Mi sono decisa

di fernirosso

joanna chrobak

joanna chrobak1

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Apro il baule.
Sta chiuso da anni.
Riposta nel sonno
senza accesso nella memoria  senza scampo
mi riporto indietro. Ora   separata

sento di fatto la catena   accanto ai miei piedi
pensavo che niente mi avrebbe fermato.
Entrare in una cassa
non richiede resistenza
eppure   sentire che  la vita, tutta la vita
e tutto nella tua esistenza
è un mobile
con una serratura troppo grande
ti accorgi che dentro ci passano tutti
figli e padri le madri  intere generazioni scarrozzate sulla rullabile
sensazione del tempo che s’insegue e tu sei la specie braccata
tu: una fila senza fine modellata come il corpo di una donna o  una terra
dentro quel corpo.
E trovi calandoti come dentro un relitto
altre chiavi e porte e sforzi quei cardini cigolanti
attraversi le  soglie smarrite dentro un occhio di vetro
un occhio che non piange allo scorrere di te
riflessa in quei locali     sentieri perduti tra le stanze dell’immobile
dentro il tuo corpo sommerso da anniversari
e diari e righe di scorta alla tua nuova annunciazione
quella gerarchica geriatria senza fedeltà del cuore
dove sei tu la materia del libro da assaggiare.
Niente da meditare ma carne
da sbranare capitolo per capitolo
restando qui senza fuggire
senza abbandonare se stessi senza oltre senza altro sangue
se non quello per la morte   quando verrà  a prendersi il pedaggio
e aprirà altri varchi dentro questa stessa  vita
stanza che si apre e chiude   e precisa in noi
ciò che noi siamo.
Mortale sarà il sesso
lotto tenace
bosco per cui si affilarono le guerre e oggi sparge a vanvera i suoi semi
tra vecchi senza ripari già nel siparietto della morte
in capannelli d’ore  dentro il  relitto delle parole
mappe senza cartigli  e fatti
di sabbie mobili  sopra tesori arrugginiti .
Ho toccato la parete e la storia ha reagito
ha soffiato nel mio volto annegato un fiume di sale
la prova del danno   la rosa  consumata  il disastro annodato agli assi
ogni stele  innalzata curvata nelle ossa. Qui, non altrove, c’è tutta la storia
la babele e il filantropo verme del barile dove i semi stanno a marcire
l’ordinario susseguirsi dei giorni
senza orgoglio se non la lettura   senza altro peso
se non la leggerezza a cui la vita stessa
autorizza ciascuno di noi, lettori di letture parziali
soggette per natura ad assaggi temporali

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