E poi mi bendavi gli occhi

di fernirosso

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E poi mi bendavi gli occhi
con un fiore mi mettevi in ginocchio tra i ruderi del tuo sogno
tra i frammenti del mio specchio

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riflesso di vecchie memorie d’osso e    l’argento
ricordo. Ricordo che restavo in ascolto mentre le tue parole
mi accerchiavano svelte.
Ogni loro testimonianza
era una  lucida cera     una dichiarazione
di stelle caduche spuntate lì   per terra    sotto le mie ginocchia
e  mi attraversava le ossa
quel loro discorrere fitto
come di acqua   di pioggia  venuta da un altrove  che ora mi era prossimo
senza  conteggio  negli intervalli dei minuti     nel vano del tempo.
Ricordo. Lo dissi a tutti quelli che incontrai.
Ma nessuno mi ha creduto. Dopo di te nessuno.
Non hanno voluto credere
che veniva dalle profondità della notte
la tua assenza strappava il suono segreto dalla voce dei morti
la tua presenza era presidio del silenzio
di quei tanti dispersi in cui il mio
nostro comune cuore scompariva
per giorni perenni.  Per secoli interi stavo a vegliarti.
In un cerchio
quel nostro  corpo avviluppato al centro
dell’oscurità toccava la misura
e avevamo occhi spalancati    noi
tutti noi assiepati in quel concerto di attesa
a strapiombo su qualcosa che ancora non aveva nome.
In quella solitudine di vuoti     sotto e dentro la pianta
conficcata nel piede del cuore   esattamente dove hanno legato ogni battito
per noi     tutti  noi
annodate stanno  le notti del futuro i sogni
il rincorrersi delle ore come grani della sabbia in un oceano di vento.
Nelle mie braccia
esiliato il buio sta compresso     dentro il polso
tutto e  solo       invincibile  cauto     il nostro unico battito
grida la nostra impossibile  innocenza.
Salta oltre    il limite
ogni confine tracciato dalla nostra paura d’essere vivi
in questa enormità d’assoluto

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