gola

david inshaw

 

.

un’erba rigogliosa
nuda una pietra
dove l’acqua canta
e il lupo si disseta
una soglia di lampi
dove l’unghia della roccia brilla
e sul dorso della lingua un brivido
lunghissimo sì il mio richiamo alla selva
là dove più buia e netta sulla schiena si fa scure
falciando  la mia muta  la luna
in solitudine

lo so ti sembra strano

cristina coral

.
.

ti scrivo dopo così tanto tempo
che mi domando se ne vale la pena
perché la pena esiste ancora

là in fondo
la terra di nessuno di me stessa

e forse non è a te che scrivo ora ma a me
per la prima volta
dunque che cosa posso dire ancora
che non frantumi quanto ho costruito
da allora ad ora
per non disprezzare né te né me
perché non mi perdono ancora
di aver avuto paura
di averti pensato avanti a me
mentre eri altrove
lontano
in un altro destino
per cui desti a me dalla tua vita lo sfratto
di punto in bianco
senza curarti di tutto quanto avevi rotto
e io stessa ho distrutto
nella scelta di un attimo

ma forse

in me e per me ancora una briciola
di pietà per il mio incomprensibile destino
che mi vuole sola
sola con una me stessa che non mi abbandona
e non tace non tace
anche ciò che in sé amaramente conosce
mi ha costretto a riaprire quella terra avariata
e avviare di nuovo lo stesso tormento
che fino ad oggi mi ha sempre trattenuto
dal ripensarci ancora dopo tutti quegli anni trascorsi a domandarmi
come e  cosa e perché
quanti perché per quell’unico perché
a cui non rispondesti mai

mai

e a lungo mi trattenne quella domanda inevasa
io invece dispersa
nemmeno il cuore mi era compagno
si spaccava e io lo soffocavo dentro qualcuna
una
sempre una me stessa diversa
così che non riconoscerla
lo avrebbe azzittito in un silenzio
senza suono
senza immagine senza me

eppure tu mi eri caro

e guardarti mi dava una misura
del mio essere

accanto a te ero
qualcosa
che potevo riconoscere
vedere guardare
senza bruciare
come accadde dopo
tra dubbi e sequestri della memoria
nei pozzi di altri abbandoni lontani
che ancora galleggiano qua e là i miei corpi perduti
precedenti quel prima
dentro il silenzio che ancora navigo

ma non ha sogni per remo

e le parole  ingarbugliandosi perdono l’altra
che credevo l’impronta indelebile un dono

in fuga  in fuga

ora dopo ora
in vece di un niente che si profilava dovunque
dentro una profondità che mi attraversava allora e
lascio andare adesso in queste ultime fiammate di un delirio
da cui uscii a malapena in un tempo che non ricordo
pesta in una vita in fuga che a volte logora
ancora  ma
non è disperato adesso il mio cuore ha vissuto  e  nudo
torna ad altro amore
a cui sono inutili i verbi e tutte le parole.

mi ha trasformato in una pianta

 

.

questa luce dell’orto
i segni in terra i cocci
il verde che mi spericola gli occhi
slegandoli dal corpo
un arbusto
fermo
che solo qualche foglia muove
basso il cielo di un pozzo
riflesso un giardino effimero
in cui dipingo e sbalzo
le mani come un salto
inaffidabili tralci i piedi su cui mi innalzo
sempre restando
fermo tra mille e mille notti senza ritorno
misurando i suoi tuberi con i  sensi
animando delle piante
un intero dietro un altro mondo
guasto piegato nella carne e senza monito
un solo eremo di impronte e zampe
bulbi miracolosi  che si fanno sguardi
due pettirossi e un folletto l’udito e l’olfatto
insoddisfatto un vecchietto
che  qua e là rompe i suoi passi tra sassi e salti

 

le parole sono bambole

 

