In un sogno

di fernirosso

 michal swider

Michal Swider (32)

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“Poco sapere, ma di gioia molto
ai mortali e’ concesso.

O bel sole, perché me non appaga
– tu, fiore dei miei fiori – nominarti
in un giorno di maggio? So io forse
cosa piu’ alta?

Oh fossi piuttosto un fanciullo!
e come gli usignuoli, in canti senza affanno,
la mia gioia cantassi!”

FRIEDRICH HOELDERLIN.

.

In un sogno
giungemmo fino a qui
diventammo tutte le forme
soli    in un globo di terra e acqua
fummo la foce e la voce del cielo
sbocciammo a milioni in un unico embrione di tempo
ci disperdemmo
e rifacemmo il computo dei giorni dei mesi degli anni
costruimmo un tempio
in ogni dove decidemmo i nomi che separavano le cose
per tenerle distanti    per vedere     il varco     per capire
anche noi    che ormai non avevamo più traccia
quella prima orma di noi stessi
distanti    ormai     come quell’unico sole
che non riuscivamo a raggiungere
senza perderci ancora, di più, altrove qui
Ed io da qui.
Da queste acque
mi sono messa in viaggio
dentro  la cavità dei pensieri
folle     nella mente    mi corrono nel sangue
più in fretta di ogni altro
mezzo   per vedere dove
restano infisse le mie impronte.
Mi lascio
alle spalle
questo me stesso: ragione e sentimento
fuggiaschi    no(ma)di
scappano   non sanno d’essere legati
nel viaggio dentro me
orfani di padre e madre
persi quaggiù nel mo(n)do dell’infetto credo
la logica esatta dell’infinita divisione.
Arte e artefatto i giochi preferiti
con cui impugno la spada per guardarmi
a pezzi in un corpo non mio
non me.

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michal swider

 

Cosa nasconde la vita?
Uguale la mia ad ogni altra
è così v a r i a b i l m e n t e offuscata
da inutili miraggi   tanti lì o là
mi portano     dove tutto cede
dove tutto cade     in una fossa di silenzio
immagini nel  buio.
Nasco    ed esco ogni volta allo scoperto
solo
per camminare
solo
con i miei passi
dentro l’orma  di altri
In viaggio
come gli angeli durante la caduta da un mondo
fatto di luce che acceca
in questa tenebra filtrata dal sogno di amore
per ritrovare un’anima
che forse un giorno si è perduta
e per necessità soccomberà
per vedersi e per sentirsi  libera più in fretta.
Liberarsi
dall’abito  stretto dell’angoscia
l’imprevedibile minaccia di una fine che s’intana nelle ossa.
Qui
persi
nell’immensità di questi cieli
ancora dentro il viaggio del primo essere
alla ricerca noi del primo io
un tempo raccolto
nei miti    nelle favole
crono e metro di tutti gli zeri
delle idee        fissato in giorni ed ore
scritto nel nero
le orbite di tutti gli sguardi un cieco
sconosciuto     padre  figlio di un altro e come lui ignoto.
Sotto
queste stelle
risvegliato  dentro
nel brivido del sangue
il coraggio per questo eterno andare
senza più parole nuove
senza altra necessità se non la morte:
terra
ultima casa
uomo: sogno    del tempo
ogni secolo in un dio
vuoto    che finora ci ha tenuti a galla
sponde di una miriade di pianeti
archi vivi di astri
una manciata di punti
d(‘)istanti.

 

michal swider

Michal Swider (71)

.

Ora lo so. –

Dissi.

I miei nomi passano
da una stagione all’altra
me in  me
l’immobile corsa della freccia.
All’inizio tutto è    presente
poi  si (s)fa
perdita sin dal giorno in cui decidemmo di allontanarci
ciascuno da sé
e    la sovrabbondanza non è più intero.
Fortuna d’essere vaghi, d’essere così. –

Risposi. – Sempre inconsapevoli. Si può
inventare la vita ogni minuto. Si può credere
ogni minuto d’essere qui per la prima volta. Dopo millenni
di peregrinazioni e corse, senza aver mai mosso un piede
fuori dalla propria cecità.-

– Tu! Sì dico a te. Tu che credi
d’essere tu. Tu, che mi corri incontro, dentro una parola che non sento. Tu
che dici di amare e che mi fai guerra, che mi abbandoni dentro la terra,
non sapendo       che è te stesso che stai uccidendo
abbandonando. Sempre, in corsa, sempre, in fuga, da te, me stesso e
da ogni altro come te, per credere, in una luce mai vista.
Tu, sangue nel mio. Sangue della mia stessa origine.
Né fasti né gloria ebbe l’inizio.
Ci schizzò qua dentro, dentro le tenebre e ci inseminò di sogni. Credemmo
di crescere mentre era solo inganno e miraggio
quel buio disceso da altro, buio atomico,cuneo tra le stelle fisse
quanto un grano ad una duna di sabbia. Sale, tutto il sale degli oceani
non sanerebbe la ferita tra quell’inizio e l’ora.
Venivano. Venivano in gran numero e in solitari percorsi. Venivano
da tutti i paesi della terra, per ascoltare l’indovino
colui che, cieco, sapeva leggere il futuro. Così gli uomini
vinti e non più viventi cessavano di vedere se stessi
di guardare in sé dove attraversare il mare dell’odio che li trafiggeva
e li rendeva schiavi, schivi della parola nata oltre il tempo
in se stessi e mai ascoltata e pronti
ad assoggettarsi a quella altrui, alta sulle loro spalle.

Ombre    sole
Questo erano.
Vuoti
e cose  affisse
respiri
correnti    dèi     venti
stagioni  che  migrano e costruiscono il corpo dei viventi
dèi     vinti.
Niente     di fatto
ha una radice tutto è solo un’ombra
che disegna nottetempo
le sue chiavi  i codici  i  tempi   i timbri  i  ritmi
nelle voci segnature lievissime del pensiero che la auto impone
impone a noi i livelli della nostra ignoranza.
Tutto è ciò che non sa: tutto
regolarmente resta
il resto oscuro e  il metro del nostro costruire
case della migranza
corpo nella mutazione
gessi  del calco
e in calce  l’anonimia   dell’ editore che  redige e pubblica
il canone e la costante variazione.
L’inizio ancora la fine.

 

michal swider

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