FERNIROSSO webBLOCK

(ap)punti dall'arte

senza impegno

 antony gormley

.

tiranneggiandoci l’un l’altro
secoli e secoli di confini
dimenticando che tutti siamo con-
fine

involucri

antony gormely

.

milioni e milioni di uomini
replicanti gli stessi bisogni
spacciando dovunque per un dio
un io metamorfico fittizio teorema di un falso
e un fuoco fatuo che di porpora tinge il fuco
di un essere anonimo

ma non vedi?

 z. beksinski

 

.

decimali e frazioni
faziosità impudiche
questo nostro lucrare l’uno sulla vita dell’altro
non c’è spazio non c’è mondo
in questo unico modo di salire 
sulle spalle di un uomo di cenere

questo corpoluogo che abitiamo

louise richardson


.

uno spazio zoppo di esistenza
assuefatto al vizio di vivere
si dilunga il giorno in questa sfilata
anima di pezza che rattoppiamo con un filo che si spezza

cos’è?

brook shaden

.

è una carcassa vuota il tempo
un battere e ribattere una frequenza
un ritmo dentro
ogni cosa un’aria e un motivo
l’assedio di un alito
un vento impreciso
che sfoglia un palmo di terra
col suo mantello azzurro

ancora

 anne ten donkelaar

 

.

lo stesso sole per una moltitudine di generazioni
lo stesso pianeta
una foresta di passi e di corpi caduti
mentre il passato continua a passarci attraverso tutti i giorni
e in questa immensa stanza che è la terra nostra casa
ancora imbandiamo un pianto senza fine
un battere e ribattere il sangue in stagioni di guerre fratricide
anemia perniciosa il nostro chiacchierare d’amore
senza mai uno sforzo per coltivarne il seme
in questi desolati campi di memoria senza più inchiostri

 

le zone di confine

.

il limite dell’ombra e della luce
il suono quando affiora da un luogo che non vedo
lo sguardo che perdo cercando di varcare l’orizzonte
il sogno che in me si nasconde appena apro una palpebra
la musica in ogni pausa dove il silenzio parla
il volo e la caduta di ogni corpo
l’onda che si smorza sulla riva
il vento che scrive non visto l’erba alta
e anche tu
che non hai solo braccia occhi gambe bocca
tu che sei estensione di un confine che non ha traccia
eppure di fuoco e cielo sei vivo
turbini e quiete
flussi e riflussi di galassie
maree di un infinito impraticabile
originale scrittura senza lingua
dove mi sconfini

 

 

nell’estremità del nero

 

.

nudo un corpo mi veniva incontro
sembrava salisse dal profondo
o da una terra d’ombra in cui da solo camminava
da secoli o ancora da più tempo
camminava lento lento un incedere impossibile
per ogni altro e guardandolo sembrava
di contemplare abissi
era così vicino eppure lontanissimo
l’occhio immobile una cruna d’ago il busto
un filo nero il fiato ricuciva intorno il tempo
strappato ad ogni suo passo
non pronunciava parola eppure
aveva una voce d’inverno
metteva a fuoco luoghi non storie
come se fosse l’unico suo mestiere
ne ero rapita incantata qualcosa mi portava
lontano in un rogo di immagini
e tutto quanto vedevo era una speciale lettura
su pagine di piume
su fondi di sabbia
e labbra dischiuse in leggerissimi soffi
iniettavano nel marmo dei suoi piedi le vene e la vita di ogni creatura
quelle pagine in quel corpo incomprensibile raccontavano
quello che noi chiamiamo tempo ma è
scorrere nel chiuso recinto di un corpo     universo.