 

o bombole di ossigeno
nel carteggio senza fine che trama cielo e tempo
inclinano i nostri passi verso un oriente apparente
e poi a ritroso ci perdono disperdono lungo un orizzonte
di virgolette e gole senza paese o passo
senza peso ci sorreggono
loro virtuali ali senza piume
e me in tutti gli specchi di un io che non conosco
e moltiplico attraverso grammatiche che catalogo
facendole passare per credenziali di tizio e di caio
in spirali di memoria che sono i pampini della nostra fantasia
tralci d’intralcio per guardare cosa realmente sia
questa occupata valletta di mortali
in microscopici legami radicali
frammenti  di una sola stagione
che ci veste di bianco e ci calza con scarpette di tela
grezza la stessa missione fino alla fine segreta
e ci contamina di tempo
c’incrosta di memoria
ci sfinisce di acrobatici racconti
in un disegno senza bordi

 

 

 

ha un rumore il rosso

victoria audouard

.

e tambureggia la mia solitudine
vasto ossigenato  basto  bestia si fa
e s’innalza o sprofonda
da incredibili profondissime altitudini
si comprime  in fiati a volte corti o veloci  interrotti o guasti
per tutti i compromessi mai accettati
sovra eccitato a volte il rosso si fa cupo
per un  malcapitato caso per una questione  che inedito l’attimo improvvisa
e pazza di quel suo continuo suono martellante
sordo protratto tra le arterie la sua periferia
si fa  materia del mio corpo
mai rarefatto un respiro si pianta
come un albero di liquirizia profumato
o un legno di rosa che mi lavora adagio
adagio un inciso dopo l’altro
scavandomi la fronte
di un pensiero che ti ha oscurato
e cristallino precipita
in un salto dalla fonte
quel rosso inquieto e vitale
sostanza di una grazia instancabile
dettato e lascito
di qualcosa che è infinito
persino senza spazio

 

ora dopo ora

anne ten donkelaar

.

senza dare nell’occhio
istante per istante
senza produrre ombra
il mio corpo più chiaro
apre in me qualcosa
che via via si fa sempre più tangibile
e man mano che io mi sgretolo
viva l’altra prende il mio nome
e d’aria lo dipinge
in una chiara istantanea
vedo
finalmente vedo ciò che sono
un sogno e niente
mi ripaga al confronto d’essere
scomparsa al mondo

 

 

in vece tua

anne ten donkelaar 

.
mi parlo da così tanti anni
così a lungo
da potermi scambiare
di posto con te
tu invece
sei ferma
dall’inizio
sei prodiga e
aspetti solo me
in quell’attimo che perdura
hai sciolto un filo rosso quasi una tentazione
nel mio sangue che è lo stesso tuo
perché non abiti altrove
sei tu la mia inquilina sin dal primo giorno
né siccità né uragano
ti mette in fuga
tu hai la stessa sostanza della triade oscura
e
mi sei madre padre e sorella
mi sei persino figlia e angelo
di grazia incompleta
convivi senza atto che ti riconosca
in tutti e in ciascuno
sei il gesto
e l’attimo che mi disintegra
tu non invecchi mai
resti senza lasciti e non lasci in giro frammenti
mentre di me perdo ogni estratto
non mi rendo conto che è ora
ancora di saldare il debito

un ricamo di arterie la tua firma per esteso sulla mano
dal lavoro mai ti sei tirata indietro
mai dentro la mia notte
mi hai rubato un attimo che non fosse già stato contato
ora ti aspetto    sulla soglia
aspetto il mio risveglio
forse in quell’attimo
per un riflesso dentro il tuo occhio
nell’attimo in cui attraverso te  io passo
vedrò quel destino
di cui mi hai precluso a suo tempo lo sguardo
vedrò o
ancora sarà un abbaglio
anche l’ultimo invisibile tuo gesto?

