Quasi una fiaba- LA GRAMIGNA DEI RICORDI

di fernirosso

Ad ogni stagione, sui legni del portone e sulle pietre della casa, il giardino portava il suo messaggio. Mille carteggi di fiori e suoni di profumi, acuti e fragranti, cartine al tornasole per la freschezza dell’anima, cantilene di gocce dalle rugiade agli scrosci, nuvole che si disfacevano a tanta bellezza. Impossibile non aprirgli l’anima e soprattutto impedirgli di crescere, alla luce della gioia che, in noi, si moltiplicava al fiorire di ogni gemma, all’occhieggiare di ogni pupilla tenerissima, corona di petali e fogliame.


Iniziava lì, sulla porta il giardino, ad ogni stagione in cui si irrigava il cuore e lo si fertilizzava di morbido humus.

Più oltre, su un sentiero di pietra acconciata come solo le favole sanno fare, si poteva penetrare in quella giostra di pollini e ronzii, in quel safari di colori cangianti che variavano la lingua al variare degli astri in altro giardino dove il verde azzurro diventava profondissimo, ma tutte, erbe e fiori di lignaggio colto in serra, là sulla terra, amavano stare stretti e armonici, lasciandosi tentare per raggiungersi l’un l’altro attraversando i tuffi del vento.

The Rose Garden in June at Sissinghurst Castle Garden, near Cranbrook, Kent

Ma, dagli avamposti di quei lussureggianti piaceri, si poteva cedere alla chiamata della profondità e di altre voci, mature e lucenti, in rigogliose ombre come lanterne di fortunati approdi.

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Era maggio il mese dei prodigi, sotterraneo nasceva un fiume di bocche come sospiri, fremiti di lucciola, dentro le grotte delle felci e le tondeggianti fiancate delle navate dei castagni, appena inzuccherati dal miele delle loro spighe bianche.

Sì, iniziava  così, con il bianco, ricordo…

Come se la neve, ancora avesse voluto dare le sue pennellate ai primi fiori sotto le ali delle farfalle, prima che la radice delle viole cantasse la sua overture alle miti canzoni d’inizio primavera.

Cantavano, cantavano, tra le gole dei verdi fraseggi gregoriani, come solo le acque e i respiri possono sempre, mordendo il freno alla fretta del sole, alle cantiche delle api musiche, alla sordina delle libellule, ai mille archi dei grilli e alle storie maculate di silenzio intermittente delle cicale.

Bianco solo bianco. Lucente  l’interrogazione rimbalzava tra le bocche dei gelsomini e le trombe dei gigli, quando ogni altra voce ormai aveva stretto la sua difesa fino allo strenuo di quel candore. Un bianco solitario, prezioso quanto tutta la neve di un inverno, pronto all’ultima sua canzone.

In alto, ancora più in alto, sembrava che la scalata al cielo dovesse proseguire senza fine, tra l’occhio vigile del pesco e delle rose, pronte ormai ad allargare l’orma dell’estate.

E accadeva in quel silenzio, in quella matura perfezione di accordi, sotto le gonne verdi, già grandi ormai, che aranci maturi e rossi brillassero in scoppi di chiassosa luminescenza.


Corolle principesche e regni di ghirlande turrite,scalavano il trapezio del cielo di giorno e di notte, nel fresco del fogliame lanciavano le loro voci agli insetti innamorati delle stelle. Come resistere a quei richiami di sogno?


A quell’orgia di ordinata, scapigliata bellezza?

Come dimenticare  quegli sguardi? Quel tenerissimo occhietto sgranato di papavero, con l’abitino nuovo fatto di velina e un soffio d’aria. Come non dedicargli un attimo, eternamente vigile della memoria anche oggi, quando da qui, dalla profondissima radice riposta in me, ancora fiorisce le mie giornate.

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E come non attendere alle preghiere di quei piccolissimi turbini di giallo e porpora, così tenui, che ti costringono ad inginocchiarti, come davanti ad un sole appena nato: un bambino nella culla.

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Quante e quante notti le magnifiche lusinghe delle iridi dell’iris, bianche e lunatiche, mi hanno tenuto sveglia, inondando la mia anima come una stanza senza difesa. Con che voce, prolungata e morbida, in una nota serrata, la gola dell’iris mi cantava, tra un amore desiderato e il ricordo della sua partenza e… mi lasciava appuntata nell’orecchio la magia della veglia. Stavo in ascolto. Prima i solisti…

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e poi il coro,  come un nabucco

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a cui non puoi farti più vicino per sentire e condividere il sapore, la sostanza dell’essere…


violate memorie, bufere di ricordi, rincorsi con un pianto in gola che, presto, voleva sciogliersi alla gioia più piena.

Singolare la rosa era un immenso.Un harem di petali, come palpebre di donna. Insinuanti e memorabili

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mentre, a capo chino, la digitale lavorava il morbido lino della stagione più cara all’anima, quando l’inverno torna, per non andarsene mai più dai recinti delle braccia.

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Lini, sete, damaschi. Tessiture sfoggiate dai reami della vista, quando cresce oltre i recinti dell’occhio.

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Là, di spalle, dove si mettevano le rose al muro c’è ancora la panchina dove lei era solita restare,  sola, nei pomeriggi di sole, mentre la gatta, di ritorno dalla caccia, le si strusciava alle caviglie, invitandola alla carezza.

Che giornate erano quelle! Che estasiate lezioni!  Mirabolanti imprese dei pastelli, editorie di storie e affetti, indelebili al tempo e al rovinoso registro della dimenticanza.

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All’angolo opposto, nel cardine dell’ovest, stava un’altra panchina, dove le storie della foresta chiamavano i bambini ad allargare le perlustrazioni, allontanandosi alla vigilanza degli adulti. Quanto era grande il mondo dentro quel baccello? Quanto preziosissimo profumo e lunghissima radice ha lasciato fino a qui, a questi oggi come un attimo soltanto!

E non c’è fine. Dietro quel muro, dove ogni pietra è grano prezioso di miglio,  una strada lunghissima si snoda dentro e fuori di me.

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Ancora un ricordo: sulla pelle, quando pioveva, era una cascata di petali, ali di morbidissimo bianco, fiocco di cotoneve, una doccia di profumatissimo borotalco di fata e, più ne avevi sulla pelle, e più vicina ti sentivi alle stelle.

Per provare basta fare un salto, là, oltre il vetro degli occhi, e…magica-mente l’incanto si apre, come la corona di un fiore.

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E’ uno specchio la memoria, dove l’acqua consente di nascere più e più volte e, sempre, resta lucente e nitida, anche se la pioggia del tempo smuove la superficie, tempestandola di rami spezzati e foglie cadute.

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Era bellissimo. Ancora lo è, sempre.

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