 

camminavo di notte

 

.

forse era uno spiazzo d’erba o forse era muschio
di notte non è facile vedere lontano
e la casa sembrava avere contorni morbidi
erbosi appunto non netti non nitide pareti di mattoni o pietra
piuttosto un velluto o un tessuto ricamato con fili che uscivano dal broccato

camminando verso quella direzione cercavo se ci fossero impronte
qualcosa che dicesse se mi trovavo sulla pista giusta
erano così tanti i solchi in quel cammino
che trovare una forma intatta
sarebbe significato che quel percorso era stato protetto

intorno il silenzio ospitava voci irriconoscibili
avevano tonalità e timbri mai sentiti
e su tutte una specie di richiamo
lungo profondo quasi luogo esso stesso
e tempo fattosi concreto
aumentava la mia gioia e al tempo stesso
una specie di rimorso
per non essermi diretta lì prima
prima che tanto tempo fosse trascorso

si era stesa in terra

.

gli occhi grandi le braccia lunghe un albero
senz’ombra e le gambe inquiete e aperte
come se la bruciasse il fuoco sotto le piante
lei era nuda gli abiti in terra sparse le scarpe
le calze la borsa ancora più lontano con tutto quello che serve per andare lontano

aspettava era di notte aspettava restando lì di pietra
un sasso in mezzo alla strada
finché qualcosa dentro quel buio le fece luce dentro lo sguardo
altrove di certo altrove dentro la terra un altro suolo in un altro universo.

 altri luoghi mi mostra la vita

.
 .
.

apro e chiudo porte e finestre
in questi giorni nemmeno una parola
nemmeno la polvere si solleva
manca l’aria un’altra volta
e dentro casa è sempre sera
per questo spesso arrivi tu
o meglio sono io che ti penso
penso a quando andavi e venivi
dentro e fuori la mia vita
come fosse il tuo gioco
o il tuo giocattolo già rotto
per questo dovevi reinventarti
scena e spettacolo
non è rimasto che un passaggio
tra notte e notte
un suono di parole annacquate
le tue risate storte
così se ti ripenso
striscia dentro queste stanze silenziose
un’ansia che non se ne va e non ne vengo fuori
non c’è niente che ti consumi e niente che ti dica
una volta per tutte sia definitiva
sia finalmente notte la parola che che ti apre la porta
che mi spinge a rivederti e a farti entrare
in questa casa che non abito più da tempo
anche se avanti e indietro la pratico
molto di più di quando la vivevamo insieme
e la notte era un richiamo
per te che sembravi un altro e di giorno non avevi il tempo
per dirmi nemmeno una parola
facevi la valigia avanti indietro
ma non tornavi mai quello che conoscevo
era definitivamente partito o meglio
eri di nuovo sparito

una storia in un giorno lungo tutta la mia vita

alessandro sicioldr

.

solo ieri, solo ieri il sole e tu credevi di saziarti
solo ieri è tutto quanto sai e ti scavalca
ieri eri un tu oggi un io che non si vede
e non hai e non sei
né ieri sei stata 
l’ intero non ha traccia
solo un rumore
che affonda nel cuore
una smania senza fine un desiderio
che non placa l’attesa
perché tutto è uno e uno è in tutto

*

una storia
una dentro l’altra
oniriche e stralunate righe di una narrazione
senza fine tra immagini folgoranti
sorprendenti e continui cambi per punti di fuga 
che non hanno sviluppo altro
che una relazione continua
una pazzia senza termine
senza possibile confronto che non sia
se non altra follia o sogno necessario e in fondo felice
per vivere come noi
spaesati
tra nuvole e buio
immersi in una scrittura di atomi
che continuamente mutano in vortici
senza nostro controllo

benedetta follia la nostra dove siamo
protagonisti di un racconto senza fine e senza un fine
perché ogni scrittura è lettura deviata di un reale diverso per ognuno di noi
ospiti in questa colonia di alieni
in un universo di silenzio dentro cui altri leggono scrivendosi a loro volta dentro quel pianeta immenso e desolato che è il nostro corpo un monitor d’acqua e fuoco
foglio bianco di un silenzio ritmico
ostacolo e passaggio la cruna sottile dell’ago
attraverso cui andare e andare come un segno non ancora scritto

inaffondabile incapacità di comprendere
ci chiude gli occhi e gli orecchi
ripiombando nel silenzio vorace
la bocca che tesse
il suo monotono rumoroso silenzio
e

ricominciando dal silenzio cito sempre e solo
un me stesso sconosciuto

.

alessandro sicioldr

.