 

annego

anne ten donkelaar

.

annego
e mentre muoio io
miliardi di persone nego
mi annego dentro un io blasfemo
che mi piomba la parola e il desiderio infetta ogni pensiero
cementando il cimitero in cui vivo
cado in abbandono
scrivendo promesse sulle lapidi
scarnificando il corpo e il futuro
di tutti quelli come me senza potere
pezzi di uomini come ombre carne spaccata
oscurità senza salvezza
che vivono dovunque lo stesso identico deserto
tra fondali dipinti di marine a secco
e altissime montagne di illusioni
ripide nuvole
rapide di indifferenza
e una lenza da pesca
che a tratti qualcuno lo salva
uno
un qualsiasi uno da salvare
fingendo una tardiva beneficenza

 

 

 

disordinare la realtà

victoria audouard

 

 

per scovare l’ultima lepre che salta
nel pozzo della sera
e s’immerge nell’infinita corsa
le stelle a primavera
restare fermi dentro una fantasia mai nata
senza muovere un muscolo ascoltare
il richiamo della fronte nel fondo tranquillo
della pietra occipitale tra le erbe scivolare
inanimato tra le cose che non hanno vocaboli
e insieme riposano senza fare rumore
disordinare le ore la quiete delle lancette  l’io che le dipinge
lunghe larghe o strette
rotolando in sé stesso il mondo perdere il sentimento aguzzino del tempo
mettere al rogo  le domande
e per ogni interrogazione soffiare
soffiare con forza in aria un filo di polvere
raccogliere un quadrato di neve e
sparire tra le sue molecole

amore se questo ti pare una follia
pensa all’idiozia che pratichiamo a milioni
a miliardi di individui
ciascuno fermo sui propri piedi
ciascuno senza un’arte da mettere da parte
perché la morte rastrella tutto senza magazzini e ipermercati
sotto terra le stelle dormono le radici dei prati e noi con loro
tra ossa di lucertola e tirannorex finanziari
nessuno diverso nessuno all’apice ma ognuno indice
di una formula ternaria con cui l’humus moltiplica la terra in aria.

 

 

 

mi guardo intorno e non riesco nemmeno piangere

 

.

ma cosa c’è da salvare?
morta la città
la prima periferia e la zona industriale
il grande anulare non ha più nemmeno le puttane
da guardare mentre alzano le sottane
l’impudicizia l’amoralità l’inciviltà è altrove
nelle grandi sale piene di luci dorate tra le tante cornici
e lo sconforto ruzzola dovunque tra paesi e centri metropolitani
la gente vive dentro l’automobile
padre madre e due tre figli dietro
nello scomparto dei bagagli
non ci sono occhi per guardare la strada
la macchina è ferma
sgonfiate le speranza e le gomme
non c’è proprio un luogo dove poter andare

 

perché se dico

.

dammi sbaglio
non guardo non mi accorgo
di quanto ovunque ricevo
ma non accolgo
perché non è parola
la pioggia mi disseta la neve non mi affama il sole mi rigenera
dammi
ma dammi ancora cosa?
cosa volere che non sia già
casa
più grande di ogni misura
più di quanto io possa in una vita misurare
in tutta la sua ampiezza e la profondità
di meraviglie piena
infinità in conta minata di altre annunciazioni
attesa mostruosamente bella e terrifica e
fantasticamente indistinta profondità
del sogno in questa realtà senza tregua dismisura
di una preghiera a cui si affaccia ogni parola vera

 

 

dietro

 

raccolto nello spiraglio di uno sguardo
nel silenzio
prima dei pensieri
non ancora svolti
non ancora abbozzati
sbocciati i sensi
vivi sin dal primo istante
in cui sporchi di sogno
ci siamo calati
intrufolandoci tra queste volte azzurre
senza appoggi per spingerci
avanti tra un ventre di nuvole
tra voci senza parole
alte frequenze senza un volto
che ci chiamavano  per nome
uno
un solo nome per noi tutti e
distintamente sapevamo
che era  noi che chiamavano
noi quelli a cui donavano
quella sapiente memoria
incisa storia per storia nella cruna delle ossa
voci appese al buio e vive
di ogni pulsazione di quasar
e noi
calce illuminata
noi non più noi
chiusi ora
in questa calata
tra innominabili deposizioni
e indifferenza dove si è persa
tanta mirabile magnificenza

 

in e(s)terno

 

 

 

una croce
quattro strade
ogni direzione
la stessa meta

scrivere riflettere
dire pregare
raccogliere spighe
conficcare spine
sciogliere il colore
su un rigo di pioggia e
costruire il futuro di un attimo
frantumi di noce
piccole piume
sabbie e
parole
sparse in terra calpestate
erba marcia
sperma e un guanciale di seta
la faccia di un neonato
un grosso neo nero sulla bocca

dove
dove ancora
voltare la testa
dove ascoltare una parola
vera?

 

vedo le parole davanti a me

fernando de szyszlo

 

 

ma non riesco ad afferrarle
sono arnie vuote
non so chi sono e non so cosa
perderò dopo  ancora
non soffro
sto lottando all’interno
come se io stessa fossi
un muro
di silenzio spesso
lotto per essere con le cose che mi scorrono intorno
senza più un nome senza ricordo
lotto per stare con quella me stessa
che conoscevo una volta e non so dove sia andata
vivo
nel momento
ed è tutto quanto riesco a toccare
solo sfiorare come se tutto
appena lo raggiungo
si trasfigurasse e si disgregasse
sotto le mani  dentro il mio cervello
confuse le cose della vita che credevo mia
una vita certo imperfetta ma in qualche modo mia
in frantumi
come se qualcosa dentro di me la divorasse
si mangiasse tutte le parole che ho raccolto
e ora perdo
giorno dopo giorno
attimo per attimo
e non ho illusioni
né voglio delusioni
navigo a vista
in questo mare che avanza
come un volo in aereo di notte
un volo che feci non ricordo più quando
ma io vedo sullo schermo degli occhi
inseguivo la luna attraversando il cielo dell’Oregon
ore e ore di viaggio in auto in treno in aereo
fino a questo spazio
calmo   una riva d’aria quieta
ferma nell’immobilità della notte
poi la città dietro una nuvola
che sfilaccia la memoria appena trascorsa
e tu senti fuori da quel vecchio ventre di silenzio
antico e a un passo dal tuo sogno al limite di una realtà
improvvisa o improvvisata da qualcosa
qualcosa che vedi intorno
e ti sembrano anime
di tutti quelli che un tempo abitavano il mondo
quel cosmo aperto in un tondo d’altare
dove in urne stanno raccolte molecole di secoli e atomi di storia
la nostra storia miracolosa e mirabile
che è lì a segnarci la strada e
sembra un sogno d’aria
un aereo che perdendo la rotta
ci ritrova

del cammino

koozarch-kindergarden

.

non è l’astro essenziale
non è la preghiera che si recita a mattutino
l’amore è una diligenza
nell’ascoltare i salti quieti del passero
nel sostenere lo sguardo di chi passa
accanto è un pugno di terra
dove rare formiche vanno e vengono
è il taglio sul tronco di un albero
la resina che cola come una lacrima
in silenzio
è la distillazione di una parola
che tarda
e una volta detta non si è sentita
per esteso
tutta
la vita
tutta la vita
senza una scrittura
precisa
un’ora o l’istante
il segno di una mareggiata
le case abbandonate
nessuno che arriva

è un millepiedi

koozarch- atelier apa

.

piumato l’amore e  tracce
disegna tra  rami invisibili del corpo mute
in un cuore di resina depone un grano di luce
per tutte le tenebre che le nostre mani uniscono
per la solitudine dello specchio in cui ci guarderemo esausti
per il colore perduto tra viaggi e desideri stemperati
nel gomito del tempo
nei miei e nei tuoi occhi
nei piccoli mai conclusi litigi delle labbra
per cecità e l’infantile orgoglio d’essere
noi primi persino nel ricordo l’uno dell’altro
dello schianto contro cui lanciammo
amore un giorno
e la deflagrazione che ci rese immuni e consumammo
nel silenzio di ogni attimo
per tutte le altre storie che vivemmo
dolorosamente silenziosi dolosamente identici
in quadri all’apparenza differenti
nella scena di uguali anomalie e perduti
ancora una volta perduti confusi abbattuti come animali della boscaglia
da quella cronica malattia
che è l’amore senza disdetta
la stanza sempre aperta e il vuoto rinchiuso
dentro la testa
là dove abita la bestia
senza più artigli per fargli (la) festa