dal centro di me
verso un’apertura
ancora tardo a vedere fuori
solo il fiato mi aiuta
sento o almeno credo di sentire
un cielo basso che si stende
attraversandomi fino a fuori
in quegli orizzonti che ora sono ancora orridi
dentro di me rovi e roghi
luci che abbagliano
desolato un relitto di anni
storie che si susseguono
lunghissime attese vuoti
passi perduti
attimi
non un volo che poi non sia precipitato
non un luogo senza solitudine
un nord spalancato verso un baratro
un fuoco opposto al vento
e parole parole
tante parole
un carico che esplode solo il suo vuoto

*

aorta
il fiume grande che scivola in corpo
a mia insaputa l’universo
non tempo ma impronta
nostra forma sostanza
prossima me stessa
stella e galassia
latte della vita
incendio di oscuro
distanza che salta
di esodo in esodo
un corpo
e il suo deserto libro
scrive
in ognuno una preghiera
precisa ogni sua dicitura
respira

.

alessandro sicioldr

.

destra sinistra davanti dietro
una lunghissima linea
senza fine nord e sud
con apici di di luce e ombre
un luogo interminabile
una mina accesa e una grafite di carbone
solo grigio un piombo che penetra
la vista e si fa strada
dentro di me tutto è un solo tempo che spinge
e spacca lo spazio
nessuna parola nessuna scrittura
tutto sta inchiodato nella lancia di una fiocina
io come un pesce come cento pesci sulla spiaggia
scampata per caso alla resa di una freccia
dove il tempo è una cascata di detriti e le nemmeno le stelle
restano fisse

*

luoghi
dentro altri
luoghi senza spessore geografia
impraticabile aria così rarefatta da non poterla
respirare giardini tra forre selvatiche piume
di uccelli inferni mute voli
fino a perdere la vista

per cercarli non ci sono strade né
mappe per raggiungerli solo una grossa scintilla brilla
la luna un altissimo falò
brucia agosto infilzato su uno spillo
di resina una vita e l’insetto dentro l’ambra
lontano altre colline come il fondo del mare
ultimo pianeta una mareggiata per cancellare
ogni cosa e nemmeno un rigo
di terra da sollevare
in cielo l’ultima scrittura è un affacciarsi
di silenzi senza eco

.

alessandro sicioldr

.

questo vivere
correre correre
e
sfracellarsi
farsi
a
ri
a

 

*

poi sei arrivato con una faccia mai vista
eri un segno dentro la pioggia
la pelle di un cavallo senza testa
la tua forza era un manto
grande quanto tutta la terra e tutto
tutto quanto fece sentire la tua voce
avevi giardini e rose di  sabbia nel deserto del mantello
dove il tempo scorre se solo ti percorro anche da qui  con la  mano

adesso attraverso il  fuoco che da allora ti brucia il corpo
e le tue ombre  sono dune che si piegano e s’increspano come l’acqua si rovesciano
sul palmo aperto del vento  non hai veli né i tuoi segreti sono violati
sono centurie di incanti
che le lune e i pianeti
come un dolce profumo di terra e muschio
spingono su gradini di silenzio
battuti dallo zoccolo di un tempo che non trova guarigione né altro spazio che qui
in me dove ancora ti ospito come una rosa antica bianca lucente
nel mio deserto senza misura dove ancora tu sei      presente

.

alessandro sicioldr

tra domande e silenzi

 

 

si è allungato il cammino
e profonda una spaccatura nel mezzo
del ricordo  dilata le arterie
mi fa credere che niente è andato perduto
di ieri ma
oggi questo presente
si è fatto così profondamente
isola anzi solo una i
sola  in un mare mosso da commozione
agitato per burrasche che ho dentro
così vive e forti che sbriciolano ogni volta le parole
così che resto come qualcosa di leggero in aria
una foglia che si secca o una manciata di polvere
non piuma né nuvola
né luce solo qualcosa
che non ha un nome preciso e tutti li ha in corpo
i miei demoni e gli angeli i segni e le geografie dei sogni
il corpo sempre più rigido un blocco di granito
che ha al centro una crepa che grida e sussurra una continua caduta
l’estremo di me stessa che ancora non raggiungo
per tanta oscurità nel passo
non ho viatico né bagaglio
concentrata in questo nero sono il suo punto d’inchiostro
lì dove mi fermo senza pensiero senza suono
sono la foresta dei sentieri
fatta tutta d’impronte e scalza vi cammino
al seguito dell’ombra
nel corpo imprevedibile che cala cresce si smorza
fino allo zero più limpido
di un occhio chiuso

.

alberto martini

 

è la stessa

.

la sensazione è la stessa
ancora una volta
tenerti lontano

luce sfiorami
o sfiorisci questa certezza
la stessa indicazione
la stessa sensazione
non conoscerti
oggi come ieri

eppure spero
spero ancora
come quella sera
come tutte le altre volte
nell’ombra spero
ti poterti raggiungere
di scivolare via
da quella storia e lentamente
sentirti
o sentire che amo

ancora lontano
luce sfiorami
o sfiorisci questa sensazione
non conoscermi
vorrei non conoscermi
non conoscere più nessuno
non sentire più niente
o sentire tutto per la prima volta

spero che accada
che si consoli stasera
anche quella paura
e che se ne resti lontano
lontano
da qualche parte dove non posso
non posso raggiungerla
e posso conoscerti
magari tenendo gli occhi chiusi
magari restando al buio
e lontano
piano e lontano
amarti un attimo
piano senza alcun piano
lentamente anche senza conoscerti

non pensarci

erika kuhn

 

.

va avanti  come se niente
arrivasse
come se non ci fossero più
né isole o barche lungo il fiume della tua vita
di amore non ci sono attracchi

qualcuno ha cancellato la via su ogni mappa
sulla lavagna non c’è nessuna nota e
le lettere hanno scritture senza caratteri

non sedurti mi raccomando non sognare
tra terra e cielo ci sono solo le tue (e)mozioni affamate
il tuo alfabeto non è la  realtà che canta
le tue vene sono un fortilizio in rovina
e per arrivare fino alla porta
solo sentieri non più battuti
non più che rovine di tempo

nuota se puoi da un fiume all’altro
su questa carta che s’increspa del tuo fiato stentato
sei tu il tratto negato
il rovinio delle mani
il sinistro tuonare del petto
tutte le tue promesse irrisolte

il lago ghiacciato del tuo amore senza volto
la nebbia sull’altra sponda
senza più sicura o passaggio
il tuo piede e il tuo corpo restano
un involucro vuoto

non vedo

erika khun

.

se mi guardo non vedo che un accumulo di graffi
e invisibile l’aria mi penetra là dove io non mi raggiungo
al fondo dove si accatastano e non bruciano comete e meteore
la verginità di tutte le mie lacrime
il fresco di un corpo dove gli occhi sono uccelli liberi
e niente ha tramonto
e poi ancora agnelli e cavalli tra una riva di lago e un’alta riva di montagna
accanto una via di sassi e fienili carichi di paglia
due figure sulla spiaggia camminano accanto alla loro ombra
fino a un fiore di buio
dove la mia quiete come una casa brucia

ho mangiato ogni giorno

erika khun e pep carrò

 

.

cielo
avidamente me ne sono nutrita e
pesava quell’onda
era tutta la storia di questa terra
era tutta la potenza e l’energia
di un cosmo da cui provengo io stessa
anche se non ricordo
non ho memoria dell’inizio comunque
quell’inizio perpetuo
un seppellimento dopo l’altro e
una vita dentro l’altro
ventre del mio e sangue sconosciuto
immane catastrofe di ere e corpo in sequenze archeologiche
polveri come nettari senza identità mi riconfermo
viva in tutte queste morti
e scomparsa in questa  scena oltre il diaframma
dentro il mirino del mio occhio antico
uno sterminio di istanti lunghi come ere fiordi di un fondo chiuso
questo corpo solo      che ancora mi veste impreciso

 

viaggio senza bussola e ordine

kerby rosanes

.

dal centro di me
verso un’apertura
ancora tardo a vedere fuori
solo il fiato mi aiuta
sento o almeno credo di sentire
un cielo basso che si stende
attraversandomi fino a fuori
in quegli orizzonti che ora sono ancora orridi
dentro di me rovi e roghi
luci che abbagliano
desolato un relitto di anni
storie che si susseguono
lunghissime attese vuoti
passi perduti
attimi
non un volo che poi non sia precipitato
non un luogo senza solitudine
un nord spalancato verso un baratro
un fuoco opposto al vento
e parole parole
tante parole
un carico che esplode solo il suo vuoto

.

destra sinistra davanti dietro
una lunghissima linea
senza fine nord e sud con apici di di luce e ombre
un luogo interminabile
una mina accesa e una grafite di carbone
solo grigio un piombo che penetra la vista e si fa strada
dentro di me tutto è un solo tempo che spinge
e spacca lo spazio
nessuna parola nessuna scrittura
tutto sta inchiodato nella lancia di una fiocina
io come un pesce come cento pesci
scampata per caso alla resa di una freccia
dove il tempo è una cascata di detriti e le nemmeno le stelle
restano fisse

.

in mezzo alla strada
in mezzo al nero dell’asfalto
c’era un foro aperto un buco
nero di una storia
dentro il cratere del mio petto
ricordo abbandonato un confine mozzafiato
e il cielo
appeso
a un gancio
lo strapiombo di un tempo rimosso
vitale un vuoto
come casa del passaggio
dentro un corpo solido viaggio e interstizio
tra atomi illeggibili
l’indivisibile fiume dell’attimo
eros disteso nella fossa di un minuto
senza ricordo.

.

william morris

.

l’incendio era l’azzurro di quel corpo
un immenso steso
un orizzonte nativo
ancorato a un universo non ancora formato
la prima tela in cui si misurò la volta
estendendola di fiati in un canto incessante una caduta
amore della prima volta dove tutto era scandalo
osceno un luogo di innesti
poi tutto fu dipinto
e un giardino abbandonato
si aprì come fosse la pupilla di un occhio che spiava
dentro un mare di tempo
ingegnoso diaframma di quell’occhio
dove alba e tramonto erano le palpebre di un gorgo
nel bruno dorato precipizio di un attimo
tenero senza principio o fine incedeva il tempo
tra le anche di una forma umana
che poi si fece un’altra e ancora una
in una moltitudine crescente germinava
vite
un corpo che scrive di respiri l’aria e cade decade
in minuti silenzi in quella volta trasparente a cui tutto è
parente
per sempre

.

aorta
il fiume grande che scivola in corpo
a mia insaputa l’universo
non tempo ma impronta
nostra forma sostanza
prossima  me stessa
stella e galassia
latte della vita
incendio di oscuro
distanza che salta
di esodo in esodo
un corpo
e il suo deserto  libro
scrive
in ognuno una preghiera
precisa ogni sua dicitura
respira

.

ergin inan

 

ma cosa ci serve ancora?

cynthia lund torroll

.

serve una scure e una cesoia
serve abbattere l’oscurità e aprire l’alba
la notte masticare in bocca tutte le ore
incendiare i respiri
preparare con sabbie di stelle
una razione nuova di cibo che sfama
affilare l’olfatto per sentire il nostro guasto
serve testimoniare la nostra presenza ciascuno in un gesto
officiare in terra ciò che ci hanno raccontato essere alto
abbiamo questo
questo soltanto come grazia in corpo
e nessuna cancellazione produrrà la morte
se di noi in sé ciascuno per l’altro
custodirà le mappe

.

cynthia lund torroll

.
fino ad oggi che è come ieri
non è bastato tutto il tempo
per cambiare di posto a una pulce o una meteora
mai cura è stata davvero gelosa della vita
non ancora pronunciata per intero
se non nei giochi dell’infanzia ora è chiacchiera e
se anche il giorno trova comunque la sua voce
niente di noi si è fatto luce

così perché davvero si faccia giorno
dovremmo noi costruire una grazia
e dentro l’oggi non nel domani procrastinandolo all’infinito
costruire mani e braccia che le nostre di adesso sono cadute o monche
non raggiungono se stessi
serve ripassarsi il respiro di bocca in bocca
serve ripassare di casa in casa
quella che noi siamo l’uno per l’altro
e non dire non dire mai questo non mi riguarda
non c’è pena più grande che alla fine sentirsi vuote scorze
avvizzite inutilità che presto si degradano
dentro il degrado costruito per una vita inte(r)ra 

.

cynthia lund torroll

.
quale offerta ancora dovrebbe volere un dio
se i sacrificati in terra sono più degli officianti
quanti agnelli per uno scannatoio che ha solo due mani
le stesse dai tempi dei templi
e una lama antica fatta di ruggine questo umano tetano
che riveste la pelle degli uomini in qualsiasi regione della terra
e s’infiltra negli occhi disarma il cuore vive nel ventre e come nutriente
vuole sangue e vita da secoli nei secoli senza carità senza altra prossimità
che una cecità inaudita.

.

cynthia lund torroll

.
buoni per i lombrichi
per la terra
noi mai vicini
a noi stessi
sempre distanti affacciati al futuro
non vediamo l’ape che ci punge
questo presente così frettoloso e acuto
e sarebbe facile vederlo
il suo sentiero sono i nostri piedi
e il suo segno la mappa delle nostre mani
non servono vaticini o tabernacoli
brucia la sua fiammetta piccola e svelta c’incendia
l’attimo in cui la vita ci scorre

.

per frammenti

indian door

.

tutti tutti i pensieri/ tutti i metodi per costruire i pensieri/ per avvilupparli ai sentieri sconosciuti in cui ci siamo persi/ ieri tutti i giorni ancora ieri senza un passo nel futuro/ tutti noi già spenti dentro i soli dei pensieri / nelle solide geometrie nei labirinti dei segni/ abbiamo perso gli occhi per guardare i sogni

 

*

Quanto/ quanto vorrei / barattare la mia fronte per una fonte cristallina/ quanto in questo inferno infermo/ terremoto di calore che ci brucia vorrei sgorgasse acqua dalla grotta mia più buia

 

*

Ad un certo punto fu tutto inutile// scomparvero gli archivi di tutte le memorie/ nessuno seppe chi e perché si era arrivati a quel giorno e a quella storia/ nessuno comprese dove stava cosa voleva/ nessuno guardando vedeva ciò che era// cadde lo schermo e niente rifletteva più il passato/ definitivamente perduto o forse mai esistito se non come istantaneo passaggio dell’adesso//un oracolo di futuro //cieco senza vocabolario /spiantava la storia comune / ogni parola invertebrata giaceva in terra sotto un sottile strato di polvere/ come appassita si consumava senza più un suono dentro la gola di ognuno

.

door of the garden

.

 

Non servono cimiteri / ogni nostro corpo è catena e ricovero per tutto un passato di morti / per ogni futuro di fantasmi// diennea di sopravvivenza la vita si travasa e non si ferma / non ha lingua ma scrive e parla persino gli alfabeti impossibili dell’oltre

 

*

Ho un pensiero che mi taglia in due// un pensiero acuminato dalla fame e dall’imprudente impudente certezza che la vita mi schiatta scaricando la sua fionda dritto nel centro della mia testa// come un sole esplosa la mia ultima rosa canina cresciuta in penuria di pioggia ha un verme al centro che le mangia l’ovario// eppure imperterrita lei perde i suoi petali lasciandoli cadere in terra // fino alla fine quando il verme non ha più niente.

 

*

 

Forse perché ne ho sempre avuto bisogno vicino a casa mia c’è sempre stato un corso/ un fiume d’acqua corposo / forte / rassicurante un segno che scrive cosa sia la vita / e mostri che non c’è d’aver paura se ci impiglia a qualche ora o smarrita resta nella piena la riva/ /forse mi serviva / mi serviva sentire il fluire di quell’acqua come il fiume della vita.

.

door open to the sea

.

ipnotizzata ferma bloccata in un braciere/ suono il mio basto di oscuro torpore/ assottiglio in silenzio la percussione del cuore/cedo un passo alla volta il sole e l’acqua del mio libro sotto una crosta che si sfascia/ come un albero che tra felci invecchia.

 

*

Chi si salva? Chi ? ci salva la brezza ci salva la parola o la poesia ci salva l’anima nostra o solo la tua la mia? Folgorate le nostre giornate sono fossili spaccati sono antracite dentro un diamante / e’ così facile per noi poveri vivere e così difficile per i ricchi morire // non basta aprire le mani farne una piccola conca per raccogliere la pioggia / si cade e tutto si cede non è guerra la vita è rendere la farina per il poco grano che si miete.

 

*

Questo corpo è il pane / l’impasto lo lavora il cuore / mentre lo batte sul tavolo delle ore/ e la vita se lo mangia boccone per boccone /fino a ridurti/ all’ultimo istante all’atomo in-di-(s)solubile .